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BBPR
La Torre Velasca

“La Torre Velasca si aggiunge ai grattacieli di Milano con la sua sagoma caratteristica che le conferisce un particolare, inconfondibile, aspetto”, così è scritto su un opuscolo pubblicitario a cura della Società Immobiliare committente...


pubblicato martedì 17 dicembre 2002
Percorrendo C.so Bueinos Aires (una delle principali arterie di collegamento tra il centro della città e la periferia-nord est) andando verso il centro di Milano, si scorge in lontananza un ideale punto di fuga di cui si intuisce il valore simbolico, pur riuscendone a percepire solo un accennato profilo: si tratta della Torre Velasca, edificio progettato dal gruppo di architetti milanesi BBPR (Banfi, Belgiojoso, Peressutti, Rogers) negli anni ’50. Sono infatti 1950-51 i primi studi, 1952-1955 gli studi definitivi e del 1956-58 la realizzazione. La Torre Velasca si colloca in un momento della vicenda architettonica italiana in cui alcuni architetti della prima generazione moderna, tra cui appunto i BBPR, Albini, Gardella, si trovano a condurre un processo di rivisitazione linguistica degli stilemi dell’ormai consolidato razionalismo internazionale incentrando la riflessione soprattutto sul valore delle preesistenze ambientali.
In tal senso l’edificio milanese in questione assume un valore quasi emblematico. Frutto di una rigorosa applicazione dei dettami del Torre Velasca movimento moderno, “ne è una prova il processo stesso della progettazione attraverso le successive soluzioni proposte, ciascuna delle quali ha assunto forme diverse fra loro ma tutte coerenti con l’analisi delle funzioni e delle condizioni del luogo e con le alternative nell’adozione dei materiali, strutture e tecnologie diverse, ciascuna delle quali suggerisce forme appropriate”( L. Belgiojoso in Intervista sulla Torre Velasca all’architetto Belgiojoso, “BBPR, La Torre Velasca”, ed. Abitare Segesta, 1982), al tempo stesso si pone in stretto rapporto col contesto milanese in cui sorge, dialogando in particolar modo col Duomo, i campanili della città, ma soprattutto col Castello Sforzesco.
La torre, con la sua caratteristica forma “a fungo” si staglia nel cielo della città integrandosi con le emergenze tradizionali dello skyline del centro di Milano: palazzi, torri, cupole, campanili; essa si rifà alla tradizione lombarda sia richiamando la mole ed il profilo dei torrioni medioevali, sia riproponendo la struttura del palazzo medievale cheTorre Velasca vedeva allineati su un piano arretrato i piani inferiori, generalmente adibiti a magazzini, laboratori o botteghe mentre i piani superiori, generalmente residenziali, sporgevano retti da mensole in legno o pietra. La medesima ripartizione funzionale è riproposta nell’edificio dei BBPR: i primi diciotto piani, più due sotterranei riservati agli impianti, sono infatti occupati da negozi, uffici e servizi vari, mentre i successivi piani aggettanti, fino al ventiseiesimo, sono occupati da appartamenti.
Ma il caratteristico profilo della torre non è un mero esercizio stilistico dal sapore nostalgico-revivalistico, piuttosto è la conseguenza di un lungo intrecciarsi di studi e ragionamenti (tra le prime ipotesi anche l’idea di un corpo più basso e di un edificio in ferro e vetro) che trovano il proprio fondamento nel cercare delle risposte logiche e funzionali alle condizioni spaziali entro cui si è dovuta inserire la torre, costretta in uno spazio ristretto alla base, ma libera di espandersi nei piani superiori, ai regolamenti edilizi che imponevano volumetrie specifiche a seconda delle destinazioni d’uso, ed alle esigenze della committenza che preferiva una destinazione mista in vista del nascente Quartiere Direzionale destinato esclusivamente ad uffici per grandi aziende.
Per la complessità tecnica e tecnologica l’edificio nasce anche da un lavoro di équipe che per circa dieci anni vede un team di ingegneri strutturisti, esperti di impianti ed economisti stretti attorno al gruppo di architetti nell’intento di progettare un edificio organico e coerente. La stessa coerenza che vede i BBPR impegnati nello studio e nella definizione di tutti i dettagli dell’edificio, dai particolari costruttivi agli arredi di ogni singolo alloggio.
Coetanea di un altro importante edificio ormai entrato a far parte del consueto panorama cittadino come il grattacielo Pirelli (Arch. Giò Ponti, 1958), la Torre Velasca si distingue da esso probabilmente proprio per una questione di “cittadinanza”. Il “Pirellone” guarda all’esterno della città, guarda all’Europa ma anche oltreoceano: guarda ai grattacieli americani in ferro e vetro del dopoguerra, la Torre Velasca interloquisce, invece, in tutto e per tutto con Milano che l’ha generata: “certamente la conquista della cittadinanza milanese da parte del nostro edificio è dovuta sia al suo profilo […], sia al linguaggio architettonico che durante il lungo processo di elaborazione ha recuperato alcuni elementi fondamentali dell’architettura milanese, quali la dimensione delle finestre, la misura degli aggetti, la scabrosità dell’intonaco, l’uso dei materiali, le tonalità dei colori. Se fosse stata realizzata la soluzione in ferro e vetro, sia pure con lo sbalzo terminale, l’assimilazione dell’edificio nella città sarebbe stata molto diversa” (L. Belgiojoso in Intervista sulla Torre Velasca all’architetto Belgiojoso, “BBPR, La Torre Velasca”, ed. Abitare Se gesta, 1982).
Bibliografia essenziale
Leonardo Fiori e Massimo Pizzon (a cura di), BBPR La Torre Velasca, ed. Abitare Segesta, 1982
Antonio Piva (a cura di), BBPR a Milano, ed. Electa, 1982
Società generale immobiliare (autore ed editore), Torre Velasca, 26 piani, 800 locali, 1958
F. Brunetti, LaTorre Velasca a Milano, ed. Alinea, 1999
E.N. Rogers, Il senso della storia, Unicopli, 1999

elena demartini

progetto editoriale a cura di daniela bruni

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1 commento trovato 

18/12/2002
francesca milani, firenze
bello l'articolo..se vi interessano alcune riflesioni sul lavoro dei BBPR nel contesto culturale dell'italia del dopoguerra, io ho studiato molto questo gruppo di architetti (ed intetellettuali...gli scritti di Rogers sono splendidi..)La mia tesi di laurea era (dal punto di vista dio una studiosa di museologia) sull'allestimento realizzato negli anni 60 al Museo del Castello Sforzesco.
mi piacerebbe entrare in contatto con la giornalista che ha firmato l'articolo.
saluti,
Francesca.


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