Ing. A. Dreoni - Ing. A. Ugolini

Cenni storici e costruttivi


La posizione del ponte attuale è, secondo alcuni storici, di poco discosta dal sito dell'unico ponte della città romana, ma prove certe non ve ne sono anche per il fatto che il corso del fiume era diverso da quello odierno.
Il Fanelli descrive il ponte romano "parallelo all'attuale Ponte Vecchio ma in asse con lo sbocco di via Guicciardini", costruito forse durante il restauro della via Cassia ordinato dall'imperatore Adriano nel 120 d.C.
Con certezza si può fare riferimento solo a due ponti precedenti in luogo di quello oggi esistente, il primo nominato in una "Charta Ordinationis" del 972 e costruito nella seconda metà del secolo X, come conferma anche la datazione, con il metodo del carbonio 14, di legni appartenenti a residui di strutture di fondazione e platea, il secondo ricostruito dopo la piena del 1177, "lungo complessivamente tra le spalle 100.90 metri e verosimilmente formato da cinque arcate quasi a sesto pieno con luci intorno ai 16 metri e da quattro pile larghe 5 metri circa", largo 9 metri con botteghe di legno ai due lati a sbalzo sul fiume. Il ponte così realizzato aveva il difetto di essere un grosso ingombro alle correnti di piena e non riuscì a resistere alla piena del 4 Novembre 1333, una delle più terribili e disastrose della storia di Firenze.
Non sappiamo con certezza chi sia l'autore del progetto del nuovo ponte ricostruito fra il 1333 ed il 1345 ; alcuni storici dell'arte attribuiscono l'opera a
Neri di Fioravante, all'epoca capomastro in molte costruzioni della città, altri a Fra Giovanni da Campi, noto frate e architetto dell'epoca.
Il Vasari, fonte probabilmente più attendibile, indica Taddeo Gaddi, pittore, che ricevette l'incarico quale allievo di Giotto :

"E perché l'anno 1333 per lo gran diluvio l'acque avevano divorato le sponde del Ponte Rubaconte, messo in terra il castello Altafronte, e del Ponte Vecchio non lasciato altro che le due pile di mezzo, et il Ponte a S.Trinita rovinato del tutto eccetto una pila che rimase tutta fracassata, e mezzo il Ponte alla Carraia rompendo la pescaia d'Ognissanti, deliberarono quei che allora la città reggevano non voler più quegli d'oltrarno avessero la tornata alle case con tanto scomodo quanto quello era d'aver a passare con barche.
Per che chiamato Taddeo Gaddi, per essere Giotto suo maestro andato a Milano, gli fecero fare il modello a disegno del Ponte Vecchio, dandogli cura che lo facesse condurre a fine più gagliardo e più bello che possibile fusse.
Ed egli, non perdonando né a spesa né a fatica, lo fece con quella gagliardezza di spalle e con quella magnificenza di volte tutte di pietre riquadrate con lo scalpello, che sostiene oggi ventidue botteghe per banda, che sono in tutto quarantaquattro, con grand'utile del Comune che ne cavava l'anno fiorini ottocento di fitti.
La lunghezza delle volte da un canto all'altro è braccia trentadue, e la strada del mezzo sedici, e quella delle botteghe da ciascuna parte braccia otto.
Per la quale opera che costò sessantamila fiorini d'oro, non pur meritò allora Taddeo lode infinita, ma ancora oggi n'è più che mai commendato, poiché, oltre ai molti altri diluvi, non è stato mosso, l'anno 1557 a dì 13 di Settembre, da quello che mandò a terra il Ponte a S. Trinita, di quello della Carraia due archi, e che fracassò in gran parte il Rubaconte e fece molt'altre rovine che sono notissime.
E veramente non è alcuno di giudizio che non stupisca, non pur non si meravigli, considerando che il detto Ponte Vecchio in tanta strettezza sostenesse immobile l'impeto delle acque, de' legnami e delle rovine fatte di sopra, e con tanta fermezza."

Tale affermazione non convince tutti gli storici in quanto le leggi fiorentine del Trecento prevedevano una netta distinzione tra le varie arti e il Gaddi era iscritto all'arte dei pittori ; solo in via eccezionale, per un artista di grande fama, il Comune poteva assegnargli lavori che riguardassero altri campi.
Il ponte, molto diverso da come oggi appare, manteneva le forme e le caratteristiche della città medievale ; perfettamente armonioso e modulare era costruito in conci di pietra forte, con la sovrastruttura delle botteghe in muratura e non più in legno come nei ponti che lo avevano preceduto in quello stesso sito. Le botteghe, tutte delle stesse dimensioni, non dovevano avere alcuna finestra dalla parte esterna, cioè quella che guarda il fiume, e si interrompevano a metà creando una piazzetta con libera visuale sull'Arno.
I 4 fabbricati lineari che costituivano la sovrastruttura del ponte non si sviluppavano in modo simmetrico forse per la presenza della casa dei Mannelli in prossimità della sponda sinistra. Perciò dalla parte di via Por S. Maria c'erano dodici negozi per lato, verso Oltrarno soltanto undici, che da un lato si appoggiavano all'edificio dei Mannelli, dall'altro terminavano con un muro quasi in asse con quello frontale, delimitando una piazzetta con la parete laterale della Magione del S. Sepolcro, con un parapetto da dove si vedeva l'Arno. Questo particolare è visibile in un affresco di G.Vasari del 1561 in Palazzo Vecchio nella sala di Clemente VII : "Panorama di Firenze con l'accampamento del Principe d' Orange".
Pertanto, in origine i negozi dovevano essere 46 sebbene alcuni storici dell'epoca (Villani e Stefani) parlino di 43, forse perché gli altri 3 erano adibiti ad altri usi ; in particolare l'ultimo e più piccolo ambiente procedendo verso Oltrarno doveva essere utilizzato come cappella (a conferma di questa ipotesi tuttora è visibile un tabernacolo sopra di esso).
Nella piazzetta a metà del ponte si possono osservare tracce di una merlatura che doveva coronare esternamente i quattro fabbricati contenenti le botteghe e di una modanatura interna che probabilmente delimitava il parapetto di un ballatoio il cui piano è tuttora individuato da un gocciolatoio in pietra. Al ballatoio si poteva accedere sia da quattro porte poste nella piazzetta (ancor oggi visibili), sia da altre due porte all'inizio del ponte dalla parte di via Por S.Maria (di cui oggi si riscontrano delle tracce).
L'aspetto dato dalle superfici in conci di pietra forte fiorentina e la caratteristica merlatura dovevano ricordare molto da vicino quelle osservabili ancora oggi nella facciata di Palazzo Vecchio.



Fig.1 - Ricostruzione attendibile del ponte originario (1345)


Alcune utili informazioni sulla struttura originaria del ponte si possono ricavare da storici trecenteschi che descrivono e commentano questa costruzione.
Stefani Marchionne di Coppo riporta : "Quest'anno fu rifatto il Ponte Vecchio di pietra, ed archi 3, lo quale ponte rimase largo 16 braccia, oltre alle botteghe, che vi fecero su di ogni lato, che furono 43, delle quali si ebbe di pigione tanto, che in meno di 20 anni francarono la spesa che costò il ponte : e furono in volta le botteghe per più sicurtà ".
Riguardo all'aspetto delle botteghe, Goro Dati nella prima metà del secolo XV scrive : "... sul Ponte ( Vecchio ) da ogni parte sono bellissime botteghe d'artisti lavorate di pietra concia, che non pare sia ponte, se non in sul mezzo di esso, dov'è una piazza che mostra il fiume di sopra e di sotto."
L'innovativa scelta architettonica non deve in alcun modo far trascurare le straordinarie scelte tecniche e ingegneristiche che costituivano un primato nella storia della tecnica delle costruzioni.
L'opera risolveva con grande ardimento il problema di ridurre l'ingombro al deflusso delle acque durante le piene.
I ponti medioevali erano caratterizzati dall'uso di arcate a tutto sesto o a sesto leggermente ribassato e questo rendeva necessaria una forte inclinazione del piano stradale come per i ponti a schiena d'asino, oppure si doveva ricorrere a diverse campate ; pertanto le numerose pile diminuivano lo spazio libero per il deflusso delle acque. Di conseguenza nel corso delle massime piene si verificavano forti dissipazioni di energia in corrispondenza dei restringimenti di sezione all'uscita dei ponti, che comportavano profonde erosioni del fondo e delle platee in tali zone, inoltre producevano innalzamenti dei livelli a monte (rigurgiti). Entrambi i fenomeni favorivano la formazione di condotti di sifonamento al di sotto delle platee (non protette da diaframmi a monte e a valle), e quindi scalzamenti delle pile con conseguente distruzione degli stessi ponti.




Fig. 2 - Ribassamento di Ponte Vecchio



Con il Ponte Vecchio si passò ad una tipologia diversa che avrebbe riscosso successo a partire dal Rinascimento, quella dei ponti ad arco ribassato ; con ribassamento ( h/l ) 1/6, misura mai praticata in passato, con pile snelle e ben sagomate, questo tipo di arco permetteva di incrementare la distanza tra le pile senza incurvare eccessivamente il piano stradale.
Il problema che il progettista doveva affrontare non era tuttavia da poco. L’incremento del ribassamento comporta infatti una maggiore spinta degli archi, ed anche un conseguente incremento dello spessore murario delle spalle : di conseguenza la loro distanza venne ridotta da 100.90 m ( lunghezza del ponte a cinque arcate del 1177 ) a quella attuale di 94.05 m. Tutto questo è chiaramente dimostrato dai sondaggi eseguiti nell'estate 1975, sotto la direzione dell'ingegnere A. Canfarini : il carotaggio orizzontale delle due spalle del ponte ha evidenziato ringrossi per 3.85 m in destra e 3.00 m in sinistra costituiti da blocchi di conglomerato in ciottoli e malta di calce con paramento in pietra lavorata. Dietro di essi si riscontra la presenza di forti spessori murari, molto più consistenti, in conci squadrati di pietraforte e malta di calce con detrito di laterizio, che costituivano certamente le spalle del ponte precedente.


Fig. 3 - Geometria costruttiva



La costruzione della geometria delle arcate non ci è nota; si possono fare, però, alcune interessanti ipotesi.
La scelta del grado di ribassamento delle arcate e della dimensione delle armille non è casuale, ma è geometricamente legata alle dimensioni delle luci da superare (da sinistra verso destra 26.35 m, 28.85 m, 26.25 m). L'arco di cerchio che definisce l’estradosso delle tre arcate ha uno sviluppo pari, con buona approssimazione, ad un sesto della circonferenza di cui fa parte. Se congiungiamo il punto di chiave all'estradosso (O) con i due punti di imposta, sempre in estradosso (A e B), si ottengono due segmenti i cui punti medi risultano essere punti di tangenza con l'arco di intradosso (Fig. 3). Le dimensioni degli spessori di armilla rispettano fedelmente questa regola risultando diverse : 100 cm nelle arcate laterali e 105 cm in quella centrale. Questa regola per definire lo spessore dell'arco viene spesso attribuita a Leonardo da Vinci che la menziona, però, circa un secolo e mezzo più tardi.
Le fondazioni delle pile e delle spalle sono costituite da palificate in legno di rovere che si approfondiscono fino a raggiungere lo strato roccioso ; le teste dei pali sono inglobate in un basamento di calcestruzzo di altezza modesta che diventa la base di imposta degli zoccoli delle pile. È interessante osservare che, mentre il blocco della pila destra non ingloba strutture murarie più vecchie e appartiene completamente alla costruzione del ponte del 1345, quello della pila sinistra si appoggia nella parte centrale ad una diversa struttura muraria che, secondo i sondaggi, raggiunge il letto roccioso. Essa può essere interpretata o come un tentativo di getto in acqua di conglomerato, o come il resto di una pila di un ponte crollato.
Il Ponte Vecchio ha subito grandi trasformazioni nel corso della sua storia, che ne hanno alterato progressivamente il profilo originario, producendo un incremento dei carichi agenti, ma soprattutto modificandone il funzionamento strutturale. Nel 1378 il Comune concesse tutte le botteghe del ponte a Salvestro di Alemanni dei Medici, in ricompensa dell'aiuto da lui fornito al partito dei popolani, ma dopo il tumulto dei Ciompi esse ritornarono di proprietà del Comune, che nel 1442 le affittò all'arte dei Beccai. Nella prima metà del secolo XV il ponte subì una prima trasformazione : sui ballatoi furono costruite abitazioni ad uso dei negozi con la realizzazione di un tetto spiovente su entrambi i lati, a modello dei palazzi rinascimentali che avevano eliminato i ballatoi merlati. Nel 1495 le botteghe, fino ad allora di proprietà comunale, furono vendute a privati. L'effetto della privatizzazione delle botteghe fu una libera edificazione da parte dei singoli proprietari, senza controlli ; iniziò, così, la costruzione delle irregolari casette che oggi si vedono, mentre internamente l'altezza dei negozi fu suddivisa con solai intermedi per aumentare il numero dei vani.
L'aspetto del ponte cambiò notevolmente con la costruzione del Corridoio Vasariano, ordinata nel 1565 dal Duca Cosimo I in occasione delle nozze del figlio Francesco con Giovanna d'Austria. L'opera era un elemento essenziale nel programma di ristrutturazione cittadina che prevedeva un riassetto dell'area intorno al Palazzo dei Signori e il suo collegamento con Palazzo Pitti, da poco realizzato. Il "corridore", partendo dal fronte sull'Arno dei nuovi Uffizi, costeggiava il Lungarno degli Archibusieri fino all'altezza del Ponte Vecchio, attraversava l'Arno passando sopra alle botteghe del ponte e, lambendo la chiesa di S.Felicita e le case di via Guicciardini, raggiungeva Palazzo Pitti. Un percorso che si sviluppava ad una quota sopraelevata rispetto ai piani stradali e agli edifici esistenti e che evidenziava una netta separazione (anche simbolica) tra la città del Principe e della Corte (in alto) e quella dei sudditi, che si svolgeva secondo i tracciati tradizionali. La costruzione del Corridoio Vasariano modificò il comportamento strutturale del ponte : venne meno la simmetria rispetto ad un asse longitudinale con un incremento dei carichi sulla parte a monte del ponte.
Oltre ad una modifica dell'immagine il "corridore" portò in un tempo relativamente breve ad una altrettanto notevole trasformazione delle attività che avevano sede nelle botteghe.
Da un censimento che Cosimo fece eseguire verso la metà del Cinquecento risultava che in quel tempo sul Ponte Vecchio avevano la propria bottega 3 beccai, 3 pizzicagnoli, 5 calzolai, 2 legnaioli, 2 biadaioli, 1 bicchieraio, 1 merciaio, 1 rivendugliolo e una decina di venditori di generi diversi.
Con un bando dei Capitani di Parte del 24 Settembre 1593 il Granduca Ferdinando I ordinava che le botteghe del Ponte Vecchio venissero sgombrate dagli attuali occupanti e divenissero sede obbligatoria per tutti gli esercizi di orefici, bancherotti e argentieri della città, poiché il ponte era diventato " luogo assai frequentato da gentiluomini e forestieri ".
Da una relazione di Rodolfo Altoviti, provveditore di Parte, del Settembre 1593 risultò che gli orefici erano 41 e i bancherotti ossia i gioiellieri 8 , ed essendo le botteghe di Ponte Vecchio 48, di cui almeno 4 si potevano dividere, il loro numero era sufficiente per sistemarveli tutti.
La concentrazione di botteghe di beni di lusso divenne una caratteristica peculiare del ponte e questo determinò un abbellimento dei negozi con aggiunte di vetrine, specchi, decorazioni, mentre esternamente esse si ampliarono nel XVII secolo con l'aggiunta dei retrobottega a sbalzo sul fiume ancor oggi presenti. All'inizio del 1700 l'aspetto del ponte era ormai prossimo a quello attuale.
Non si hanno documenti che permettano di conoscere perizie e lavori eseguiti su Ponte Vecchio prima della fine del XVIII sec.. Sono, però, significativi gli interventi realizzati nella prima metà del XIX sec. : riparazione delle platee danneggiate e rincalzi in corrispondenza dei rostri a valle, soprattutto in arcata sinistra che, secondo una perizia del 1862, è stata la più esposta all'impeto della corrente nel corso dei secoli. I problemi più gravi per il ponte sono stati, perciò, il continuo scalzamento delle fondazioni delle pile e della platea, specialmente all'uscita dell'acqua in prossimità dei rostri, laddove si hanno forti dissipazioni di energia in caso di piena. Intorno al 1860 fu proposto un intervento, non realizzato, consistente in un coronamento di pali, disposti accostati ed agganciati l'uno all'altro, addossati alle pile tramite una inchiavardatura metallica ed affondati nelle platee del ponte, fino a raggiungere il letto roccioso : un intervento del tutto simile sarebbe stato realizzato un secolo più tardi.
In una perizia della primavera del 1862 è nominata per la prima volta la lesione longitudinale che attraversa il ponte. Durante un sopralluogo svolto da tecnici dell'Uffizio dell'ingegnere della comunità di Firenze, nell'arcata centrale venne annotata la presenza di rottura in una delle spie in marmo, disposte a cavallo della fessura longitudinale. Sicuramente però lo stato di questo dissesto era ben conosciuto dagli organi tecnici addetti ; infatti alcune di queste biffe erano datate 1848, inoltre il testo del documento fa intendere che i controlli dello stato del ponte e delle suddette lesioni erano frequenti e forse periodici.
L'irregolare accostamento delle botteghe, la varietà delle forme degli stili, la confusa disposizione delle casupole in sbalzo verso il fiume non piacquero agli urbanisti dei secoli XVIII e XIX, i quali preferivano una razionalizzazione del disordine edilizio, proprio non solo del ponte, ma di tutta la zona prospiciente caratterizzata dalla stratificazione secolare e caotica dello sviluppo storico della città.
Questi intenti sfoceranno nelle grandi campagne di risanamento e demolizione del XIX secolo della Firenze capitale. Ciò però non portò alla distruzione delle strutture in elevato del Ponte Vecchio, perché queste idee non riuscirono a suscitare l'entusiasmo ed "accendere gli animi" dei fiorentini attaccati ai ricordi del passato e gelosi delle proprie tradizioni.
Nel 1763 si propose di dare al Ponte Vecchio un nuovo assetto funzionale ed estetico. Promotore di questa iniziativa fu l'architetto Ignazio Pellegrini , il quale intendeva sostituire la causalità degli arredi esterni delle botteghe con una ordinata partitura di archi e con un loggiato centrale esastilo, il cui attico si ornava di statue. Il progetto prevedeva, grazie anche al preventivato rivestimento in bugnato, di assegnare al ponte un ruolo ed un aspetto di introduzione e continuità formale nei confronti dei vicini rondeaux, progettati dallo stesso Pellegrini, e del monumentale cortile di Palazzo Pitti ; si potrebbe parlare di una sorta di ritorno alle origini nell'aspetto architettonico.
Nel 1856 in seguito allo stato di degrado della tettoia si propose la sua demolizione, con costruzione di una terrazza e la riduzione delle botteghe, con ampliamento della sede stradale e la creazione di un muro verticale continuo dalla parte interna (Fig. 4). Si propose anche di regolarizzare l'esterno riducendo il più possibile le finestre. Queste idee erano espresse nel progetto dell'architetto Giuseppe Martelli consigliere in quel periodo della Direzione Generale d'Acque, Strade e Fabbriche civili dello Stato.
Addirittura si rese pubblica la notifica diretta a tutti i proprietari delle botteghe sul ponte, nella quale si indicavano le nuove regolamentazioni riguardanti le trasformazioni delle botteghe ed oneri e benefici verso tutti coloro che avessero proceduto con i lavori descritti nel progetto del Martelli.
Il Martelli, interpretando le aspirazioni della corrente moda borghese ed allineandosi ai modelli europei delle grandi capitali pensava di trasformare il Ponte Vecchio in un decoroso passaggio , in una sorta di elegante salotto cittadino, luogo di incontro e di passeggio , accentuandone altresì il significato di struttura a tipologia commerciale. Il progetto prevedeva due varianti , la prima scoperta , la seconda con il percorso interno coperto da un lucernario a due falde e sostenuto da una trama di telai in ferro.
L'architetto Martelli ridisegnò completamente i prospetti interni del ponte dando una veste più elegante, rispetto ai canoni dell'epoca, alle vetrine tutte incorniciate da regolari lesene corinzie e da architravi decorate a medaglioni. Interessante anche la sostituzione della tettoia con un balcone sostenuto da mensole, che correva su entrambi i lati sopra le trabeazioni delle vetrine e che permetteva un affaccio sulla sede stradale.
Nonostante l'intervento statale solo uno degli orafi rinnovò il suo sporto nella nuova vetrina secondo i disegni del Martelli. Ancora oggi a testimoniare il convinto orgoglio per l'avvenuta realizzazione si può leggere sulla trabeazione di codesta bottega la scritta :
"Prima bottega di oreficeria riordinata nel 1857 su disegno imposto dal Municipio. Questa effige recordi le somme glorie dell'arte e accenda gli animi a generosa emulazione . Gius. Martelli architetto."
Di questo periodo è anche il progetto di Antonio Corrazzi, il quale proponeva per Ponte Vecchio delle idee analoghe a quelle espresse dal Pellegrini ma questa volta i loggiati previsti avrebbero avuto una forma stilistica neobrunelleschiana.
Un altra proposta di riassetto del ponte fu quella dell'architetto Fantacchiotti. Questo progetto contemplava una completa riorganizzazione dei volumi sul ponte, allo scopo di avere una più ampia sede stradale per permettere un flusso di passaggio ben più ampio di quello permesso nella situazione attuale. Si otteneva infatti un allargamento della strada tramite l'abbattimento completo dei volumi del lato di valle , ed il rifacimento della parte sottostante il Corridoio Vasariano con una regolarizzazione dei volumi dei negozi (che diventavano 18) e delle facciate delle vetrine con una tipologia a porticato in gotico toscano. Anche gli aggetti verso il fiume avrebbero dovuto essere eliminati .
A molte insidie ha resistito il Ponte Vecchio durante la sua storia : alluvioni, interventi di modifica delle botteghe, fino alle esplosioni dell’Agosto 1944 che, pur risparmiandolo, si verificarono nelle zone circostanti. Il successo di questa longevità è sicuramente dovuto alle caratteristiche strutturali e al riuscito disegno idraulico delle pile e delle arcate; inoltre non si deve dimenticare la continua manutenzione a cui era soggetto il ponte fino al secolo scorso.


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