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exibinterviste – la giovane arte
Mauro Di Silvestre

Un’intervista fuori dai denti in attesa della prima personale. Da Roma a Los Angeles e ritorno. Per dare corpo (letteralmente) all’ossessione della memoria. Dove? Sul pavimento di una casa popolare di periferia…

Chi vuoi ringraziare?
Me stesso, sopra ogni cosa. I galleristi no, non conoscono l’arte e non sanno distinguere un buon quadro da uno da buttar via.

Dai, mica tutti…
E infatti ci sono due grandi nomi che –come si dice a Roma– mi stanno un po’ dietro. Spero proprio di riuscire a sedurli com-ple-ta-mente.

E poi?
Poi ci sono grandi collezionisti –e sottolineo grandi– che mi aiutano. Per fortuna!

E i curatori?
I curatori, che io definirei vetrinisti, dovrebbero pensare a curarsi loro. Si salva qualche critico: mi sento un po’ nelle loro (nelle vostre) mani.

Perché ti sei messo a dipingere?
Ho sempre pensato di voler creare qualcosa, ho sempre disegnato. Ma mia madre diceva che l’arte e la pittura sono soltanto hobby. Per un po’ le ho dato retta, poi l’urgenza di raccontarmi mi ha permesso di liberare la mia vera passione. E’ successo in California, dove ho vissuto, grazie a un bravissimo maestro. Avevo vent’anni. Tornato a Roma ho fatto il marmista, il restauratore di opere d’arte e l’assistente per circa cento (mille?) anni a un noto pittore romano.
Mauro Di Silvestre, Spiaggia libera, olio su tela, 2004
Dura, eh?
A parte la gioia del dipingere la strada è stata lunga e tutta in salita. Però lo confesso: niente di tutto questo è stato inutile.

Parlaci dei tuoi quadri…
Come diceva il grande Totò, la mia è un’arte assenteista. Lavoro sul ricordo, sulla memoria (personale e non): tendo a far scomparire persone e oggetti, che rendo trasparenti come fantasmi. Assenze, appunto. Però presenti e inquietanti. Credo sia difficile etichettare ulteriormente.

Quali artisti ti hanno influenzato?
Gli artisti che ho tanto amato ad un certo punto mi hanno fatto anche schifo. Poi mi sono di nuovo piaciuti.

Anche loro presenze che scompaiono?
Proprio così. Dalì è uno di questi: continua a salire e scendere all’interno della mia classifica. Burri l’ho sempre amato, così come Caravaggio. Altre volte avrei voluto dipingere come De Kooning, ma in fondo sono più vicino a Edward Hopper. Mi piacevano pure Tapies e Dubuffet, ora un po’ meno.

Per chi fai il tifo adesso?Mauro Di Silvestre, La poltrona del pittore, olio su tela, 2002
Per Carlo Crivelli e Beato Angelico. Ecco, vorrei dipingere come Carlo Crivelli. O scolpire come Giacometti. Hai fatto caso che nessuno cita mai un artista vivente tra i suoi miti? Il perché io credo di saperlo...

Un pensierino politico te la senti di formularlo?
Vorrei che un giorno anche i poveri e i proletari abbiano lo stesso agio dei borghesi. E sai perché? Per poter anch’essi occuparsi dei mali dell’animo, delle depressioni; per farsi domande esistenziali.

Allora parliamo di te…
A stare da solo a studio soffro, quindi non lavoro così tanto come potrei e vorrei. Amo stare in mezzo alla gente. E questo è un difetto, come il mio risultare troppo buono e simpatico. In compenso non ho nessun nemico, ma è ovvio che arriveranno anche quelli. Il pregio –devo dirlo?– è che i quadri mi riescono quasi sempre bene…

La tua mostra più bella?
Ho fatto solo collettive. Sicuramente la più bella e importante è stata Pagine Nere, una mostra sui dittatori, da Fabio Sargentini. A me è toccato Francisco Franco col fantasma di Garcia Lorca alle sue spalle. Era un sogno, riuscire ad esporre da Sargentini. Quando ho visto il mio quadro là, su quelle pareti, non riuscivo a crederci. Al vernissage c’era un botto di gente. Sono venuti apposta per me Capello, Montella e Willem Dafoe, e tutti che mi chiedevano autografi!

Sei contento di quello che si scrive su di te?
Del mio lavoro si è appena cominciato a scrivere. Ti dirò: l’idea che la maggior parte degli addetti ai lavori non si sia ancora accorta della mia pittura mi fa venire la giusta rabbia. Se è vero che la storia dell’arte si fa sull’arte, anche la storia della critica si farà sulla critica. Ossia su quelli che avranno scritto di me per primi.

Mauro Di Silvestre, Domenica, olio su tela, 2003Com’è il tuo studio?
Ci sono molto legato, un tempo ci vivevo. Continuo a cercarne uno più luminoso e se possibile più grande. Ma sarebbe meglio non dovermene separare, ossessionato come sono dai ricordi e dalla memoria.

E Roma? E’ davvero così importante vivere qui?
Proprio ieri passavo davanti all’Anfiteatro Flavio al tramonto e dicevo ad un mio amico pittore: “Anche se non credo che dipingerò mai il Colosseo, come può tutta questa bellezza, questa classicità non interferire nel nostro lavoro?”.

Dai, non facciamo i provinciali…
Essere provinciale sarà pure deleterio per i curatori dei grandi musei, ma non lo è mai stato per gli artisti. Me ne frego di diventare un artista internazionale, di parlare della guerra in Iraq e del burqua, di Bush e dei prigionieri di Guantanamo, dell’Aparthaid o dell’Amazzonia. Preferisco essere influenzato dalle mie cose e parlare di queste. Più vogliono farmi diventare globale e più mi accanisco nel dipingere il pavimento di una casa popolare di Cinecittà, dove sono cresciuto.

exibinterviste – la giovane arte è una rubrica a cura di pericle guaglianone

bio: Mauro Di Silvestre è nato a Roma nel 1968; vive e lavora a Roma. Tra le mostre: Colazzo Di Silvestre Nardi, Galleria Maniero, Roma; Plotarte Europe, Rar Gallery, Spijkenisse, Olanda; Premio Termoli 2005, Pinacoteca della città; Premio Serrone, Biennale Giovani Monza, Serrone della Villa Reale di Monza; S/AGO/ME. 547, Traforo di via Nazionale, Roma (2005); Match: critica a confronto, Galleria Russo, Roma; Premio Celeste 2004, Galleria Civica – Galleria Albero Celeste, San Gimignano (1° classificato artisti emergenti) (2004); Pagine Nere, Galleria L’Attico Fabio Sargentini; Inchiostro Indelebile, Macro al Mattatoio, Roma (2003); Premio d’Arte Città di Lissone (MI), (2° classificato Pittura).

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