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Si tratta di una piccola lastra di marmo, dalle dimensioni di 43,5×58 centimetri circa. Raffigura una donna nuda, adagiata in una morbida posa sul fianco destro, il volto di profilo e con in grembo un fanciullo; le due gambe si contrappongono: la destra completamente allungata e la sinistra fortemente ripiegata sin sotto la coscia. «Una composizione sapiente dove ogni gesto è inserito in un contesto generale di accorti bilanciamenti e contrappunti. La superficie marmorea è lavorata in modo variegato: dalla finitura quasi perfetta di alcune parti alla sbozzatura meno definita di altre, fino a porzioni arditamente “non finite”, come i volti dei personaggi» sono state le parole di Gabriele Morolli, docente di Storia della critica e della Letteratura Architettonica dell’Università di Firenze. Stiamo parlando di un’attribuzione. Sì, perché la piccola lastra, presentata stamane a Palazzo Riccardi a Firenze alla presenza del Presidente della Provincia di Firenze, Andrea Barducci, e della Soprintendente Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, Cristina Acidini, pare sia opera di Michelangelo Buonarroti.
«La composizione, l’iconografia, i riferimenti letterari, l’altissima qualità, la tecnica e lo stile della scultura, i confronti e le coincidenze con le opere di Michelangelo, rendono l’attribuzione di questa formella al grande Maestro fiorentino molto più che un’ipotesi» dicono le carte ufficiali. La ricostruzione della storia della forma marmorea risale alla collocazione di quest’opera all’indomani del 1659, anno in cui i Riccardi avevano acquisito il Palazzo Medici di Cosimo il Vecchio in via Larga, studiato da Leonardo e dove vi lavorò Michelangelo. Il rilievo rinascimentale individuato potrebbe dunque essere, verosimilmente, anche un bell’esempio di “falso-antico”: una riproduzione tecnica che era molto frequente all’epoca di Buonarroti, che in questa pratica era un eccellente compositore. Lo studio sulla “lastrina” e l’ipotesi di attribuzione del rilievo a Buonarroti è stata avanzata per la prima volta dallo stesso Morolli e Alessandro Vezzosi, nel volume “Michelangelo Assoluto” e, nel caso non fosse realmente mano del grande Maestro «crediamo che l’individuazione di questo rilievo al Medici-Riccardi raffigurante “Venere e Amore” rappresenti la sorprendente riscoperta di un raffinato, piccolo capolavoro» hanno dichiarato Morolli e Vezzosi. Insomma, date le ombre sulle ultime attribuzioni (vedi il Cristo della discordia degli scorsi mesi, attribuito anch’esso a Michelangelo e acquistato sotto il Ministero di Sandro Bondi, ora in mostra al Museo del Bargello) è meglio andarci piano. L’opera, rotta in più frammenti in epoca imprecisata, fu ricomposta e incastonata nell’attuale cornice prima del 1719, anno dell’ultimo pagamento dei lavori eseguiti da Foggini e dai suoi allievi per il Palazzo dei Riccardi.













