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Era meglio sfogliare da piccoli

Un secolo fa nasceva il “Corrierino”. E, con lui, sbarcava in Italia il fumetto. “Exibart” ripercorre la storia del mitico periodico, che ha aiutato a crescere almeno cinque generazioni di bambini. Nonché di “matite” autoctone...

Lo hanno ricordato in tanti: il 27 dicembre 1908 usciva il primo numero del “Corriere dei Piccoli” e teneva ufficialmente a battesimo in Italia il “fumetto”, così definito per la prima volta proprio su quelle pagine. A celebrare la ricorrenza centenaria si sono affiancate un libro antologico, un francobollo delle Poste Italiane e una grande mostra nella città natale del periodico, Milano.
Al di là della notizia specifica e delle manifestazioni a essa collegate, l’occasione può essere interessante per fermarsi a riflettere un momento sulla presenza e sull’importanza innegabile nell’immaginario visivo e artistico nazionale di un giornale che si è insinuato capillarmente nelle case di cinque generazioni di italiani.
I primissimi anni, fin dall’esordio, furono di sicuro esplosivi quanto a incidenza estetica sul “provinciale” pubblico italiano. Il gruppo di persone che aveva pensato il giornale iniziò con lo spartire le pagine a colori tra alcune realizzazioni grafiche autonome affidate ad artisti nazionali e molti “comics” importati dagli Stati Uniti (che com’è noto vennero amputati degli originari “balloons”, le nuvolette contenenti i testi dei dialoghi, per rimpiazzarli con i fortunati distici in rima baciata, considerati più letterari e più educativi).
Di grande impatto furono naturalmente le scoperte di modi di raccontare inediti e molto coinvolgenti, per allora, come quelli dell’elegantissimo Little Nemo (ribattezzato Bubi) di Winsor McCay, degli scatenati Katzenjammer Kids (Bibì e Bibò) di Rudolph Dirks, dell’irriverente Buster Brown (Mimmo) di Richard Felton Outcault, del patetico Happy Hooligan (Fortunello) di Frederick Burr Opper, e così via.
Vi si scopriva un modo di raccontare attraverso immagini in sequenza che ricordava il cinema, linguaggio coetaneo del fumetto, e che nello stesso tempo ne riverniciava con allegria inedita le forme e i contenuti. Pierino e l'alfabeto sul Corriere dei PiccoliLe storie avevano respiro breve, racchiuso in genere in sole otto inquadrature, ma la ritmica, di essenziale compiutezza, conferiva un’eccitazione nuova alla lettura, allontanandola decisamente dalle “lente” righe di piombo della pagina letteraria.
Anche l’essenzialità dei disegni, in miracoloso equilibrio tra resa realistica e interpretazione caricaturale, contribuiva a creare un lettore nuovo, che leggeva con lo sguardo insieme con la mente, che cioè poteva percepire e interpretare già a colpo d’occhio. Una cultura visiva fin lì sconosciuta prendeva forma; e non a caso fu per lunghissimi decenni, addirittura fino agli anni ‘60, osteggiata dalla cultura “ufficiale” di matrice solo libresca e poi crociana.
Sul versante autoctono, i nostri autori illustravano bene la temperie artistica del momento, tra gli ultimi scampoli del Liberty e la nascente Art Déco. Se il fantasioso negretto Bilbolbul di Attilio Mussino aveva movenze ancora tardo-ottocentesche, i personaggi di Antonio Rubino (da Pierino e il burattino a Quadratino) testimoniavano invece a meraviglia il movimento diversamente nervoso ma inevitabile tra la linea curva di tradizione floreale e quella retta del più moderno gusto decorativo.
È proprio in questo ambito, così pienamente “novecentesco” per come lo si percepiva allora in Italia, che vanno incontro con successo alle aspettative loro contemporanee personaggi come il delizioso Bonaventura di Sergio Tofano (dal 1917) e il geometrico Marmittone di Bruno Angioletta (dal 1928). Figure che diverranno popolarissime e proverbiali, fino a rappresentare un’epoca, non meno del Sor Pampurio di Carlo Bisi (1929). Il Futurismo italiano ha avuto agio d’imporsi come moda estetica corrente anche grazie all’opera indefessa di penetrazione di quelle pagine colorate, con ritmo iterativo settimanale, nelle case dalle Alpi alla Sicilia.
Poi, malgrado le lunghe sopravvivenze dei personaggi succitati, che restarono le colonne del “Corrierino” almeno fino a tutti gli anni ‘50, in realtà il periodo fascista e quello bellico, quanto mai appiattenti, portarono a un’inevitabile caduta generale di creatività, sino a far intravedere i primi segnali di recupero appunto nel periodo della ricostruzione matura e verso il boom economico dei ‘60.
In quegli anni il “Corriere dei Piccoli” trova una serie di collaboratori grafici di altissimo livello, cUna pagina del Corriere dei Piccolihe interpretano ognuno a modo proprio le insopprimibili esigenze di rinnovamento sociale ed estetico. Accanto a illustratori di inesauribile fantasia realistica, passateci la definizione, come Mario Uggeri o Aldo Di Gennaro, tra illustrazione e fumetto arrivano dei fuoriclasse come Dino Battaglia, la cui cifra resta ovunque l’eleganza grafica, e Sergio Toppi, invece dal segno potente ed evocativo.
Due donne segnano intanto il periodo forse più felice in assoluto nella storia del giornale: l’affidabile Iris De Paoli e la straordinaria Grazia Nidasio, autrice di personaggi femminili - da Alibella a Violante, da Valentina Melaverde alla Stefi - che riescono a unire un segno innovativo e immediatamente comunicativo con un raro fiuto sociologico nella trattazione degli argomenti “giusti”. E, sul versante del fumetto, comincia a giganteggiare Hugo Pratt, con le sue storie di avventure esotiche, trattate coraggiosamente con pennello ora impressionista e ora espressionista, che preannunciano i grandi fasti successivi del suo Corto Maltese.
È cambiata la grafica. I rivoluzionari anni ‘60 lasciano il segno ovunque. Ed è così che sulle paginone del settimanale si alternano nomi che sanno bene interpretare quanto influenzare il gusto dell’epoca: Bruno Bozzetto, Gino Gavioli, Benito Jacovitti; poi, mentre la testata si trasforma in “Corriere dei Ragazzi” (primo segnale di una crisi di lettorato in agguato), ecco arrivare tra gli altri Bonvi, Franco Bruna, Milo Manara, Federico Maggioni, Altan, tutti nomi che hanno fatto la loro parte nella storia del disegno italiano del secondo Novecento.
Tutti diversi tra loro, per fortuna, a sottolineare una scelta vincente di varietà nel menu del settimanale, che ha permesso a quelle ultime leve di lettori di poter crescere criticamente sul regolare confronto tra stili e tecniche. Cosa che oggi, in totale assenza di un esercizio periodico come quello che si poteva affrontare su quelle pagine, ai ragazzi italiani contemporanei non è più concessa.

ferruccio giromini

la rubrica in fumo è diretta da gianluca testa


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 59. Te l’eri perso? Abbonati!

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