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FENOMENOLOGIA DI LUCA ROSSI

Un emerito cialtrone o colui che sta mettendo con le spalle al muro il piccolo sistema dell’arte nostrano? L’ennesimo commentatore anonimo di siti e blog o un artista che fa arte attraverso riflessioni amare e preoccupanti? Il fenomeno Luca Rossi, commentatore compulsivo e blogger dissennato, divide gli animi da qualche mese a questa parte. Fabio Cavallucci dà la sua lettura...

Non si sa chi sia realmente. In ogni caso, Luca Rossi è la personalità artistica più interessante del panorama italiano di questo momento. Lo è perché, insieme ai contenuti, rinnova anche il linguaggio. In prospettiva, potrebbe modificare anche il sistema.
Ma facciamo un passo indietro, riepiloghiamo i fatti. Circa una decina di mesi fa sui siti d'arte, e in particolare su Exibart.com, cominciano a fioccare i commenti di questo anonimo interlocutore. Contrariamente alla maggior parte delle critiche a cui siamo abituati, quelle di Luca Rossi sono dirette e personali. Dei giovani artisti è messa in luce la pochezza, dei curatori sono rivelate le dinamiche che privilegiano i rapporti amicali, quando non parentali. Ci sono molte imprecisioni, talvolta anche errori gravi, ma quello che lentamente si costruisce sul blog whitehouse.splinder.com a cui rimandano i commenti è un quadro preoccupante del sistema dell'arte italiano dove, per traslare le parole del suo autore, “la mancanza di una vera urgenza artistica finisce per privilegiare solo le relazioni”.
Le analisi pregnanti, nel blog, sono tante. Si va dal “turismo culturale” di alcuni artisti di oggi, che senza la spinta di una necessità profonda girovagano alla ricerca di qualche ideuzza su cui basare il loro prossimo lavoro, all'“ikea evoluta” di tanti altri che, sostenuta da qualche citazione modernista, offre come prodotto artistico un design alla moda senza contenuto. Il blog rivela che gli artisti più attivi appartengono alla “nonni-genitori foundation”, che in epoca di proliferare di fondazioni artistiche definisce bene l'istituzionalizzazione del sistema di mantenimento familiare per i più fortunati. ILuca Rossi - Expectation - 2009 - Mart, Rovereto curatori si appoggiano sui rapporti di gruppo, facilitano la promozione di giovani artisti in tutta fretta, senza la necessaria selezione basata sul confronto. Tutti, a causa della loro precarietà, manifestano armi spuntate, non certo favorevoli a una vera evoluzione artistica. Insomma, ne esce l'immagine di un sistema che, prendendo la citazione dai recenti fatti di cronaca giudiziaria, potremmo definire “gelatinoso”.
Di fronte alle critiche di Luca Rossi, gran parte del mondo dell'arte si trincera dietro l'indifferenza astiosa o l'aperta ostilità, favorite, ammettiamolo, da qualche analisi imprecisa di quello che perlopiù viene liquidato come un bastian contrario, come un artista fallito. Molti si mostrano unicamente curiosi di capire chi si nasconda dietro al nome fittizio, sintomo di quanto il gossip, la notizia piccante, sia ormai entrata visceralmente nel sistema dell'arte. Qualcuno, piano piano, comincia a mostrare interesse, quando non aperta adesione ai contenuti che Luca Rossi sta evolvendo sul blog whitehouse.
Fin qui la pars destruens, la parte distruttiva del sistema Luca Rossi. Ma l'aspetto più interessante è certamente quello costruttivo, quello che finora ha raccolto la minor attenzione. A corredo dei commenti e delle riflessioni che si assemblano nel blog, in una continua riedizione che talvolta riporta a galla vecchie riflessioni e immagini, si sviluppa il suo lavoro più prettamente artistico. Ciò accade quando Luca Rossi, ad esempio, cancella le opere dalle immagini dei luoghi dell'arte e lascia gli spazi vuoti, silenziosi. L'interno della Galleria Zero... con le opere rimosse in Photoshop, o quello della Gagosian di New York fotografato - non si sa come - di notte, manifestano un silenzio assordante. Il vuoto, l'assenza, l'attesa sono il centro di questi semplici esercizi grafici di Luca Rossi. Che comunque non vivono da soli, autonomamente, ma manifestano la loro esistenza ergendosi sui piedistalli dei testi che li accompagnano, così da dare completa attuazione a quella mescolanza di funzioni che ormai da tempo caratterizza il mondo dell'arte, dove artista, curatore, gallerista sono ruoli intercambiabili, o comunque sempre più confusi.
L'utente, di fronte allo schermo luminoso del suo computer, entra in dialogo diretto con il lavoro, in qualche modo partecipa alla costruzione mentale dello stesso. È come un'opera peer to peer, basata sulla partecipazione del singolo, che si espande con internet ma privilegia il rapporto uno a uno. Talvolta questi lavori si materializzano all'esterno, nella realtà: come quando Luca Rossi invita i lettori del blog a prenotare una pizza per l'inaugurazione di una mostra alla Galleria T293 di Napoli o alla Galleria De Carlo di Milano. Lo spettatore entra realmente nella costruzione dell'opera: il momento dell'attesa della pizza, per il singolo utente che l'ha richiesta, si riempie di un tempo ricco di aspettativa, e quel senso generico di attesa si fa durata, intima partecipazione all'evento.
Luca Rossi - Gagosian Project - 2009 - Gagosian Gallery, New York
Si potrebbe pensare che si tratti, come in tanti altri casi, di institutional critique, di una critica dall'interno del sistema. Invece questo è solo il primo livello di lettura, perché il lavoro di Luca Rossi è metafora della situazione generale della nostra società. Non sono forse l'assenza e l'attesa gli aspetti che più contraddistinguono oggi la nostra condizione? Non viviamo tutti forse sentendo che qualcosa ci manca, nell'aspettativa di un'epifania, di un cambiamento che ci sollevi dallo stato di malessere individuale e sociale? In questi anfratti si insinua il lavoro di Luca Rossi, che ora medita anche sulla lontananza. E realizza una preghiera quotidiana perché accada qualcosa dall'altra parte dell'Oceano. Partecipa senza invito alla Biennale del Whitney: il lavoro è una preghiera di quando era bambino, nella convinzione che il pensiero, da solo, possa muovere le cose.
Dunque, stiamo a vedere, magari qualcosa accadrà. In fondo qualche cosa è già successa.

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fabio cavallucci



*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 64. Te l’eri perso? Abbonati!


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