Strane storie quelle dei tesori dell'archeologia dell'arte che scompaiono e vengono ritrovati, magari anche dopo decine e decine d'anni, in luoghi completamente avulsi dagli originali. Jason Felch e Ralph Frammolino sono due giornalisti del Los Angeles Times che seguono da sempre i casi di reperti archeologici e opere d'arte dalla provenienza misteriosa, o più spesso illecita, che vengono però acquistati da grandi istituzioni.
Una passione da detective dell'arte che li ha portati anche a scrivere un saggio, in finale al Premio Pulitzer, intitolato Chasing Aphrodite, ovvero "Cacciando Afrodite”, una ricognizione delle vicende della Venere di Morgantina, quasi due metri e mezzo di scultura, per seicento chili di peso, dal valore stimabile in 18 milioni di dollari che dalla Sicilia era finito per vie non trasparenti al J. Paul Getty Museum di Malibù, per poi essere recuperato dallo Stato italiano.
I due cacciatori gestiscono anche un sito, www.chasingaphrodite.com, dal quale hanno lanciato, nei giorni scorsi, un nuovo caso: al museo d'Arte dell'Indiana, negli Stati Uniti, uno tra i più grandi musei universitari americani, si troverebbero due rarità provenienti dall'area lucana-pugliese del III e del IV-V secolo prima di Cristo: trattasi di una coppa nera (III sec.) e di un'anfora decorata a motivi geometrici (V sec.) che prende anche il nome di "trozzella”, decoro funebre per le tombe delle donne nobili dell'epoca.
Pare ormai certo, come ha riportato anche la Gazzetta del Mezzogiorno, che i due reperti siano arrivati al museo dell’Indiana nel 1986, grazie alla "partnership” di Edoardo Almagià, mercante di reperti con base a New York ma ovviamente in transito costante a Roma. Un nome che, aprendo google, si scopre non essere nuovo a implicazioni in truffe e riciclaggio di materiale storico dalla dubbia provenienza. Al centro di svariate investigazioni, fu lui a dare al Metropolitan e alla Princeton University i 200 reperti archeologici, di provenienza illecita, restituiti ora all'Italia.
Gli accertamenti sono ora in corso, ma attraverso una serie di studi americani stanno venendo alla luce dei particolari della "vita agli scavi” vagamente inquietanti:
secondo Ricardo Elia della Boston University che ha condotto ricerche sui reperti della zona italiana della Puglia e della Basilicata, soltanto il 5 per cento dei reperti è stato portato alla luce grazie a scavi archeologici ufficiali. La restante percentuale dei pezzi rinvenuti nelle tombe, dai vasi alle armi in bronzo, dai gioielli alle singole e multiple sepolture, hanno provenienza dubbia.
Insomma pare che la Puglia sia stato uno dei territori più saccheggiati dei propri beni archeologici della penisola. Secondo David Gil, professore di Archeologia alla University of Wales Swansea «Circa 50 vasi provenienti dalla Puglia sono stati sequestrati alla frontiera tra Francia e Spagna nel 2000. Nel 2008 oltre 4mila pezzi antichi sono stati restituiti dalla Svizzera all’Italia in tre camion e circa la metà, è stato segnalato, sono stati ricavati da tombe pugliesi».