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Musei molto indignados
Le recenti vicende italiane mettono in luce una situazione finanziaria critica ma soprattutto una crisi di idee. Mancano trasparenza e autorevolezza. Cose che non regala nessuno, ma che bisogna conquistare. E poi difendere. Ripartendo ora dall’abc


I soldi che sono stati spesi, c'erano e sono stati, appunto, spesi. Ora sono finiti, ed è tempo di pensare ad altro. Per esempio, «Back to basics», come si dice Oltreoceano: tornare all'abc, ai fondamentali. Esercizio che ogni società, periodicamente, si trova a dover fare. Con la paziente saggezza di guardare oltre il dato, e il disastro, cercando di apprendere una lezione preziosa da quel che è stato. Pare che siamo usciti da quell'ingombrante «paradosso del progresso» di cui già qualche anno fa aveva parlato l'editorialista americano Gregg Easterbrook: sebbene nel decennio passato la vita migliorasse, la gente viveva male. Alquanto infelice. Curioso no? E non è detto che tirare un po' la cinghia sia necessariamente peggio. Non si tratta di neopauperismo, ma di ritorno, appunto, ai fondamentali, ai valori, a quello che si è perso per strada, specie nei nostri anni berlusconiani.
Sì, ma con i musei che c'entra? C'entra perché la ripresa della nostra Italia incagliata, negli scogli del Giglio e del debito pubblico, dovrebbe passare anche da qui. Dalla valorizzazione, o almeno dal non sprecare quello che è stato fatto. Solo che i politici non ci sentono. Ha problemi di udito chi recentemente ci ha spiegato che con la cultura non si mangia e quanti mettono e tolgono soldi come se stessero a svagarsi al tavolo della roulette, piuttosto che a badare alla pubblica amministrazione.
E allora la palla passa anche a noi, gli operatori del sistema, smettendola di delegare e di aspettare l’ombrello della politica sotto cui accomodarsi. Pare che la crisi obblighi anche a lavorare di più, non tanto ciascuno alla propria scrivania, ma insieme e soprattutto di testa e di fatti.
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Quello che ferisce di una realtà come questa è l'indifferenza, il fare e il non fare. Come se non si trattasse di beni comuni, pagati dai cittadini, ma di pedine da muovere svogliatamente, per ripicche o faide interne, sulla scacchiera.
Non è che al nord le cose vadano tanto meglio. Nonostante le lodi alle mostre realizzate, della Galleria Civica di Trento, diventata fondazione nel 2009 perché avesse vita più autonoma e più solida, ora si vorrebbe farne un PS1 in versione trentina (ma intorno non c'è New York, ma appunto il Trentino), mettendolo sotto tutela del Mart, il mega museo di Rovereto affidato recentemente a Cristiana Collu, la cui capacità non è in discussione - soldi a parte, la creazione del MAN di Nuoro dal nulla è un fatto - ma il cui non ricco curriculum ha riacceso polemiche sulle procedure di nomine ai vertici dei musei.

Magari i direttori di nomina politica sono bravissimi - in Italia e nella nostra pubblica amministrazione non prevalgono i comandanti Schettino - ma quanto sono autonomi? Quanto possono smarcarsi dalle cordate di riferimento e dai loro amici? Perché anche in questo campo, al quale la politica non sembrerebbe particolarmente interessata altrimenti non interpreterebbe la parte di "Mani di forbice", l'Italia deve continuare a non essere un "paese normale", minimo sindacale richiesto in democrazia? Probabilmente tutti ne trarrebbero giovamento, tutti avrebbero più credibilità.
Non penso siano ingenuità da "anime belle", ma richieste di maggiore trasparenza ed efficienza. Che vanno pure nella direzione di quello che cerca di fare Monti con le liberalizzazioni, che però guarda caso incontrano ostacoli in virtù del vecchio adagio "nimby": not in my back yard, non a casa mia. Perché noi "non siamo capaci di fare sistema", afferma Anna Mattirolo, direttore di MAXXI Arte. Vero. Ma il nostro continuare ad essere immaturi campanilisti si traduce ormai nel non saper fare i nostri interessi. Mentre il mondo cambia.
Anche la gestione dei musei e l'amministrazione della cultura, settori marginali rispetto ad emergenze più gravi, non possono sottrarsi all'aggiornamento del calendario. Niente è uguale a come era prima. Pochi soldi richiedono più coraggio, più impegno, non solo per trasformare i musei in centri culturali, con dibattiti e incontri low budget rispetto alle mostre. E richiedono capacità di agire e fare sistema sotto regole più trasparenti.
Il tempo è poco. Sebbene apparentemente vuoto, spalancato com'è dal crollo dello scenario precedente. Un vuoto che va riempito di idee. In politica, come nella cultura. Perché dal crollo non rimangano solo rovine, occorre abbandonare vecchie abitudini mentali ormai inservibili, pensare anche i musei come qualcosa di necessariamente diverso da quello che erano fino a pochi anni fa. E pensare in modo diverso anche noi stessi.
A.P.