26 aprile 2012

Una Biennale contro lo Stato dell’Arte

 
Quella che si apre domani, a Berlino, più che una biennale, è una bomba a orologeria innescata nel sistema dell’arte. Esploderà? Farà vittime? Cambierà le cose? Lo vedremo nel tempo. Perché Artur Zmijewski e i suoi collaboratori non hanno fatto sconti a nessuno e non sono indietreggiati di una virgola rispetto alle loro più radicali intenzioni. Realizzando una manifestazione ambiziosa, difficile, controversa, utopica. E molto probabilmente epocale [di Fabio Cavallucci]

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Diciamolo subito a scanso di equivoci: è una biennale importante quella che si inaugura domani, 27 aprile, a Berlino. È una biennale che intende segnare una svolta nel posizionamento dell’arte nella nostra società. Il curatore Artur Zmijewski è un artista polacco celebre per video che toccano tematiche scottanti. Berek, 1999, che mostra un gruppo di persone nude ricorrersi e darsi delle pacche all’interno di una camera a gas, è stato rimosso da una mostra a Berlino proprio pochi mesi fa tra le polemiche. E tanto per chiarire che non ha nessuna intenzione di cedere su alcun punto di principio, lo stesso video, da curatore, l’ha rimesso ora nella sua Biennale. Con lui, a co-curare la mostra, il gruppo di attivisti russi Voina, alcuni dei cui membri erano stati incarcerati per avere realizzato un “disegno” enorme, un fallo di 63 metri dipinto in ventitrè secondi sul ponte levatoio che si è poi alzato di fronte all’edificio del Kgb a San Pietroburgo. E infine Joanna Warsza, giovane curatrice polacca. 

Che questa biennale intenda rappresentare una svolta, è chiaro dalle parole dei curatori: «Voglio un’arte che intervenga nella realtà, che lasci il segno nel mondo», dice Artur Zmijewski, che ha evitato oculatamente di invitare artisti sostenuti dal mercato, o in generale artisti tout court, con un curriculum di musei e gallerie. 

A parte alcuni fidati amici, come Pawel Althamer, Joanna Rajkowska, e, per adozione, l’israeliana Yael Bartana, ha persino evitato di invitare artisti polacchi, che in linea di massima, quanto a verve provocatoria, non hanno nulla da invidiare a nessuno. Si è rivolto per lo più a forme d’arte non riconosciute: il creatore della grande scultura di Cristo di Swiebodzin, più alta di quella di Rio de Janeiro; o gli anonimi attori delle ricostruzioni di battaglie della seconda guerra mondiale, che rappresentano la presa di Berlino nel 1945 da parte delle truppe russe e polacche. Ma anche i vari gruppi di Occupy Wall Street, Amsterdam, Berlin, Museum, e poi movimenti per dare voce alle associazioni politiche fuorilegge nei vari Paesi, o video e documenti di proteste e azioni di guerrilla. 

Gli artisti ci sono, in verità, sono gli oltre settemila che hanno spedito i loro cv e le dichiarazioni politiche rispondendo a un’open call. Ora sono diventati una sorta di mappa sociologica, con tanto di linee di tendenza e connessioni. Ma a parte la stanza-archivio in cui sono raccolti i faldoni, questi artisti rimarranno visibili solo sul computer, fatto che rende difficile distinguere tra una mostra e un sito web. Insomma, la settima Biennale di Berlino non è un’iniziativa incline a cedere ai piaceri estetici. 
Ci si sarebbe potuto attendere che questa Biennale fosse un fallimento. Almeno quanto alle normali aspettative: quantità di pubblico, presenza dei media, e insomma tutti quegli indicatori che di solito misurano il successo di un’iniziativa culturale. Ed è probabile che anche rispetto al fine annunciato, l’incidenza sulla realtà, non raggiungerà il suo obiettivo: difficilmente Yael Bartana riuscirà a convocare realmente gli ebrei che dovrebbero costituire il movimento per tornare in Polonia, vera terra promessa del popolo di Israele, traducendo in un fatto politico i valori che erano espressi poeticamente nei suoi video della Biennale di Venezia scorsa. E poco influirà la rivista di comics politici pubblicata da Marina Naprushkina sulla eventuale caduta del dittatore bielorusso Aleksander Lukashenko. Di certo si sa che i libri del politico di destra Thilo Sarrazin, raccolti dall’artista ceco Martin Zeta per essere bruciati in un pubblico rogo, sono stati solo sei. Sette con quello di Zmijewski. 

C’è da dire che questa mostra paga lo scotto di una paura latente, quella dell’istituzione che le ha dato vita o più in generale dell’ambito politico di cui dovrebbe essere espressione. Una paura che aleggiava tra gli organizzatori anche ieri, quando c’è stata la conferenza stampa, che Zmijewski ha voluto lasciare organizzare a un gruppo di Indignados, come a reinventare le formule basilari della democrazia assembleare. 

È questa anche la paura che spesso frena la libertà e la creatività. Non a caso Forget Fear si chiama il testo che Zmijewski ha pubblicato come introduzione alla sua mostra. Ma nonostante questi limiti, attraversando le sale del KunstWerke, che come al solito raccoglie la maggior parte della mostra, o girando per Berlino tra le varie sedi che formano una costellazione ulteriore, dalla Deutchlandhaus all’Akademie der Künste, ci si accorge che la Biennale ha raggiunto il suo obiettivo. Siamo di fronte al più ampio tentativo che si sia mai realizzato per sostenere un’arte veramente pubblica, politica, pienamente immersa nella realtà. E tanta sovrapproduzione materiale che abbiamo visto nelle fiere e in tante altre biennali degli ultimi anni ci appare lontana e sfocata. Comunque sia, che ci piaccia o meno, che ci soddisfi pienamente o ci lasci con l’amaro in bocca, dopo questa Biennale l’arte non sarà più la stessa.

8 Commenti

  1. Vorrei aspettare di vederla meglio, ma dalla prime impressioni, dalle proposte e dalle immagini a me sembra di dover premiare solo il grande lavoro (ne va dato atto al curatore e al suo staff) e le buone intenzioni.

    Mi sembra come se la Biennale di Berlino fosse una squadra di calcio che accetta la sfida di giocare a calcio con una squadra di efferati criminali o di nazisti, per dimostrare che lei, la Biennale, è meglio di loro: non è certo il calcio il campo su cui giocare una sfida di questo tipo!

    La biennale fa lo stesso, vuole combattere un mondo sbagliato con gli stessi strumenti sbagliati di questo mondo..dando per scontati gli stessi modelli che hanno portato ad una situazione di crisi economica e politica.

    La Biennale è sintomo dei problemi che vorrebbe risolvere, quasi una magra consolazione affinchè da domani NON cambi nulla.

    L’arte non può cambiare il mondo, quello lo può fare la politica. L’arte può aumentare il grando di consapevolezza e di coscienza rispetto la realtà, rispetto ai problemi del mondo (e non è poco!). Ma questa consapevolezza ormai c’è. Sappiamo tutti che un dittatore è cattivo, ma forse riflette un popolo e riflette avvenimenti modificabili solo con la politica e la resistenza interna e non certo con l’arte. Anzi accontentarsi di un FALLO gigante davanti al KGB è controproducente, non serve a nulla.

    Il rischio è quello di voler speculare sul problema politico, come se in assenza del problema non potessimo avere neanche l’arte.

    Ma non critico e basta, cerco di proporre alternativa:http://www.kremlino.blogspot.it/

    LR

  2. Speriamo che non sia un ‘tric-trac’ anziché una bomba… ovvero tanto rumore e poi…
    Purtroppo il sensazionalismo sta rendendo l’arte sempre di più provocazione rumorosa, evento mordi e fuggi, ‘consumismo culturale’.
    Non sarebbe meglio, a volte, meno clamore e più sostanza?
    Tutte queste biennali, fiere, megamostre, cosa lasciano realmente? Mi sembra poco o niente…
    Anche ‘sta volta, non ci resta che stare a guardare, e sperare…

  3. Infatti, a mio parere Luca Rossi con il blog whitehouse fornisce quel tempo di decompressione che in qualche modo rivoluziona la fruizone dell’arte come mordi e fuggi, il blog propone, approfondisce, ripropone e collega vari progetti che non abbandonano mai il lettore; senza togliere la possibilità del mordi e fuggi seguendo i singoli progetti esterni indicati dal blog…
    Io credo che se Luca Rossi fosse in USA, Germania o UK avrebbe ben altro seguito rispetto un sistema italiano esterofilo capace solo di ripetere le stesse 4 cose da 20 anni….poi semmai mi sbaglio.

    Baci da Berlino

  4. Gli artisti che sedicono di fare politica ed incidere ( con i loro “lavori” ) sulla società …. fanno soltanto battaglie donchisciottesche che non hanno , a memoria d’uomo, MAI SORTITO NIENTE !!!!!

  5. Sono Andrea Speziali, uno degli artisti alla 54° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Padiglione Italia a cura di Vittorio Sgarbi. Sono curioso di tale iniziativa.
    Darò un mio commento dopo la visione di questa biennale.

  6. @ LR: L’Arte può cambiare il mondo, perchè l’Arte è politica…sempre! Tutte le volte che un artista si confronta col reale(sempre),esso sviluppa un concetto politico..medita red.

  7. @Danilo: ogni atto e’ politico, anche postare su facebook immagini contro il governo ladro e poi non fare niente per modificare le cose a partire dalla mediocrità del quotidiano.
    Anche vendere fiori o fare il pasticcere sono atti politici. Solo che il fioraio e il pasticcere non speculano su questo. Io credo che l’arte, anche quando non direttamente politica come il fioraio o il pasticcere, può aumentare il grado di consapevolezza delle persone rispetto le scelte che fanno nel bene e nel male. Oggi l’unico margine e’ lavorare sulla rinegoziazione dei bisogni rispetto la crisi politica ed economica di parte del mondo. Non sempre il balletto delle pubbliche relazioni trova i progetti migliori. Ti invito a questo: http://www.kremlino.blogspot.com

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