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Macao Milano. Un Tacheles meneghino? E il vento tira per davvero in città?

Sul tetto di Macao (ex Galfa)

È sulla bocca di tutti, MACAO Milano, l'occupazione dello "sfitto" grattacielo Galfa da parte di un collettivo che rivendica la parte dell'arte, composto da artisti, curatori, critici, guardia sala, grafici, performer, attori, danzatori, musicisti, scrittori, giornalisti, insegnanti d'arte, ricercatori, studenti, e tutti coloro che operano nel mondo dell’arte e della cultura. Sabato sera è esploso nell'opening dello spazio e in men che non si dica la notizia ha fatto il giro d'Italia e forse è arrivata anche oltreoceano, con l'Assessore Stefano Boeri che da Frieze ha parlato dell'evento milanese. Insomma, la bomba mediatica ha già sortito il suo effetto, con una fan page facebook zeppa e una valanga di complimenti e incitazioni per questa ultima modalità di riappropriarsi della cultura che vede "colleghi" illustri e che, come rivendicato nel comunicato stampa di MACAO, posiziona il nucleo milanese vicino alle lotte del Teatro Valle di Roma, del Garibaldi di Palermo, dei Lavoratori dell'arte, Cinema Palazzo di Roma, Sale Docks di Venezia, Teatro Coppola di Catania e Asilo della Creatività e della Conoscenza di Napoli.
"In questo spazio l'arte e la comunicazione smettano di essere attività fini a se stesse, ma esplodano e trovino le loro motivazioni all’interno di questa lotta, costruendo nuovi immaginari ed esplicitando quale mondo vediamo" rivendicano gli occupanti del Galfa, che nel frattempo è diventato uno spazio aperto a tutti, una zona di condivisione, nel simbolo di una Milano il cui terziario a volte si è trovato decaduto, non in ultimo proprio perché il grattacielo era abbandonato da 15 anni: «Crediamo che la produzione artistica vada del tutto ripensata, occupandoci direttamente di ciò che è nostro. MACAO è questo, uno spazio di tutti, che deve diventare un laboratorio attivo in cui sono invitati i lavoratori dell'arte, dello spettacolo, della cultura, della formazione e dell’informazione. Qui devono prendersi il tempo necessario per costruire una dimensione sociale, comune e cooperante. Abbiamo un sacco di lavoro da fare, dobbiamo trasformare queste parole in pratiche reali sempre più efficaci e costituenti di modelli alternativi a quelli in cui viviamo, e tutto dipende da noi» si legge nel Manifesto-MACAO.
Un riferimento chiaro, ma non del tutto esplicitato, è anche al sindaco Pisapia, alla primavera scorsa, quando Milano si risvegliò improvvisamente diversa, improvvisamente volenterosa di un cambiamento radicale. Certo, si risvegliò il 54 per cento della popolazione votante, mica tutti, ma si trattava già di un ottimo passo avanti. E ora che farà questa nuova politica cittadina con MACAO? Un Tacheles lombardo? Forse è presto per rispondere, fatto sta che le parole uscite da MACAO sono state sferzanti e hanno riacceso la speranza, e forse anche la rabbia di chi, nella cultura e nella vita, a causa della disastrosa situazione economica, dello stallo italiano, dei tecnici e non, non riesce a tirare fuori la voce. «Un anno di  mobilitazioni, un anno di assemblee - a partire da Dai! Dai! Dai! Occupiamoci di ciò che è nostro (n.d.r.) - un anno di discorsi intorno alla propria situazione di lavoratori precari nell'ambito della produzione artistica, dello spettacolo, dei media, dell'industria dell'entertainment, dei festival e della cosiddetta economia dell'evento. A questa logica per cui la cultura è sempre più condannata ad essere servile e funzionale ai meccanismi di finanziarizzazione, noi proponiamo un'idea di cultura come soggetto attivo di trasformazione sociale, attraverso la messa al servizio delle nostre competenze, per la costruzione del comune». Una rivendicazione per la parte lavorativa forse più importante per la città di Milano. E si rivendica anche la condizione pressante del precariato totale, nella necessità di una cultura «che si riprenda con forza un pezzo di Milano, in risposta a una storia che troppo spesso ha visto la città devastata per mano di professionisti di appalti pubblici, di spregiudicate concessioni edilizie, in una logica neo liberista che da sempre ha umiliato noi abitanti perseguendo un unico obiettivo: fare il profitto di pochi per escludere i molti».