11 febbraio 2013

“Ogni cosa”. Quasi una vita

 
Una mostra fatta 35 anni dopo esattamente nel luogo dell'esordio dà ad Andrea Fogli lo spunto per ricordare molte cose: gli inizi, i primi compagni d'avventura. Ma anche per ragionare proprio sul concetto della memoria

di

Roma, Villa Torlonia, 1 febbraio 2012. Roma, Villa Torlonia, settembre 1978.

Per quelle strane geometrie del destino mi sono ritrovato ad inaugurare la mia prima grande mostra pubblica a Roma nello stesso luogo dove, diciottenne, appena terminato il liceo Classico, partecipai alla mia prima collettiva, un bric brac con opere sistemate su cavalletti sparsi per le gradinate del Palazzo Nobile. Esattamente 35 anni fa. In realtà il vero inizio, dopo gli anni dell’Università e due anni di lavoro esclusivo sulla pittura e sul disegno, fu nell’ottobre del 1985, da Ugo Ferranti, a cui ho dedicato il libro che accompagna la mostra, e a ragione! Mi ha scoperto, mi ha fatto conoscere, e soprattutto mi ha insegnato a stare tranquillo, a non pensare ad altro che al lavoro, senza perder tempo in inseguimenti di questo o quell’altro critico, o gallerista o personaggio influente. Non era un “commerciante”, come tanti che specie oggi lo sono (o lo vorrebbero essere), come i tanti che se non vendi subito ti abbandonano. Se sono “sopravvissuto” a Roma per 30 anni lo devo principalmente a lui, un po’ nascosto, un po’ visibile, ma sempre fuori dalla “fiera delle vanità”, che detestava. Infatti, seppur affabile e gentile, era molto severo con artisti o critici ruffiani o mondani, ovvero  aveva la vista lunga, nello scovare il bene o il male (o la sua versione più diffusa, la stupidità).

Ma ritorniamo ad “Ogni Cosa”, la mia attuale mostra al Casino dei Principi (o dei “piccoli principi”, per dirla con Saint Exupéry). In questi ultimi 12 anni ho esposto per lo più all’estero, in Austria, Germania e Belgio, incluse le personali alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, al Rupertinum di Salisburgo e al MARTA Herford con Jan Hoet, ed è per questo che la mia prima grande mostra pubblica a Roma ha per me un significato molto forte, come se fosse la mia prima vera apparizione sulle scene. Come sappiamo, gli italiani, e specialmente i romani, sono un popolo distratto, spesso vanno solo dove “tira il vento”, e hanno pochissima memoria. Anche per questo ho messo su una ragionata e coerente antologica degli ultimi 10 anni e disegnato un percorso per stanze, o atti, che si succedono seguendo un filo drammaturgico.

Il fatto che lavoro da anni e anni su cicli o serie di lavori, e che ho spesso creato installazioni ambientali, mi ha certamente aiutato nel creare un percorso in cui opere e testi (in teca, a parete o recitati, come nel loop audio di Cinzia Villari) si integrassero dolcemente con gli ambienti ottocenteschi del Casino. Poi il discorso della memoria ha più di un risvolto, non riguarda solo questa mostra, ma in modo chiaro e forte la nostra attualità. Proprio mentre stavo ultimando gli ultimi particolari, era il 27 gennaio “giorno della memoria”, uno stupido cabarettista (in realtà si autodefinisce uno “statista”), non ha resistito e ha proferito scemenze (e impliciti insulti) a tal riguardo (e a sproposito). La memoria infatti “batte dove il dente duole”, ed è per questo che si cerca di far di tutto per non accettarla, in “ogni cosa”: dai diritti dei lavoratori percepiti come “arcaici” alla dimensione profonda dell’erotismo stemperato dal glamour o dalla pornografia, dalla coscienza che i poveri esistono (e crescono sempre più) alla coscienza di madre natura, quella Mater Tellus che invoco nella mostra, congiungendola al culto Mariano, altra sfera – quella del sacro – rimossa ben benino nel nostro tempo purgatoriale e smarrito.

Ovviamente questa memoria – o mancanza di memoria – riguarda anche il percorso dell’arte che ci ha preceduto: anche per questo ho scelto proprio l’area museale di Villa Torlonia dedicata all’arte della prima metà del Novecento e alla Scuola Romana, ma l’amnesia a cui voglio sottrarmi, con altri artisti della mia generazione o delle precedenti, ha un raggio temporale immenso, e include anche lo spirito originario (non la pallida attuale fotocopia pop o postmoderna) delle esperienze degli anni Sessanta e Settanta, che riecheggia nel monito di Fabro (“arte torna arte”) o nelle recenti prese di posizione di Paolini.

Memoria in questo senso non è figlia della paura, del timore del nuovo. Nostalgia per un passato idealizzato o mummificato. Ci sono percorsi affascinanti nella contemporaneità, ma questi per lo più sono tali perché non dismettono l’utopia di fare arte, non diventano sociologia a caro prezzo, ma rimeditano e trasformano un atto di stacco e alterità rispetto al mero quotidiano. Un atto che non può darsi se non attraverso l’elaborazione di una forma, il suo scavo, la sua apparizione, attraverso l’aesthesis, il sentire, la percezione intuitiva e psichica che va al di là di concetti e significati ben disposti sul pallottoliere.

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