22 settembre 2016

Curatorial Practices

 
Arte come ascolto. Una conversazione con Niekolaas Johannes Lekkerkerk
di Camilla Boemio

di

I canoni della storia dell’arte sono fluidi e mutevoli, il ruolo dei curatori è di presentare un quadro esauriente dell’arte. I curatori attivano le idee, disegnano i collegamenti, portano l’attenzione verso gli artisti, focalizzano la pratica in determinate aree geografiche ed evidenziano gli argomenti che giustificano le conversazioni e l’analisi più profonde. Con questa rubrica, e con la mia ricerca, cerco di far emergere le nuove metodologie curatoriali, mostrando i protagonisti internazionali ed i teorici più interessanti, Niekolaas Johannes Lekkerkerk è uno di loro. 
Nato a Rotterdam nel 1988, è curatore e critico. Ha conseguito una laurea in storia dell’arte e cultura visiva presso l’Università di Utrecht, e un MA in Curating presso la London Metropolitan University, in collaborazione con la Whitechapel Gallery di Londra. Ha lavorato con varie istituzioni, tra le quali: la SMBA (Stedelijk Museum Bureau Amsterdam) e la DRAF (David Roberts Art Foundation), e recentemente con la Curatorial Fellow presso la TENT di Rotterdam. Nel 2012 ha fondato The Office for Curating, con sede a Rotterdam» te.
The Museum of Unconditional Surrender, May-July 2015, TENT, Rotterdam
Potresti descrivere la situazione attuale per quanto riguarda l’arte visiva nei Paesi Bassi?
«Dopo il mio ritrasferimento a Rotterdam, verso la fine del 2012, da Londra l’idea di fondare The Office for Curating è diventata necessaria, per lavorare seriamente come curatore, e farlo in uno scenario precario per gli indipendenti nel campo dell’arte. Molti istituti d’arte e spazi espositivi, ricevendo finanziamenti dal governo, sono diventati sempre più assoggettati alle ideologie che considerano l’arte come un modo consumistico di impegno aderendo alla logica del mercato. I tagli ai finanziamenti neo-liberali sono stati attuati (a partire dal 2012), piuttosto a casaccio e con conseguenze drammatiche, con la chiusura di molti spazi espositivi e di progetti validi e con un indebolimento generale dell’ambiente artistico. Per questa ragione è nata The Office for Curating; un’organizzazione che mi ha permesso di stare su un piano di parità con le gallerie, gli spazi espositivi, le istituzioni, nonché gli enti di finanziamento ed i partner finanziari. In breve, è stata necessaria, per essere all’altezza della situazione, una struttura che mi permesse di sfidare la logica e il funzionamento dell’arte dall’interno, coprendo tutti gli aspetti di un progetto: dal testo alla fabbricazione di una mostra».
Quali sono i maggiori problemi che riscontri nel campo dell’arte? 
«Stando al presente, per me il problema non è tanto nel campo dell’arte, ma piuttosto riguarda l’idea che attraverso l’arte possiamo avere un incontro con il mondo; si tratta di una dimensione attiva che attraverso l’arte ci permette di agire e di applicarsi vivamente in qualcosa o a favore di qualcun altro, invece di prendere da qualsiasi fonte o da qualsiasi persona. L’idea che l’arte possa influenzare e anticipare l’evoluzione del mondo è molto importante per me, i curatori possiamo attivamente impegnarsi nel processo di sensibilizzazione e di sintonia delle diverse questioni di interesse. Il vero problema risiede nelle molte persone che non sono abituate o, addirittura, non vogliono farlo».
Within the Sound of Your Voice, vinyl record
Ho notato ci sono state molte collaborazioni di The Office for Curating con artisti ed istituzioni italiane, tra le quali Qui. Enter Atlas 2 del 2013, il quinto simposio dei curatori emergenti. Un evento ospitato dalla GAMeC di Bergamo, organizzato da Giacinto Pietrantonio e Stefano Raimondi, e condotto da Pierre Bal-Blanc e Mirjam Varadinis; così come la mostra “AB” di Gabriele de Santis, che ha iniziato con una pubblicazione del libro, evolovendosi in diverse dimensioni, fino ad una mostra alla Nomas Foundation di Roma.
«The Office for Curating agisce come un assemblatore in un programma crescente di mostre (comprese le pubblicazioni, i testi e i simposi e le lectures) in una struttura di supporto per l’avvio di mostre all’altezza della situazione – in diverse forme, strutture temporali e ritmi – fino ad essere ospitato da istituti diversi. Come entità ibrida mi permette di sviluppare le traiettorie di ricerca e il lavoro su una base più programmatica, cioè attraverso l’ufficio posso esercitare un certo livello di agenzia, in parte innescata attraverso l’auto-organizzazione interna e stabilendo collaborazioni con partners esterni; quindi senza la necessità di avviare delle tattiche precise nella mia quotidiana pratica curatoriale. Concessa una certa quantità lavorativa-attraverso The Office for Curating, posso passare alle tattiche più strategiche, ed alle modalità di lungo termine di lavorare ai progetti in modo sostenibile…Molto si è già svolto in Italia, tramite il generoso invito di Gabriele de Santis per dare un contributo alla sua mostra “AB” alla Nomas Foundation. I contatti sono fondamentali per la formazione di una rete e, soprattutto,per il progresso del proprio lavoro curatoriale. Conoscere Stefano Raimondi è stato un’altro importante contatto che mi ha portato a partecipare al Qui. Enter Atlas symposium nel 2013».
Hai lavorato a molti progetti internazionali compresa la 6°.Biennale di Marrakech. Puoi parlarci del progetto parallelo Within the Sound of Your Voice?
«Within the Sound of Your Voice è stato realizzato con il curatore Tiago de Abreu Pinto; nasce dalle nostre ampie discussioni che ruotavano attorno all’acustica, All’identità del suono, e alla politica del display quando si lavora con le sorgenti sonore nei contesti espositivi. Within the Sound of Your Voice è una mostra collettiva portatile a trentatré giri. La mostra prende la forma di un disco in vinile, del peso di circa quattrocentoquaranta grammi. Il vinile è protetto da un manicotto, che serve anche per esprimere ed illustrare il suo contenuto – testuale, visivo, estetico. La mostra è stata progettata per incorporare una terza dimensione: un’architettura che può essere imballata, avvolta in un altro spazio, diventando uno spazio in sé e per sé, o uno spazio all’interno di uno spazio. Si compone delle voci di tredici artisti nell’atto di parlare, a volte indirettamente o metaforicamente: Milena Bonilla and Luisa Ungar, Dina Danish and Gogi Dzodzuashvili, Dora García, Morten Norbye Halvorsen, Marcellvs L., Lubomyr Melnyk, Clare Noonan, O Grivo, Daniel Steegmann Mangrané e Joana Saraiva, e Triin Tamm».
 Spending Quality Time With My Quantified Self, February-April 2016, TENT, Rotterdam
È stato un format espositivo in grado di cambiare l’interazione con il pubblico. 
«Le dieci opere esposte commentavano la natura del sito espositivo e, più in generale, del contesto della Biennale Marrakech e della città nel suo complesso. In risposta al titolo della biennale, “A che punto siamo?”, abbiamo sentito il bisogno di esplorare un format espositivo diverso: per comporre un’analogia di esempi che permettessero ai visitatori di venire a patti con il loro tempo e con lo spazio in modo dimensionale, rendendo il contesto – sembra strano, meno coerente e più etereo. In altre parole, la mostra mirava a rendere l’ascoltatore un’oggetto di un esperimento in sequenza, a ribaltare le proprie mappe epistemologiche, confrontandosi con le proprie conoscenze preconcette, e (forse più importante) scatenare una curiosità per le cose del mondo attraverso la non- conoscenza e la non comprensione».
Quali sono i tuoi progetti in corso, e quelli futuri?
«Dal 2014 sto lavorando ad una pubblicazione che sarà nella primavera del 2017: The Standard Book of Noun-Verb Exhibition Grammar. Il libro dà forma ad una serie di speculazioni teoriche e finzioni che ruotano attorno al concetto di mostra come un’ecologia, un terreno di assemblaggio dei vari modi diversi di essere nel mondo, con le loro diverse scale, raggiungendo i livelli di energia di scambio. Il libro è in gran parte incentrato su quegli oggetti che si potrebbe dire mancano di slancio posizionale, puramente visivi e motivati dal punto di vista umano. In sostanza il libro si propone di porre un non-antropocentrismo e un non antropomorfismo cercando di diversificare e rendere gli approcci a più dimensioni allo scopo di una percezione ed una formazione dell’identità di una mostra; dove le specie si incontrano, dove i registri ontologici ed epistemologici si scontrano, si sovrappongono e si contaminano a vicenda con proprietà di scambio».
Non credo sia l’unico tuo progetto imminente?
«Sto, anche, lavorando ad un fitto programma di mostre ed eventi che riprendono il concetto ‘delle rovine e della possibile disfatta del sistema capitalista’ come proposto nel libro di Anna Lowenhaupt Tsing: The Mushroom at the End of the World» 
L’edonismo del mainstream dell’arte contemporanea a volte offende, fa ammalare e atterrisce. Che ne pensi?
«Sono aspetti presenti durante una visita ad una qualasiasi fiera d’arte. Ma una parte del mio lavoro quotidiano come quello di tanti miei colleghi, ruota attorno a ritmi completamenti diversi come: lo studio e la lettura, la ricerca, lo sviluppo dei concetti e la realizzazione dei progetti. Sono innegabili le ramificazioni del mercato dell’arte, staranno insieme con il patronage ed la filantropia, sempre più di maggiore importanza negli anni a venire. Il diminuire delle sovvenzioni statali porterà ad una privatizzazione del sistema». 
Camilla Boemio

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