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CONTROPELO

L'orco mascherato di bianco, seppellito nella città perduta
di Penzo+Fiore

Iniziamo una nuova rubrica dedicata alla necessità, giornalistica e non solo, di raccontare i fatti dell'arte da una prospettiva critica, nell'accezione della sua etimologia krínō, giudico. Una rubrica "giudicatrice” dunque, non solo di opere ma anche di episodi legati alle cronache. Ascoltando l’opinione degli addetti ai lavori, riportandone le voci, approfondiremo gli aspetti più intricati, commentandone i risvolti nella politica e nella società. Iniziamo con un confronto tra due modi di fare arte in rapporto all'idea della salvaguardia di una città: Venezia. E come poteva essere altrimenti, in questi giorni? (MB)

Il giro di vite di Christine Macel sulle mostre collaterali della Biennale sembra abbia avuto un effetto positivo sulla totalità degli eventi proposti in città: ne sono nati tantissimi e, forse, più  liberi di agire. Mai state così tante le proposte disseminate tra il dentro e il fuori delle aree geografiche della kermesse, contrassegnate dai confini del famoso bollino rosso. Una Biennale che per la prima volta sembra aver rinunciato al controllo dell'esterno, generando un non ancora coordinato e spontaneo "off”, tipico di ogni grande evento artistico-mondano. Tra tutte le opere approdate in laguna su barconi riempiti da mesi oltre ogni marca di bordo libero, c'è da dire che poche sono quelle che passando attraverso la pupilla del pubblico alfabetizzato all'arte, hanno generato emozione o profondo ragionamento. E così tra dentro e fuori ci siamo trovati schiacciati tra lavori vicini alla perfezione, come quello del veneziano Giorgio Andreotta Calò, che evidenzia davvero la fragilità e la vera essenza della città, sovvertendo una visione che già c’è e mostrandoci l’interno di un’arca che ci potrebbe salvare, e le grossolane mani di Lorenzo Quinn, tanto volute da un'amministrazione comunale che ha dimostrato tutto il suo non sapere, approvando un'attrazione da parco giochi e contribuendo a trasformare il canale più bello del mondo nel Colorado Boat della pseudo cultura.

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Su quest'opera vale la pena spendere due parole in più perché è diventata quel terreno di confronto su cui chiunque può permettersi di dire la sua, ignorando il fatto che l'arte contemporanea è un linguaggio, e come tale se ne devono conoscere i codici per poterlo comprendere.
L'opera di Queen è brutta e il fatto che piaccia tanto a chi continua a dimostrare superficialità di sguardo ne è la conferma. È un'opera-giostra camuffata da azione ambientale. Vuole proporre sostegno alla città ma si limita a sostenere un albergo, come se già non ce ne fossero abbastanza.
Vengono ostacolate mostre come quella di Gianni Berengo Gardin – e si ricordi la polemica del 2015 in seguito alla quale l’esposizione dei suoi scatti sulle grandi navi venne impedita proprio dall'allora neo sindaco Luigi Brugnaro – che davvero avrebbe potuto mostrare tutta la fragilità di una città come Venezia, per pulirsi la coscienza in modo superficiale, favorendo una visione fuori da ogni contesto. Tutto questo facendo leva su un problema poco controllabile a livello locale come l’innalzamento globale delle acque, tralasciando i problemi quotidiani di erosione e subsidenza. Per ora a Venezia risaltano solo le mani bianche di un orco cattivo che abita le sue acque.
Penzo + Fiore