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Full Immersion da Saatchi London

Da qualche decennio a questa parte, il concetto di esperienza immersiva ha pervaso il campo teatrale britannico, facendo della compagnia Punchdrunk una star a livello globale, con celebratissime produzioni come Sleep no More e The Drowned Man. Ora, due dei principali esponenti di questa compagnia, Stephen Dobbie e Colin Nightingale, hanno creato un progetto indipendente intitolato "Beyond The Road", nel quale arti visive, musica e film si integrano in un percorso multisensoriale, presentato all’interno della Saatchi Gallery di Londra, a Chelsea, fino al 24 luglio. 
Addentrandoci in questo percorso, veniamo trasportati in uno spazio misterioso e quasi etereo. Qui, la musica ci fa da narratrice, accompagnandoci di luogo in luogo, in una collaborazione con il collettivo musicale UNKLE, il cui compositore James Lavelle ha ideato l’esclusiva colonna sonora.  Fumo scenico e luci teatrali creano un’ambientazione nella quale perdersi all’interno di un labirinto di stanze, ognuna con una sua estetica che la caratterizza. In alcuni casi, sembra di essere in ambienti domestici. Da un salotto con tanto di caminetto vittoriano, a una sala per banchetti con una tavolata ricoperta di cera, come se centinaia di candele vi si fossero consumate sopra. Ogni dimensione racchiude opere di diversi artisti della scena internazionale, fra i quali Doug Foster e John Stark, un’installazione tassidermica di Polly Morgan, film di Alfonso Cuaròn e Danny Boyle. Alcuni spazi ci confondono intenzionalmente: c’è una vecchia cabina telefonica dalla quale possiamo ascoltare la stessa colonna sonora ma frammentata, metallica e distante. Poi ci possiamo sdraiare su una fila di brandine ma rilassarsi è impossibile in un’ambientazione del genere: la musica e le luci invocano un’aria minacciosa. 
Non tutti i lavori beneficiano di queste esperienza immersiva: i lavori bidimensionali in molti casi rimpiangono la mancanza di luce o le troppe distrazioni. Altri invece spiccano, come l’eccellente installazione video The Corridor, di Toby Dye, rivisitata qui dopo il debutto a Somerset House nel 2016. Che questa full immersion possa rappresentare un trend del momento, non c’è dubbio.  Ma la teatralità dell’allestimento rinforza nello spettatore il diretto confronto con l’opera: un dialogo intenso, viscerale, che si distingue da quello di una galleria asettica. Più ci addentriamo nel dialogo, più ci sentiamo coinvolti nella drammaturgia del viaggio, che non a caso si conclude nella metafisicità della video installazione Sanctuary di Doug Foster, in una sorta di cappella pagana che, ironicamente o no, ci rende partecipi di un’esperienza catartica. (Jacek Ludwig Scarso)