AFRODITHE E KUNÉE
eros nell’arte fra mito e simbologia
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piacere effimero dell'eros
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Isoda Koryusai, La scrittura. Shikido torikumi juni-ban (Dodici incontri sulla via della sensualità). 1775-1777 c. - Oban. Nishiki-e. Collezione Bernati | |
Figure dall’erotismo spinto, dove la rappresentazione degli organi genitali spicca esagerata, quasi grottesca. Al tempo stesso, nel tratto, nel colore, nel moto dei corpi genuina freschezza e lucida genialità compositiva che risponde ad un codice di segni, preciso e organizzato.
Sono caratteristiche delle stampe giapponesi Shunga, letteralmente “immagini della primavera”, una sorta di vademecum per le future spose e/o le cortigiane, oppure un dono per i guerrieri (si riteneva che gli Shunga favorissero la vittoria).
Queste xilografie a soggetto sessuale appartengono al periodo Edo (1603-1867) e rientrano nella corrente artistica dell’ukiyo-e. Di derivazione buddista, il termine 'ukiyo' indicava originariamente il senso di fugacità della vita provocato dall’attaccamento ai beni terreni. Ma nell’opulenta società giapponese del Seicento finisce per valorizzare proprio quei piaceri effimeri che prima condannava: “cantare canzoni, bere vino e provare piacer... nel fluttuare”.
I costumi sociali e morali che si sviluppano intorno alla ricca borghesia trovano nelle figure delle cortigiane l’emblema della nuova cultura edonistica (Marco Fagioli). Benché prostitute infatti, queste erano donne istruite fin dalla fanciullezza nelle diverse arti. La figura femminile - che nel mondo dei Samurai risiedeva nel gradino più basso – riacquista così peso sociale. Attraverso artisti come Isoda Koryusai, non più dea eterea solo da vagheggiare, la donna esibisce una presenza materiale e fisica sottolineata dalla riscoperta del corpo, della sensualità, del potere dell’istruzione, con una più incisiva partecipazione alla vita reale.
ARTICOLO PUBBLICATO SU GRANDIMOSTRE N° 8/2009 RUBRICA EROS A CURA DI LORI ADRAGNA
VIDEO GIAPPONE ARTE EROS
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Bacco visto da una donna
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Michaëlina Woutiers, Trionfo di Bacco, verso 1659. Olio su tela, Kunsthistorisches Museum, Gemäldegalerie, Vienna | |
Un Bacco seminudo dall'incarnato chiaro e luminoso giace ebbro su un carro tra la sua corte di satiri, ninfe e sileni. Il corpo carnoso è mollemente adagiato, il volto con le labbra tumide, proteso verso grappoli d’uva. Dio del vino e della natura, ma anche dell'irrazionale e del vizio, è fulcro dell’opera.
L’esuberanza rubensiana nella rappresentazione dei corpi, che ha fortemente influenzato la nostra idea sui canoni di bellezza del barocco, sembra qui limitarsi alle forme virili. Notiamo, infatti, che la ninfa al seguito del dio, ha figura e portamento da statuaria classica e fattezze femminee appena accennate. Altèra, fissa l’osservatore prendendo le distanze da ciò che le avviene intorno. Vergine pudica dalle guance arrossate, si ritrae alle avances del satiro che con lascivia le accarezza il collo sotto i capelli.
Nulla d’erotico o sfrenato in lei: eppure interpreta -come mostra il tirso dionisiaco che porta in mano- il ruolo di Baccante. In base al mito, invasate di mistica follia, esse erravano nude o coperte di veli, abbandonandosi all’ebbrezza del vino o delle danze. Come metafora della liberazione di impulsi tradizionalmente compressi, verso l’abbandono sensuale e il superamento dell’opposizione tra Uomo e Natura.
Ciò che, di fatto, rende unica questa scena –tratta come tante seicentesche dalle Metamorfosi di Ovidio- è l’inconsueta ottica: quella di una donna. Scandalosamente, per un’epoca in cui alle rare pittrici si confaceva dedicarsi a piccoli ritratti o alla natura morta, Michaëlina Woutiers realizza un quadro di grande formato a soggetto mitologico, mostrando un’ottima conoscenza dell’anatomia. E non è tutto: secondo alcune fonti, nelle vesti della ninfa al seguito di Bacco, osa ritrarre proprio se stessa a seno scoperto.
ARTICOLO PUBBLICATO SU GRANDIMOSTRE N° 7/2009 RUBRICA EROS A CURA DI LORI ADRAGNA
VIDEO: RUBENS PASSIONE PER IL CORPO
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vairaumati, il dio oro e i frutti dell’amore
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Paul Gauguin, Son nom est Vairaumati, 1892, Olio su tela, Museo Statale di Belle Arti Pushkin, Mosca. | |
Violenti cromatismi che appartengono a una natura selvaggia da paradiso polinesiano (già in parte adulterato?).
Caldi, aranciati e rossi, freschi, blu e violetti a trasmettere visivamente piacere sensuale. Volti e corpi bruni dalla forte valenza erotica in contrasto con la natura abbozzata per sintesi. Nel dipinto la luce non incide sugli oggetti ma addolcisce ogni cosa. L’assenza di rilievo e profondità trasporta in una dimensione fantastica, territorio dove sembra regnare l’innocenza, la sessualità disinibita, dove non si conosce ancora peccato o senso di colpa.
Secondo un’antica leggenda maori il dio Oro, invaghitosi di un’avvenente fanciulla, la concupì ogni giorno della sua vita mortale, scendendo sulla terra lungo l’arcobaleno. Risaliva al mattino sull’alto di un monte. È nel mito un chiaro riferimento allegorico al viaggio diurno del sole (V. Lanternari).
La bella Vairaumati figlia del suo tempo qui aspetta fumando seduta su un drappo a fiori. Sul desco i frutti della terra da offrire allo sposo. Questi, alle sue spalle, si erge in una postura ispirata all’arte egizia.
Il dorato corpo femminile – scrive il critico francese Léonce Bénédicte - nei quadri di Gauguin è come “un’umida porosa anfora”, è “elegante, flessibile, felino”. Amato e sacralizzato, comunque esotico oggetto del desiderio maschile. Immagine carica di associazioni simboliche di stampo voyeuristico. Creata per una società occidentale repressa che preferiva proiettare sull’”altrove” le proprie (più o meno perverse) pulsioni sessuali.
ARTICOLO PUBBLICATO SU GRANDIMOSTRE N° 6 /2009 RUBRICA EROS A CURA DI LORI ADRAGNA
PAUL GAUGUIN VIDEO
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la donna-vaso
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Marc Chagall, Nudo sdraiato, 1911, State Russian museum di San Pietroburgo | |
Carnale e al tempo stesso onirica -equilibrio di forze visive che insegue una nostalgica bellezza- la figura di donna nuda ricalca la posa di una Venere sdraiata. Il luminoso rosa dell’incarnato palpita, contornato quasi con violenza dallo spesso tratto marrone, che dal corpo straripa sui cuscini, sul letto, sul pavimento, sullo sfondo pittorico. Colore che secondo Lüscher, “perso l’impulso attivo ed espansivo e la forza d’urto del rosso”, ne mantiene però lo stato vitale, l’archetipo marrone, si collega alla Madre Terra nel suo aspetto accogliente e ricettivo e ne ha gli attributi: eros primordiale, fecondità, crescita, maturazione, conforto.
Il nudo appartiene a una fase non matura del percorso artistico di Marc Chagall quando giunto a Parigi nel 1910, egli scopre la “prodigiosa luce-libertà” che circonda ogni cosa. In quel periodo i suoi lavori racchiudono la forza espressiva di Van Gogh, Gauguin e soprattutto il colore intenso, puro e lucente di Matisse. Al tempo stesso, l’artista porta ancora i segni della scuola del Realismo russo che qui traspare nel vivace senso della decorazione, origine anche dei suoi celebri bouquet, di materia densa quasi tattile. I fiori sono l’immagine della vita: emblema della rinascita, del ciclo stagionale, della Grande Opera alchemica, simbolo ambivalente di gioia e di lutto, di amore terreno e celeste. Punto centrale della composizione, incorniciato da tende, qui il bouquet è associato alla Magna Mater. Enfatizza la percezione del corpo femmineo come ‘vaso’, simbologia presente sin dall’antichità. Nel corpo-vaso si condensa ogni dualismo: c’è una sfera interna, inconscia, segreta e un’altra che proietta e racchiude in sé il mondo circostante, in un erotico abbraccio cosmico.
ARTICOLO PUBBLICATO SU GRANDIMOSTRE N° 5 /2009 RUBRICA EROS A CURA DI LORI ADRAGNA
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la lucciola
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Victor Brauner, Le ver luisant, 1933, olio su tela, 50 x 61 cm, Musée d’Art Moderne - Centre Georges Pompidou, Paris
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Dal lampione zoomorfo (la
lucciola?) un raggio mutilante investe la figura femminile. Ripiegata su se
stessa è inconsapevole di quanto le stia accadendo. Tutto il suo corpo è
attratto da ciò di cui sembra ignorare la presenza. Trascinata per i capelli,
disorientata, già in parte succube di una mutazione, non riesce che a fissare
lo sguardo sul proprio ventre.
Come tutti i dipinti di
Victor Brauner, Le ver luisant è frutto di un intricato lessico di simbolismo e
archetipi, fertile fusione di culture antiche, mitologie e credenze religiose,
dalle egiziane alle Azteche, passando per quelle dei nativi americani, ebraiche
e indù, per citarne solo alcune.
La frammentazione del
corpo umano e/o la sua regressione verso una forma animale, che allude a una
frazione di identità, è uno dei temi sviscerati dall’artista in innumerevoli
versioni. Qui in particolare il conflitto trasformativo della donna ha luogo
con una lucciola, che, come tutti i Lampiridi è caratterizzata dal notevole
dimorfismo sessuale. Riferimento che aggiunge contenuti perturbanti alla genesi
del progetto compositivo. Creare dunque, riunendo i frammenti che appartengono
a mondi del tutto distinti, una nuova configurazione. Attraverso la quale ogni
soggetto/oggetto, emancipato dalla propria ovvietà, assuma una nuova e
sconvolgente accezione. Allo stesso tempo, il frammento, traccia e promemoria
di una totalità perduta -di cui il corpo come mancanza porta lo stigma
distruttivo- sottolinea il rischio di rottura e la impossibilità di recuperare
una forma. Scrive Irina Cărăbaş “la
collisione tra umano e non umano nei dipinti di Brauner, ha una funzione
analoga ai binomi concettuali, inanimato-animato o interno–esterno” dunque,
conscio- inconscio. L’artista, celato dietro ai suoi personaggi gioca con la
propria immagine allo scopo di “elaborare
un’ininterrotta serie di immaginarie autobiografie”.
La preferenza dell’artista
rumeno per la fusione di mondi naturali può essere, per altro, accomunata con
il suo interesse per il mito, come per le arti arcaiche dove l’ibrido
animale–umano deriva da credenze animiste.
Sulla scia del surrealismo
-con cui Brauner intesse un rapporto idiosincratico- il corpo femminile è da
lui concepito come un meccanismo erotico. In esso un’eventuale moltiplicazione
delle caratteristiche sessuali è trattata alla stregua di una modifica di
alcune sue parti in elementi zoomorfi, producendo il contraddittorio effetto di
de-erotizzazione dell’immagine.
La convulsa bellezza della
composizione rivelando la sua familiarità con le teorie batailliane, mostra e
al tempo stesso nasconde, una parossistica tensione tra vita e morte, amore e
distruzione, piacere e violenza.
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