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MEDITAZIONI CARTESIANE
fenomenologia del contingente

 
MedCart trasloca

Ebbene sì, ho fatto armi e bagagli - si fa per dire - e me sono andata qui: http://meditazionicartesiane.blogspot.com/. Un trasloco, voglio però specificare, che nulla ha a che vedere con i cambiamenti che sono avvenuti in Exibart; d'altronde io in questo mondo ci sono sempre entrata col badge di visitatore attaccato al bavero, e quindi lungi da me la pretesa di giudicare evoluzioni e novità interne all'art world. Il fatto era che, essendo una community dedicata, c'era stata la comprensibile richiesta di occuparsi solo ed esclusivamente del tema specifico; solo che io, come ben si sarà capito, di parlare solo di arte non sono capace. E così in questo lungo periodo di silenzio mi sono andata a sfogare nel gruppo "Italiani nel mondo" su LinkedIn, dove si parla, soprattutto anche se non solo, di politica. Che vi devo dire, ero preda dell'astinenza da invettiva antiberlusconiana... e se c'è un posto dove gli antiberlusconiani pullulano, ça va sans dire, e quel gruppo lì. Così, essendo imminenti le elezioni nonché il referendum, ed avendo già preso io contatti con l'Italia dei Valori perché mi cecassi se mi perdo l'occasione (e secondo me sono anche un  po' drogata da adrenalina da campagna elettorale, e meno male che me lo dico da sola...), ho pensato che su una piattaforma più generica sarei stata più autonoma e libera di saltare di palo in frasca a mio piacimento. Indipercui, se avete voglia di venire a farci un salto - dato che ovviamente si parlerà anche di arte, e ci mancherebbe - siete assolutamente i benvenuti.

Aurevoir,

V.


scritto 17/04/2011 16.24.37 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: blogger blog meditazioni cartesiane arte politica
 
Sano ostruzionismo, ovvero perché la Mondadori è carnefice e non vittima

Primo: preferisco chiamarlo "sano ostruzionismo" e non "boicottaggio" e alla fine spiegherò perché. Secondo: Silviagra e le sue oscure trame per necrotizzare la Mondadori sono solo la punta dell'iceberg. Un iceberg alquanto realistico, se è vero che la proporzione fra ciò che si vede e ciò che non si vede nelle montagne di ghiaccio è di 1 a 9. E l'iceberg che rischia di affondare il nostro Titanic quotidiano si chiama marketing.

Ora, il marketing può essere di due tipi: quello buono, dove è il valore della cosa che dà adito alla sua comunicazione; e quello cattivo, dove è la comunicazione che dà adito alla cosa, il cui unico valore quindi risiede nella sua capacità di impatto comunicativo. Un po' come i trogloditi del grande fratello, microcefali analfabeti sporchi, brutti e cattivi che però bucano lo schermo. Il problema è che Berlusconi e i suoi devoti - compresi mafiosi, alti prelati e pubblicitari - seguono il verbo del secondo tipo di marketing, quello cattivo. Come dire: la creazione di falsi bisogni è grande e Canale 5 è il suo profeta (non me ne vogliano i musulmani, ma la dicitura è troppo bella e troppo ficcante per non parodiarla...). Un marketing cattivo che fa proseliti, purtroppo, infiltrandosi come un virus nei tanti settori della nostra economia e della nostra società. E anche della nostra cultura, inevitabilmente.

Il settore che per primo ha sofferto di questa infezione, secondo me, è il cinema. Proprio ieri vedevo uno spot del programma della Cabello dove faceva dire ad un imbarazzato ma rassegnato Vaporidis "Io sono cinematograficamente morto". Ora, questa cosa non solo è vera, ma era solo una questione di tempo. E lo so per esperienza personale, perché quando Ade propose il film all'editor la prima cosa che il tizio gli disse fu "Perché non fai fare il protagonista a Vaporidis?": che francamente col personaggio proprio non c'entrava niente! Insomma, il ragazzo andava per la maggiore e cercavano di appiopparlo a tutti in tutte le salse, spremendolo come un limone finché non ne fosse rimasta nemmeno una goccia di succo. Dopodiché, ovviamente, sarebbe stato gettato nei rifiuti quello che restava della buccia: e così è stato.

Voi direte: va be', ma uno deve sapersi gestire la propria carriera. Certo, dico io, ma questo vale se si è un manager o un politico (politicante forse è meglio), ma nel cinema dovrebbero esserci artisti o quantomeno creativi cui spetterebbe per principio di vivere in un mondo un po' meno fagocitato dalle leggi mercato, più costruttivo. Tanto che persino negli Stati Uniti - la patria del business ad ogni costo - cinematograficamente non ragionano così e anche a quel cetriolone ambulante di Zac Efron - il protagonista di High School Musical 1 e 2, che spero qualcuno in questa community conosca - hanno dato la chance di un film serio, dove pare anche che abbia fatto la sua porca figura. Qui, invece, purtroppo, il cinema oltre ad essere equivoco vassallo della politica più bieca, si sta pure berlusconizzando. E così l'unico intento è fare soldi - o, in alternativa, produrre consensi - applicando la coltura a sfruttamento ai talenti, se ce ne sono, o alle facce.

E si sa che il risultato ultimo della coltura a sfruttamento è la desertificazione. E non è un caso che alla Mostra di Arte Cinematografica di Venezia il cinema italiano c'è giusto per fare la foglia di fico. Per i libri vale lo stesso: nel momento in cui Berlusconi si compra fraudolentemente la Mondadori, va da sé che la casa editrice sia destinata ad applicare le regole del cattivo marketing in letteratura esattamente coma fa Mediaset con la TV. E come Mediaset truffa lo Stato - perché lo truffa - pagando solo l'1% dei suoi introiti per l'affitto delle frequenze mentre la tariffa normale sarebbe il 30-40%, è ovvio che anche la Mondadori si deve allineare seguendo il principio dell'evadere "istituzionalmente" le tasse. Così inevitabilmente si dovrà allineare anche alla logica della coltura a sfruttamento, trovando lo scrittore spendibile come blockbuster, spremendolo quanto è più possibile, creando il caso, che so, dell'esordiente di successo, per poi sbatterlo in un angolo quando poi il suo valore di puro marketing si sarà esaurito.

Sembra un'assurdità, ma a ben vedere non lo è: perché essendo una strategia di potere, più di ogni altra cosa, mascherata da produzione culturale, è chiaro che non si può creare un golem che poi vive di potere proprio - una reale e duratura credibilità culturale - e quindi serve solo ed esclusivamente qualcuno che possa essere usato e gettato: a meno che non sia uno di questi pseudo-intellettuali che in realtà vogliono solo fare il gioco del potente di turno, ma allora lì del talento non c'è bisogno e nessuno manco lo chiede (quelli che io chiamo gli immondaudori, cioè gli immondi autori della Mondadori).

Per carità, poi qui, come in politica, fanno comodo gli specchietti per le allodole: quegli autori affermati e autogestiti cui ovviamente viene lasciata ampia libertà di parola e che devono testimoniare il fatto che lì, in quell'ambiente, la censura non vige. Ma si sa che anche Mussolini tollerò Bendetto Croce. E se una casa editrice come la Mondadori dà via a una logica editoriale come questa - totalmente insensata ma altrettanto arraffona - non si salverà nessuno perché trascinerà inevitabilmente tutte le altre realtà editoriali con sé. E io voglio vedere se un Paolo Giordano - un pupo che si è ritrovato col primo libro pubblicato dalla Mondadori e lanciato con una sostanziosa campagna pubblicitaria - non si ritroverà ad essere una versione narrativa di Vaporidis, quando sarà il suo tempo. Per questo io parlo più di sano ostruzionismo che di boicottaggio: perché il boicottaggio considera la Mondadori il fine, il sano ostruzionismo invece la vede solo come mezzo per frenare un ben più dannoso andazzo.


 
Mondadori? No, grazie.


Be', a questo punto se il letterato codardo non si muove (e quando mai?), tocca muoversi al cittadino lavoratore. Categoria nel quale ovviamente il letterato codardo non rientra...

P. S.: il nostro problema è che pure Electa è Mondadori... anche come PR, quindi occhio.



scritto 26/08/2010 20.18.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: mondadori? no, grazie
 
Chi pubblica con Mondadori danneggia anche te, digli di smettere...

Intanto voglio dire che ad un recente test sono risultata essere una progressista moderata, quindi non datemi della rivoluzionaria perché non lo sono. Ma, come diceva mi' nonna "quanno ce vo', ce vo'". E adesso ce vo' che un bubbone come la Mondadori chiuda per mancanza di materia prima. Cioè gli autori. Capisco tutto: che è stata una casa editrice di grande prestigio, che c'ha lavorato Calvino e ora pubblica Saviano, che gli Oscar e la PBE sono collane decisamente mitiche. Ma quando ormai il corpo bello e sano è stato aggredito da un cancro incurabile, l'unica pietosa soluzione è l'eutanasia. Anche perché questo cancro, a differenza di quello umano, si propaga; e quindi non è proprio il caso di lasciarsi andare a nostalgiche rievocazioni dello splendore di un tempo che fu. La querelle in questione si sta squadernando sotto gli occhi dei lettori in una serie di interessanti considerazioni che vedono come protagonista il teologo Vito Mancuso (a dimostrazione che forse i teologi effettivamente servono a qualcosa), ma non vorrei che dopo tutte queste belle chiacchiere molto interessanti la codardìa accertata del letterato nostrano prendesse il sopravvento e il tutto si riducesse ad un nulla di fatto e amici come prima. Se persino Saviano tentenna, con la solita scusa della professionalità di chi in quell'azienda ci lavora, figuriamoci come può nascondere la testa sotto la sabbia quel nulla ambulante di Paolo Giordano, che della Mondadori sospetto essere una creatura, un vero e proprio prodotto di mercato. Io penso che se gli scrittori esistono - dico, quelli con le palle - è esattamente in questo frangente che si vede. Perché lo scrittore può essere anche amorale, ma non è scrittore se non è ETICO. E scrivere per la Mondadori ora come ora non è nella maniera più assoluta minimamente etico.

Gli articoli su Repubblica:




Un articolo in tema su La Stampa (con una bella sfilza di esempi del "letterato codardo"...)

P. S.: aggiungo qui un articolo in tema di Nando Dalla Chiesa su Il Fatto Quotidiano dove, vi prego di notare, per smontare le posizioni di Mancuso si dimentica di prendere in considerazione un elemento che nella riflessione del teologo è cardine: e cioè le persone, quelle cosine viventi con braccette, gambette e testolina pensante che magari per quarant'anni hanno lavorato alla Mondadori e che, al di là del becero familismo amorale (vedi WP) del "tengo famiglia", hanno anche la loro bella dignità di lavoratori e di professionisti; dignità che chiaramente in questa situazione rischia di venir minata pesantemente. Ora, se una persona come Dalla Chiesa - con tutto il rispetto per il nome che porta - non è capace di capire questo, più che la politica gli consiglierei un'attività a lui maggiormente atta e confacente come ad esempio la pastorizia.


 
Perché gli storici dell'arte hanno poco (o nulla) a che fare con l'Arte

Allora, chiariamo subito: hanno a che fare con tante altre cose, e spesso bene, legate all'opera d'arte. Ma non è la stessa cosa. Rimando qui a un botta e risposta fra me e Daniele Capra avutosi nei commenti al post precedente, e che mi ha spinto a scrivere questo nuovo intervento. Un'esigenza di chiarimento di una questione tanto importante quanto trascurata. Il problema di fondo è questo: per lo storico - e per il critico, venendo spesso dalla stessa formazione - Arte e storia dell'arte sono la stessa cosa (uso l'iniziale maiuscola perché quella minuscola darebbe adito ad una pletora di interpretazioni anche giuste ma fuorvianti). Ora, questa idea ha certo un padre nobile, un certo Hegel, che per primo nella sua Estetica non fa differenza fra la nozione di estetica e quella di filosofia del bello. Mi permetto a questo punto di rimandare all'appendice della mia dissertazione, dove si cerca di indagare proprio la prospettiva hegeliana in questo senso (eh, lo so, sono come al solito autoreferenziale, ma quando si pensa quasi esclusivamente con la propria testa succede). Questa "confusione" hegeliana nasce dal necessità (legata alla convinzione del filosofo in questione che la natura umana sia intrinsecamente razionale, ma questa è una cosa troppo complicata da trattare qui) di far derivare la nozione di Arte dalla storia dell'arte. Il che significa che l'essere umano può farsi un'idea dell'arte solo dalla storia dell'arte, quindi da una sequenza di esempi artistici già storicamente, diciamo così, "digeriti". Ma il problema non è tanto la nascita di questa idea, quanto piuttosto la sua conseguenza. E cioè la tematizzazione dell'inevitabile "morte dell'arte". Pensiamoci: se io posso decidere cos'è Arte solo su cose che qualcuno da qualche parte in qualche modo e per qualche motivo ha già stabilito essere arte 1. non si capisce come comincia il processo; 2. non si capisce come possa perpetuarsi: le coordinate per distinguere l'Arte da ciò che non lo è infatti diventano puramente estrinseche e formali (Hegel individua una caratteristica precipua nell'"originalità" dell'opera: vi ricorda qualcosa?), sviluppando così una deriva esistenziale in cui tutto ciò  può essere formalmente - sottolineo - identificato come Arte, è Arte. Cosa che infatti dice anche Sgarbi, l'unico devo dire che ha coerentemente portato alle estreme conseguenze proprio questa deriva di stampo hegeliano, da bravo storico dell'arte degno a questo punto pienamente di tale nome. Perché è questa la famosa "morte dell'arte" in Hegel (e per lui è minuscolo, ovviamente): il momento in cui tutto, purché fatto dall'uomo con un minimo di originalità o con alcuni crismi formali (tela e pittura ad olio, ad esempio), è Arte. Ora, il fulcro dell'autoannullamento di tutto questo è, come dicevo a Daniele, la perdita dell'aspetto trascendentale della nozione di arte (stavolta minuscolo pure per me). Ed è grave, perché per quanto permetta di ampliare le possibilità del linguaggio, non rispecchia più le coordinate effettive della percezione umana. Voglio dire, anche il calcolo delle probabilità ha aperto le prospettive di espressione linguistica, ma il fatto che in questo settore si possa, non solo dire, ma anche prendere in considerazione "una palla bianca di colore blù", non significa che una palla simile possa mai esistere nella realtà. Wittgenstein in questo insegna molto. Che la prospettiva di Hegel sull'arte sia "sbagliata" per certi versi lo riconoscono in molti, stessi gli hegeliani, dato che altre conseguenze delle sue teorie sono che, ad esempio, la poesia può essere tranquillamente traducibile, esattamente come la prosa - e noi tutti sappiamo che non è vero. E probabilmente non farebbe una piega sentendo definire Paolo Uccello "surrealista", sbagliando - anche se non certo dal suo punto di vista - anche lì. Quindi io dico: sarebbe il caso, a questo punto, che le cose d'arte venissero tolte dalle mani degli storici dell'arte almeno per quanto riguarda il loro dover essere espressione artistica in senso trascendentale, sia sia su un piano teorico, di critica, ma sia anche su un piano di comunicazione sul territorio, e quindi a livello di mostre d'arte ed esposizioni festivaliere varie. Non è lì che gli storici dell'arte sono competenti, perché quello è il terreno su cui deve lavorare l'estetica nel suo senso più originario, quella tematizzata da un Baumgarten e portata alla sua massima espressione da un Kant - e, permettetemi, da uno Schopenhauer in sequenza - e che fonda la possibilità poi di una successiva decantazione delle sue produzioni concrete da parte di un filtro storico; e che quindi da questo filtro non può e non deve, pena la sua autodistruzione, essere fondata.

P. S.: parallelamente alla coerentizzazione storico-artistica sgarbiana devo dire però che c'è un critico e curatore che è riuscito a sganciarsi dalla monoliticità della prospettiva unica, valorizzando in certo modo anche le istanze estetiche pur in un lavoro di critica e curatorialità legata ad una prospettiva inevitabilmente storico-artistica; e in questo purtroppo rimanendo un unicum. Un unicum soprattutto perché chi poi, come Bonami, ha tentato di metter insieme capra (Daniele stavolta non c'entra, però...) e cavoli è riuscito solo a rendere tristemente deludenti sia l'una che gli altri. L'unicum sarebbe Bonito Oliva, ma credo si fosse già capito. 




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