Introduzione
“Ultimo taglio” è una videoinstallazione che coinvolge il pubblico a diversi livelli di partecipazione sia intellettuale che fisica. Essa è composta di un lungometraggio (che per semplicità in seguito chiameremo film) e di una serie di installazioni composte da suoni, tele, oggetti, video.
Le installazioni costituiscono le location del film il cui spazio è certamente in massima parte mentale (quello di un artista) e la sua durata diegetica è di circa 15 minuti, il tempo che ci vuole per radersi la barba un mattino. Il film è la storia di un androgino che vuole diventare un angelo. Solo dopo 30 minuti lo spettatore scopre che Hailbios, il protagonista, è un attore. Ci si trova a seguire le peripezie di questo personaggio nel suo tentativo di impersonificare l’angelo Hailbios, in definitiva se stesso.
Il teatro, un tempo, era fatto di caratteri: si facevano comparire sulla scena personaggi più o meno complessi, ma interi, e la situazione non aveva altra funzione che di mettere alle prese quei caratteri, mostrando come ciascuno di essi venisse modificato dalle azioni degli altri. Ho dimostrato altrove come, da poco, si siano verificati in questo campo importanti mutamenti: parecchi autori ritornano al teatro di situazioni. Niente più caratteri: gli eroi sono altrettante libertà prese in trappola, come tutti noi. Quali sono le vie d’uscita? Ogni personaggio non sarà che la scelta di una via d’uscita e varrà la via d’uscita scelta […] In un certo senso, ogni situazione è una trappola da sorci: muri da ogni parte; ma mi sono espresso male, non ci sono vie d’uscita da scegliere. La via d’uscita s’inventa, e ciascuno, inventando la propria, inventa se stesso. L’uomo è da inventare giorno per giorno. Così si esprime Jean-Paul Sarte a proposito del personaggio nella drammaturgia moderna, e proprio così accade ad Hailbios. Il suo modo di essere è una invenzione, minuto dopo minuto nel film. Ha un problema da risolvere. Deve trovatre una via d’uscita. E nel film non fa che girare, girare finché non la trova. Ma qual è il problema di Hailbios? Sembrerebbe ad una prima analisi che il problema di Hailbios sia la ricerca di sé stesso. Una ricerca che porta il personaggio ad interpretare Hailbios, come se fosse un attore. Ma nel momento che si sente attore la sua personalità si sdoppia: lui è qualcosa di diverso da Hailbios e ciò benché per statuto del suo essere attore deve cercare di diventare Hailbios. Potrebbe ascriversi ai problemi dell’identità. Ciò viene percepito già nei primi momenti del film. Hailbios è il nome del personaggio che quella ragazza androgina deve interpretare. Ella è dunque un’ attrice, o un attore visto come si muove e come si veste. Tutto sembrerebbe risoversi in un semplice problema di interpretazione: entrare, calarsi nel personaggio. Diventare il personaggio. Diventare Hailbios. Da cosa iniziare? Forse autoconvincendomi di essere Aleksandr Andreevic Cackij in persona? Si domanda Stanislavskij analizzando sempre il rapporto tra attore e personaggio. Lavoro inutile questo, poiché la natura fisica e spirituale dell’attore non si piegherà mai e poi mai a un tale inganno, a una bugia così palese, che come unico risultato sortisce l’effetto di togliere credibilità alle azioni, confondere la natura, raffreddando l’ardore artistico. Non vanno mai sottoposti alla natura compiti irrealizzabili, come trasformarsi in un’altra persona: così facendo la si pone in una situazione senza via d’uscita. Ed è questo il problema del nostro personaggio: un attore senza nome che cerca di interpretare un angelo in una pièce teatrale senza titolo. Chi mai sarà questo attore che vuole ad ogni costo interpretare Hailbios? L’angelo Hailbios? Ci troviamo di fronte ad un mistero che forse viene svelato solo nel finale. Hailbios dunque è il nome del personaggio di una rappresentazione teatrale, non il nome del personaggio del film. Ma probabilmente, per un gioco di specchi, c’è una identificazione fra i due. è come se dall’uno nascesse l’altro. Come se questo personaggio avesse in sé gli elementi della generazione, della vita. Perciò si chiama Hailbios cioè “ha il bios” ha la vita. Bios dal greco vita. Ma bios indica anche il primo listato in linguaggio macchina che viene caricato da un compiuter. Un listato che ha un duplice compito: primo quello di verificare che l’hardware non presenti guasti, poi di caricare il sistema operativo. L’hardware è il corpo dell’attore, il sistema operativo è il testo da interpretare. Quindi già il nome rappresenta ciò che il personaggio è: un essere superiore… Hailbios è un angelo. L’attore/attrice, dunque, cerca di diventare un angelo e lo vuole così fortemente da credere possibile addirittura la crescita delle ali. Sottopone il suo corpo ad un allenamento terribile. Un allenamento come quello dei boxer. L’attore diventa un atleta che si allena per il grande incontro: la soluzione del problema. Il ring è il palcoscenico, e gli spettatori diventano proprio quelli che avrebbe voluto Brecht nel suo teatro: l’azione, vista con un distacco che prelude al vero teatro epico e seguita come un incontro di boxe (Brecht […], amava molto lo sport, e cominciava a desiderare un pubblico che seguisse lo spettacolo teatrale con la competenza critica, insieme appassionata e distaccata, con cui la folla sportiva assiste ad un incontro sul ring), l’azione […] verte su una lotta spietata, per la vita e per la morte, quasi senza motivo o per motivi segreti e mal confessabili.
Ma Hailbios si sottopone anche ad un forte allenamento intellettuale: perché lui/lei è l’angelo della poesia che si aggira come un fantasma all’interno del film: se ne percepisce la presenza, senza mai vederlo finalmente realizzato. In effetti è la percezione labile, discontinua, avvolta da una nebbia di mistero che rende Hailbios un personaggio che fa crescere dentro lo spettatore quel senso di straniamento, di avventura intellettuale, di grande determinazione di spazi indeterminati, la sensazione dell’infinito proprie della poesia.
Dunque alla ricerca di Hailbios parte pure il pubblico. Un pubblico che come dice Verlaine, nello stesso film, parlando di Rimbaud, deve essere “pubblico vero”, cioè pubblico competente, che non considera il cinema un semplice divertimento o, peggio, un passatempo, che non vuole solo assistere ma vuole sforzarsi per capire e per partecipare al viaggio con Hailbios. Ma questo viaggio in compagnia di questo bellissimo angelo è anche e soprattutto un viaggio nel concetto di montaggio.
Montaggio della scrittura nella sceneggiatura, dove pezzi di dialogo nascono dal montaggio, appunto, di pezzi di differenti autori che vanno a scontrarsi nel vivo dei rapporti e delle comunicazioni non solo verbali fra Hailbios e il suo giovane amico/amante Wiki. Così quei pezzi tirati via, tagliati con un rasoio dai loro contesti spesso distribuiscono significati e immagini nuove completamente differenti da quelle che avevano nel loro abitat naturale. Le parole, le frasi, i paragrafi, le strofe, sono infine come gli uomini, hanno tanti significati e valori che si vengono maggiormente ad evidenziare proprio quando cambiano i contesti, i luoghi, i tempi e gli spazi. Il testo si trasforma pur mantenendo una propria connotazione in quanto parte del corpo teatrale proprio durante lo svolgersi di quella particolare dimensione che appartiene al viaggio. Perché il viaggio stesso è trasformazione dello spazio, dei lughi, del tempo e trasformazione del viaggiatore. Ma montaggio anche nel momento della creazione scenografica: molto spesso le scene sono costituite da video, perché ciò che accade accade all’interno di un pensiero, di, forse, un ricordo. Ciò che accade non è la realtà ma è di più della realtà, ha tutti gli elementi di ciò che attiene al momento dell’aspettativa, dell’attesa, del momento in cui il pensiero sembra abbandonare il presente per infiggersi nel futuro, in un campo minato di speranze e dove l’unica forza che permette di andare avanti è l’entusiasmo. Montare il tempo per farlo sfuggire alla prigione del presente. Per vedere e sentire, come se si ricordasse e si immaginasse, con degli occhi che sanno vedere più che guardare. Montaggio infine di immagini che devono la loro esistenza ad un duplice statuto, quello del rincorrersi ossessivo delle parole e dei significati, il loro scontrarsi con il testo e i personaggi e poi quello di una profonda giustificazione estetica ed etica dell’inquadratura.
Il vero tema di un’opera non è quindi, dice Deleuze, il soggetto trattato in essa, soggetto cosciente e voluto che si confonde con ciò che designano le parole, ma i temi incoscienti, gli archetipi involontari da cui non solo le parole, ma anche i colori e i suoni prendono senso e vita. L’arte è una vera trasformazione della materia. E trasformazione è il montaggio, trasformazione di una materia composta da tanti elementi minimi che nella loro unione, giustapposizione e pure nel loro scontrarsi prendono significati nuovi, in cui non solo le parole si arricchiscono, ma anche le immagini diventano poesia pur rimanendo sempre e solo immagini. è per questo che Hailbios è catapultato all’interno di un turbinìo di inquadrature, parole, frasi, e in questo turbinìo sembra perdersi. Ma proprio quando questa sensazione si fa più forte, definitiva, proprio allora scopre…. Ma non vogliamo anticipare i tempi della lettura della sceneggiatura che risulta poi essere un saggio sul cinema e sul teatro contemporaneo, senza dimenticare di essere un film scritto.
Sopra abbiamo parlato di Verlaine e di un pubblico che Lui, il poeta, definisce vero. Ma un pubblico vero è possibile solo attraverso un percorso didattico che possa far assumere quelle conoscenze che permetteranno a ciascuno poi di rapportarsi ed essere in sintonia con il linguaggio del film. Un pubblico che Sarah Kane avrebbe voluto simile a quello che va a vedere le partite di calcio e che sa apprezzare il modo con cui si conduce una partita, quello stesso pubblico che Becht, l’abbiamo già ricordato, voleva uguale al pubblico che attorno al ring comprende lo stile dei boxer impegnati nella lotta. Certamente un pubblico che possa godere del viaggio intellettuale dell’artista, del drammaturgo, del regista e che non si fossilizza sulla conoscenza della trama, che comunque, contro tutto e a discapito di tutto in questo film esiste ancora. Dunque la nascita di un Laboratorio didattico che porterà un gruppo di persone a diventare quel pubblico. Ma anche a partecipare alla creazione del film. Tutto il lavoro della produzione del film, dalla creazione della sceneggiatura alla realizzazione dei set cinematografici sono oggetto del laboratorio.
Il Laboratorio
Il film è composto da 65 scene suddivise in 30 laboratori. Al Laboratorio possono partecipare 50 persone che hanno dimostrato attraverso un test di essere fortemente motivati a seguirli tutti. Ciascun Laboratorio si occupa di entrare in profondità nelle scene che ad esso appartengono, analizzando i personaggi, gli autori che si incontrano, le tecniche di scrittura, di ripresa e di montaggio previste per la realizzazione del film. Sarà posta l’attenzione su uno dei fatti caratterizzanti non solo la scrittura ma anche e soprattutto la realizzazione del film e che riguarda l’utilizzo di pezzi di testo teatrale tagliati dal loro contesto e riproposti all’interno di un contesto diverso. Una operazione questa che più che considerarla un mero collage è da considerarsi come un vero e proprio ready-made. Nella sceneggiatura, infatti si è in presenza, molto spesso di dialoghi e monologhi che sono ripresi di sana pianta da altrettante opere di letteratura teatrale. In alcuni casi un personaggio si esprime con le battute di un testo e l’altro con quelle di un altro testo. Questa operazione è una metafora composta non di sole parole: prende in considerazione non solo il testo, ma anche i significati a cui quel testo rimanda, i movimenti del corpo, le trasformazioni della scena e dei personaggi attraverso diversità e similitudini di avvenimenti all’interno di un corpo teatrale. Se da un punto di vista operazionale la metafora consiste nella decontestualizzazione di un elemento (questo infatti viene dissociato da quello che è il suo contesto abituale per essere associato ad un nuovo contesto), da un punto di vista psicologico la metafora, che pur si avvale di tale operazione, consiste essenzialmente nella creazione di nuove realtà, di nuove esperienze che non sarebbero altrimenti designabili. Dunque un piano psicologico nel quale si aprono nuove possibilità per il testo oggetto della decontestualizzazione, per il personaggio e per il pubblico.
Questi brani sono scelti, tagliati e riproposti in un contesto completamente differente. Questa operazione produce, anche, per la presenza della didascalia che svela la provenienza di ciascun testo una ambiguità nella comunicazione. Lo spettatore vedrà apparire nella parte bassa dell’inquadratura la nota alla battuta, nota che svela appunto la provenienza letteraria della battuta stessa. Questo ulteriore elemento presente all’interno del film mutua le note che si trovano in genere nella saggistica. D’altra parte sia il film che la sceneggiatura sono un saggio sia sulle ultime ricerche del teatro e della drammaturgia, che della cinematografia digitale. Le scenografie composte da video, videoinstallazioni e prodotti dell’arte numerica, costituiscono un ulteriore punto di approfondimento sulle poetiche dell’arte contemporanea alla luce di un ormai accertato procedere, della ricerca artistica, in parallelo alla ricerca scientifica.
Di tutte queste cose si occuperanno i Laboratori. Ma cosa ancora nuova è il considerarli alla stregua di vere e proporie pièces teatrali. Il set del film è il palcoscenico su cui avviene una rappresentazione live. Il Backstage, diventa, di volta in volta un pezzo di vero e proprio teatro live ed interattivo. La trasformazione del testo in scena, il rapporto tra testo e attore, attore e personaggio, l’intervento della regia che sovrintende alla interpretazione del testo, alla recitazione degli attori, alla resa tecnica della fotografia e dei suoni, dei rumori delle musiche. Poi essendo un film che indaga all’interno del pensiero che sottende l’atto creativo, le scenografie si presentano come veri e propri prodotti della mente. Non per questo comunque meno reali della realtà materiale che ci circonda.
Quindi “Ultimo taglio” oltre ad essere il titolo del film, è anche quello di una serie di “laboratori” agganciati alle sue scene. Esse infatti si presentano nella costruzione del set, quindi relativamente alla scenografia, agli elementi tecnici della ripresa sia audio che video, al rapporto tra gli oggetti, lo spazio, gli attori e la sceneggiatura, come una indagine attorno all’arte contemporanea. Ogni set è stato pensato come momento di indagine per la ricerca di una possibile linea di confine tra una semiotica cinematografica e una teatrale. Lo studio di quei segni che mettono in essere la possibilità di dialogo tra letteratura, cinema, teatro e arti visive.
L’idea dei laboratori per ciascuna scena del film mi è venuta strada facendo. Mentre da una parte scrivevo la sceneggiatura, cercando già di vedere il film, dall’altra mi rendevo conto che già essa, la sceneggiatura, corrotta da innumerevoli elementi letterari che andavano dalla “antologia” alla saggistica, proponeva un problema forte di linguaggio. Era translinguistico il problema e dunque non poteva che essere risolto con una sorta di laboratorio aperto che prevedesse interventi di personalità specifiche oltre la mia.
Lavorando a colpi di letteratura, all’interno di una sceneggiatura che si muoveva in maniera disinvolta attraversando pezzi di testo teatrale e suoni di origine poetica, sono inciampato sulla linea di confine tra teatro e cinematografia, tirandomi addosso un bel pezzo di storia. Ho avuto subito la sensazione che non sarei riuscito facilmente a rialzarmi dalla caduta. Eppure non c’era tempo da perdere. Sono rimasto comunque fermo nel mezzo, o meglio “tra”… e mi è piaciuto pure restare così steso, rimanere come a riposo tra un pensiero e l’altro. Spavaldamente.
Ci vuole coraggio per affrontare un certo percorso di cui alle prime pagine ne ignoravo quasi per intero lo svolgimento e il significato. C’era nella mia testa solo quella strana sensazione che mi suscitava l’idea di un androgino che sentiva in se stesso esservi in maniera irresistibile la predestinazione angelica. Come avrebbe fatto il mio personaggio a diventare un angelo? Quale strada avrebbe percorso per raggiungere l’obbiettivo? Un obbiettivo così totalizzante da sembrare utopico se non impossibile. Avevo indicato la poesia come via per il raggiungimento dell’obbiettivo.
Perciò il film è un lungo saggio esemplare sul montaggio. Per questo ho voluto che i set del film fossero contraddistinti come altrettanti “Momenti didattici” e di “Laboratorio” ed il film risulta essere un film-laboratorio che coniuga in contemporanea la tecnica di produzione cinematografica con il teatro nella sua accezione più interattiva: quella didattica.
I laboratori saranno 30 e si svolgeranno nell’arco di quattro mesi, tutti al PAN escluso quelli relativi a scene che dovranno essere girate nel teatro. Gli allievi che vorranno partecipare dovranno compilare un test, come già detto, da cui si potrà evincere la loro seria determinazione a seguire tutti i laboratori e le motivazione della loro decisione. Alla fine dei laboratori sarà consegnato agli allievi un certificato di frequenza.
L'idea.
L’idea del film nasce dalla creazione di un software sviluppato in Flash, che riesce a far volare nello spazio le parole. Inserendo nel software le parole di una poesia, essa viene completamente frantumata e lanciata in un virtuale spazio tridimensionale. Le parole volano nell'aria. Ma non solo. Esse seguono il movimento del mouse e sembrano allontanarsi verso il fondo quando diventano più piccole e tendenti al grigio chiaro, avvicinarsi allo spettatore quando diventano più grandi e tendenti al nero pieno, girano su se stesse e si spostano in alto, in basso, a destra, a sinistra creando la definizione virtuale di uno spazio tridimensionale invaso da parole.
Con un altro software che riprende ciò che accade su un desktop di un computer, ho realizzato una serie di filmati che riprendono le parole mentre vagano nello spazio. Tali filmati li ho sovrapposti ad altri filmati ottenendo l’effetto speciale in cui le parole volano nello spazio del filmato sottostante.
Questo processo definisce in qualche modo il Desktop del computer come palcoscenico di un teatro dove l’attore è il puntatore del mouse e il regista è chi lo muove.
Da queste esperienze è nata l'idea di realizzare un film che avesse al suo interno elemeti tali da proporsi come film di poesia. Ma poi scrivendo la sceneggiatura, lo stesso personaggio mi ha indicato una strada da seguire, e sono nate le battute ed è nata la sceneggiatura così come è riportata in seguito.
Il film si ispira a drammaturghi e poeti, tra cui Pier Paolo Pasolini, Alda Merini, Bertolt Brecht, Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, Antonin Artaud, Samuel Beckett, Vladimir Majakoskij, Sarah Kane, Bernard-Marie Koltès. Sono le loro parole che, ormai sciolte dal vincolo del verso e del contesto, volano nello spazio, sulle immagini, dentro le location, e nella sceneggiatura. creando un percorso che è quello della creazione di una grande installazione sulla “Poesia”. Personaggi attraversano rapiti lo spazio invaso dalle parole. Vi sono oggetti che si ritrovano all’interno del film e che sono opere presenti nella istallazione: come le poesie in bottiglia, oppure le grandi tele dedicate a ciascun poeta. Hailbios è l’angelo della poesia che si aggira come un fantasma all’interno del video: se ne percepisce la presenza, senza mai vederlo, in quanto l’attore è in continua lotta col personaggio nel tentativo di possederlo.
Il soggetto
Il film tratta la storia di una attrice che deve interpretare in una pièce teatrale il ruolo di un angelo il cui nome è Hailbios. Ella ha un amico, Wiki, con cui divide la stanza nella quale vive. Tra i due nasce un sentimento che nel corso del film diventa sempre più chiaro: Wiki si innammora perdutamente di Hailbios e dipende da tutto ciò che ella fa, la vede come un essere superiore con cui lui non sa prendere iniziative, mentre l’attrice di cui non sapremo mai il nome e che saremo per questo costretti a chiamare Hailbios, si divide tra l’amore per il teatro e il sentimento che suo malgrado sta nascendo nei confronti di Wiki. La strada che l’attrice prende per interpretare Hailbios è quella della completa identificazione con il personaggio. Anzi ella si spinge anche oltre questo concetto: vuole produrre, con un allenamento a metà strada tra il rito, la magia e lo sport, la crescita delle ali. è convinta della forza del desiderio: tanto ella desidererà che ciò avvenga che veramente ella crede succederà. Così si assiste alle varie sedute-prove che Hailbios fa per diventare un angelo. Wiki è spesso con lei/lui e man mano che assiste agli sforzi prodotti sembra cominciare a credere, anche lui, che quella trasformazione sia possibile. Hailbios è condotta, dalla presenza di un regista-padrone, attraverso una moltitudine di testi che hanno lo scopo di farle toccare con mano lo stato angelico dell’attore durante la interpretazione-creazione. Ma questo avvicendarsi di testi, di immagini, di ricordi e di speranze, in un turbinìo che attraversa ripetutamente il confine tra cinema e teatro procurano nell’attrice uno spaesamento tale da farla cadere in una forma di depressione da cui sarà proprio Wiki a sollevarla facendole costatare che proprio in quel momento di abbattimento ella era riuscita a diventare Hailbios. Ciò che era un traguardo difficile è stato raggiunto. Hailbios sente di non avere più quell’entusiasmo, quella forza che l’aveva spinto ad affrontare tutte quelle prove. Il raggiungimento dell’obiettivo è la morte di quella spinta che le faceva scorgere il futuro anche in un presente doloroso. In questa calma apparente scopre l’amore di Wiki e durante l’amplesso, nel momento che il piacere dell’amore è giunto al suo massimo grado…..
I personaggi
I due personaggi principali del film, Hailbios e Wiki, mettono in evidenza con i loro comportamenti gli elementi di un rapporto particolare: quello tra attore (Hailbios) e spettatore (Wiki). In effetti durante tutto il film si ha l’impressione che Hailbios si esibisca per uno spettatore privilegiato, che diventa il simbolo di tutti gli spettatori: Wiki. I loro discorsi presentano sempre una direzione privilegiata della comunicazione: quella che da Hailbios va verso Wiki. Hailbios è l’attore, il grande comunicatore che conosce tutto l’universo della piéce che si sta recitando e Wiki, in presenza di tanta conoscenza, rimane sempre come l’allievo timido nei confronti del professore: costantemente meravigliato ed impaurito.
I due personaggi si trovano dentro un susseguirsi di situazioni che hanno origine dal continua ricrearsi della finzione e dal suo conseguente svelarsi pur continuando a rimanere nella finzione. Per sfuggire alla finzione il montaggio si presenta come momento critico della creazione: è nel montaggio che molte cose vengono espresse con il linguaggio della documentazione e del saggio sullo stesso montaggio. In questa atmosfera i due personaggi, anche se per vie differenti, in funzione del carattere di ciascuno, giungono a conclusioni analoghe. Paradossalmente è il meno forte, Wiki, a indicare infine il significato degli eventi e i risultati delle azioni. Si assite dunque ad un ribaltamento delle posizioni: l’allievo che sul finire del film sembra superare il maestro. Ma per far questo deve incontrare altri personaggi che gli fanno perdere man mano la sua verginità: i ragazzi che nudi dipingono la sala del PAN, il critico con le sue parole rivelatrici di un mondo dell’arte e della politica completamente sconosciuto a Wiki, la follia del regista che….. Wiki frequenta, con il pubblico, un laboratorio di fine millennio, e viene catapultato davanti allo sterminato paesaggio del domani con i suoi interrogativi e le sue speranze e i suoi veri e falsi obbiettivi. In questa situazione sembra proprio Wiki, sulla vetta del Vesuvio in una giornata di pioggia e nebbia, a saper condurre la storia avanti a dare ad Hailbios la via dell’interpretazione delle cose vissute nel film. Il riscatto del più debole.
Hailbios e Wiki rappresentano davvero un teatro povero: quello teorizzato da Grotowski. Per il maestro polacco tutto può essere sottratto all’immagine del teatro tradizionale, tranne l’attore e lo spettatore, che diventano, quindi, gli elementi minimi per l’esistenza del teatro stesso. Il film, tra l’altro, analizza proprio questo rapporto fondamentale per il teatro d’avanguardia. E’ proprio Grotowski a definire il teatro come “ciò che avviene tra lo spettatore e l’attore”. Hailbios è l’attore che non soffre di “pubblicotropismo” cioè di quella “malattia”, propria di molti attori, per cui nasce un “opportunistica subalternità e un servilismo ipocrita che hanno spesso caratterizzato il rapporto con il pubblico dell’attore occidentale. Sempre esibizionisticamente teso a piacere, a suscitare il consenso, a raccogliere l’applauso e l’elogio”. Questo atteggiamento rappresenta per Grotowski il peggior nemico dell’attore e come tale va duramente combattuto. Non per il pubblico deve recitare l’attore, ma alla presenza del pubblico, cercando un confronto con lui. E questo cerca di fare Hailbios nel corso del film: egli recita alla presenza del suo pubblico, Wiki. Nasce così la ricerca di un rapporto possibile con lo spettatore. Un rapporto che appare da subito non di sottomissione, anzi anche quando nella scena del teatro Mercadante, dove Hailbios dopo la prova chiede a Wiki “Allora?”, anche in quel momento, quella che sembrerebbe un subalternità si risolve dopo poco come una superiorità.
Intanto Hailbios non chiede “Come sono andata?” oppure “Che ti sembra?” in attesa però di un riscontro positivo. Ella con quell’ “allora?” crea comunque una distanza, pone Wiki proprio nella posizione del “testimone”, cioè di colui che assiste, è presente e con la sua fisicità, partecipa alla scena. E’ Wiki che con la sua risposta: “Sei stata meravigliosa… bravissima!” vuole invece recuperare la posizione tradizionale dello spettatore. Ad Hailbios l’atteggiamento non piace e quindi allorché Wiki, ad occhi chiusi, si lascia andare ad un bacio, lei si allontana lasciandolo impalato e carico di meraviglia.
“[…] Quando vogliamo dare allo spettatore la possibilità di una partecipazione emozionale, diretta ma emozionale […] bisogna allontanare gli spettatori dagli attori, il contrario di quanto si potrebbe pensare in apparenza. La vocazione dello spettatore è essere osservatore, ma soprattutto essere testimone. Testimone non è colui che mette il naso ovunque, che si sforza di essere il più vicino possibile o anche di interferire nell’attività degli altri. Il testimone si tiene un po’ in disparte, non vuole intromettersi, desidera essere cosciente, guardare ciò che avviene dall’inizio alla fine e conservarlo nella memoria. […] “Respicio”, questo verbo latino che indica il rispetto per le cose, ecco la funzione del testimone reale; non intromettersi con il proprio misero ruolo, con l’importuna dimostrazione “anch’io”, ma essere testimone, ossia non dimenticare a nessun costo.”
Le scene nelle quali Hailbios e Wiki si confrontano sono scene che appartengono al teatro e al cinema. Si sente un forte attrito, uno scontro latente e sotterraneo che nasce proprio da questa battaglia semantica tra tutti quei segni che vengono fatti oscillare nel film violentemente tra il codice strettamente teatrale e quello cinematografico. Sembra di essere immersi in un surplus di comunicazione, un eccesso di informazioni. Ma questa sensazione è solo apparente. In effetti tutta la scenografia che compone l’immagine di fondo delle scene, nelle quali si muovono i personaggi e gli attori che li interpretano, è realizzata con il minimo degli elementi: solo quelli che possono entrare in una camera mentale dove, più che lo spazio reale, risiede lo spazio come ricordo, pensiero, fantasia. Uno spazio in definitiva poetico che informa di sé ciascun fotogramma del film. E’ la diversità del sistema di comunicazione unito alla complessità del concetto poetico a creare la sensazione di eccesso di informazione. Specialmente quando si cerca di decodificare le inquadrature e le scene secondo codici inadatti e obsoleti, composti per lo più da stilemi che svelano quel linguaggio della contemporaneità che non coniuga la possibilità di cambiamenti radicali, improvvisi e violenti, propri del mondo che oggi si sta vivendo.
Dunque un attrito, uno scontro tra segni, contamina sia i personaggi che gli attori. Una prima contaminazione sui personaggi Hailbios l’attore e Wiki il suo pubblico, una seconda contaminazione su Filomena Di Iorio che interpreta Hailbios e Gianluigi Masucci che interpreta Wiki. Dunque più che di eccesso di informazione presente in ciascun fotogramma del film, si può parlare di una molteplice diversità dell’informazione in ciascuna scena: ciò ottenuto in massima parte attraverso l’uso del cinema nel cinema.
La scena di Wiki con il Critico incarna il rapporto tra lo studente e il professore. Wiki vuole a tutti i costi capire e crearsi una conoscenza per potersi poi meglio rapportare con Hailbios. Il problema di Wiki è strettamente gnoseologico: il suo sapere è conoscenza di massa, divulgativa e per statuto di estensione orizzontale e non verticale; la presenza di Hailbios fa nascere in lui la certezza di una maggiore profondità del sapere e del conoscere. Wiki ormai sa di non avere gli strumenti adatti per perseguire il viaggio verso Hailbios che è viaggio nei meandri e nelle profondità della conoscenza e si rivolge al critico proprio per cercare di avere maggiori elementi/strumenti. Il Critico, profondamente immerso in una realtà politica, non solo disorienta Wiki, ma lo induce a prendere coscienza che ai suoi strumenti per accedere al sapere manca principalmente una visione estetica della conoscenza: il processo a cui Wiki si sottopone è in definitiva un laboratorio. Questa posizione è quella del grande pubblico che una volta sottratto alla rutine della vita contemporanea, alla macchina politico-economica del mercato capitalistico, cercherà di procurarsi gli strumenti per comprendere e capire, per progredire nella conoscenza non in funzione di un divertissement, né per un intrattenimento o passatempo, ma per una reale ragione di vita: il rapporto con gli altri, il viaggio della conoscenza che è il viaggio della vita, le ragioni naturali della morte, il valore estetico di questo viaggio.
Dunque un Laboratorio. Un Laboratorio a cui partecipano gli attori, i personaggi, il pubblico. Sotto questo aspetto il film diventa Documento. Un Documento che parla dei rapporti che esistono tra varie entità che entrano a far parte del mondo dello spettacolo. Da quelle tecniche artistiche come la sceneggiatura, o la ripresa o ancora il montaggio, alle macchine che entrano a far parte di questa creazione, per esempio la telecamera MDP che diventa in questo film un personaggio vero e proprio, fino agli spettatori sia quelli che casualmente sono capitati nel film sia quelli che alla fine assisteranno al film e la cui presenza, comunque, si sente nel film stesso. Il film-Laboratorio è una esperienza riconducibile a quella analizzata per il solo teatro da De Marinis: mentre il vedere il “film” consiste nel fare esperienza del prodotto, e dunque della spettacolarità, dimensione immediatamente visibile e percepibile del fatto cinematografico, il vedere-fare il film attraverso l’istituzione di un Laboratorio, consiste nel fare esperienza dei processi, e cioè della performatività, dimensione solitamente invisibile del fatto cinematografico, riguardante essenzialmente chi agisce e non chi assiste. Il film-Laboratorio è un “vedere fare” nella accezione che a queste parole dà il De Marinis: “cioè l’esperienza pratica indiretta, in quanto consente programmaticamente la fruizione di un processo creativo e non di un prodotto; più esattamente di un qualcosa che è l’uno e l’altro insieme, in quanto si compone non di strutture morte, perché rigide, immobili, ma di forme viventi, perché fluide, mutevoli”.
Mentre il rapporto tra Hailbios e Wiki è strettamente teatrale, e trova però le sue risoluzioni nel cinema, il rapporto tra Wiki e il Critico è strettamente cinematografico.
Dunque i due personaggi partecipano del laboratorio, cioè di uno spazio nel quale il continuo tentativo e l’assiduo allenamento per la riuscita del tentativo costituiscono la reale essenza della conoscenza e dell’informazione. Hailbios è sottoposto ad un allenamento feroce e pesante, Wiki è il suo spettatore-testimone.
|