Viviamo un’epoca di transizione. Si passa dall’analogico al digitale, aprendo l’epoca del post-elettronico. I linguaggi mutuano la parola scritta con quella dedotta da immagini fisse e in movimento. Gli alfabeti si estendono, le lingue si contaminano tra loro e con i dialetti creando un nuovo concetto di cultura: la multicultura.
Nasce la Letteratura ibrida.
Questo concetto vuole mettere in discussione non solo l’idea che la letteratura sia migliore sotto l’influenza di una tradizione sola, ma anche l’idea che solo la tradizione possa creare letteratura. La “LI”[1] usa diverse lingue di diverse tradizioni miscelandole con linguaggi altri del contemporaneo. L’italiano, il francese, l’inglese, lo spagnolo (comunque questo è un fenomeno che si riscontra in tutte le lingue parlate) e le loro letterature tradizionali stanno prendendo sempre più l’apparenza e la consistenza di lingue morte. Ciò specialmente tra le nuove generazioni più avvezze all’introduzione di nuovi linguaggi di provenienza elettronica, post-elettronica e digitale. Le lingue parlate stanno diventando per questi giovani come il latino e il greco di quando noi eravamo giovani. Lingue morte.
Le grandi migrazioni di popoli stanno intrecciando culture e linguaggi che a loro volta si intrecciano con le lingue nazionali, regionali, locali producendo lingue ibride che danno vita a culture nuove, a nuovi modi di considerare e rapportarsi al mondo circostante. In questa trasformazione le culture tradizionali, anziché essere completamente soppiantate, si incuneano nei nuovi intrecci linguistici producendo ulteriori mutazioni. Il concetto di ibridismo diventa di uso comune in una società multietnica, multiculturale, multireligiosa. “Le arti figurative e la letteratura, la linguistica e l’antropologia, la sociologia e la religione, come pure le scienze naturali, denunciano la presenza emergente e l’influenza sempre maggiore dell’ibridismo nel discorso culturale del nostro tempo. Il fenomeno, in quanto tale è tutt’altro che nuovo, poiché l’ibridazione è un processo comune a tutte le culture umane, anche se è stato inizialmente osservato nel contesto della vita organica, animale e vegetale. Il termine indica una deviazione dalla norma della genealogia, una mescolanza, un incrocio, e quindi il risultato di un processo di ibridazione: insomma, una combinazione di elementi appartenenti a sistemi diversi, che, estrapolati dal contesto e mescolati, hanno generato un organismo o un prodotto, nuovi e “creolizzati”. Dalla biologia alla genetica il termine è stato esteso […] al linguaggio. Oggi esso copre un’ampia gamma di combinazioni che sono frutto dell’immaginazione umana[2].
Ciò accade anche nel linguaggio usato dai nostri giovani nella “messaggistica cellulare”, accade nell’estendersi della possibilità di produzione di immagini-segnale[3]che attraverso la rete, da Youtube ai social network come Facebook o myspace, diventano mezzi specifici di comunicazione e quindi fondano nuove grammatiche e nuove sintassi per nuovi linguaggi. Ciò accade ancora e da molto più tempo, con la cartellonistica pubblicitaria dove l’ibridazione tra parola scritta e immagine è fortemente comunicante. Negli spot pubblicitari della televisione, che sebbene inneggiano ad una deprecabile società dei consumi, rappresentano in molti casi il prodotto migliore della televisione stessa, e in cui la parola scritta questa volta si coniuga ibridandosi con quella parlata e con immagini fisse e in movimento, con suoni e musiche, testimoniando l’esistenza dell’ibridismo nei prodotti elettronici ancor prima di quelli digitali. Le pagine web sono esse stesse delle forme di ibridazione tra parole e immagini fisse e in movimento, immagini che sono in tutti questi casi “frammenti di realtà in presa diretta, vis-à-vis, in modalità tale e quale, ovvero secondo il principio dell’analogon”[4].
La fase che stiamo vivendo all’interno della nostra storia culturale, in movimento verso la globalizzazione totale in ogni angolo del pianeta, offre aspetti che di fatto appaiono attraenti anche esteticamente e culturalmente: e tra essi spicca l’ibridismo[5]
Svariati sono gli esempi di ibridazione in letteratura, spesso dovuti alla deterritorializzazione in atto. Itala Vivan, professore di studi culturali postcoloniali all’Università degli studi di Milano, cita a tale proposito l’apertura de “The Budda of Suburbia”[6] per portare un chiaro esempio di collegamento tra immigrazione e ibridazione. Hainif Kureish dice: “Mi chiamo Karin Amir, sono inglese di nascita e d’educazione, o quasi. Vengo spesso considerato uno strano tipo d’inglese, una nuova razza, sorta da due storie antiche. Non me ne curo, inglese sono (pur non andandone fiero), della periferia di Londra sud, da qualche parte diretto. E', forse, la bizzarra mescolanza di continenti e di sangue, qui e lì, di appartenenza e non appartenenza a rendermi irrequieto e facile alla noia. O è, forse, l'essere cresciuto in periferia, la causa. Ad ogni modo perché ricercarne l'intima ragione quando basta dire che ero a caccia di guai, di qualunque sorta di movimento, azione od interesse sessuale fossi in grado di trovare, poiché era tutto così triste, così lento e pesante, a casa nostra, non so perché. Francamente tutto mi deprimeva ed ero pronto a qualunque cosa”. Dunque esiste una correlazione stretta tra migrazione e ibridazione dei corpi, delle abitudini, delle culture, dei modi di vivere il mondo e i rapporti tra persone su un determinato territorio.
[…] La letteratura dei migranti è giunta nello spazio ibrido. L’esistenza dei migranti viene innalzata in senso esistenziale ad una metafora dell’esistenza dell’individuo, inserito nelle condizioni di un mondo postmoderno. La migrazione come esperienza reale viene trasformata in senso metaforico e interpretata nell’accezione di “situazione esistenziale della peregrinazione, del passaggio, dell’ibridità […] cioè in quanto universalità del mondo globalizzato[7]. Tutto ciò non può che riflettersi sulla letteratura come prodotto dei rapporti di comunicazione tra gli invidui e tra questi e la realtà circostante considerata non solo come globale, ma anche locale. Non solo i concetti di globalizzazione, deterritorializzazione, migrazione ponendo problemi di linguaggio creano situazioni in cui prolifera la “LI”, cioè una letteratura costituita da lingue che si mescolano a tal punto da dare origine a parole composte da più lingue per significare cose che possano essere intese da individui di diversa origine.
Nel nostro viaggio attraverso una possibile definizione di “LI” nella cultura contemporanea, non possiamo non ritenere importante l’analisi delle tecniche tipografiche[8] che hanno prodotto nei casi di estetizzazione più avanzata gli esiti della poesia visiva, che può essere considerata a ragione una ibridazione tra testo letterario tradizionale e uso fantasioso e immaginifico della tecnica di stampa. Né si può non citare il caso della Biblioteca ibrida, termine da qualche anno entrato nella letteratura professionale, e con cui s’intende una struttura in cui le nuove risorse informative digitali e le tradizionali risorse a stampa coesistono al fine di costituire un servizio di informazione integrato. “Scopo della biblioteca ibrida è quello di incoraggiare l’utente a servirsi della miglior fonte di informazione disponibile, indipendentemente dal suo formato: un modello di biblioteca dunque dove la logica destinata a prevalere è quella della molteplicità e pluralità delle fonti e dei supporti in una strategia che porta ad affermare la centralità dell’utente e delle sue esigenze.
E’ in questo ambito che credo si giocherà nel contemporaneo la “LI” con prodotti che pur partendo dal libro tradizionale attraverso indicazioni portino il lettore dentro e fuori la rete internet attraverso una complessa teoria di percorsi che saranno scelti dal lettore stesso su un tappeto rizomatico di possibilità.
[1] Da ora in poi col significato di Letteratura Ibrida.
Gianluigi Masucci e Milena Di Iorio in una scena del film
Prima che ci partiamo dal ragionamento del veder
l’immagine pendente nell’aria, insegneremo come si possa
Fare che veggiamo le immagini pendenti nell’aria di
qualsivoglia cosa; il che sarà una cosa mirabile più di tutte le meravigliose,
principalmente senza specchio, e senza l’oggetto visibile […] Ma diciamolo… come si veda
una immagine nell’aria in mezo una camera, che non si veda lo specchio, né
l’ogetto della cosa visibile, e caminando intorno intorno vedrai l’imagine da
tutte le parti.
Giovan Battista Della Porta, 1589
Il Laboratorio
Il film è composto da 65 scene suddivise in 30
laboratori. Al Laboratorio hanno partecipato 50 persone che hanno dimostrato
attraverso un test di essere fortemente motivati a seguirli tutti. Ciascun
Laboratorio è stato il tentativo di entrare in profondità nelle scene che ad
esso appartengono, analizzando i personaggi, gli autori incontrati, le tecniche
di scrittura, di ripresa e di montaggio previste per la realizzazione del film.
E’ stata posta l’attenzione su uno dei fatti caratterizzanti non solo la
scrittura ma anche e soprattutto la realizzazione del film e che riguarda
l’utilizzo di pezzi di testo teatrale tagliati dal loro contesto e riproposti
all’interno di un contesto diverso. Una operazione questa che più che
considerarla un mero collage è da considerarsi come un vero e proprio
ready-made
[1]
. Nella sceneggiatura, infatti si
è in presenza, molto spesso di dialoghi e monologhi che sono ripresi di sana
pianta da altrettante opere di letteratura teatrale. In alcuni casi un personaggio
si esprime con le battute di un testo e l’altro con quelle di un altro testo.
Questa operazione è una metafora composta non di sole parole: prende in
considerazione non solo il testo, ma anche i significati a cui quel testo
rimanda, i movimenti del corpo,le
trasformazioni della scena e dei personaggi attraverso diversità e similitudini
di avvenimenti all’interno di un corpo teatrale. Se da un punto di vista
operazionale la metafora consiste nella decontestualizzazione di un elemento
(questo infatti viene dissociato da quello che è il suo contesto abituale per
essere associato ad un nuovo contesto), da un punto di vista psicologico la
metafora, che pur si avvale di tale operazione, consiste essenzialmente nella
creazione di nuove realtà, di nuove esperienze che non sarebbero altrimenti
designabili
[2]
. Dunque un
piano psicologico nel quale si aprono nuove possibilità per il testo oggetto
della decontestualizzazione, per il personaggio e per il pubblico.
Questi brani sono scelti, tagliati e riproposti in un
contesto completamente differente. Questa operazione produce, anche, per la
presenza della didascalia che svela la provenienza di ciascun testo una
ambiguità nella comunicazione. Lo spettatore vedrà apparire nella parte bassa
dell’inquadratura la nota alla battuta, nota che svela appunto la provenienza
letteraria della battuta stessa. Questo ulteriore elemento presente all’interno
del film mutua le note che si trovano in genere nella saggistica. D’altra parte
sia il film che la sceneggiatura sono un saggio sia sulle ultime ricerche del
teatro e della drammaturgia, che della cinematografia digitale. Le scenografie
composte da video, videoinstallazioni e prodotti dell’arte numerica,
costituiscono un ulteriore punto di approfondimento sulle poetiche dell’arte
contemporanea alla luce di un ormai accertato procedere, della ricerca
artistica, in parallelo alla ricerca scientifica.
Di tutte queste cose si sono occupati i Laboratori. Ma
cosa ancora nuova è di averli considerati alla stregua di vere e proporie pièces
teatrali. Il set del film èdiventato il palcoscenico su cui può esistere una rappresentazione live.
Il Backstage, è diventato, di volta in volta un pezzo di vero e proprio teatro
live ed interattivo. Si è prodotta la trasformazione del testo in scena, si è
messo in evidenza e si è analizzato il rapporto tra testo e attore, attore e
personaggio, l’intervento della regia che sovrintende alla interpretazione del
testo, alla recitazione degli attori, alla resa tecnica della fotografia e dei
suoni, dei rumori, delle musiche. Poi essendo un film che indaga all’interno
del pensiero che sottende l’atto creativo, le scenografie sono state presentate
come veri e proprie installazioni e quindi analizzate come prodotti
concettuali. Non per questo comunque meno reali della realtà materiale che ci
circonda.
Quindi“Ultimo taglio” oltre ad essere il titolo del film, è stato
anche quello di una serie di “laboratori” agganciati alle sue scene. Esse
infatti sono state proposte a cominciare dalla costruzione del set: la scenografia,
gli elementi tecnici della ripresa sia audio che video, il rapporto tra gli
oggetti, lo spazio, gli attori e la sceneggiatura, come una indagine attorno
all’arte contemporanea. Ogni set è stato pensato come momento di ricerca di una
possibile linea di confine tra una semiotica cinematografica e una teatrale. Lo
studio di quei segni che mettono in essere la possibilità di dialogo tra
letteratura, cinema, teatro e arti visive, in “Ultimo taglio”.
L’idea dei laboratori per
ciascuna scena del film mi è venuta strada facendo. Mentre da una parte
scrivevo la sceneggiatura, cercando già di vedere il film, dall’altra mi
rendevo conto che già essa, la sceneggiatura, corrotta da innumerevoli elementi
letterari che andavano dalla “antologia” alla saggistica, proponeva un problema
forte di linguaggio. Era translinguistico il problema e dunque non poteva che
essere risolto con una sorta di laboratorio aperto che prevedesse interventi di
personalità specifiche oltre la mia.
Lavorando a colpi di letteratura,
all’interno di una sceneggiatura che si muoveva in maniera disinvolta
attraversando pezzi di testo teatrale e suoni di origine poetica, sono
inciampato sulla linea di confine tra teatro e cinematografia, tirandomi
addosso un bel pezzo di storia. Ho avuto subito la sensazione che non sarei
riuscito facilmente a rialzarmi dalla caduta. Eppure non c’era tempo da
perdere. Sono rimasto comunque fermo nel mezzo, o meglio “tra”… e mi è piaciuto
pure restare così steso, rimanere come a riposo tra un pensiero e l’altro.
Spavaldamente. Il Laboratorio come teatro e le riprese del suo svolgersi,
passare in maniera disinvolta dal Backstage al film attraverso l’uso, nel
montaggio, di inquadrature multivideo.
Ci vuole coraggio per affrontare
un certo percorso di cui alle prime pagine ne ignoravo quasi per intero lo
svolgimento e il significato. C’era nella mia testa solo quella strana
sensazione che mi suscitava l’idea di un androgino che sentiva in se stesso
esservi in maniera irresistibile la predestinazione angelica. Come avrebbe
fatto il mio personaggio a diventare un angelo? Quale strada avrebbe percorso
per raggiungere l’obbiettivo? Un obbiettivo così totalizzante da sembrare
utopico se non impossibile. Avevo indicato la poesia come via per il
raggiungimento dell’obbiettivo.
Perciò il film è un lungo saggio esemplare sul montaggio.
Per questo ho voluto che i set del film fossero contraddistinti come
altrettanti “Momenti didattici” e di “Laboratorio” ed il film risulta essere un
film-laboratorio che coniuga in contemporanea la tecnica di produzione
cinematografica con il teatro nella sua accezione più interattiva: quella
didattica.
I laboratori sono stati 30e si sono svolti nell’arco dei primi
quattro mesi, tutti al PAN escluso quelli relativi alle scene girate nel teatro
Mercadante.
L'idea.
L’idea del film nasce dalla creazione di un software
sviluppato in Flash, che riesce a far volare nello spazio le parole. Inserendo
nel software le parole di una poesia, essa viene completamente frantumata e
lanciata in un virtuale spazio tridimensionale. Le parole volano nell'aria. Ma
non solo. Esse seguono il movimento del mouse e sembrano allontanarsi verso il
fondo quando diventano più piccole e tendenti ad un colore più chiaro,
avvicinarsi allo spettatore quando diventano più grandi e tendenti al colore
pieno, girano su se stesse e si spostano in alto, in basso, a destra, a
sinistra creando la definizione virtuale di uno spazio tridimensionale invaso
da parole colorate.
Con un altro software che riprende ciò che accade su un
desktop di un computer, ho realizzato una serie di filmati che riprendono le
parole mentre vagano nello spazio. Tali filmati li ho sovrapposti ad altri
filmati ottenendo l’effetto speciale in cui le parole volano nello spazio del
filmato sottostante.
Questo processo definisce in qualche modo il Desktop del
computer come palcoscenico di un teatro dove l’attore è il puntatore del mouse
e il regista è chi lo muove.Elementi di Desktop theater sono presenti in varie parti del film
creando un contrappunto alla poesia numerica che informa di sé molta parte
delle inquadrature. Poesia numerica, Digital poetry in inglese, la
trasposizione dell’atteggiamento poetico dall’uso degli elementi della
comunicazione verbale all’uso degli elementi della comunicazione digitale. Da
queste esperienze è nata l'idea di realizzare un film che avesse al suo interno
elemeti tali da proporsi come film di poesia. Ma poi scrivendo la
sceneggiatura, lo stesso personaggio mi ha indicato una strada da seguire, e
sono nate le battute ed è nata la sceneggiatura così come è riportata in
seguito.
Il film si ispira a drammaturghi e poeti, tra cui Pier
Paolo Pasolini, Alda Merini, Antonio Neiwiller, Bruno Schulz, Bertolt Brecht,
Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, Antonin Artaud, Samuel Beckett, Vladimir Majakoskij,
Sarah Kane, Bernard-Marie Koltès, Harold Pinter, Thomas Stearn Eliot. Sono le
loro parole che, ormai sciolte dal vincolo del verso e del contesto, volano
nello spazio, sulle immagini, dentro le location, nelle battute e nella
sceneggiatura, creando un percorso che è quello della creazione di una grande
installazione sulla “Poesia”. Personaggi attraversano rapiti lo spazio invaso
dalle parole. Vi sono oggetti che si ritrovano all’interno del film e che sono
opere presenti nella istallazione: come le poesie in bottiglia, oppure le
grandi tele dedicate a Pasolini. Hailbios è l’angelo della poesia che si aggira
come un fantasma all’interno del video: se ne percepisce la presenza, senza mai
vederlo, in quanto l’attore è in continua lotta col personaggio nel tentativo
di possederlo.
Il soggetto
Il film tratta la storia di una attrice che deve
interpretare in una pièce teatrale il ruolo di un angelo il cui nome è
Hailbios. Ella ha un amico, Wiki, con cui divide la stanza nella quale vive.
Tra i due nasce un sentimento che nel corso del film diventa sempre più chiaro:
Wiki si innammora
[3]
perdutamente
di Hailbios e dipende da tutto ciò che ella fa, la vede come un essere
superiore con cui lui non sa prendere iniziative, mentre l’attrice di cui non
sapremo mai il nome e che saremo per questo costretti a chiamare Hailbios, si
divide tra l’amore per il teatro e il sentimento che suo malgrado sta nascendo
nei confronti di Wiki. La strada che l’attrice prende per interpretare Hailbios
è quella della completa identificazione con il personaggio. Anzi ella si spinge
anche oltre questo concetto: vuole produrre, con un allenamento a metà strada
tra il rito, la magia e lo sport, la crescita delle ali. È convinta della forza
del desiderio: tanto ella desidererà che ciò avvenga che veramente ella crede
succederà. Così si assiste alle varie sedute-prove che Hailbios fa per
diventare un angelo. Wiki è spesso con lei/lui e man mano che assiste agli
sforzi prodotti sembra cominciare a credere che quella trasformazione sia possibile.
Hailbios è condotta, dalla presenza di un regista-padrone, attraverso una
moltitudine di testi che hanno lo scopo di farle toccare con mano lo stato
angelico dell’attore durante la interpretazione-creazione. Ma questo
avvicendarsi di testi, di immagini, di ricordi e di speranze, in un turbinìo
che attraversa ripetutamente il confine tra cinema e teatro procurano
nell’attrice uno spaesamento tale da farla cadere in una forma di depressione
da cui sarà proprio Wiki a sollevarla facendole costatare che proprio in quel
momento di abbattimento ella era riuscita a diventare Hailbios, anche senza che
le fossero cresciute materialmente le ali. Ciò che era un traguardo difficile è
stato raggiunto. Hailbios sente di non avere più quell’entusiasmo, quella forza
che l’aveva spinto ad affrontare tutte quelle prove. Il raggiungimento
dell’obiettivo è la morte di quella spinta che le faceva scorgere il futuro
anche in un presente doloroso. In questa calma apparente scopre l’amore di Wiki
e durante l’amplesso, nel momento che il piacere dell’amore è giunto al suo
massimo grado, nel baciare il suo amico/amante gli spara un colpo di pistola
alla nuca che attraversa entrambi portando contro il muro un grande spruzzo di
sangue che si coagula in una grande macchia rossa… Ma a questo punto la MDP
allontanandosi dalla macchia rossa scopre che… tutto non è altro che una
pittura su tela in una mostra dove c’è molta gente fra cui si riconoscono
proprio Hailbios e Wiki. Vi sono i giornalisti che si accalcano intorno
all’artista. Il film termina con la domanda della giornalista all’artista:
“Maestro e il mercato?”. Poi appare la frase:
“Conoscendo il mistero dell'altro, si conosce il proprio.
E al contrario: conoscendo il proprio, si conosce quello dell'altro. Questo non
è possibile con chiunque. Così dicendo non intendo giudicare il valore degli
altri. Semplicemente, la vita ci ha fatto tali che possiamo incontrarci: tu ed
io. Possiamo incontrarci per la vita e per la morte - compiere un atto comune.
Creare come se fosse l'ultima volta, come se subito dopo si dovesse morire.”
1984 Jerzy Grotowski
La scritta scompare in dissolvenza e appare il titolo:
“Ultimo taglio”.
I personaggi
I due personaggi principali del film, Hailbios e Wiki,
mettono in evidenza con i loro comportamenti gli elementi di un rapporto
particolare: quello tra attore (Hailbios) e spettatore (Wiki). In effetti
durante tutto il film si ha l’impressione che Hailbios si esibisca per uno
spettatore privilegiato, chediventa
il simbolo di tutti gli spettatori: Wiki. I loro discorsi presentano sempre una
direzione privilegiata della comunicazione: quella che da Hailbios va verso
Wiki. Hailbios è l’attore, il grande comunicatore che conosce tutto l’universo
della piéce che si sta recitando e Wiki, in presenza di tanta conoscenza,
rimane sempre come l’allievo timido nei confronti del professore: costantemente
meravigliato ed impaurito.
I due personaggi si trovano dentro un susseguirsi di
situazioni che hanno origine dal continuo ricrearsi della finzione e dal suo
conseguente svelarsi pur continuando a rimanere nella finzione. Per sfuggire a
questo circolo vizioso il montaggio si presenta come momento critico della
creazione: è nel montaggio che molte cose vengono espresse con il linguaggio
della documentazione e del saggio sullo stesso montaggio. In questa atmosfera i
due personaggi, anche se per vie differenti, in funzione del carattere di
ciascuno, giungono a conclusioni analoghe. Paradossalmente è il meno forte,
Wiki, a indicare infine il significato degli eventi e i risultati delle azioni.
Si assite dunque ad un ribaltamento delle posizioni: l’allievo che sul finire
del film sembra superare il maestro. Ma per far questo deve incontrare altri
personaggi che gli fanno perdere man mano la sua verginità: i ragazzi che nudi
dipingono la sala del PAN, il critico con le sue parole rivelatrici di un mondo
dell’arte e della politica completamente sconosciuto a Wiki, la follia del
regista che in una intervista mette a nudo territori dell’antropologia
culturale attraverso il ready-made delle parole del prof. Massimo Canevacci.
L’idea di corpo contemporaneo che si presenta truccato e abbigliato nella
scena, nel film e nella vita: la sua metafora concettuale diventa protagonista
del montaggio e in definitiva informa di sé anche il comportamento degli altri
personaggi, gli spazi non solo della location, ma anche e soprattutto delle
inquadrature.
Wiki frequenta, con il pubblico, un laboratorio di fine
millennio, e viene catapultato davanti allo sterminato paesaggio del domani con
i suoi interrogativi e le sue speranze e i suoi veri e falsi obbiettivi, i suoi
apocalittici orrori. In questa situazione sembra proprio Wiki, sulla vetta del
Vesuvio in una giornata di pioggia e nebbia, a saper condurre la storia avanti,
a dare ad Hailbios la via dell’interpretazione delle cose vissutenel film. Il riscatto del più debole.
Hailbios e Wiki rappresentano davvero un teatro povero:
quello teorizzato da Grotowski. Per il maestro polacco tutto può essere
sottratto all’immagine del teatro tradizionale, tranne l’attore e lo
spettatore, che diventano, quindi, gli elementi minimi per l’esistenza del
teatro stesso. Il film, tra l’altro, analizza proprio questo rapporto
fondamentale per il teatro d’avanguardia. E’ proprio Grotowski a definire il
teatro come “ciò che avviene tra lo spettatore e l’attore”. Hailbios è l’attore
che non soffre di “pubblicotropismo”
[4]
cioè di quella “malattia”, propria di molti attori, per cui nasce un
“opportunistica subalternità e un servilismo ipocrita che hanno spesso caratterizzato
il rapporto con il pubblico dell’attore occidentale. Sempre
esibizionisticamente teso a piacere, a suscitare il consenso, a raccogliere
l’applauso e l’elogio”
[5]
.
Questo atteggiamento rappresenta per Grotowski il peggior nemico dell’attore e
come tale va duramente combattuto. Non per il pubblico deve recitare l’attore,
ma alla presenza del pubblico, cercando un confronto con lui. E questo cerca di
fare Hailbios nel corso del film: egli recita alla presenza del suo pubblico:
Wiki. Nasce così la ricerca di un rapporto possibile con lo spettatore. Un
rapporto che appare da subito non di sottomissione, anzi anche quando nella
scena del teatro Mercadante, dove Hailbios dopo la prova chiede a Wiki
“Allora?”, anche in quel momento, quella che sembrerebbe un subalternità si
risolve dopo poco come una superiorità.
Intanto Hailbios non chiede “Come sono andata?” oppure
“Che ti sembra?” in attesa però di un riscontro positivo. Ella con quell’
“allora?” crea comunque una distanza, pone Wiki proprio nella posizione del
“testimone”, cioè di colui che assiste, è presente e con la sua fisicità,
partecipa alla scena. E’ Wiki che con la sua risposta: “Sei stata meravigliosa…
bravissima!” vuole invece recuperare la posizione tradizionale dello
spettatore. Ad Hailbios l’atteggiamento non piace e quindi allorché Wiki, ad
occhi chiusi, si lascia andare ad un bacio, lei si allontana lasciandolo
impalato e carico di meraviglia.
“[…] Quando vogliamo dare allo spettatore la possibilità
di una partecipazione emozionale, diretta ma emozionale […] bisogna allontanare
gli spettatori dagli attori, il contrario di quanto si potrebbe pensare in
apparenza. La vocazione dello spettatore è essere osservatore, ma soprattutto
essere testimone. Testimone non è colui che mette il naso ovunque, che si
sforza di essere il più vicino possibile o anche di interferire nell’attività
degli altri. Il testimone si tiene un po’ in disparte, non vuole intromettersi,
desidera essere cosciente, guardare ciò che avviene dall’inizio alla fine e
conservarlo nella memoria. […] “Respicio”, questo verbo latino che indica il
rispetto per le cose, ecco la funzione del testimone reale; non intromettersi
con il proprio misero ruolo, con l’importuna dimostrazione “anch’io”, ma essere
testimone, ossia non dimenticare a nessun costo.”
[6]
Le scene nelle quali Hailbios e Wiki si confrontano sono
scene che appartengono al teatro e al cinema. Si sente un forte attrito, uno
scontro latente e sotterraneo che nasce proprio da questa battaglia semantica
tra tutti quei segni che vengono fatti oscillare nel film violentemente tra il
codice strettamente teatrale e quello cinematografico. Sembra di essere immersi
in un surplus di comunicazione, un eccesso di informazioni. Ma questa
sensazione è solo apparente. In effetti tutta la scenografia che compone
l’immagine di fondo delle scene, nelle quali si muovono i personaggi e gli
attori che li interpretano, è realizzata con il minimo degli elementi: solo
quelli che possono entrare in una camera mentale dove, più che lo spazio reale,
risiede lo spazio come ricordo, pensiero, fantasia. Uno spazio in definitiva
poetico che informa di sé ciascun fotogramma del film. E’ la diversità del
sistema di comunicazione unito alla complessità del concetto poetico a creare
la sensazione di eccesso di informazione. Specialmente quando si cerca di
decodificare le inquadrature e le scene secondo codici inadatti e obsoleti,
composti per lo più da stilemi che svelano quel linguaggio della
contemporaneità che non coniuga la possibilità di cambiamenti radicali, improvvisi
e violenti, propri del mondo che oggi si sta vivendo.
In definitiva un attrito, uno scontro tra segni,
contamina sia i personaggi che gli attori. Una prima contaminazione sui
personaggi Hailbios l’attore e Wiki il suo pubblico, una seconda contaminazione
su Filomena Di Iorio che interpreta Hailbios e Gianluigi Masucci che interpreta
Wiki. Dunque più che di eccesso di informazione presente in ciascun fotogramma
del film, si può parlare di una molteplice diversità dell’informazione in
ciascuna scena: ciò ottenuto in massima parte attraverso l’uso del cinema nel
cinema.
La scena di Wiki con il Critico incarna il rapporto tra
lo studente e il professore. Wiki vuole a tutti i costi capire e crearsi una
conoscenza per potersi poi meglio rapportare con Hailbios. Il problema di Wiki
è strettamente gnoseologico: il suo sapere è conoscenza di massa, divulgativa e
per statuto di estensione orizzontale e non verticale; la presenza di Hailbios
fa nascere in lui la certezza di una maggiore profondità del sapere e del
conoscere. Wiki ormai sa di non avere gli strumenti adatti per perseguire il
viaggio verso Hailbios che è viaggio nei meandri e nelle profondità della
conoscenza e si rivolge al critico proprio per cercare di avere maggiori
elementi/strumenti. Il Critico, profondamente immerso in una realtà politica,
non solo disorienta Wiki, ma lo induce a prendere coscienza che ai suoi
strumenti per accedere al sapere manca principalmente una visione estetica
della conoscenza: il processo a cui Wiki si sottopone è in definitiva un
laboratorio. Questa posizione è quella del grande pubblico che una volta
sottratto alla rutine della vita contemporanea, alla macchina
politico-economica del mercato capitalistico, cercherà di procurarsi gli
strumenti per comprendere e capire, per progredire nella conoscenza non in
funzione di un divertissement, né per un intrattenimento o passatempo, ma per una
reale ragione di vita: il rapporto con gli altri, il viaggio della conoscenza
che è il viaggio della vita, le ragioni naturali della morte, il valore
estetico di questo viaggio.
Dunque un Laboratorio. Un Laboratorio a cui partecipano
gli attori, i personaggi, il pubblico. Sotto questo aspetto il film diventa
Documento. Un Documento che parla dei rapporti che esistono tra varie entità
che entrano a far parte del mondo dello spettacolo. Da quelle tecniche
artistiche come la sceneggiatura, o la ripresa o ancora il montaggio, alle
macchine che entrano a far parte di questa creazione, per esempio la telecamera
MDP che diventa in questo film un personaggio vero e proprio, fino agli
spettatori sia quelli che casualmente sono capitati nel film sia quelli che
alla fine assisteranno al film e la cui presenza, comunque, si sente nel film
stesso. Il film-Laboratorio è una esperienza riconducibile a quella analizzata
per il solo teatro da De Marinis
[7]
:
mentre il vedere il “film” consiste nel fare esperienza del prodotto, e dunque
della spettacolarità, dimensione immediatamente visibile e percepibile del
fatto cinematografico, il vedere-fare il film attraverso l’istituzione di un
Laboratorio, consiste nel fare esperienza dei processi, e cioè della
performatività, dimensione solitamente invisibile del fatto cinematografico,
riguardante essenzialmente chi agisce e non chi assiste. Il film-Laboratorio è
un “vedere fare” nella accezione che a queste parole dà il De Marinis: “cioè
l’esperienza pratica indiretta, in quanto consente programmaticamente la
fruizione di un processo creativo e non di un prodotto; più esattamente di un
qualcosa che è l’uno e l’altro insieme, in quanto si compone non di strutture
morte, perché rigide, immobili, ma di forme viventi, perché fluide, mutevoli”.
[8]
Mentre il rapporto tra Hailbios e Wiki è strettamente
teatrale, e trova però le sue risoluzioni nel cinema, il rapporto tra Wiki e il
Critico è strettamente cinematografico.
I due personaggi partecipano del laboratorio, cioè di uno
spazio nel quale il continuo tentativo e l’assiduo allenamento per la riuscita
del tentativo costituiscono la reale essenza della conoscenza e dell’informazione.
Hailbios è sottoposto ad un allenamento feroce e pesante, Wiki è il suo
spettatore-testimone.
Il montaggio digitale
Un altro punto di analisi laboratoriale e di definizione
di un sistema di regole per svelare il pensiero poetico legato ad un diverso
modo di utilizzare le tecniche elettroniche è stato il montaggio. Il montaggio
digitale è collegabile al concetto di poesia numerica. L’utilizzo fantasioso e
immaginifico dei sistemi tecnologici che costituiscono l’odierna comunicazione
sono il punto di partenza della ricerca poetica contemporanea. In analogia con
quanto la poesia moderna e antica ha fatto relativamente all’uso delle parole
appartenenti al sistema di comunicazione verbale e linguistico. Dunque il
montaggio digitale come strumento di creazione poetico. La poesia che nasce dal
rendere visibile lo stesso sitema tecnico che sottende il montaggio
digitale.
Partendo da una doppia definizione, che si incontra nel
testo base del montaggio: “Teoria generale del montaggio” di Sergej Ejzenstejn:
“da un lato il montaggio rinviaad
una scomposizione cui vanno incontro i diversi fenomeni, seguita da una
ricomposizione a un livello più alto; sotto questo aspetto, esso è lo strumento
attraverso cui smembrare analiticamente gli oggetti o gli eventi, per averli
poi restituiti assieme al senso della loro articolazione o al senso del loro
divenire. Dall’altro lato il montaggio rinvia al confluire di una serie di
elementi, separati spazialmente o temporalmente, in una simultaneità; sotto
questo aspetto esso è il mezzo tramite cui tenere insieme un testo e farlo
diventare un’unità che travalica la semplice giustapposizione delle sue parti.
[9]
Il nostro intento è stato quello di utilizzare l’elemento tecnologico del
montaggio anche come elemento stesso della rappresentazione filmica.
Ciò che è divino è senza sforzo.
L’uso di tre schermi è dettato dalla possibilità propria
del mezzo in uso di rendere contemporanea la visione di avvenimenti distanti
tra loro sia nello spazio che nel tempo, creando immagini e comunicazioni
superiori agli avvenimenti stessi. Ciascuna scena del film è stata creata per
essere una video poesia, ed è stata montanta in una ben precisa sequenza. Molto
spesso si è girato usando tre telecamere (sistema di origine televisivo) per
avere una totale e due primi piani da usare poi nelmontaggio o giustapposti uno dopo l’altro per sottolineare
in maniera determinante i passaggi espressivi del testo, oppure in
contemporanea per ottenere un trittico del valore delle pale d’altare. Come in
quelle realizzazioni avvengono storie che si svolgono spesso in luoghi e tempi
differenti, così anche nel montaggio video a tre inquadrature contemporanee si
ha la stessa valenza sia narrativa che estetica.
Lello Masucci
[1]
Il ready-made invenzione di Marcel Duchamp è un oggetto di uso quotidiano che
posto così com'è in una situazione diversa da quella di utilizzo diventa
un’altra cosa, ha un altro valore e assurge ad
opera d’arte. Il valore aggiunto dell'artista consiste nella scelta, o anche
nella individuazione casuale dell'oggetto, dell’acquisizione dello stesso e
della nuova situazione nella quale viene proposto.
[2]
Ada Fonzi e
Elena Negro Sancipriano, “La magia delle parole: alla riscoperta della
metafora”, Ed. Einaudi, Torino 1975.
[3]
Scritto con
doppia “m” come in lingua napoletana.
[4]
Grotowski.
Il termine è ripreso da Juliusz Osterwa, direttore del Teatro Nazionale di
Cracovia e maestro di Grotowski.
[5]
Marco De
Marinis, “Il nuovo teatro 1947 – 1970” , Milano 2005.
[6]
Grotowski in
Marco De Marinis“Il nuovo teatro
1947 -1970” pag. 91
[9]
Sergej M. Ejzenstejn,
“Teoria generale del montaggio” a cura di Pietro Montani, Venezia, Marsilio
editore, 2004.Relativamente alle
diverse accezioni di montaggio in Ejzestejn si rimanda a Jacques Aumont,
“Montage Eiseinstein”, Paris, Albatros, 1979.
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