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FUOCHI DI ARTEIFICIO
esplosioni di colori naturali

 
un frate


Sono un frate. ---porco ....---non lo vuoi capire che sono un frate del cazzo!!!e il mio di pisello me lo sbatto nel culo da solo perchè non ho bisogno di te per questo!!!----urlò l'uomo vestito di rosso nel bosco vaginale della donna impaurita d'amore a prescindere dal sesso......scusate la bestemmia, non dovrei imprecare chi non esiste.

Hanno avuto paura di un'alfabeto spinto sopra le reti che volevano esser tirate a galla con tutte le onde d'acqua e cemento per costruire anche solo un piccolo castello di parole dai cotti mattoni crudi.

Viaggio come marinai pirati e l'occhio lo bendo con le carte topografiche-anzi con solo il topo-che poi venne il gatto che se lo mangiò, morso dal cane che lo picchiò il bastone e il fuoco e l'acqua, il bue e quello stronzo del macellaio e ancora il topo e mio padre che se lo comprò alla fiera dell'est dei coglioni in battaglia---battaglia persa già da quando se ne andò con tutta la sua fiera sull'est ------non riesco a capire disse la donna---- nemmeno io dissero l'uomo vestito di rosso, il marinaio e il topo sull'occhio bendato dal topo sull'occhio ---ma non è difficile capire pensò qualcuno tra le sue gambe, ripetendo la canzone. E' una questione di paure e tutti scappano da tutti senza nemmeno sapere il perchè. Come le onde dal centro del mare. Vorrei vedere un giorno anche le onde al contrario che entrano fino al centro profondo dell'abisso sperduto per poi rivomitarsi verso l'uscita. Ho cantato orgasmi sulle tube di labbra impaurite, bocche infiammate dalla febbre incarnita, chiuse nell'ovile serrato dall'impercettibile senso di amore. ---milioni di sensi---.Ho urlato godendo da solo nell'attesa senza tempo della sua risposta taciuta. Come sordi, si son messi le mani sulla gola costruendo nodi di vie senza uscita.

----Ho trovato il mio principe che non sei tu---- disse un giorno qualunque gridando sul balcone la Giulietta incompresa, senza sapere che io manco a carnevale mi sarei vestito dal suo Romeo.

Che strano il mondo delle relazioni sociali, si fantasticano verità solo perchè è impensabile godere del sol parlare con le rose blu nella tasca del volersi bene come uomini solitari amanti di un mondo di uomini solitari. Vorrei saltare sui fili di teste molli ma troppo duro è l'impatto quando l'incontro non si presenta nemmeno. E allor sbadiglio con la pancia in mano, mi asciugo i peli del naso col termosifone inodore e cado nel sonno come un ghiro che si è spaccato le palle di dormire. ---ma qui è sempre inverno?????--- gridarono i trentun giorni di gennaio..................... che poi fa freddo pure nei trenta di novembre ---- [con april giugno e settembre, di vent'otto ce n'è uno e tutti quanti affanculo!! con le quattro stagioni, la pizza e Vivaldi compreso!!! ] ----

Appendo rime sulle mollette che non tengono abiti da sposo e senza perchè, il tornado che scaccia il mio uragano. Fa freddo. I giorni son più di trent'uno sta volta. Avrei mantenuto le mutande sgonfie ricamate di cammomilla per non invadere i corpi già impauriti ma la proboscite rimpicciolita già bastava per rendere inafferrabile un semplice discorso d'amore fraterno.Si fraterno! ----Sono un frate cazzo!! lo capite??? -- urlò l'uomo vestito di rosso col pisello nel culo.



scritto 23/10/2010 18.55.00 | permalink | commenta | lista commenti (2) | invia il post ad un amico | parole chiave: frate
 
Paula


Giugno 2008. Ho dovuto chiudere ripetutamente le finestre. Uno due tre, avanti e indietro ancora una volta, fino allo svenimento. Faceva freddo, la notte gelida segnava graffi su dei vetri troppo sottili per non lasciarne il segno. Le sentivo scricchiolare come se qualcosa le volesse consumare fino all'entrata dell'assassino di storie d'amore. Andavo avanti tornando indietro, in un corridoio che si faceva troppo stretto per vederne l'emblematica soluzione di piedi che cercavano la giusta via d'uscita, o d'entrata meglio dire. Così rimbalzavo tra mura sgretolate dai colori del giorno e nella notte mi inchiodavo come un quadro che avrebbe voluto osservarsi dagli occhi di uno straniero che sapeva tutto di noi. Sbattevo la testa sui davanzali di spifferi ancora aperti per cercare di capire almeno uno spicchio di quella luna che si faceva sempre più magra nel ricordo di un sogno ormai mancato. La luna, certo, lei luna. Avevo imparato a seguirne le sue forme in ogni suo movimento, a capire il suo passo avvenire nella notte seguente. Quando i miei lunghi viaggi sui quei corti corridoi si inchiodavano nell'attesa di un cambiamento, mi soffermavo a guardarla capendo sempre di più che nulla cresceva nella decadenza del suo volto calante. Sapevo che la sua scomparsa avrebbe tolto al cielo la sua aria, sapevo che il cerchio stava cominciando a ricamare i suoi spigoli pungenti. Mi facevo forza e cercavo di immaginare come avrei potuto costruire un camino in quell'inverno estivo che stava frantumando le mie stridule e sottili finestre. Avevo pensato di disegnare sui vetri il pezzo mancante del suo essere piena e ogni giorno di più, affinchè il suo chiarore, che piano piano diventava più piccola là fuori, avrebbe conservato la sua perfezione geometrica almeno sulle vetrate di queste serrate finestre. Perlomeno così immaginavo di poter raggirare la cruda realtà. Uno spazio incatenato con le chiavi sui miraggi dell'ultima speranza, era ciò che abitava nel mio cervello elasticizzato da una corda sulla quale non riuscivo a posare le mie mani per darne una direzione. Cercavo di aprire le mie braccia una volta per tutte, avrei voluto raccogliere e srotolare gomitoli d'aria ma l'infinità del cielo si ristringeva sempre di più in un circolo di vizi incandescenti che piano piano ammutoliva i suoi raggi notturni. La verità era che avrei voluto spaccarle quelle finestre, avrei voluto infilarci la mia testa fino a oltrepassarle, per vedere se il dolore era più forte la fuori oppure qui dentro. La verità è che non l'ho fatto. La sola verità era che forse mi stavo rassegnando.

Cominciai a pensare che avrei voluto salutarla prima del suo congedo e avrei voluto farlo innalzandomi nel luogo di una cima scavata, dove si ha modo di vedere le giuste direzioni del proprio andare. Ma che giusto e giusto, pensai. Qui nulla si può più aggiustare. Quelle direzioni sarebbero state solo delle storte strisce pedonali dove le macchine non si sarebbero fermate neanche dinnanzi allo zoppo del proprio figlio. Avrei voluto prenderla per mano e percorrere insieme l'infinito, seppur dentro uno spazio finito, seppur "al chiaro di luna" cominciava ad essere solo una vecchia e classica composizione di un sordo che non sentiva più la sua musica. Seppur insieme non si poteva più stare.



scritto 17/06/2010 14.50.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: separazione luna calante paula
 
Ci vendono al mercato dei re


Mi faranno pellicce di bruco,

borse in pelle di ragno

se spiegassi loro il calore

dei miei fragili animali.

Mi venderanno

il fuoco bruciato dai soldi

per costruire il camino

sulla mia capanna di paglia,

perchè ho sofferto nel ghiaccio.

Ma non compro la vita

nelle banche di carta.

Son saliti sul piano più alto

in palazzi di letti

per portarmi cuscini di spilli

al mio risveglio,

pensando al mio sogno profondo.

Volevano giocarmi a carte

nella prima partita

del truffatore d'appalti

perchè ho smesso di giocare.

Ma non entro in corride

dai tori drogati.

Hanno gridato libertà

con in mano manette

nella mia prigione senza soffitto

di un sogno che cerco.

Volevano che piangessi

per coltivare nelle tasche

orti di diamanti,

perchè sono un contadino.

Hanno voluto senza avermi

ritrovandomi nel mio segreto

che mai sapranno riconoscere.



scritto 09/06/2010 16.25.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: mercato
 
SE NEANCHE PERDONATE


Neanche il pianto

di un lucidatore di scarpe

fermerà il cammmino

dell'imperatore giustiziere

sopra alle suole senza tacchi.

Neanche gli infiniti camini

sulle bocche di affumicati di bambini

accenderanno la carne

di innocenze ormai in cenere.

Neanche il custode del mondo

custodirà la sua casa in fiamme.

Neanche una vasca da bagno

laverà il mare dei peccati.

Neanche mio nonno lo sapeva.

Neanche il divano sopporta più

il culo dell'addormentato.

Neanche i maiali

riusciranno più a mangiare mosche,

perchè di se stesso non si butta niente.

Neanche il medico curerà il suo cancro.

Neanche Dio sapeva di esistere.

Neanche la preghiera del religioso

potrà esistere, perchè non esiste.

Neanche i sassi sbatteranno più la tetsa

sugli uomini senza testa.

Neanche i muri,

neanche il ferro,

neanche l'acido

scioglieranno le catene dell'inferno.

Neanche l'inferno si scioglierà

sulle sue catene.

Neanche io potrò far qualcosa.

Neanche tu.

Ma provaci se ti va,

perchè io lo faccio senza poter far qualcosa.

Neanche la fiducia

si fiderà più di me.

E perdonate..

 

Perdonate le mani sui coltelli

impiantati alle donne.

Perdonate il cibo

sul grasso di pance.

Perdonate parole

sputate all'amore.

Perdonate il volo

del suicidato e

perdonate la corda

dell'impiccato.

Perdonate l'eroina

del drogato disperso.

Perdonate i soldi

del ricco avaro.

Perdonate i carri armati

del morto in battaglia.

Perdonate il legno

della croce cristiana e

perdonate la sua preghiera.

Perdonate Gesù.

Perdonate la voce

del canto stonato.

Perdonate il sasso scagliato

di chi è senza peccato.

Perdonate le nuvole.

Perdonate lo scemo

di chi fa lo scemo.

Perdonate la vostra vagina

sopra al tuo amante

e perdonate il loro marito.

Perdona il tuo assassino.

Perdonate il ronzio

di mosche e zanzare.

Perdonate l'assenza

di vostro padre fuggito.

 

Perdonate l'uomo

senza perdono.

Perdonate il mio perdono.

Perdonate mia madre

per avermi crerato.



scritto 15/05/2010 23.16.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico
 
GIGANTI e formiche


Chiodi sotto a bocche

martellanti

in lingue fradici

di volgare dolcezza.

L'erezione della penna

dall'inchiostro rosso metallico

graffia penetra

vomitando amore

sui grembiuli sporchi

di grembiuli bianchi.

Si scivola,

nell'invasivo frastuono.

Si muore,

nel troppo silenzio.

Ammassati giganti

sui petali bambini

con spade di spine,

come cacciatori

sui vergini prati.

Sguardi di silicone

sopra a colli

ammaestrati alle gabbie,

dove giraffe rilassate

mangiano menzogne

in minuscole mansarde.

Si galleggia,

nel fango letame.

Si nuota,

nel sangue cosciente.

Incrostiamo le terre di galli

sulle nostre rughe

di pulcini infedeli!

L'orgasmo è una rossa formica nera

sul piatto di malnutriti imperatori.

Si vive,

si ama.



scritto 08/05/2010 1.01.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: giganti formiche imperatori bambini


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