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L'IMBUCATO SPECIALE
arte come cibo per mente e corpo

 
PICASSO ovvero VA' LA(C) DOVE TI PORTA IL PARTY.

Inserisco un nuovo post per due Eventi legati all'inaugurazione della mostra Picasso Uno sguardo differente al MASI di Lugano.

Dopo il cambio alla Direzione del Museo della Svizzera Italiana, Première attesa per un'esposizione altisonante.
Anche se frutto in primis del brillante lavoro del direttore uscente, si fa notare subito per un cambio di forma, "protocollare" si potrebbe direbbe pomposamente. Innanzitutto ingressi separati per invitati normali e Vip.
Eleganti cordons noirs a marcare la netta differenza fra secondi e primi, ma anche fra una più informale inaugurazione a cui si era abituati, più italiana e meno svizzera e una più elveticamente inquadrata anche se con il consueto ritardo, giusto per non allarmare troppo il folto pubblico presente.

Dopo un'introduzione musicale in puro stile spagnolo, la sequenza di interventi di autorità, nuovo direttore, curatrice della mostra scanditi da un'officiante dolcemente inflessibile attenta a non oltrepassare i limiti di resistenza temporale degli astanti, ansiosi ovviamente di vedere le opere esposte.
Che qualcosa fosse cambiato e si presume per sempre, nelle consuetudini rituali, i più accorti l'avevano notato subito, se non altro per l'insolito zelo del personale in sala.
Per farla breve niente più democratico e gioioso rinfresco su cui fiondarsi appena dopo la presentazione, giusto per nutrire il corpo prima della mente con la visione di allestimenti sempre all'altezza e che sicuramente valevano il viaggio.

Nonostante l'annuncio di tempi contingentati di 20-25 minuti per permettere a tutti la visita della grande mostra nella sala a capienza limitata c' è meno ressa del solito e il pubblico si dispone fluidamente all'interno dello spazio allestito in modo neutro, pulitino e precisino tipo white cube evidentemente pensato per concentrare tutta l'attenzione sulle opere esposte.
Nella sterminata produzione del genio andaluso non tutto è da urlo (e del resto come potrebbe essere) e disegni e sculture vellicano lo sguardo con pochi sussulti almeno fino all'ultima sala, quella con vista lago, luce al crepuscolo perfetta a disegnare con baffi nebulosi le montagne sullo sfondo, Qui con la Testa femminile (1962), scultura giustamente scelta per pubblicizzare la mostra, le opere e il paesaggio oltre la vetrata rivaleggiano ad armi pari.
Anche se è difficile eguagliare l'emozione de L'homme qui marche di Giacometti della mostra per l'inaugurazione del museo. Verificare per credere nell'archivio esposizioni del sito web MASI col tour virtuale.

Alla fine della visita si ripropone la necessità di conciliare il nutrimento della mente con il sostentamento indispensabile del corpo.
Un dilemma fa vacillare l'incrollabile fede democratica dell'autore di questo blog: meglio assaggini spartani per tutti o un menù a tema con un numero acconcio di portate per pochi eletti?

Semplificando rozzamente: meglio "pane" per una discreta moltitudine o "brioches" per happy few?

La risposta è facilissima: la seconda che ho scritto.
Ovvio che però occorre essere fra i pochi eletti, altrimenti è da masochisti.

E' dunque meraviglioso trovarsi in una lounge un po' algida ma accogliente, fra persone che conversano a bassa voce, accostarsi alle portate che camerieri gentilissimi al limite dell'imbarazzo ti porgono, senza doversi strafogare come velociraptor, sovrapponendo dolce e salato in una lotta feroce per accaparrarsi il cibo. Con l'inevitabile, spiacevole sensazione di calpestare una tartina spiaccicata che un famelico tremolante e vorace o un simpatico bambinetto hanno fatto cadere in terra dopo averla leccata.

Qui invece, prende forma l'illusione d'essere nel migliore dei mondi possibili, tutto avviene con calma e lentezza; se qualcuno versa inavvertitamente del Petit Blanc du Tue-Boeuf in terra, è accolto come un segno beneaugurante, ripulito prima che i più se ne accorgano.

Il menù in cartapaglia recitava promettenti leccornìe; e nel tempo che scorre senza fretta tutte le aspettative sono superbamente mantenute, riuscendo persino a rendere il gazpacho, che chi scrive considera da sempre una delle più agghiaccianti (letteralmente) creazioni culinarie, amabilmente palatabile.
Un viaggio fra prelibatezze iberiche reinterpretate con maestrìa, impeccabili accostamenti di vini e cibo, alternanze di dolce e salato, di caldo e freddo, in vasellame decorato a tema; questa emozionante gastrosinfonìa non poteva che terminare con l'apoteosi d'una crema catalana da "commozione cerebrale", esplosione gustativa ad altissima intensità e a temperatura perfetta che avrebbe meritato più di un "bis".

Forse il vero capolavoro è questo, anche se effimero, quello dello chef autore del sublime menù, eguagliando e, perché no, forse superando le opere del Genio andaluso esposto sotto di noi.

La vita è meravigliosa basta "solo”:
riconoscere la felicità che appare come un lampo improvviso,
scordarsi le brutture del mondo almeno per un po',
avere accanto una persona straordinaria,
avere delibato con socratica misura,
uscire dal Lac nella sera verso il lago dove ha smesso di piovere magari da pochissimo, respirare l'aria tersa smossa da un leggerissimo refolo di vento che fa vibrare il velo d'acqua sul lastricato regolare e la passeggiata in via Nassa si trasforma in un paseo dorato, magnificamente silenzioso fino in Piazza Riforma dove una splendida galleria d'arte espone opere per titillare la retina, in particolare un altorilievo con Adamo ed Eva separati dall'Albero della Conoscenza che copre loro le pudenda in modo geniale.

Peccato che Santa Maria degli Angioli sia chiusa (giustamente vista l'ora).
A memoria ricostruisco l'ineguagliabile affresco di Bernardino Scapi detto Luini, custodito all'interno, tesoro a disposizione di tutti, sublime memento al di là della forza della rappresentazione religiosa, semplicemente un miracolo anche e soprattutto per i non credenti proprio come una composizione di Bach, magari eseguita da Diego Fasolis con i Barocchisti o da Ottavio Dantone e l'Accademia Bizantina.

Ma non è finita: La Collezione Olgiati - 1, di fianco al LAC è ancora aperta, pronta ad accogliere gli ultimi visitatori. Giusto il tempo di dare un'occhiata al nuovo allestimento, A Collection in Progress, che mescola sapientemente opere già esposte e chicche ancora da scoprire. Splendida sempre, un piccolo grande miracolo, dimostrazione di quello che possono fare due collezionisti colti ed illuminati. Rode solo che non si trovi in suolo italico, ma forse è meglio così.
Ancora un attimo per un Vezzoli che è riuscito con guizzo genialmente ironico a dare vita al capolavoro scultoreo di Boccioni, Forme dinamiche nella continuità dello spazio, sostituendo all'originale i cubi che lo zavorrano con tacchi a spillo strepitosi, permettendo così all'opera di fuggire via.

Come questa serata impeccabile.


scritto 27/03/2018 15.01.08 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: masi lugano lac lugano serzblog picasso uno sguardo differente
 
900 DI QUESTI PARTY.

       Novecento sono effettivamente un po’ troppi, anche per i più incalliti presenzialisti, diciamo che va preso come un augurio perché siamo finalmente giunti all'ouverture ufficiale in gran pompa del sospirato Museo del Secolo appena trascorso. E non si dica con facile ironia: Milano insegue Roma che ha inaugurato in primavera un museo dedicato alle Arti del XXI secolo.

       In una città tutta led(iosa), sfavillante d’ottimistiche luci, perché l'esangue italico Pil va pompato, senza badare ai debiti sovrani e al Sovrano in bilico; insomma a dispetto della pioggia ghiacciata simil-neve, è andato in scena un bel “Momento Tiffany”.

       Attenzione non è pubblicità palese per il contestato allestimento al centro di Piazza Duomo, ma come sanno quelli che hanno la bontà di seguire i miei saltuari post, mi riferisco a "Colazione da Tiffany" e alla citazione come luogo o momento in cui non può accaderti nulla di spiacevole, insomma qualcosa che val la pena di annoverare tra le cose meno penose dell'esistenza.

 

       Foyer in plasticone trasparente (si presume provvisorio) montato di fianco all'Arengario tirato a lucido e legione di tonici buttafuori per accogliere gli invitati vestiti a festa e respingere gli inopportuni che tentano d'imbucarsi.

       Graziose, le colorate audio-guide take away, omaggiate all'ingresso, che utilizzo solo parzialmente per ansia da visita (nonché party) precox.

       Supero il conglomerato glamour-umano che attornia l'impareggiabile padrona di casa, in piena e comprensibile letizia: giusto il tempo di vederla svettare (in abito rosa gengiva) sfolgorante tra flash ed assessori alla cultura presenti e passati, salgo fra i primi sulla rampa elicoidale. Vista da fuori fa pensare a un vortice tardo futurista; da dentro pare un Guggenheim compresso, ergo cogito: la tetra architettura di Muzio & C. si presta a rigenerazioni interne sorprendenti (vedi anche il Palazzo della Triennale con ponte di Michele De Lucchi per il Design Museum).

       E tanto per incicciare questo testo, il primo di una serie di quesiti più o meno peregrini: perché incassare il Quarto Stato in un buco nero che lo fa sembrare meno imponente, male illuminato, per essere visto en passant e non per sostarvi alla giusta distanza come nella Villa Reale? Ma queste son polemiche passatiste, effetto-stordimento da spiral-lag.

Infatti riesco a perdermi quasi subito, nonostante la solerzia del personale che incanala il gregge che va formandosi rapidamente. 

       A ravvivare l’attenzione, giocosi prodromi della festa, due pianoforti uno bianco e uno nero a scacchiera, tastiere abilmente percosse sotto il soffitto caprese di Fontana e ancora più in alto il suo guizzante neon bianco, visibile anche dalla piazza.

       La sensazione primigenia è che vi sia poco respiro per opere che meriterebbero forse più spazio e di converso si è riservata una sala che appare enorme per piccole sculture, ma son finezze.

       Riunire diverse collezioni civiche in questo non-luogo bello ma asettico è sì buona cosa, ma vien da ripensare al vecchio Cimac e alla soffitta della Gam dove prima erano relegate, in spazi polverosi frequentati da pochi estimatori, ma soprattutto alla casa museo Boschi Di Stefano con opere ambientate come se i collezionisti fossero usciti un attimo a far compere.

      

       Dubbio fondamentale: il nome. L'errore o quantomeno l'eccesso, forse sta proprio nell’assolutistico “Museo del Novecento”, quando più modestamente si poteva utilizzare qualche acronimo che va tanto di moda. Bastava chiamarlo che so, semplicemente 900, meno ambizioso, anche se facile confonderlo con l'omonimo movimento pure rappresentato nel nuovo museo o peggio con la cilindrata di una citycar.

       Certo così è roboante, lascia intendere una rappresentazione esaustiva che vada in quantità e qualità ben oltre gli italici confini ma rischiando di deludere le attese, quando invece, pur con grosse lacune, si tratta di collezioni comunque di buon livello.

 

       Mettendo all’inizio del percorso espositivo il capolavoro di Pellizza da Volpedo si vuol suggerire un parallelo con l'altro Novecento, quello di Bertolucci, ma se nel film del 1976 di fatto la narrazione si concludeva con la Liberazione lasciando i due giovani protagonisti (Olmo) Depardieu e (Alfredo) De Niro, goffamente invecchiati ad azzuffarsi (si presume) per l'altra metà del secolo; ma in un museo dedicato appunto al Novecento (si suppone intero), questo non si può fare.

In un film si può cogliere lo spirito di un secolo anche con archi temporali limitati, per un museo del ‘900 è invece alquanto riduttivo fermarsi agli anni 60. Va bene Secolo Breve, come acclarato dalla corrente storiografia, ma almeno si poteva arrivare fino all'89 fatidico. Anzi, per poter ospitare le opere di Schifano, Manzoni etc, si è aggiunta una passerella sospesa, sorta di protesi, che dall’Arengario immette nel corpo di Palazzo Reale.

 

       Alla fine della visita comunque appagante, uno degli addetti mi ha cortesemente aperto una porta laterale con l'invito “Se vuole, la mostra prosegue di qua” facendomi entrare nelle vetuste Reali stanze, Sala delle Colonne e nell'immenso Salone delle Cariatidi, orfano di moquette rossa (Nona Ora, Cattelan).

L'effetto è strano, come un viaggio a ritroso nel tempo, tipo 2001 Odissea nello Spazio: festeggiare un museo del novecento in saloni sette-ottocenteschi, straordinariamente decadenti quindi in perfetta sintonia con l’attualità.

       Per fortuna, solerti, impeccabili waiters scuotono da ombrosi pensieri. Meglio i vini dei cibi, ma è un tantino cafonal sottolinearlo visto che sono gentilmente offerti senza lesinare, senza resse odiose data la vastità degli ambienti; e per i palati più fini e autenticamente gaudiosi, acconci accompagnamenti musicali nelle appartate sale attigue anche ad opera di un sorprendente quartetto d'archi al femminile che esegue brani just in time e just in theme.

 

       Come detto, all'inizio, avevo un poco di nostalgia per le vecchie collezioni civiche, sorta di velo melanconico misto ad ineffabile euforia, simile alla commistione degli accadimenti del secolo scorso cioè il peggio e il meglio che gli umani in gran parte possono aspettarsi. Speranze e delusioni traslocate, pari pari, nel terzo millennio, solo che tutti i processi hanno nel frattempo subìto una vorticosa accelerazione.

       Ma al bando, almeno in quest'occasione, i retrogusti spiacevoli post-party: la metropoli ha dunque un nuovo museo in attesa, come ricordato in un'intervista dal mitico G(r)illo Dorfles, dell’altrettanto sospirato “museo d'arte contemporanea che Milano aspetta da cinquant'anni”.

E che senz’altro merita.  

 

       Per un attimo ho pensato (con masochistica ostinazione) di mettermi in fila anche il giorno dopo con la cittadinanza finalmente ammessa senza esclusione al nuovo tempio e intanto proseguire con l'infiocchettamento di codesto post, sotto la neve simil-pioggia, “confortato” da clown (wow!) messi dal Comune ad allietare gli stoici in fila.

         Bè, meglio attendere Die Walküre in diretta tv, pantofolati con cuffie per musica a palla (onde non turbare i vicini, per carità), fantozziana frittatona di cipolle, (in alternativa teutonici, più consoni, brat würst e idromele) birrona gelata nonché rutto libero; e giù commiserazione per le povere sciure che a Sant'Ambroeus per duemilaeuriduemila (più mìse) “je tocca soffrì senza sbracare per 5ore5 a furia de Brünnhilde, Fricka e Wotan”. E pure Notung (il magico, indispensabile spadone). Prosit.



scritto 10/12/2010 16.33.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: museo del 900 arengario futurismo fontana manzoni milano
 
LA VITA E' UN LUNGO NAVIGLIO TRANQUILLO.

         Sul Naviglio dove un tempo, e anche ora, la nobile società trovava compensazione alla vita della metropoli milanese (cfr.), si è accolti da un grande rinoceronte bianco (finto) e da graziose oche (vere); varcato un cancello segnato dal tempo, la proprietaria dalle molte primavere ma con irrefrenabile entusiasmo presenta i tesori d’una straordinaria dimora quattrocentesca immersa nel verde, Casa Dugnani, trasformata in una sorprendente galleria d'arte.

Grandi sale arricchite da virtuosistiche sculture ad esaltare il vero, più vero del vero, animali d'ogni specie e felini in particolare non impagliati ma, ecologically correct, in bronzo dipinto; fra camini monumentali e biblioteche a parete con volumi da élite illuminata, fra Gobetti e Hobsbawm, vecchi alberi diventati installazioni che non copiano la natura ma la trasfigurano; così ad un delizioso martin pescatore sospeso su una canna flessuosa fanno da contrappunto deliziose Ovalia d'uccelli acquatici, meticolosamente tassonomiche, incorniciate come nelle più sorprendenti wunderkammer.

         Le opere di questo “Bestiario” (titolo della collettiva) immaginifico e multiforme invadono anche gli spazi sotterranei delle cantine (non meno affascinanti dei piani superiori) e come detto quelli en plein air della magione e dunque anche il giardino che affaccia sul Naviglio, sul castello di Robecco e sulla Villa Gaia Gandini, già Borromeo, Confalonieri, (verrebbe da aggiungere, con impertinenza fantozziana, Mazzantiviendalmare); inevitabile non bearsi di cotanto splendore gentilmente omaggiato a noi, schnorrer ad arte, perché scroccare con garbo ed eleganza è, se non proprio un’arte, almeno artigianato di classe.

        

         Occhi appagati ad libitum come pure le papille gustative, soddisfatte da leccornìe caloriche innaffiate con un delizioso bianco frizzantino privo d'etichetta ma non per questo meno suadente, a vellicare il velopendulo, ricaricandoci a dovere per il ritorno. E appunto nel viaggio a ritroso a forza di pedali, costeggiando la via d'acqua artificiale (che qui pare viva e dai sentori gradevolmente marini), si sfiorano con lo sguardo ville sobrie ed eleganti, certo non sono le palladiane sul Brenta, ma tanto basta ad indurre una sorta d'eccitazione ed immaginare di trovarsi nei pressi della Malcontenta, in vista di Venezia anziché alla confluenza col Naviglio Grande, bituminoso e che di grande ha simpatici voragini punteggianti la ciclabile verso il conglomerato che chiamano Milano.

         In una primavera diciamo bizzosa, un sabato così, dal sole splendido è un regalo ancora più gradito, i polpacci macinano chilometri come niente fosse, il vento sempre favorevole, fa pensare che pure alle spalle siano gli scossoni dell'economia, le maree nere e gli ordinari orrori quotidiani.

La vita è un lungo fiume (naviglio) tranquillo; mica vero, ma è carino pensarlo almeno per qualche giro di lancetta d'orologio. 



scritto 14/05/2010 15.19.01 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: bestiario casa dugnani robecco sn naviglio milano
 
ZONA TARTINA.

            Con doveroso distacco temporale, licenzio il post su una DesignWeek milanese vissuta intensamente, faticosa ma appagante.

Denominata così in modo quanto mai appropriato perchè molto british: ha piovuto ad intermittenza come a Londra, innaffiando un traffico allegramente manicomiale, come a Mumbai.

Solita overdose di proposte, da stordire anche i più avvezzi.

Il titolo è preso a prestito da un cartello indicatore in Zona Tortona, uno dei luoghi topici del FuoriSalone che in tourbillon di giornate sempre troppo brevi, trasforma la metropoli in un allegro conglomerato d'eventi che, a chi ha voglia e fisico, offre il pretesto per infrattarsi in disparati luoghi, da via Manzoni/Montenapoleone ai budelli dietro Porta Genova, passando per Lambrate, Bovisa e tornare a Brera, in un'inebriante compilation di saloni fastosi, officine che odorano di grasso, appartamenti chic, cortili di ringhiera irriconoscibili dopo architectural lifting, biblioteche straordinarie e capannoni industriali riconvertiti in un lampo.

            Insomma, sprezzanti del pericolo (dovete considerare skeleton e freeclimbing attività non abbastanza adrenaliniche) guizzando in bici, (senza finire sportellati, spalmati sull'asfalto o senza infilare per sbaglio il ponte della Ghisolfa), il divertimento è assicurato e una tartina, come il capitone a Natale, per dirla con Eduardo, non si nega a nessuno.

            Già, è sempre la bici mezzo non solo ecosostenibile ma, nella maggior parte dei casi, l'unico modo di unire in tempo utile punti e party altrimenti inconciliabili d'una città arrancante verso EXPO2015 che (forse) la farà più bella e più grandiosa che prìa ma, hic et nunc, ha un'aria irrespirabile, un traffico ingovernabile (perché così piace al popolo SUVrano) e cantieri per parcheggi sotterranei che sono solo enormi voragini, ormai diventate attrazioni turistiche.

Mi permetto di suggerire la loro riconversione in mastodontiche tonnare grazie alle abbondanti acque di falda, soddisfando così in un colpo solo il fabbisogno ittico lumbard e diventando pure un'importante voce attiva del nostro export in specie verso il mercato giapponese notoriamente ghiotto di pesce pregiato.

 

            A proposito d'oriente, prima citazione d'obbligo per la Design Library che ha ospitato oggetti di design e novità tecnologiche made in China: l'impressione è di trovarsi di fronte ad una forza giovane (“In Cina nessuno vuol lavorare per Bill Gates ma diventare Bill Gates” come annunciato durante la presentazione ufficiale), entusiasta ed arrembante che impara in fretta quel che serve da un occidente guardato sì con deferenza (testimoniata dal caloroso applauso tributato ad un mito come Sapper), ma che cammina a una velocità nettamente inferiore.

 

                Che dire, nonostante i tempi magri si è fatto sfoggio di allestimenti degni e spettacolari. Anche se in misura più limitata rispetto allo scorso anno. Non buona però l'impressione nel dover calpestare, in entrata e in uscita dal padiglione d'una nota marca, un tappeto di caffè in chicchi, macinati dalle suole dei visitatori. Senza fare le anime belle, eque nonché solidali, fa un effetto strano, da società opulenta che sta sbarellando.

 

            Fra eco-design, re-design e design del futuro che, guarda un po’, è già arrivato, ha impazzato ovunque il microonde, non nel senso di forno ma di cartone, materiale riciclato e infinitamente riciclabile per fabbricare qualunque elemento d'arredo e non si sa se ciò derivi da irrefrenabile spirito ecologista, se per far pagare il cartone come la radica o perché così si consuma prima e se ne può comperare un altro, alimentando il circolo virtuoso del Pil.

 

            Di tante “Zone”, allegramente disseminate, devo menzionare Zona Romana, in pratica un FuoriSalone formato cortile con grazioso opening party, quasi una festa condominiale con invitati a iosa, cibo e ottimo Donna Fugata, profumato vino siciliano, presentazioni in libreria, video russi underground nel senso di proiettati negli scantinati che ho visto di sfuggita, obnubilato da impellenti necessità minzionatorie, espeletabili solo dopo una simpatica e indimenticabile caccia all'araba fenice.

 

            Molti gli eventi ragguardevoli ma rimarco, per brevità, tre Tiffany Moments.

La definizione è ovviamente mutuata da “Colazione da Tiffany” e delimita una situazione e/o un contesto particolarmente positivo “in cui non può accaderti nulla di male” come recita Audrey Hepburn, interprete del celebre film. Nella fattispecie il riferimento è ad eventi in cui il luogo, la mostra, il party annesso, il servizio e gli invitati, contribuiscono ad un insieme quanto più è armonico tanto più è da valutare degno d'essere, appunto, un Tiffany Moment.

 

            Come “Una Serata all'Orto”, straordinario avvenimento presso Ortofabbrica,  sorta d'oasi che pare miracolosamente spuntata nel caos fieraiolo, per il secondo anno consecutivo, in via Savona. Ad opera di Angelo Grassi che ha recuperato a Gambettola, vicino Forlì, un vecchio cementificio facendolo diventare Fabbrica, vivace centro culturale, di progettazione, design e molto altro. E con lo stesso spirito da sognatore, che però sa dar corpo alla sua immaginazione, ha trasformato un anonimo cortile in un luogo magico con serra e tanto verde; roba da far pensare che le utopie sono possibili.

Il tutto accompagnato dalla calorosa ospitalità romagnola: atmosfera incantevole, musica soft dal vivo, prelibatezze e Pignoletto dei colli bolognesi a riscaldare gli animi, nonostante una pioggia cattiva, una delle peggiori possibili, ma che non ha guastato memorabili sensazioni positive.

 

            Finalmente domenica ed ecco il secondo, soave, Tiffany Moment.

Nei giorni in cui un vulcano islandese ha messo in ginocchio le compagnie aeree, è atterrata una mucca spaziale nel giardino di Danese. No, non è l'effetto d'un aperitivo di troppo ma è il Dream Excursion Module. Come mi ha illustrato il simpatico designer Joachim Falser, suo giovane autore, che lo ha pensato come fosse un veicolo ecologico in legno di cirmolo per onirici voli interstellari dotato di comfort spartani ma funzionali. Ed ha coronato il suo sogno facendolo arrivare a Milano. In uno dei posti che la città riserva come perle, la casa showroom Danese. Verrebbe da dire show-home, dove i pezzi storici e le nuove collezioni, che hanno fatto e non ho dubbi faranno la storia del design, abitano in un perfetto connubio: qui vivono non in asettici spazi fieristici ma in ambienti veri in cui vita e lavoro, pensiero e relax convivono meravigliosamente, come fosse la cosa più naturale del mondo.

E il sontuoso brunch offerto nelle sale della villa, oltre che in giardino, fino alle cantine ad assaggiare biscotti deliziosi disegnati e pure preparati da promettenti designer, ha dato modo di apprezzare Waste.not (titolo della nuova collezione) che nasce per patrimonializzare gli stampi dei prodotti Danese, condividendo la necessità di progetti non solamente ecocompatibili, ma che recuperano intuizioni e idee ancora valide, costruendo ibridi carichi di senso per la contemporaneità.

 

            Vedere tutto è ovviamente impossibile, ma quest'anno c'era anche BreraDesignDistrict e tanto per sfruttare il tempo sino all'ultimo, un giro dentro la Pinacoteca giova sempre anche per le installazioni e i video di “Tutti in tavola!”.

E invece ci s’imbatte subito in un video di Bill Viola che pare un montaggio di ritagli e non rende giustizia alla musica di Varése, che di converso si può proficuamente ascoltare ad occhi chiusi o ammirando gli affreschi circostanti; l'installazione video di Mario Bellini con madri intente ad allattare in dialogo con le opere esposte è molto coinvolgente, ma soprattutto, una delle ultime acquisizioni di Brera, merita da sola una  visita: “Il mercante di schiave” di Vincenzo Vela, per la luce che pare venire dall’interno, la setosità delle superfici, da alabastro più che marmorea, la superba perizia nel rendere i volumi di stoffe e incarnati che nessuna riproduzione video o foto, tantomeno una descrizione possono rendere. Vedere per credere.

 

            Siccome vi sono giornate con la giusta intonazione, utilizzando le energie residue d’una domenica speciale, ho seguito dei bolli verde-fluo fino alle sale della Braidense dove (terzo ed ultimo Tiffany Moment)  tra i volumi della biblioteca e oggetti da cucina in formato gigante è stato presentato un agile ma imperdibile volume-quaderno Acheo sulla cucina intesa come luogo, storia e modificazioni nel corso dei secoli, con in apertura una sapida intervista all’immenso Gillo Dorfles. E chi meglio di lui poteva ripercorrere in pochi tratti una storia della cucina lunga secoli e fare un giusto elogio del Tinello, ormai estinto che, aggiungo io, non è (era) uno spazio solo dove consumare il cibo, ma un luogo in cui assimilarlo dolcemente e, cogitando sulle cose del mondo, appisolarsi su un'ottomana, desueta versione del triclinio romano.

 

            Come sempre, e come pure nelle ragioni fondanti di questo blog, design ed arte sono stimoli e motivazioni per esplorare altro, a nutrire anima e corpo, così non posso non annotare in conclusione, a parte i superbi momenti sopradescritti, un attimo fuggente che da solo vale la pena di dire “Io c'ero”.

Una vera perla di saggezza meritevole del premio della serie “La classe non è acqua”, che da sola (si fa per dire) riassume una settimana densissima: all’Università Statale (le installazioni Think Tank, fra amene esercitazioni di affermati designer e tentativi di far crescere piante in orizzontale, per fortuna suicidatesi per non soffrire), un’elegante signora in visita con cane al guinzaglio, cortesemente fermata all’ingresso da un irremovibile addetto.

Senza scomporsi con stupefacente prontezza, inarrivabilmente snob: “Ma come non posso entrare col mio cane…Con tutti quelli che studiano qua dentro!”. Che dire? Grazie di esistere.

Prosit.



 
C ovvero....

…il Cocktail  è sempre Contemporaneo?

La risposta (non disinteressata), vista la ragione fondante di questo blog è: Certamente sì. Anche quando non C’è. Anzi di più.

Nella fattispecie l’invito con la grande C fucsia (o meglio magenta) che gli aficionados conoscono quale simbolo del Festival dell’Arte Contemporanea di Faenza dava adito a più d’una speranza: C oltre che iniziale di contemporaneo, di concettualità, di critica poteva non alludere a un Certo (nel senso sicuro) Cocktailparty?

Convocare una conferenza stampa il venerdì alle ore 12,  (più Canonico ritardo), dà adito alla concreta possibilità che dopo i pistolotti di rito, dopo sugose anticipazioni per la mente, diciamo appetibile cibo teoretico, ci sia un “aiutino” per il Corpo. Almeno per quelli come noi, e non pare siamo pochi, olisticamente convinti dell’inscindibile unità fra stomaco e cervello per cui senza l’uno, l’altro non esiste.

Location perfetta, la Fondazione Pomodoro a Milano, ghiotta l’opportunità di visitare e/o rivisitare la mostra di Cristina Iglesias.

I più smaliziati però non intercettavano nell’aere nessun effluvio cibario tipo alimenti frigidi liberati da contenitori plastici in cui sono stati intrappolati per ore, a volte per giorni, modello Catering da compagnia aerea.

La sessantina scarsa accorsa in loco, col passare dei minuti s’interrogava vanamente su dove si sarebbe tenuto l’immancabile rinfresco, con quale Coupe de theatre sarebbero apparsi Camerieri recanti sfiziose vivande e bevande acconce.

            Comprensibile che C forse stia anche per Crisi ma, Cribbio, neppure che so un Cordiale, un Cazzillo (nel senso di crocchette di patate), una Cassosa (licenza poetica), un Crostino rinsecchito.

Chiunque citi Moholy Nagy come ha fatto Angela Vettese nel presentare la 3a edizione del festival faentino andrebbe comunque perdonato, ma il suo “Non abbiamo il Cocktail” finale si segnala per aver prodotto fra i convenuti (in primis un noto gallerista di cui non posso fare il Cognome, seduto accanto a me) uno scatto a molla simultaneo in ogni direzione, con tempi d'assoluto valore mondiale.

 

Conclusione.

 

Carissimi,

Consiglio

Convinto:

Confluite

Cospicui nella

Capitale

Ceramica

Con

Cervici

Calorose

Come pure

Con

Cibarie

Confezionate,

Cotolette,

Cotechini e/o

Companatici

Comunque

Comperati, non

Confidando in

Cocktailparty e non

Crollando

Così

Catatonici senza

Calorie.

Capito?

Ciao!

 

Post-Citazione.

In tempi d’inevitabili “braccini Corti” può essere utile ricordare un ottimo esempio in Controtendenza: il vernissage di (Con)TemporyArt al SuperstudioPiù, della serie stuzzicare mente e corpo con proposte di qualità.





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