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MANGIATENE TUTTI
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INTER(TRA)MEZZINO


Voi andate di panini, eh?

Così ci apostrofa il ragazzo, ironico e complice. Classico tipo da vernissage: slanciato, educato, cool, taglia 40, certamente poliglotta e cosmopolita.

Alziamo le spalle con un grugnito: abbiamo fame, vent’anni di più e poca voglia di sostituire la masticazione con la conversazione. Dubito voglia attaccar bottone anche il ragazzo . Che difatti, lanciata la battuta, si accartoccia nella posizione del loto in mezzo ai suoi coetanei. Slanciati, educati, cool, taglia 40, poliglotti e cosmopoliti come lui.

Quattro rompicoglioni venuti a disturbarci il pranzo al sacco, sbuffo tra me e me. Però poi penso che noi abbiamo conquistato il muretto. Sotto il culo e dietro le spalle. Come persone civili, tsé, pure se stiamo mangiando le merende di pane come due muratori.

FLASHBACK: ascendiamo lo ziqqurat del Padiglione Paesi Scandinavi, ciascuno con due piatti di plastica impilati l’uno sull’altro, minacciosamente in bilico. Avanzo a testa bassa, imbarazzata: in questi ambienti non è chic mangiare, anche se cinque metri più in là davanti ai buffet degli alcolici c’è una ressa che manco il primo giorno di saldi da Zara. Evito di inciampare in un calice di vino, abbandonato su uno degli alti gradini, e finalmente mi abbandono anch’io ai morsi della fame. Quando il gioco si fa duro, la macchina reclama benzina. Carburante carboidrato. La focaccia vegetariana (35 euri al mq) si è appena avviata nei meandri della peristalsi, quando il primo intruso irrompe nella nostra Arcadia calorica: barbetta a chiazze, aria Krisna, pastrano di cotone fantasia Lager sui pantaloni larghi.

Sorrisi reciproci.

Si rannicchia sul gradino, fruga nello zaino, e quel che era ampiamente prevedibile è subito chiaro. Prego in silenzio che non inizi a fumare proprio mentre sto per papparmi il primo panino con la porchetta della mia vita, quando, alla spicciolata, ne arrivano altri tre, attrezzati con calice di bianco d'ordinanza.

Ed è a questo punto che lo sguardo si posa sui nostri piatti di plastica e scocca l’ammiccamento: Voi andate di panini, eh?

E pensa che non è il primo e non sarà l'ultimo: - vorrei precisare - ne abbiamo pure un altro, al salame. - Ma poi penserebbe che non è vero, che lo stiamo provocando, invece il quarto panino c'è, avvolto nel suo bel tovagliolo rosso - Ognuno trasgredisce come gli pare - ormai un flusso di coscienza dispeptico e sottoproletario dilaga in me, e non riesco a fargli capire che molto probabilmente il ragazzo non voleva prenderci in giro – è inutile che fai lo spiritoso o il piacione ci siamo fatti un quarto d'ora di fila sotto il sole per prendere 'sti quattro panini e le sedie e i tavolini erano tutti occupati e allora ci siamo venuti a nascondere qui dietro per farci finalmente di farinacei e proteine mentre tu ti sei venuto a infrattare nel medesimo qui dietro per scroccarti la canna che il tuo amico si stava preparando in santa pace per i fatti suoi prima che venissi tu che ora fai finta di parlare del più e del meno intanto te la stai fumando tutta almeno passagliela pure agli altri no.

E infatti, al mozzicone, lui snoda le lunghe gambe, si stiracchia flessuoso e si avvia in fretta al Padiglione greco, dove tra un minuto comincia una cosa alla quale non deve assolutamente mancare. Il suo calice di vino resta per terra, sul retro del Padiglione Paesi Scandinavi (la preoccupazione che non lo ritirerà nessuno non lo sfiora minimamente, dev'essere abituato così). In due lo seguono. Il Krisna con la barbetta a chiazze resta solo a godersi un’ultima, malinconica boccata. Poi si rialza, si sgranchisce e sparecchia borbottando i resti lasciati dagli altri.

Scendiamo le scale del Padiglione, pronti a rimetterci lentamente in marcia. Una coppia di carabinieri vaga annoiata nei viali, coi pollici infilati nel cinturone. Il calice vuoto, quello che avevo schivato prima sui gradini, è ancora lì.



scritto 30/08/2010 22.32.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico
 
WIM IN POLVERE


Ancora qualche riga sul corto di Wim Wenders, hommage a Kazuyo Sejima (che così si aggiudica una doppia vetrina nella mostra curata da lei medesima) proiettato in 3D all’Arsenale. Naturalmente, guai a non osannare l’epifanico materializzarsi di questo ennesimo capolavoro, permeato di magica poesia (cioè la solita roba “intellettuale”, il cui grado di elevazione si identifica col numero di parole sussurrate ogni quarto d’ora da una voce aliena come in una réclame Barilla). Lo immagino, ora starete disprezzando la mia sensibilità da camionista, la mia ignoranza da impiegatuccia che sbotta contro la Corazzata Potemkin. Ma sappiate che questa rozzezza d’animo non mi ha impedito di provare un nobile sentimento: la compassione. Perché i protagonisti di questo “spottone” paiono tutti depressi. Sereni sì, forse lo sono, però nessuno di loro sorride. Fantasmi di un’era glaciale del XXI secolo, fluttuano senza far rumore in una struttura stupenda e inondata di luce – il Rolex Center di Losanna - , scorrazzano su avanguardistici trabiccoli ecocompatibili, meditano davanti ad asettici laptop rigorosamente Apple nella quiete più soffice e grata. Insomma, come minimo dovrebbero avere stampato in faccia un sorriso da Nirvana, invece sembrano vuoti, e tristi. Sono agiati, piacenti, colti, internazionali, fighi, compresa la donna delle pulizie folgorata all'imbrunire sulla via della Sala di Lettura, visto che sì - cacchio! - la cultura dev'essere di tutti. Sfoggiano con disinvoltura un futuro che solo loro si possono permettere. E magari hanno pure un bel Rolex o-r-i-g-i-n-a-l-e al polso. Eppure manco così sembrano contenti. Cavolo, ma come starebbero se vivessero in un casermone di periferia, col bambino della vicina che gnaula oltre il divisorio di cartongesso? Anche i ricchi piangono…



 
GLI INDIFFEREN(zia)TI


Sostenibile, compatibile, a basso impatto, alternativo, rinnovabile… obbligatoriamente “eco”. Così sarà - o dovrebbe essere – l’abitare del futuro. Anzi del presente, visto com’è ridotto il Pianeta. Lo si dovrebbe evincere andando a zonzo tra i Padiglioni della Biennale e invece, spiace dirlo, i partecipanti a questa 12.a edizione (tranne, ad esempio, la “solita” Danimarca) non brillano per sensibilità ambientalista e "riciclona". Una preoccupazione ancor meno evidente girovagando per le sedi della Mostra, visto che, ai Giardini come all’Arsenale, l’“indiscriminato” regna sovrano: bidoni unici, e tutto dentro, nonostante nella Serenissima la raccolta differenziata sia attiva da qualche tempo. Una lacuna denunciata anche da Exibart, che – repetita iuvant - rilancio qui con una proposta: perché non disseminare i luoghi dell’esposizione di contenitori per carta, plastica e quant’altro, magari incaricando qualche designer della loro ideazione?



 
TORTA ITALIA


Mi hanno sempre infastidita quelli che si sentono in obbligo di vituperare sempre e comunque il Tricolore alla (qualsivoglia) Biennale. Soprattutto prima, e magari in nome di quelle logicuzze di campanile e di lobby che, sulla bocca dei detrattori, ispirano sempre gli altri, e mai se stessi. Però a volte ci si mette pure lui, il Padiglione Italia. E difenderlo diventa difficile. Due parole, dunque, sulla partecipazione nostrana alla 12. Mostra Internazionale di Architettura. Dispersiva? Incasinata? Semplicemente, anatomia di una nazione intontita e impotente che, incapace di guardare al futuro, ha messo troppa carne a cuocere. Un sinuoso kebab contro la carestia di idee, o se volete un bel gateau mariage a fare da espositore per Amnesia del presente, costola della mostra che “rilegge” (cit.) gli ultimi vent’anni dell’architettura dello Stivale, a detta del curatore Luca Molinari inghiottiti in un buco nero. E risorti su una torta nuziale di immaginette monocrome, sormontata nell’alto dei cieli da schermi su cui pontifica il Grande Fratello di turno, mentre sui ripiani Casabella trova posto accanto a Roberto Saviano. Che c’azzecca, direte voi? Ci azzecca perché, in un allestimento “arte povera” di masonite traforata e avvolgenti sedute di nuda spugna (eppure il comunicato stampa parla di “materiale ad alto tasso tecnologico”), AILATI. Riflessi dal futuro (anagramma che lo stesso Molinari ha l’onestà di definire “elementare”), molteplici sono gli argomenti affrontati, direbbero i latinisti, capitulatim. Ben dieci “famiglie tematiche”, dal quartier generale D&G alla villa del camorrista Schiavone, dalla casa di Depero a Rovereto alla Fondazione Vedova di Renzo Piano e, per la serie “Italiani brava gente”, gli interventi attuati in Africa. In una parola,  deja vu. Un’impostazione frutto di una precisa scelta curatoriale che, rinviando ad Internet il compito di aggiornarsi in tempo reale, esclude l’ipotetico e il futuribile (niente Ponte sullo Stretto, quindi) e concede deroghe solo per i work in progress (ma nel Belpaese della Fabbrica di San Pietro, sappiamo quanto può durare un cantiere). Una retrospettiva senza prospettive, che il sincero Molinari leva come un grido di dolore sullo stato dell’arte nel "Giardino d'Europa": illuminante il suo testo, nel quale alla ricorrenza del termine ‘crisi’ si associa la denuncia (o, piuttosto, un rassegnato de profundis?) della ‘drammatica’ situazione di stallo, confusione e debolezza (parole sue) della nostra architettura. Insomma, l’impressione è che il povero curatore si sia trovato tra le mani una brutta gatta da pelare e abbia preferito gettare una spugna (non quella delle sedie) imbevuta di aceto in faccia a un Paese che di abusi, condoni, svendite del Patrimonio e cattedrali nel deserto non ne può più, eppure ci campa. Sfregiato, offeso, ma ci campa. Un dribbling degno del Baggio dei tempi d’oro, un libro Cuore di (cito ancora Molinari) “narrazioni imperfette, condivise, che cerchino di sfondare quel muro di cinismo e di paura che sta immobilizzando molte delle energie positive e libere di questo Paese”. Pure alla Biennale.



scritto 29/08/2010 14.35.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico
 
SERVIZI PER LA CULTURA


In questo post di parla di cessi. Chiamateli come volete: gabinetti, bagni, toilette, servizi igienici, ma sempre quelli restano. Ritenete volgare, anzi blasfemo, parlarne, per di più accostandoli alla Cultura? Suvvia, non siamo ipocriti: che ci frega di bookshop, bar, ristoranti, sale didattiche eccetera, se poi le “ritirate” sono anguste e immonde come quelle di un autogrill o di un intercity? Contestatemi, forza, quando affermo che il vero biglietto da visita di un museo, di uno spazio o di un locale pubblico in generale sono le sospirate mete contrassegnate con le bamboline maschio/femmina. L’ha capito bene Odile Decq, che al Macro ha voluto supportare le attività corporee con tutti i comfort del design e dell’hi-tech. Ma la questione di cui voglio scrivere stavolta è un’altra. E cioè della cronica assenza – nelle toilette di musei, spazi o locali pubblici nostrani – di un complemento indispensabile: la carta igienica. Vizio a quanto pare tipicamente italico (secondo una personale e recente esperienza, perfino nell’ultima bettola lusitana non manca il necessario), che costringe soprattutto le donne ad operare in modo alternativo mercé pacchetti di fazzolettini o salviette imbevute, quando se ne hanno. Altrimenti pazienza. È accaduto, e accade, anche alla Biennale, con battute di caccia all’ultimo rotolo e indagini a tappeto alla ricerca dell’oggetto dei desideri. A volte irreperibile, a volte allocato nei posti meno opportuni: sul lavandino (“Per bagnarsi meglio, bambina mia”, avrebbe cinguettato la nonna di Cappuccetto Rosso); SOPRA il portarotolo; SOTTO il portarotolo; facente capolino dal portarotolo mezzo sventrato; e comunque mai del tutto DENTRO al portarotolo (e capirete che, così, di “igienico” alla carta resta ben poco). Ieri ai Giardini, ad esempio, mi è capitato di scartare un cubicolo sans-papier per ritrovare, in quello adiacente, ben quattro soffici rocchetti messi a umidificarsi sul lavabo. Stamattina all’Arsenale un’attempata anglofona, dopo vane ricerche, si è sentita in dovere di avvisare del disservizio chiunque entrasse nella zona “ladies”. Beh, almeno così la smetteranno di dire che in Italia il “pezzo di carta” lo danno a cani e porci…



scritto 29/08/2010 0.11.04 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico


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