ARTASIA
cosa, quando e dove succede
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Cina, SuZhou, visitando la penisola DongShan, ZiJin An e il villaggio LuXiang.
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 Spaghetti freschi a LuXiang | |
E’ il 7 aprile, e
Howard mi dice che ci vuole una pausa di lavoro. Se sei a Suzhou e conosci la
citta’, dove vai? Al lago, al Tai Hu. Ci siamo gia’ stati una volta, all’isola di
SanShan, e questa volta mi dice che vuole andare a zonzo per la penisola
DongShan, magari visitare il villaggio LuXiang, che pare risalga alla dinastia
Ming, e anche rivedere un piccolo monastero, famoso per le statue che si
trovano all’interno, a quanto pare tra le piu’ belle che si trovino in Cina.
Mamma mia,
speriamo bene, perche’ dopo quasi sei anni una cosa ho imparato della retorica
ufficiale in Cina: gli piace esagerare parecchio, specie per tutto quello che
riguarda la “loro” storia e cultura. Forse e’ per una sorta di compensazione storica,
ma oggi non ho voglia di psicanalisi spicciola e mi accontento di ricordare che
ogni volta che c’e’ una cittadina con un minimo livello di interesse storico o
con un bel paesaggio attorno e’, di solito, denominata “perla”, poi quando si
arriva sul posto, spesso, capita di ritrovarsi un po’ delusi.
Si parte in auto,
in un sabato mattina soleggiato, tranquillo. Il mio amico e’ divorziato da
qualche anno, ogni tanto e’ un po’ apprensivo per tutto cio’ che concerne
l’educazione della figlia, di circa dieci anni e combatte anche con la
pressione paterna e delle sorelle che lo vogliono risposato e, se possibile,
con prole di sesso maschile nel piu’ breve tempo possibile.
A quarantanni
potrebbe e dovrebbe decidere da se’ che fare, ma la pressione sociale e
familiare in Cina alle volte e’ davvero micidiale.
Mi sa che ha piu’
bisogno lui di me di un po’ di svago. Arriviamo nella zona del lago davvero
presto, mentre ci inoltriamo nella
penisola di DongShan non possiamo non notare una serie di ville, villette e
villone che sono costruite di fresco, prospicienti il lago. Chissa’ per chi,
ci diciamo entrambi. Questa zona e’ famosa per la coltivazione del te’ BiLuo
Chun, anzi, questa e’ proprio la zona di origine, mi spiega mentre guida
rilassato, forse piu’ tardi avremo modo di assaggiarlo.
Da qualche parte,
su di un blog cinese, avevo letto che la cittadina di Dongshan ha un “ profondo
retroterra culturale e riferimenti letterari speciali, e che ci sono stati
scavi che hanno dimostrato che da queste parti gruppi di umani vivevano “gia’”
10.000 anni fa, e che questo e’ il luogo di origine della cultura Wu.”.
Howard mi parla,
invece, di come da queste parti per secoli siano stati contadini e pescatori ed
e’ semplicemente questo fatto che ne ha preservato il paesaggio. Si, ci sono
delle zone con qualcosa da apprezzare da un punto di vista storico e culturale,
ma di non aspettarmi troppo, le cose migliori sono il lago, il paesaggio
attorno.
Arriviamo in una
bella zona, intorno a noi la terra e’ coltivata a frutteti e campi da te’, e
parcheggiamo vicino a quella che pare l’entrata di un tempio, o forse
monastero. Infatti e’ il monastero “ZiJin An”. Il biglietto costa 30 RMB
(ovvero circa 4 Euro) e Howard sgrana gli occhi: “Ma come – mi dice- due anni
fa costava 10 RMB!” Beh, un bel 200% in piu’, non male come aumento, d’altronde
il costo di tutto aumenta a velocita’ considerevole in Cina, e come ho gia’
avuto modo di notare, qualsiasi tempio e monastero e’ trattato alla stregua di
un museo a pagamento, non di posto di preghiera o di sola visita spirituale.
Entriamo, c’e’ un
piccolo giardino molto bello e ben tenuto, camminiamo su un sentiero
acciottolato, si arriva ad un entrata protetta dai due immancabili leoni.
Intorno a noi ci sono operai che lavorano senza fretta, fumano, chiacchierano;
stanno sistemando delle nuovissime segnaletiche in legno. Non ci sono molte
persone, a parte noi un altro gruppetto di sei o sette persone.
Il Tempio e monastero Zijin An è stato costruito durante la dinastia Nanbei, circa 1400
anni fa, e fu ricostruito al tempo dei Tang e ancora durante il periodo Ming e
Qing, ed è negli stili di queste due ultime dinastie che lo possiamo apprezzare
oggi.
Il tempio e’
minuscolo se paragonato ad altri, ma qui si respira una sottile aria di storia,
al suo interno ci sono sculture di livello molto alto, e, curiosamente, pare
che le migliori di loro siano state eseguite da una coppia, chiamata Leichao.
Mi piace molto, come anche molte delle statue, alcune davvero ammirevoli per
qualita’ e sottigliezza espressiva dei volti.
Riprendiamo la
scorazzata in auto a velocita’ ridotta, il paesaggio e’ molto luminoso, grazie
alla luce riflessa dalla massa d’acqua lacustre. Howard decide di andare a
visitare il villaggio di LuXiang, un villaggio Ming! Ah, questo mi intriga parecchio,
specie dopo aver visitato Pingyao, lo scorso dicembre.
Costeggiamo una
zona di abitazioni nuovissime, che con i Ming non hanno proprio nulla a che
vedere e non riusciamo a capire dove sia il villaggio o la sua entrata. Chiede
a dei passanti un paio di volte. Cerchiamo un
parcheggio. Howard parla con un paio di ragazze. Torna con la fronte corrugata.
“Impossibile! - mi dice- se si prosegue c’e’ un entrata nuova, e si pagano 50 o
60 RMB a testa per entrare nella parte vecchia.” Oh bella! Adesso se Venezia
chiedera’ ad ogni turista 10 Euro per entrare nel centro storico non diro’ piu’
nulla.
“Ma sei sicuro?”
Risponde di si,
ci guardiamo attorno, mi fa cenno di entrare per una viuzza, proprio
dall’altra parte della strada. Proseguiamo, e dopo 300 metri siamo nella Lao
Jie di LuXiang, la strada vecchia, la principale. Avete presente quando avete
rubato e mangiato la nutella, e nessuno vi ha beccato? Ecco, la stessa
sensazione. Ci guardiamo attorno.
Camminiamo. La parte “antica” sara’ lunga si e no 400 metri, con due o tre
viette che la intersecano. Ci sono tre o quattro edifici di un certo interesse,
il resto e’ cadente e parecchio anni cinquanta e sessanta del secolo scorso,
non certo Ming. Ci guardiamo interrogativi, lui commenta un po’ sarcastico, poi
ci fermiamo a quello che pare l’incrocio della strada vecchia con un’altra via
che doveva essere tra le principali, c’e’ una piccola torre, questa si che e’
storica e piu’ avanti c’e’ un edificio che pare una tettoia per un mercato
all’aperto. Li qualcuno vende il famoso te’, che Howard compra per farmene
omaggio. Chiacchieriamo con chi vende, scatto una foto ad un bimbo che gioca
con un fucile giocattolo, mi guarda un po’ impaurito, se ricambio lo sguardo si nasconde,
mi sa che non ha visto molti occidentali semibarbuti dal vero. Quando mi
passa accanto corre, cerca di nascondersi dietro le gambe di altre persone, gli scatto una
foto. Dopo dieci minuti
di camminata la visita e’ terminata. Torniamo sui nostri passi, ma cambiamo
strada: qualcuno prepara e vende spaghetti di grano tenero per strada, ne
compriamo un sacchetto.
Lasciamo il
villaggio delusi, non posso usare altri termini, e ci consoliamo con il fatto
che abbiamo risparmiato il biglietto d'entrata. Poi leggero’ un
blog che, a proposito di LuXiang, descrive il posto “con stretti vicoli e
canali, in questo antico villaggio che data dall’inizio della dinastia Ming...
e ci siamo goduti l’architettura in pietra originale”. Peccato che non dica che
sono cinque edifici, quelli godibili e che i vicoli che si possono apprezzare
anche meno, oltre al biglietto da pagare. Mah...
Riprendiamo il
giro della penisola, e ci dimentichiamo di LuXiang guardando il paesaggio che
sta cambiando colore grazie al tramonto, fermiamo l’auto, ci sediamo su di un
ciglio prospiciente il lago; iniziamo una sfida a Sudoku. Il silenzio e’ perfetto, mentre
annotta.
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Cina, NanJing, Il Mausoleo del Massacro di Nanchino
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 Come è possibile (non sarà mai possibile) per un anima santa sopportare le umiliazioni delle bestie (diavoli)? Solo la morte! Solo la morte! Solo la morte può lavare via quel sudiciume! | |
Sono
a Nanchino (NanJing) e dopo aver visitato il Mausoleo del Dr. Sun
Zhong Shan, con Howard abbiamo deciso di visitare il Memorial Hall
del massacro di Nanchino (il nome completo è
The Memorial for compatriots killed in the
Nanjing Massacre by Japanese Forces of Aggression
(侵华日军南京大屠杀遇难同胞纪念馆;
Qīnhuà Rìjūn Nánjīng dàtúshā
tóngbāo Jìniànguǎn).
Vivendo
in Cina da alcuni anni, mi sono reso conto di come un sentimento
anti-giapponese faccia parte della (attuale)
costruzione dell'identità cinese. Non passa anno senza che un film
sul massacro venga programmato per il mese di dicembre, l'ultimo in
ordine di tempo è "The Flowers of War” (diretto da Zhang Yimou, con Christian Bale, Ni Ni, Xinyi Zhang, Paul Schneider) e molti programmi
televisivi o film sono direttamente o indirettamente collegati al
massacro e al periodo della guerra. La costruzione dell’identita’
e’ basata su una connotazione di sentimenti negativi: anti-...
Il
florilegio e la diffusione di film e programmi televisivi celebrativi
della storia del Partito comunista e la cosiddetta "Campagna di
educazione Patriottica" sono sempre centrati sulla vittoria sul
Partito Nazionalista (KuoMinTang) e sul Giappone. E anche qui, anche
se non spetta a me indicare con precisione le distorsioni di fatti
storici, che a volte sono assolutamente evidenti, è impossibile non
notare l'enorme quantità di ore dedicate al martellamento mediatico
e al puntare al Giappone come avversario e, quasi,
nemico-in-attesa.
Così ora non mi meraviglio più che, oggi,
diverse indagini e sondaggi dimostrano che un sentimento
anti-giapponese in Cina è maggiore tra la generazione attuale che
tra i cinesi che effettivamente vissero l'occupazione della seconda
guerra sino-giapponese. Di certo le esternazioni di diniego
del massacro da parte di esponenti politici giapponesi, tra cui il
recententissimo ad opera del sindaco di Nagoya, che e’ tra l’altro
citta’ gemellata con NanJing, non aiutano certo a qualla che si
chiama “comprensione tra i popoli”.
Arriviamo
al Memorial Hall molto tardi, e non abbiamo molto tempo per la
visita, ma ho voglia di entrare, di vedere.
Ci sono statue e
sculture all'aperto e quasi ovunque è possibile leggere '300.000',
il numero delle vittime stimate da parte delle autorita’ cinesi.
Il
fatto è ben noto: il 13 dicembre 1937, l'esercito giapponese occupò
NanJing (a quel tempo capitale della Cina) e durante la prima parte
dell'occupazione l'esercito giapponese commise numerose atrocità ed
esecuzioni di massa.
Il Memorial Hall è enorme e si trova in
Jiangdongmen, uno dei luoghi delle esecuzioni e luogo di sepoltura di
massa. La sala espositiva è costruita come una tomba: dobbiamo
discendere in essa. Ci sono dipinti, sculture, vetrine espositive, e
schermi multi-mediali che proiettano film e documentari.
E’
tragico, e commovente, una dimostrazione di come e quanto, noi,
esseri umani, possiamo essere atroci e feroci. E’ questo e’ cio’
che è per me: un altro esempio di una tragedia troppo umana, come
altre in passato, e mentre sto scrivendo una parte di me prega per
quella parola, "passato", che possa essere definitiva, e
per sempre.
Ho
dei ritorni di immagine nella mia mente, ricordando letture sui
massacri che costellano la storia: Masada, il massacro dei Cham, il
massacro di Cipro, il massacro di Zunghar, il massacro del giorno di
San Bartolomeo, il massacro degli Armeni, il massacro di Yangzhou, il
massacro dei Don Cossackc, il massacro di Praga, il massacro di
Tripolitsa, il massacro nella repubblica Dominicana, il massacro dei
polacchi in Volinia, il massacro di Wola, il Grande Terrore Mongolo,
i campi di sterminio in Cambogia, le uccisioni di massa da parte dei
regimi comunisti, le uccisioni di massa da parte degli
anti-comunisti, la strage in Bengala, il massacro di Bodo League in
Corea, il massacro di Hama, il massacro dei Curdi, Srebrenica, il
massacro in Ruanda, l’Olocausto ... troppi per ricordarli tutti, e’
un oceano di sangue che sale di fronte ai miei occhi mentre sto
guardando le foto delle persone uccise a Nanchino.
Sono sbigottito
e sono stordito, penso a Goya, penso che stia amaramente ridendo di
me.
Camminiamo
rapidamente lungo i corridoi bui, i
corridoi bui dell'umanità; sto leggendo, ove mi sia possibile, e
sono sorpreso di leggere asserzioni sulla vittoria finale sul
Giappone che non menzionano affatto l'intervento degli Stati Uniti e
il bombardamento nucleare, ma tutto è presentato come se il partito
comunista si sia sbarazzato da solo degli invasori. Ora, che dire di
questo? Non c'è da stupirsi che molti cinesi credano che il Giappone
sia stato sconfitto in gran parte come risultato della resistenza
cinese e non pensino al ruolo avuto dagli Stati Uniti d’America.
Camminiamo
veloci, i guardiani ci chiedono di lasciare il posto, è quasi orario
di chiusura.
Su un pannello e’ scritto che: ". ... il
mausoleo non è stato costruito come simbolo di indignazione, ma come
memoriale durevole per le vittime e avvertimento della storia",
ma tutto intorno a me, tutte le parole usate non sono solo
questo.
Questo non è solo un monumento per mettere in
guardia l'umanità circa gli orrori del passato, questo è anche un
memento perenne per il popolo cinese, che non dimentichi, si tratta
di una attribuzione di colpa storica, qui non ci sono segni di
riconciliazione o perdono, ed e’ anche un monumento celebrativo
della vittoria del partito comunista. Che poi anche il KuoMinTang abbia
contribuito alla vittoria della guerra non e’ evidenziato da nessuna parte, ma anche questo fa parte dell'attuale, governativa, lettura storica del periodo in questione.
Tra
Cina e Giappone ci sono aspre polemiche che riguardano la stima del
numero delle vittime, oltre al risentimento, governativo e popolare
da parte cinese per il fatto che il Giappone non si sia mai realmente
e ufficialmente scusato, mentre in Giappone insistono che piu’ e
piu’ volte queste scuse sono state ufficialmente dichiarate e
offerte.
In questo argomento non ci voglio entrare, perché questo è un problema politico che
ha nelle sue radici motivazioni che vanno oltre le contese apparenti.
Usciamo,
sto leggendo alcune parole sul basamento di una statua, si legge:
圣洁的灵魂岂客禽兽的凌辱?!
只有死!
只有死!
只有死可洗去这污浊!!
Parole
che posso tradurre cosi’:
Come
è possibile (non sarà mai possibile) per un anima santa sopportare
le umiliazioni delle bestie (diavoli)?
Solo la morte!
Solo la
morte!
Solo la morte può lavare via quel sudiciume!
La
morte.
Noi
andiamo via, ma queste parole non se ne andranno mai.
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CURARTE- ARTE CHE CURA- IL CESSO DI DUCHAMP
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Voglio
pubblicare qui l'intervento di Massimo Silvano Galli
(www.msgdixit.it) al convegno
“Olismo e terapie informazionali” (Milano, presso l’Auditorium
Guna, 7 Novembre 2008), con la partecipazione di: Ervin Laszlo, Pier
Mario Biava, Sergio Maria Francardo, Anna Masera, Michelangelo
Pistoletto, Franz Di Cioccio, Denis Curti, Marco Roveda.
Questo
perche' le forme dell'arte contemporanea e le sue contaminazioni con
diversi settori del sapere e della cultura non sono sempre
rappresentati dal mercato, e penso che ai miei quattro lettori possa
far piacere una lettura del fenomeno artistico da un punto di vista
ancora abbastanza nuovo, ma ricco di significati e possibili
sviluppi.
CURARTE
– L’ARTE CHE CURA
[intervento
al convegno “olismo e terapie informazionali”, milano, guna, 7
Novembre 2008] Linguaggi
espressivi e Terapie informazionali
Il
cesso di Duchamp - o l’arte che cura
di
Massimo Silvano Galli
Il
discorso sulle funzioni terapeutiche dell’arte e, più in generale,
dei linguaggi espressivi, è più che complesso e disarticolabile
lungo molteplici prospettive non riducibili ad un'unica matrice di
senso. Quello che vorrei provare a compiere è, allora, una sorta di
esercizio ermeneutico, inseguendo alcune delle possibili direttrici
tra le tante che si sarebbero potute scegliere.
Prima
di cominciare però, affinché ogni interpretazione, per quanto
eretica, risulti comprensibile, credo sia necessario partire da una
distinzione con cui desidero delimitare questo contributo, una
distinzione che qualifica il concetto di terapia qui indagato non
come guarire da… ma come curarsi di… nel senso di prendersi cura
di qualcosa o qualcuno.
L’arte,
infatti, non guarisce alcunché, permette semmai di penetrare nel
processo della cura e della cura di sé in particolare, mettendosi in
ascolto dell’Altro diverso da sé: sia esso dentro o fuori di noi,
oggetto o soggetto; permette di svincolarsi dai confini della propria
biografia per addentrarsi nello spazio sconfinato e benefico di
quella “mitobiografia” in cui -appunto- l’atto creativo dà
luogo al parto dell’Altro diverso da sé: l’Adamo, l’uomo
nuovo, rigenerato… curato.
La
cura dell’arte è, insomma, l’arte del cambiamento, dove i
linguaggi, tutti i linguaggi, si addensano e si ritraggono in una
danza carica di opportunità, anche improbabili e discordanti, ma
sempre rivelatrici delle infinite maschere dell‘esistenza.
Ciò
detto, la prima suggestione che vorrei proporvi lungo questo
itinerario si trova tra le pagine di un bellissimo e famoso romanzo
di Manuel Scorza, «La danza immobile» e recita: “L’uomo è una
metafora provvisoriamente vestita di carne, o una carne che si nutre
di metafore?”.
Si
tratta di una sintesi a mio avviso fenomenale, testimone da una parte
del senso di travestimento e di tradimento cui è costantemente
sottoposto l’uomo e, quindi, ogni sua creazione e, dell’altra,
della profonda necessità di accedere a questo nutritivo e lenitivo
tradimento.
L’atto
creativo più elementare che ognuno di noi costantemente compie,
seppur inconsapevolmente, si risolve, infatti, attraverso il
tradimento dello sguardo; nel senso che ogni nostra osservazione è,
di fatto, un processo attivo dove occhio e cervello non guardano e
registrano solamente, ma attraverso una particolare lente deformante
generata da tutte le cose che hanno già osservato, le nozioni che
hanno precedentemente appreso, i racconti che hanno assorbito;
pre-strutture che influenzano il nostro sguardo e, aggiungendo strati
soggettivi a quelle osservazioni che si vorrebbero oggettive, non
restituiscono di fatto un mondo per come è, ma ne creano ogni volta
uno nuovo.
Per
comprendere meglio questa asserzione dobbiamo però salire di
complessità sulla scala della creazione. Ad un secondo livello,
infatti, laddove l’umano prova a trasportare fuori da sé ciò che
prima aveva catturato con lo sguardo e registrato col cervello,
assistiamo ad un altro atto creativo ugualmente, per così dire,
non-intenzionale. È questo il regno della parola, del linguaggio,
dove meglio si chiarificano le caratteristiche di tradimento e di
nutrimento celate nella domanda di Manuel Scorza.
Il
linguaggio è, infatti, sempre una metafora della realtà. La parola
ci nutre e ci tradisce traducendoci; allo stesso modo in cui il
vocabolo “pane” è solo una rappresentazione della cosa e certo
non sfama il nostro corpo, ma sfama la nostra psiche contribuendo a
dare un senso alla realtà che ci circonda.
Infine,
salendo nuovamente di livello e spostandoci in una zona intenzionale,
o almeno più intenzionale, incontriamo l’atto creativo vero e
proprio in cui emerge l’opera d’arte e si palesano
definitivamente le intrinseche proprietà di tradimento e nutrimento.
Vediamo come.
Ad
ognuno di questi livelli (ma soprattutto nell’ultimo, laddove
l’opera si manifesta), qualsiasi prodotto della creazione umana, si
configura originariamente come un oggetto a se stante che non
appartiene al mondo della natura e non appartiene ancora al mondo
della cultura. Ogni opera creata, cioè, è opera ermeneutica che dà
nome e forma alla natura informe facendosi intermediaria tra i suoi
regni e il regno della cultura che si alimenta di queste opere di
intermediazione.
John
Dewey in “Arte come esperienza” ci rende partecipi di un
simpatico aneddoto molto significativo per esplicitare questo essere
a se stante dell’atto del creare.
Durante
l’inaugurazione di una mostra, un’avvenente visitatrice,
sbirciando con un occhio un dipinto e con l’altro il suo autore,
commenta: “Se posso dire la mia, non credo di aver mai visto una
donna che somigli a questo ritratto.”.
“Ma
signora,” risponde piccato il pittore, che per inciso era Henri
Matisse, “questo è un quadro, non è una donna!”.
L’opera,
appunto, non appartiene a questo mondo e pure vi appartiene è, come
dice Heidegger: “[…] solamente un’eco, in fondo autenticamente
irreale.”.
Di
questa paradossale eco “autenticamente irreale” il nostro corpo,
la nostra psiche, si nutrono e abbisognano più di quanto si possa
immaginare e credere. L’uomo, infatti, può adattarsi ad ogni cosa,
anche alle situazioni di più atroce sofferenza, ma non può
sopravvivere in un mondo che non è in grado di spiegare, a cui non è
in grado di dare un senso. Come dice Picasso l’arte, “non è la
verità, ma una bugia che ci fa realizzare la verità.”.
Per
comprendere la cura che si può praticare con l’arte, credo si
debba estendere questo concetto, questa salvifica e nutritiva “verità
della menzogna”, a tutto l’operare umano, persino a quell’operare
che chiamiamo scienza e che, troppo spesso, commettiamo l’errore di
ammantare di oggettività, eludendo l’impulso immaginario da cui
deve necessariamente originare ogni atto scientifico. L'uomo,
insomma, è anzitutto un animale visionario la cui peculiarità è
trasformare qualsiasi già dato in altro, cominciando a immaginarlo
diversamente.
Questo
carattere immaginario che permea l’uomo in ogni sua attività, ci
conduce ad una nuova suggestione: una breve e significativa
favoletta. Come tutte le favole comincia con… “C’era una
volta…”, ma in questo caso proprio una volta… almeno quaranta,
quarantacinquemila anni fa, una piccola comunità di uomini e di
donne che, come in uso nei costumi dell’epoca, viveva in una
caverna.
Ogni
giorno si alzavano e compivano quelle tre/quattro operazioni che
facevano della loro vita… la loro vita: cacciare, raccogliere erbe,
bacche, frutti, mangiare, riprodursi e tornare a dormire... così,
senza sosta, aspettando, non diversamente da noi, la fine. Un
bel giorno, però, come in tutte le favole, accadde una cosa
straordinaria. Una
mattina, mentre tutta la comunità si preparava per uscire a
procurarsi il cibo, due di loro si fermarono.
“Che
c’è,” gli chiesero, “non vi sentite bene?”.
"No,”
risposero quelli, “stiamo benissimo. È che preferiremmo star qui a
disegnare.".
"A
disegnare?” li guardarono allibiti. “E che significa?".
…Be'
forse le cose non andarono proprio così, forse non parlarono
nemmeno, probabilmente i più pensarono che fossero malati -dei
pazzi, avrebbero detto qualche millennio più tardi. Sta di fatto che
quei due si fermarono e, la sera, quando il gruppo rincasò, anzi…
rincavernò, si trovò di fronte a qualcosa di miracoloso: le pareti
della caverna completamente istoriate. Dopo
un primo momento di imbarazzo proruppe la meraviglia e tutti
cominciarono a correre da una parte all'altra della grotta,
riconoscendo le cose che erano del mondo e che, ora, per una
autentica magia, si trovavano lì, su quelle rocce.
“Guarda,”
diceva uno, “quello sono io mentre caccio.”.
“E
quella,” diceva un'altra, “quella sono io mentre raccolgo le
bacche.”.
Insomma,
capirono che quei due non erano proprio pazzi ma, anzi, che avevano
un che di speciale e, se non proprio loro, certo quelle strane cose
che facevano sulla roccia e che chiamavano disegni. Così,
da quel giorno, cominciarono a tenerli in una certa considerazione. Gli
chiedevano consiglio quando qualcosa li turbava, quando dovevano
prendere certe importanti decisioni; si recavano da loro quando
stavano male e, questi, una volta facendo un disegno, una volta
compiendo una danza, riuscivano, non sempre certo, ma spesso, anche a
guarirli e, sicuramente, sicuramente li curavano, nel senso che si
prendevano cura di loro.
Andarono
avanti così per anni; poi, e siamo al lieto fine, uno dei due
artisti, a questo punto possiamo chiamarli così, disse: "Senti…
sai cosa ti dico… io mi sono rotto di disegnare, mi sa che vado a
fare il medico.".
"Il
medico?" chiese l'altro stupito. "E cos'è il medico?".
Fine
della novella.
L’uomo,
secondo Jaques Lacan, diviene tale nel momento in cui entra nella
relazione simbolica, un passaggio che, se ci spostiamo dal soggetto
alla specie, ci dicono i paleontologi, segna lo sviluppo dell’umanità
attorno -appunto- ai quaranta, quarantacinquemila anni fa ed è non a
caso definito: il grande balzo in avanti dell’evoluzione umana.
Un’autentica rivoluzione adattiva, in cui improvvisamente compaiono
le prime forme di decorazione corporea, gli ornamenti, i dipinti
rupestri, la scultura; opere talmente raffinate la cui repentina
comparsa rappresenta ancora oggi un enigma. Emergono così capacità
cognitive inedite e smisurate rispetto a quelle degli altri primati e
i comportamenti sociali raggiungono livelli di estrema complessità e
articolazione. Ecco l’anello mancante di cui da sempre sono in
cerca gli Sherlock Holmes dell’evoluzione che hanno passato gli
ultimi secoli a scrutare e confrontare crani e splancnocrani: non un
fossile, ma la capacità di creare simboli, ossia di operare, più o
meno scientemente, quei tradimenti e quei nutrimenti che citavamo
all’inizio del nostro discorrere.
Attraverso
la nostra capacità di creare simboli diventiamo una specie unica tra
gli esseri viventi. Ma una delle particolarità del simbolo, dicevamo
con l’esempio del vocabolo “pane”, è quella di non avere
rapporto diretto con la realtà -il referente, ma soltanto con il
concetto e con l'idea mentale -la referenza. È questo che fa di ogni
simbolo un prodotto culturale che, per essere appreso, deve essere
trasmesso.
La
nostra capacità di creare e di comunicare simboli, di trasmetterli
ad altri, ci differenzia dalle altre creature animali le quali
dipendono per lo più dalle informazioni già incastonate nei loro
cervelli.
L’astronomo
Carl Sagan chiama questa capacità tipicamente umana: «conoscenza
extrasomatica», sostenendo che sia questa a fare la differenza tra
noi e, ad esempio, l’uomo primitivo pre-simbolico che abitava la
caverna della nostra favoletta; non il nostro corredo genetico, che
più o meno è rimasto immutato. Ciò significa che il nostro essere
uomini risiede nella capacità di creare e comunicare simboli.
Manipolando
i simboli il nostro cervello acquista (ha acquistato) la capacità di
eseguire operazioni altrimenti impossibili mentre, allo stesso tempo,
i simboli modificano (hanno modificato) il nostro cervello più
potentemente e più radicalmente dei geni. I simboli, perciò, non
sono mere associazioni arbitrarie, ma veri e propri agenti in grado
di plasmare attivamente il nostro cervello e di intervenire sul
nostro benessere.
Richard
Dawkins, ha dato a questi agenti il nome di «meme», una sorta di
«gene della mente». Se il gene è la molecola replicante che
prevale negli organismi biologici, il «meme» è l'unità base della
trasmissione culturale che può essere trasmesso da individuo a
individuo subendo variazioni evolutive, ma con una velocità
infinitamente superiore. Inoltre, mentre sui geni non possiamo
intervenire, se non con sofisticate e ai più inaccessibili
tecnologie, la creazione e la trasmissione di nuovi «meme» non è
preclusa a nessuno.
Sappiamo
che le malattie, come i loro rimedi, hanno forma prettamente
culturale e disegnano scenari che vanno ben al di là di ogni
patologia che gli amministratori della salute di un’epoca possono
diagnosticare e guarire; per questo non ci deve stupire se la gran
parte della odierna ricerca scientifica è tutta centrata sullo
studio dei geni e non si occupa, se non marginalmente, ad esempio
dello studio del «meme».
Non
che si voglia, con questo, invalidare la grande decriptazione del
genoma umano, ma provare invece a sostenere un’idea altra del
concetto di cura dove, ad esempio, le persone non siano trattate come
meri oggetti di indagine, ma gli sia restituita la dignità di
soggetti capaci di riflettere su di sé, di diagnosticare le loro
sofferenze e di collaborare alla cura dei loro problemi, attraverso
-evidentemente- un processo culturale e formativo al contempo che li
metta nelle condizioni di entrare in un contatto diverso CON la cura
di sé, magari, chessò, proprio imparando a manipolare il proprio
personale «memoma».
Come
mai nella nostra epoca, invece, intermediari di ogni disciplina della
conoscenza ci hanno sottratto e ci sottraggono il diritto/piacere di
riconoscerci quali padroni del nostro corpo-sapere, annichilendo la
nostra naturale capacità di interrogarci, di capirci, di curarci e
di produrre conoscenza?
Per
stare sui contributi dell’arte, quasi un secolo fa monsieur Marcel
Duchamp si è cimentato con questa sfida e ha provato a ricondurre il
soggetto alla sua funzione di produttore di sapere, svincolato da
qualsiasi certificato di autorevolezza disciplinata dalla autorità
del momento.
Era,
per la precisione, il 1917 e Duchamp si apprestava a partecipare alla
prima esposizione dell’America Society for Indipendent Artist con
un’opera destinata ad archiviare per sempre il significato
millenario del fare arte: un orinatoio acquistato sul catalogo di una
ditta specializzata che Duchamp capovolge e intitola «Fontaine».
Un’opera rivoluzionaria che dà vita ad una vera e propria rottura
epistemologica con la tradizione occidentale ma che, soprattutto, ci
invita ad operare la medesima rottura su tutti i fronti del sapere
umano.
Fino
a prima di Duchamp, infatti, la “Cosa d’arte” è sempre stata
la rappresentazione della Cosa. Non una donna, come nel nostro
esempio di Matisse, ma un quadro, la rappresentazione di una donna.
Duchamp, invece, mette la Cosa reale laddove da sempre abbiamo
assistito alla sua rappresentazione, fa sì che la Cosa reale fecondi
e generi se stessa come Cosa d’arte. Nasce così una nuova Cosa che
forse non si può più nemmeno chiamare d’arte. E infatti, a
differenza di tutte le sue passate consimili, questa nuova Cosa non
si contestualizza in sé in quanto arte, ma chiama lo sguardo
dell’Altro, del fruitore, per divenire tale.
L'orinatoio/Fontaine
di Duchamp, per essere definita opera d’arte, deve essere inserita
in uno spazio che la qualifichi come tale, poiché fuori da quello
spazio qualificante altro non sarebbe che un orinatoio rovesciato. A
quel punto potrà ricevere lo sguardo del visitatore che però,
trovandosi di fronte ad un oggetto in qualche modo per nulla
artistico, non rappresentativo, nel senso classico del termine, è
costretto, se desidera comprendere l’opera, a compiere uno sforzo
riflessivo e provare a dargli un senso. Per questo si parlerà di
un‘opera definitely unfinished, definitivamente non finita, che può
trovare la sua finitudine, il suo senso o, meglio, uno dei suoi
possibili sensi, solo nello sguardo dell’Altro-Fruitore. Ciò
significa il fruitore chiamato a finire l’opera, intenzionandola di
significati, entra compiutamente nel processo creativo, diventa egli
stesso artista, ossia qualcuno che non sta più passivamente davanti
all’opera ma, in qualche modo, la ri-crea.
Se
ora proviamo ad allargare il campo di applicazione che ci suggerisce
l’opera di Duchamp, ad esempio trasportandolo nell’ambito della
cura, ci accorgeremo che siamo di fronte ad un vero e proprio atto
rivoluzionario che ci libera spezzando la barra (del potere, direbbe
Foucault) che separa chi detiene gli strumenti ermeneutici da chi li
subisce, in questo caso la barra che separa paziente e terapeuta.
L’opera
di Duchamp, largamente incompresa nel suo significato profondo e
snaturata e banalizzata da molti dei suoi stessi epigoni, ci invita a
riappropriarci del nostro sguardo creatore, a diventare gli sciamani
di noi stessi producendoci nella manipolazione di simboli o, se
vogliamo, nella creazione di nuovi «meme».
“L’arte,”
dice Heidegger, “è una cosa a cui è successo qualcosa”, e la
cura cui l’arte può accedere si configura proprio nell’esercizio
consapevole di questa capacità di far succedere qualcosa alle cose,
a partire da quella cosa che ognuno è per se stesso.
Si
tratta di avviare un vero e proprio processo educativo capace di
guardare all’arte e alla dimensione estetica come ad un evento “non
separato dall'esperienza umana” ma che operi con e nell'esperienza
del quotidiano, tornando, come quando si era bambini, a sporcarci le
mani (e senza paura) con il “fare” dell’opera; consapevoli che,
come dice John Cage (e valga come mia personale ricetta
medicamentosa): “E’ meglio creare un brano musicale che
eseguirlo, meglio eseguirlo che ascoltarlo, meglio ascoltarlo che
abusarne come mezzo per distrarsi, intrattenere o acquisire cultura.”
M.S.Galli
- info@msgdixit.it
Pubblicato con permesso, Marco Maurizio Gobbo
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Cina, ShanXi, DaTong, le grotte di Yungang, una meraviglia buddista.
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 grotte di YunGang foto marcomgobbo | |
La
mattina e’ fredda, ma non glaciale come ieri, c’e’ il sole a
DaTong, e dopo aver consultato i ragazzi del Ricevimento dell’albergo
abbiamo scelto di andare a visitare le grotte di YunGang prendendo un
taxi. Si trovano a una quindicina di chilometri dal centro, in
direzione sud-ovest, il taxi costa poco e il tassista e’ socievole
e curioso nei miei confronti.
Quando
gli dico che sono di Milano mi dice “A.C. Milan!”, oh si, pero’
puntualizzo che da ragazzino tifavo Juventus e lui mi risponde
“Roberto Baggio!”. La
stragrande maggioranza dei maschi adulti cinesi, specie tra i trenta
e i cinquant’anni sanno praticamente tutto del calcio italiano
degli anni ottanta e novanta, questo perche’ alla “riapertura”
della Cina, la tivu’ di Stato cinese programmo’ per anni le
partite di calcio del campionato di Serie A.
Roberto
Baggio se lo ricordano in molti in Cina, lo chiamavano “il Principe
Blu” nel senso che ha il blues, all’americana, che e’ triste,
perche’ leggenda qui vuole che a grandi doti e talento non
corrisposero altrettanti onori e il suo medagliere dice poco del suo
vero valore.
Di
certo non mi aspettavo di discorrere di Roberto Baggio mentre viaggio
in taxi verso gli antichi templi
buddisti cinesi scavati nelle grotte vicino alla città di Datong,
nella provincia dello Shanxi. Questi, insieme alle grotte di LongMen
(vedi blog precedenti) e a quelli di Mogao sono i tre più famosi
siti di antiche sculture di arte buddista in Cina.
Howard
inizia a leggere una guida: il sito si compone di 252 grotte con più
di 50.000 statue e statuette del Budda che vanno dai 4 cm. ai 7
metri di altezza. Sono patrimonio UNESCO e sono considerate una
perfetta fusione dell’arte religiosa buddista di provenienza dal
Sud Est Asiatico con le tradizioni culturali cinesi.
Ma
perche’ proprio qui?
Dopo
il declino della dinastia Jin, le regioni settentrionali della Cina
passarono sotto il controllo dei Wei del Nord che fecero della citta’
di Pingcheng, l’odierna Datong, la loro capitale. Ah, ecco!
Inoltre la dinastia dei Wei adotto' come religione di stato il
Buddismo... e adesso tutto torna.
Il
Buddismo arrivo’ in Cina tramite i viaggiatori e commercianti che
trafficarono lungo l'antica Via della Seta del Nord, un percorso di
circa 2600 chilometri, che collegava l'antica capitale cinese Xi'an
all’antica Partia.
I
primi lavori di scultura durarono fino all'anno 465 CE, (le grotte note come grotte 16-20). A partire intorno all'anno 471 C.E,
inizio’ una seconda fase dei lavori, grazie al mecenatismo della
corte imperiale e alla sua supervisione, che durò fino al 494 C.E.
In questo periodo furono costruite le grotte gemelle 5/6, 7/8, e 9/10
così come le grotte 11, 12, 13.
Il
mecenatismo imperiale fini’ nel 494 C.E., anno in cui la corte Wei
se ne ando’ nella nuova capitale Luoyang, e li iniziarono i lavori
delle grotte di LongMen. Chiaro.
Le
grotte piu’ antiche, piu’ colorate, piu’ vicine alla tradizione
Indiana sono quelle di Mogao (DunHuang), poi abbiamo queste di
YunGang per finire con quelle di LongMen. Howard prosegue la sua
lettura ad alta voce. Andatasene
la corte, altre grotte furono scolpite grazie al patrocinio di
facoltosi privati, e questa terza fase durera’ fino al 525, quando
tutto si fermo’ a causa di rivolte sociali nella zona, rivolte che
eventualmente portarono alla caduta degli Wei.
Osserviamo
il paesaggio, il brullo invernale che mi ricorda certe parti del Nord
Italia; ci informiamo sull’economia della zona, di che vive la
gente? Il tassista e’ perentorio: si vive delle miniere e di
pastorizia. Infatti qui la carne che va per la maggiore non e’
quella di maiale, come nel Sud della Cina, ma quella di montone e di
agnello.
Arriviamo
ad una svolta della strada e eccoci davanti al cancello di entrata,
paghiamo e salutiamo il cordiale autista. Camminiamo per un centinaio
di metri, poi svoltiamo a sinistra, scendiamo una scalinata ed
entriamo in una grande e moderna entrata, molto ariosa, sembra la
hall di un hotel di lusso. Comprati i biglietti passiamo ad un altro
cancello e finalmente siamo in un piazzale, da dove parte un viale
alberato con statue a destra e a manca, che conduce ad un ponte
lanciato su di un laghetto, attraversato il ponte saremo alle porte
di un grande tempio.
Dal
ponte scattiamo delle foto, e mentre camminiamo verso il tempio c’e’
qualcosa che non mi quadra. Arriviamo
al tempio, c’e’ un monaco, non appena qualcuno si ferma per
inchinarsi a pregare o ad accendere i canonici tre incensi, batte un
gong. Il tempio e’ molto grande, scenografico, vederlo dal ponte fa
un effetto cartolina postale, me l’immagino al tramonto o all’alba,
che si specchia sull’acqua...
Giriamo
intorno al tempio e finalmente capisco che cosa non mi quadra: ci
sono solo grandi hall dedicate alle statue da venerare, ma nessun
spazio per monaci, o dormitori o altro... Il tempio e’ pittoresco e
dimostrativo, ma non vissuto come tale, secondo me, e anche Howard
conviene che il monaco gli pare li non proprio per trascendente
vocazione quanto per guadagnarsi la pagnotta, probabilmente e’ un
impiegato statale.
Dietro
il tempio parte un altro ponte e finalmente arriviamo alla zona delle
grotte. Si dovra’ camminare ancora per qualche minuto, e poi
appariranno, sulla nostra sinistra. Nel frattempo si sta annuvolando,
e la temperatura scende.
Vediamo
le prime grotte, parecchio erose dagli agenti atmosferici, sono in
un materiale che mi pare arenaria. Howard riprende la guida che
spiega che gia’ dalla immediata fine dei lavori ci si rese conto
che l’erosione era molto accentuata e veloce. Ci furono diversi tentativi
di preservare le grotte e riparare i danni subiti, con restauri di
statue e la costruzione, durante la dinastia Liao, dei "10
templi di Yungang" (1049-1060) destinati a proteggere le
principali grotte, ma questi templi furono distrutti appena 60 anni
dopo, durante un incendio. La dinastia Qing, nel1621, costrui degli
edifici in legno che si possono vedere ancora davanti alle grotte 5 e
6. E ci siamo di fronte proprio adesso.
Questa
e’ considerata la zona centrale delle grotte (dalla 5 alla 13) e ci
sono una serie di grotte a coppia, meravigliose. Le prime grotte che
abbiamo visto erano di un monumentale molto serio, austero. Queste,
invece, sono piu’ colorate, fiorite, direi quasi giocose.
Alcune delle colossali
statue del Budda sono nello stile Gandhara, originario del Nord dell’India e
molte delle statue di enormi dimensioni (grotte 5, 16-19) sembrano
essere state influenzate dalle famose statue (ormai distrutte dall’odio
settario dei Talebani) di Bamiyan in Afghanistan.
Mi
attardo a visitare le grotte ed esco e rientro parecchie volte. Si,
qui decisamente l’atmosfera e’ diversa dalle grotte di LongMen,
molto piu’ marcatamente cinesi li, mentre qui le influenze sono
proprio indiane, con i riverberi greco-romani in certi motivi
decorativi, in certe figure; ci sono dei motivi e delle influenze che
sono palesemente non cinesi, ma la mia ignoranza in materia mi
impedisce di identificarle chiaramente, mentre invece cinesi sono le
immagini, in questo contesto piuttosto “pesanti”, di draghi e
fenici, anche i tetti o un certo modo di disegnare l’aureola.
Con
Howard discorriamo delle aureole, questo segno di santita’ che
attraversa tutte le religioni. Curioso, no? Fare foto all’interno
delle grotte piu’ colorate e’ vietato ma Howard scatta lo stesso.
Sono diviso a meta’ tra il cazziarlo e il farmi complice e
suggerire dove scattare le foto.
Le
grotte sono impressionanti, variano molto per grandezza e
profondita’, per ricchezza di dettagli e di statue. Ci sono delle
piccole grotte riccamente dipinte e scolpite su ogni superficie.
Inoltre ci sono intricati bassorilievi e sculture a parete... Si
potrebbe passare ore a esaminare il dettaglio di ogni nicchia, e
molto probabilmente bisognerebbe essere buddista o avere una
approfondita conoscenza di architettura per apprezzare fino in fondo
questo sito artistico-religioso. Molto meglio venire a
visitarlo con un minimo di preparazione.
Ci sono delle grotte
chiuse al pubblico, i lavori di restauro continuano ancora oggi.
Erosioni naturali, saccheggiatori (in particolare nel 20esimo secolo)
e vandali, così come attacchi anti-buddisti durante la Rivoluzione
Culturale, hanno lasciato il segno, ma ci sono segnali incoraggianti
di un rinnovato impegno da parte del governo centrale per la
conservazione e il restauro delle Grotte di Yungang, un vero tesoro
dell'arte e della storia mondiale, non solo cinese.
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Cina, Shanxi, Datong, e un Tempio in Cielo.
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 Datong tempio Fluttuante foto marcomgobbo | |
Dopo
la visita a Pingyao siamo tornati in treno a Taiyuan e saliti su un
bus, direzione Datong (大同;
Datong); da qui visiteremo le Grotte di Yungang (云冈
石窟;
Yungang Shíkū, in cinese tradizionale: 云岗
石窟, anticamente note anche come Grotte Wuzhoushan) e il Tempio
Fluttuante (悬空寺
Xuan
Kong Sì).
Arriviamo a Datong nel primo pomeriggio, c'è il
sole, il tempo e’ secco e freddo. Chiediamo indicazioni e l'autobus
che va al centro storico si trova proprio di fronte a noi. Giunti
alla nostra fermata scendiamo, abbiamo bisogno di chiedere nuove
indicazioni, e dopo essere arrivati davanti alle mura della città,
di nuova costruzione, dobbiamo chiedere ancora una volta. In tutte
queste occasioni le persone a cui abbiamo chiesto sono state subito
molto cordiali e disponibili, soprattutto una ragazza, che ci spiega
la strada con una tale abbondanza di dettagli che ci chiediamo se sia
mica una specie di vigile urbano in borghese.
Datong
è stata fondata durante la dinastia Han e ora è una città che vive grazie alle miniere di carbone, seduta su grandi riserve di quest'importante risorsa per l'economia cinese. Si tratta di una delle
città più inquinate della Cina. Devo dire che gli sforzi del
governo locale di introdurre metodi più ecologici ed efficienti di
estrazione hanno dato i loro frutti: abbiamo avuto una conversazione
con il tassista che ci portera’ alle grotte di Yungang, un uomo
rudemente affabile, che ci ha spiegato come l'inquinamento della
città è stato notevolmente ridotto negli ultimi anni e che
confermera’ le nostre impressioni che vi siano sforzi per
modernizzare la città, con la creazione di altre aree di business e
lo sviluppo del turismo.
Naturalmente
l'industria del carbone continua a dominare, ma non abbiamo mai avuto
la sensazione di essere in una fossa di disperato inquinamento, in
realtà abbiamo quasi sempre goduto di un cielo sereno e mai avuto
il naso pieno di polvere nera, come è successo a Pingyao.
Il
nostro albergo è l'Hotel Garden, situato vicino alla Torre del
Tamburo, ed è l'hotel dove ho ricevuto il servizio più caldo e
accogliente in Cina, almeno finora. L’area a nord dell'hotel è
attualmente in costruzione: diventera’ un centro commerciale
all’aperto con edifici che richiamano l'architettura della vecchia
Cina, mentre al lato sud c'è quello che posso considerare la vecchia
area commerciale, con centri commerciali all’occidentale, pieni di
abbigliamento assurdamente costoso marchiato con nomi occidentali
molto improbabili.
Dopo
un periodo di riposo, con Howard ci sediamo a leggere mappe e guide. Datong e' a pochi chilometri dalla Mongolia Interna, e questa posizione spiega perché, durante la sua
storia fu saccheggiata e distrutta più volte: questa era sicuramente una delle citta' piu' esposte alle scorrerie delle tribu' Mongole, una delle prime a subirne i raid. L'ultima volta fu distrutta durante la fine del dinastia Ming nel 1649, e ricostruta nel 1652.
Lasciamo l'hotel per una prima esplorazione della zona circostante e
un pasto in un ristorante nelle vicinanze: buon prezzo e buon
cibo. Annotta, la temperatura scende velocemente e decidiamo che sia
meglio preservare l'energie per il giorno successivo, per la nostra
visita al Tempio Fluttuante, alias Hanging Temple, in inglese. Al
Ricevimento dell’albergo prenotiamo un’ auto per la mattina
seguente alle 8.30, il viaggio durera’ circa un'ora; doccia, e chiudiamo la
giornata.
Il
giorno dopo ci accoglie con una brezza gelida e siamo felicissimi di
andare al Tempio in auto. Arrivati sul posto il freddo mi fa versare
qualche lacrima. Nevica, una neve molto fine, una polvere
bianca, mentre un vento cattivo sta aumentando il nostro desiderio di
un caldo rifugio, ma poi guardiamo la montagna di fronte a noi ed
eccolo li, il Tempio... e che edificio audace è questo!
Grazioso,
piccolo, allungato sul fianco della montagna, come un sinuoso...
Drago, che altro, in Cina? Va bene, vale la pena di
congelarsi le mani, sfilando i guanti e iniziando a fare foto. Siamo
pronti ad avvicinarci a questa meraviglia.
Il tempio è stato
costruito a 75 metri dal suolo (circa 246ft, per i miei lettori
anglicizzati) e si dice che un monaco, Liao Ran (了然)
abbia iniziato a costruirlo da solo, in un momento imprecisato, circa
1500 anni fa, durante la fine della dinastia Wei del Nord. La fede
muove le montagne e ci costruisce templi sopra.
Quello
che vediamo adesso è il risultato di successive riparazioni e
ampliamenti, molto è stato ricostruito durante la dinastia Tang e,
ancora, durante le epoche Ming e Qing, l'ultimo restauro fu fatto
intorno all'anno 1900. Mentre si cammina leggo una buona guida e così
imparo che questo tempio è notevole anche perché e’ ora un’unica
casa per credenti buddisti, taoisti e confuciani, mischiando elementi
dalle tre fedi: c'è una sala dedicata ai rispettivi fondatori,
Sakyamuni, Laozi e Confucio.
Nonostante il tempo avverso arrivano
diversi gruppi di persone. E’ un'esperienza salire le strette
scale e visitare le piccole sale. Il Tempio è un miscuglio di legno,
mattoni grigi e pareti rosse. Riesco a vedere la struttura delle
torri della Campana e del Tamburo, a lato degli edifici. Ci sono
diverse statue, non così belle come quelle nel tempio Shuanglin a
Pingyao (anche se la guida esagera "... la tecnica di esecuzione
delle statue e’ davvero squisita e sono acclamate come il culmine
della perfezione" boom!), sono comunque opere interessanti, e mi
rattristo nel vedere che nella sala più bella le statue e le opere
sono stato raggiunte dalla mano della Rivoluzione Culturale, e
danneggiate.
Visitiamo
dappertutto mentre dalle finestrate e dai corridoi si guarda il paesaggio esterno, non so se posso
dire "esterno", perché data la nostra posizione, mi sento
in qualche modo parte del paesaggio, e forse questa era una delle
intenzioni del primo costruttore. Cerco di immaginare questi monaci,
in meditazione qui, vivendo di poco, in armonia con la natura e il suo silenzio, un
silenzio molto probabilmente rotto solo dal canto degli uccelli, dalla
pioggia tintinnante, la voce del fiume che scorre sotto, e dalle preghiere.
Durante
la visita si capisce che questo è piuttosto un Monastero in piccola
scala che un tempio, un luogo costruito per vivere la fede, non solo da visitare e dove pregare momentaneamente. Leggo altre informazioni ma non mi è chiaro se, originariamente, questo fu luogo di culto buddista o
taoista. Non ho trovato nozioni chiare su questo fatto. La struttura
pare fragile ma è ovviamente ben protetta dalla montagna, e questo
può spiegare il come abbia fatto a resistere all’azione degli
elementi nel corso dei secoli: nessun allagamento può raggiungere i 75 metri di altezza,
pioggia e neve riescono a malapena a toccare l’edificio, è
rivolto a est-nord-est, quindi la montagna lo protegge dal calore in
estate.
Vorrei dire che la bellezza del Tempio riesce a farci
dimenticare il freddo, ma non è così, e siamo felici di tornare al
caldo, nell’auto che ci aspetta, pronta a riportarci a Datong:
domani visiteremo le Grotte Yungang.
(Segue)
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