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ARTASIA
cosa, quando e dove succede

 
Aspettando la FATWA

12enne killer per ISIS, foto Repubblica

  1. considerata la brutalita' dei terroristi e fondamentalisti islamici

  2. considerato che molti musulmani dicono che sono una minaccia per lo stesso islam

  3. considerato che molti musulmani dicono che questi violenti non rappresentano l'islam

    Perche' le massime autorita' religiose islamiche non pronunciano una FATWA contro ISIS e Al Qaeda e tutti gli altri violenti e fondamentalisti? Una parola sola, e cosi sia.

    Quale miglior modo di mostrare al mondo che, davvero, la maggior parte dei musulmani siano moderati e rispettosi e che credono davvero che questi gruppi sono terroristi e non sono collegati con loro, quale miglior modo di cominciare a dimostrare che l”islam sia davvero una religione di pace?

    Attendo fiducioso di leggere che uno, cento, mille MUFTI pronuncino, una dietro l'altra, una, cento, mille FATWA contro i terroristi e i violenti, coloro che insegnano ai dodicenni ad uccidere a sangue freddo, che mandano ragazzine a farsi saltare per aria nei mercati o negli autobus, coloro che uccidono, perche' le loro parole non significano nulla.

    Una FATWA, niente di piu', niente di meno.

    Attendo, fiducioso.



scritto 18/03/2015 20:09:34 | permalink | commenta | lista commenti (1) | invia il post ad un amico | parole chiave: isis al qaeda fatwa mufti islam
 
Hong Kong Blues (1) - ripubblicato

hong kong bristol avenue foto mmg

Hong Kong e i suoi abitanti non sono gli stessi che ho conosciuto nel 2006.  Dal 2006 cambiamenti grandi e piccoli hanno avuto luogo in questa città. A partire dal 2012, questi cambiamenti, hanno prodotto quello che io riassumo come il " Blues" di Hong Kong ( vorrei mantenere i diritti d'autore sulla definizione, grazie) .
Una tristezza che alle volte si veste di rabbia, risentimento; talvolta è un borbottio e qualche volta e' grido, contro i connazionali della Cina continentale, contro i loro modi ritenuti scortesi e arroganti, da nuovi ricchi ( questo dice chi vive a Hong Kong ) che causa, in cambio , il risentimento e la rabbia di ritorno da parte dei cinesi " continentali", a qualsiasi livello : ufficiale, semi- ufficiale, mediatico e tra la gente comune .
Quindi, cosa e' successo, e cosa sta succedendo ? Mentre non posso dare una approfondita analisi psico - sociologica, come visitatore frequente e osservatore di questa città posso osare alcune riflessioni, citando le opinioni espresse sui giornali, episodi e storie raccontatemi da persone di Hong Kong che conosco. Vorrei scrivere di questo in una serie di blog con lo stesso titolo : Hong Kong Blues.

Hong Kong sta subendo la perdita della vecchia consapevolezza di essere un piccolo paradiso, ricercato come un approdo, guardato con invidia per la sua possibilità di crescita economica proposta a qualsiasi individuo, la vecchia consapevolezza di essere una felice isola di benessere, la perla del l'Oriente, o almeno una delle Perle d'Oriente.

L'intensificazione delle differenze tra una piccola casta di super- ricchi e la crescente massa di molto poveri, l'assottigliamento sostanziale e continuo di quello che potrebbe essere descritta come la classe media e medio-alta, la crescita del numero di persone che vivono con salari minimi di sussistenza, e ancor meno, di certo non sufficiente per sperare in un miglioramento della loro vita o quella dei loro figli fa parte di questo disagio. C'è un esercito di persone, molti dei quali vecchi e molto vecchi, sistemati in miserabili nicchie, loculi, direi, che è difficile chiamare abitazioni.

Il numero dei mendicanti per le strade, in una città considerata l'Emporio del Lusso in Asia, inizia ad essere sconcertante; detto questo, in un recente colloquio con un signore di Hong Kong ho avuto la notizia che tra i nuovi mendicanti ci sono parecchi professionisti provenienti dalla Cina: vero o metropolitana leggenda ? Non lo so .
Un altro fattore importante e concorrente alla formazione di questo “blues” è la perdita di potere d'acquisto della popolazione locale : l'inflazione nel 2006 è stata di circa il 2 % e ora e' ben al di sopra del 5% all'anno, in un luogo dove i salari praticamente non crescono. Questo fattore è reso ancor più amaro nel vedere quanto i vicini nel Guangdong e nel resto della Cina, arricchitosi con ciò che spesso viene considerata una concorrenza sleale, vuoi perche' guidata da una crescita basata sulla disuguaglianza nei confronti dei lavoratori, vuoi perchè solo grazie alla rete di conoscenze e favoritismi favoriti dal controllo assoluto di un partito unico e dei loro uomini; il “blues” si aggrava ulteriormente grazie alle continue notizie di appropriazione indebita, malversazione, travolgente corruzione e l'enorme numero di adulterazioni e contraffazioni alimentari e di altri prodotti fatti a spese dei consumatori; scandali che che i vari proclami e slogan sui giornali certamente non riescono a fermare, visto che il tutto avviene in una situazione di pura arbitrarietà del potere politico ed economico che rende quasi impossibile inchiodare o anche solamente trovare il "colpevole": il colpevole è il sistema e la sua incapacità di smettere il proprio abuso, a tutti i livelli.

La maggior parte dei cittadini di Hong Kong, forse purtroppo per loro, è cresciuta con una forte idea di "rispetto delle regole " e " fair -play" e, a differenza dei loro connazionali in Cina hanno qualche difficoltà ad accettare il fatto che le nuove regole siano: nepotismo, corruzione, favoritismi. Alcuni di loro, vedo, sta cominciando comunque a seguire il nuovo flusso .

Affermazioni come "Tu non sai chi sono io, io sono il Partito! " (Gustosa scena accaduta pochi mesi fa, quando un visitatore cinese sorpreso in flagrante violazione delle regole del traffico aveva, infatti, usato queste parole per minacciare il poliziotto che l'aveva fermato, la sua scenetta andò immediatamente virale, su Internet), causano imbarazzo, ridicolo, scandalizzano; forse si può ancora trovare in linea.

Economicamente, Hong Kong ha perso il suo fascino, ha perso il potere di attrarre giovani talenti, e alcuni dei suoi figli migliori o più ricchi, l'hanno tranquillamente lasciata: vanno a Taiwan, in Australia , in Canada. Hong Kong rimane, per ora , un importante centro finanziario, almeno fino a quando non sarà definitivamente incorporata a Shenzhen per formare un'unica Metropoli (per adempiere ad un progetto, che secondo me, e' ben presente agli occhi di Pechino sin dalla fondazione di Shenzhen), o fino a che Shanghai supererà Hong Kong come piazza finanziaria mondiale, ma dato il tipo di liberalizzazioni che il partito comunista dovrebbe concedere, questo probabilmente non accadrà molto presto o molto facilmente. Lentamente le leve del controllo economico passano totalmente a Pechino tramite delega ai fedeli al partito e con loro, inevitabilmente, il controllo politico totale che, molto probabilmente , frenerà l'attuale (cosa insolita in Cina) stato di libertà di parola, libero uso e senza censura di Internet (in Hong Kong è ancora possibile usare Facebook, Twitter , WordPress , Google+ solo per citarne alcuni servizi o di leggere i giornali stranieri in linea come The Guardian o The New York Times, qualcosa che è impossibile in Cina) e stampa libera .
(segue )




 
Hong Kong Blues (2) Ripubblicato

Shanghai 90 anni del partito comunista cinese

Un altro fattore importante che contribuisce all' " Hong Kong Blues" (vedi post precedente, titolato "HongKong Blues (1)") è quello che chiamerei "perdita di identità". Questa perdita di identità ha, a suo fondamento, diverse componenti. Nel corso degli ultimi 100 anni Hong Kong, i suoi cittadini, avevano creato un misto di cultura inglese e di cultura tradizionale cinese. Una miscela fuori dal comune, che era anche una delle basi dell'attrazione e fascino internazionale di Hong Kong : il meglio della cultura cinese tradizionale senza andare in Cina, dove, peraltro, la tradizione era stata mutilata, distrutta, soffocata . La gente di Hong Kong, fino a pochi anni fa, si sentiva speciale anche per questo, per questa consapevolezza di essere portatori sani di una cultura ibrida, aperta, tollerante.

Ora, la maggior parte degli hongkonghini risentono del fatto di dover rinunciare ai loro legami internazionali per diventare al "100 % patrioti " di un sistema politico che non apprezzano per il suo autoritarismo e la ben nota  repressione della libertà di espressione. Essi sono influenzati dai vari tentativi che vengono attuati nel cercare di "rieducarli" per diventare "davvero cinesi", che nel continente si traduce in "vero comunista , ossequioso del Partito e desideroso di essere parte del sistema, idealmente come "un bullone in una macchina " ". Molte delle persone provenienti da Hong Kong si consideravano più "cinese di un cinese della Cina comunista ", con una cultura più sofisticata, legato alla vera tradizione storica e culturale. Come i taiwanesi, in questo senso : si sentono come coloro che hanno realmente fuso modernità e tradizione .

Una nota : forse non è del tutto un caso, allora, la recente spinta dal Partito comunista per una modifica della sua propaganda e ' educazione delle masse ', come ho già osservato in molti dei miei blog precedenti. Negli ultimi anni il partito ha iniziato a utilizzare uno stile di comunicazione, in particolare le immagini, legate alla tradizione pre rivoluzione comunista . Per me questo rappresenta un segnale molto forte che indica come il Partito comunista ( parola ormai svuotata di significato in questa parte dell'Asia ), il Partito Unico, si stia configurando sempre di più come, semplicemente, un Partito Nazionalista unico, creando il nuovo mantra : Comunista = Patriota = (vero) Cinese e dove, se sei fuori dal coro, stai diventando, quasi automaticamente, un traditore della patria, delle tue proprie radici e della tradizione : questa è una radicale dipartita dall'ideologia politica marxista e il mito della ' Rivoluzione ' che era venuta a cambiare il vecchio sistema : ora siamo in vera e propria restaurazione in stile impero (comunista) .

Per fare questo il partito unico agisce su più fronti : ora si presenta come il vero erede e custode della millenaria storia e cultura ( dimenticate la rivoluzione culturale cinese, tutto ciò è sotto uno spesso tappeto, il che è un fatto imbarazzante visto che proviene da un partito-governo che sempre ciancia di autocritica e della necessità di 'imparare dai propri sbagli', specie quando fa la predica agli altri ), e per questo, rappresentativo di tutti i "compatrioti ", ovunque si trovino : Taiwan , Hong Kong, Singapore, Milano, San Francisco, Barcellona, ​​Londra, Prato, New York e così via. "Comunista" sta diventando, o dovrebbe diventare, sinonimo di "Patriota Cinese Erede della millenaria Storia e Cultura" .

Qui, su questo punto, la gente di Hong Kong è parecchio scettica e , purtroppo per Pechino, essendo stata educata all'uso delle facoltà critiche , non sono in imbarazzo a chiedere una vera autocritica con cambiamento di prassi, da parte del governo comunista, specialmente per quello che riguarda episodi chiave  della storia cinese passata, recente e recentissima . Aggiungo: sono ancora moltissimi a Hong Kong coloro che sfuggivano la Cina comunista durante gli anni '60 e '70 del XX secolo, schivando i proiettili mentre attraversavano il fiume Shenzhen e molti sono i figli di quella generazione : non sono stati rieducati, mantengono un posizione critica e certo non amano essere chiamati "cani" da alcuni intellettuali di Pechino, legati al Partito, il cui merito maggiore, pare, sembra risiedere nel fatto che essi siano, appunto, intellettuali membri del partito.

Il fatto è che negli ultimi anni la gente di Hong Kong sta attraversando un cambiamento d'identità, una profonda crisi culturale. Pechino si prodiga in tutti i modi per portare sotto un più rigoroso controllo gli indisciplinati cittadini di Hong Kong : ha creato difficoltà e ostacoli nello studio della lingua inglese, rendendola anche più costosa, sta mettendo uomini più obbedienti e patriottici in posizioni chiave nel settore dei media, sta abbracciando in una stretta d'acciaio la comunità d'affari di Hong Kong, che peraltro pare che si faccia stringere ben volentieri, come si sa pecunia non olet, non importa chi sia a concedere favori economici . E anche qui ci sono parallelismi con Taiwan .
(segue )


 
Hong Kong Blues (3) ripubblicato

Hong Kong, dettaglio foto mmg

Come tutti sanno (ok, sono ottimista) ai cittadini di Hong Kong fu promesso, per il 2017, di votare per il loro governo con un sistema a suffragio universale. Ecco un altro dei fattori che stanno dando molto da pensare e rende nervosi i cittadini della ex città-stato: a quanto pare il governo centrale di Pechino ha le sue idee particolari su ciò che significa "suffragio universale". Voi direte: be', significa che tutti gli aventi diritto al voto possono votare, possono scegliere chi votare ed ogni voto conta per uno. Un attimo, non è così semplice, siamo in Cina, dopo tutto. Qui c'è un dibattito su ciò che la Legge di Hong Kong possa realmente includere sotto il significato delle parole suffragio universale. Ad esempio, alla gente di Hong Kong viene detto che non significa elezione diretta a suffragio universale, e non include la possibilita' di nominare coloro che amministreranno la società civile di Hong Kong e, in cauda venenum, al voto non e' autorizzato a partecipare, come candidato, chi ha "un atteggiamento ostile" verso il governo di Pechino, e chiaramente è Pechino a decidere cosa significhi "ostile" e, qui giunti, consentiteci di salutare il fatto che queste elezioni saranno quelle dove le persone potranno decidere liberamente chi votare.

Penso che si possa concludere che ciò accadrà non sarà un voto a suffragio universale, e sembra che anche a Hong Kong parecchie persone abbiano questa consapevolezza, che in questo momento, sta iniziando ad alimentare un dibattito politico; molte persone si sentono truffate, o in procinto di esserlo, e questo contribuisce anche al senso di alienazione e al “ blues di Hong Kong”. Allora, facciamo un riassunto: la perdita del senso del privilegio economico, quella sensazione di essere il luogo in Asia, dove si aveva la libertà di realizzare le proprie aspirazioni, di poter crescere economicamente e come un individuo; perdita del senso di identità, come detto nel blog precedente; paura di non ottenere la libertà politica promessa al momento del passaggio nelle forti ed amorose braccia della madrepatria, e anche la paura di perdere la presente libertà di esprimere dissenso e dare voce ai propri pareri e opinioni.

A questi tre fattori aggiungiamo la progressiva antipatia con la quale a Hong Kong sono considerati gli arrivi giornalieri di visitatori provenienti dalla madrepatria, molti dei quali sono in pratica pendolari da Shenzhen che arrivano a Hong Kong per fare acquisti di tutto cio' che viene ritenuto di piu' alta qualita', di marca o di maggior affidabilita' se paragonato a cio' che viene venduto nella madrepatria (ovvero: prodotti non falsi, non sofisticati o sotto standard qualitativo) ; per esempio il latte per neonati e bambini sotto i tre anni di età, o cosmetici e liquori e tutto ciò che ha un marchio internazionale: molto semplicemente costa meno, grazie ad un tasso di cambio favorevole con lo yuan cinese. La gente di Hong Kong non può sopportare la mancanza di buone maniere dei loro compatrioti, a quanto pare benaccolti solo da commercianti e agenzie immobiliari.

Hong Kong inizia ad avere evidenti manifestazioni di risentimento che, apparentemente, sembrano venire dal nulla, se non si tenga conto dei fattori di cui sopra e il fatto che per il cittadino medio di Hong Kong un “connazionale” dal continente è solitamente un maleducato, un succube, se non favorevole, di un sistema politico corrotto fino al midollo, dove, in media, la norma di comportamento e' quella di essere forte con i deboli e debole con i forti; i compatrioti sono visti come forgiati da un sistema scolastico percepito come martellante propaganda politica, e ai quali la nuova ricchezza aggiunge arroganza di modi. Negli ultimi 10 anni Hong Kong ha visto anche un crescente livello di inquinamento, apparentemente inarrestabile, e per questo incolpano le fabbriche scarsamente controllate, nel Guangdong, e zone limitrofe.

  Consideriamo, inoltre, che Hong Kong è una città cinese in cui i cittadini conoscono e non dimenticano quello che successe in piazza Tiananmen a Pechino, mentre la maggior parte dei giovani compatrioti cinesi di età inferiore a 40 anni non sa quasi niente di tutto questo, o se sanno qualcosa, è la versione ufficiale della Partito, dove le forze militari sono praticamente rappresentate come le vittime di una rivolta insana e probabilmente “guidata da oscure forze reazionarie e straniere”. A Hong Kong sanno chi è, e parlano di, Liu Xiaobo; in Cina il nome è 'tabù', compreso quello di sua moglie.
Ci sono episodi inquietanti che illustrano graficamente questo nuovo sentimento che agita Hong Kong: è sufficiente utilizzare alcune parole chiave su Internet per arrivare a vedere immagini e filmati (se non siete in Cina, naturalmente, sono bloccati e non raggiungibili, se non avete una VPN) che confermano questo blues che, temo, nei prossimi anni potrebbe portare a sensazionali proteste ed eventi anti-Pechino che Pechino, probabilmente, potra' utilizzare come pretesto per cominciare a bloccare o frenare parzialmente gli spazi di libertà che ancora esistono in Hong Kong, come la libertà di cercare e leggere ciò che si vuole su Internet, compresi i siti dei principali giornali di Stati Uniti e Regno Unito che,invece, sono bloccati in terraferma, o l'uso di Facebook e Twitter, anche questi opportunamente bloccato in Cina. Spero di essere un cattivo profeta.

(pubblicato il 9 06 2014, ripubblicato il 5 10 2014)



 
Che cos'è lo Spread Digitale e del ciglio dell'abisso sul quale si balla.

Distacco Digitale - Digital Divide foto da Internet

Ogni tanto si leggono articoli che sono un inconsapevole condensato di risposte a qualcuno dei perchè del precipitare della cultura, dell'economia e dell'Italia tutta.

L'articolo di cui scrivo qui è recentemente apparso su Repubblica il 6 luglio del 2014, sotto il titolo “Lo spread digitale costa all'Italia 3,6 mld. Giungla delle banche dati pubbliche: sono 1.520”. L'articolo riporta uno studio del Censis e visto che elenca quelli che vengono definiti ritardi che causano sperperi e minori investimenti, aggiungo da par mio delle riflessioni sui possibili “perchè” ci si ritrovi in detta situazione, insieme ad altre note.

Il primo punto citato dall'articolo è che:“ E' ancora basso il grado di confidenza degli italiani con le nuove tecnologie digitali. Le persone con età compresa tra 16 e 74 anni che utilizzano internet sono il 58% del totale, contro il 90% del Regno Unito, l'84% della Germania e l'82% della Francia (la media europea è del 75%). Di questi, solo il 34% interagisce via web con le amministrazioni pubbliche, contro il 72% della Francia, il 57% della Germania e il 45% del Regno Unito (la media europea è del 54%)”.

La prima cosa che mi viene in mente è il tasso italiano medio, e reale, di scolarizzazion di massa e poi l'uso, abuso e maluso della lingua inglese. Visto che in Italia abbiamo subìto e accettato che l'informatica si diffondesse usando i termini originali in inglese, senza tradurli e quindi renderli più accessibili anche a chi ha poca o nulla conoscenza della lingua inglese, praticamente il 95% della fascia di popolazione dai 55 anni in su, (il 32% sul totale italiano, fate un po' i calcoli); aggiungiamo che il tasso di abbandono scolastico in Italia e' del 17.5%, come riportato da vari giornali, tra cui La Stampa del gennaio 2014: quanti di questi ragazzi parlano o sanno abbastanza inglese da districarsi nel gergo inglese dell'informatica? Allora come si fa a meravigliarsi che non ci sia confidenza con le tecnologie digitali. Le tecnologie digitali sono vendute usando termini inglesi, gli articoli che le spiegano sono infarciti di lemmi inglesi, alle volte veri e propri gerghi, i manuali di sistemi operativi e programmi (software) e di uso dei vari prodotti (hardware) sono spesso in tutte le lingue ma non in italiano, e se in italiano, maltradotti. Guardate i numeri: il paese con più persone che hanno confidenza con le nuove tecnologie digitali è il Regno Unito, dove il caso vuole si parli inglese. Non abbiamo molte opzioni: potremmo insegnare l'inglese a scuola come prima lingua nazionale e accelleriamo l'abbandono del nostro idioma, potremmo insegnare meglio l'inglese come seconda lingua oppure tradurre in maniera ineccepibile in italiano tutto lo scibile che riguarda informatica, elettronica e tecnologie digitali, cominciando dagli articoli sulle riviste di informatica, o magari una miscela delle ultime due opzioni. Tutto, ma non questa invasione selvaggia, stupida e autolesionista di gerghi, parole, modi di dire, articoli mal tradotti a pie' pari e slogan che piacciono molto agli addetti ai lavori (giornalisti pigri e copia e incolla di articoli -mal- tradotti usando programmi disponibili in internet, venditori di prodotti, uomini di marketing e pubblicitari) che probabilmente si sentono molto “profeti di modernità” ma che altro non fa che ridurre gran parte della popolazione a livello di analfabeti, per quello che riguarda le nuove tecnologie, anche quelli che avrebbero gran voglia di imparare.


Adesso vorrei farvi notare l'uso, nel titolo, della locuzione “spread digitale”, che è un mostro assoluto, nato dall'insano connubio dei concetti di “spread” usato in economia e di ”digital divide” (ovvero: DIVERGENZAo DISTACCO DIGITALE, in italiano, che sta a designare quello spazio di differenza tra coloro che hanno facile accesso e uso delle nuove tecnologie e coloro che non lo hanno, per ragioni economiche e di educazione, principalmente). Fa schifo al giornalista italiano tradurre come DIVERGENZA (O DISTACCO) DIGITALE l'espressione inglese “Digital Divide”? A quanto pare sì, e ancora una volta si aumenta l'incapacità di comunicare, l'opacità della comunicazione, il non rispetto per tutti i possibili lettori (italiani!) e, in un gioco perfido, si aumenta anche la DIVERGENZA o DISTACCO DIGITALE.

Ma, come anticipavo, il titolo è davvero una mostruosità, perchè chi l'ha creato ha interiorizzato in sé il concetto di “Spread” che arriva dall'economia, e che sta ad indicare anche qui un distacco, una differenza, ma che, come termine inglese usato in economia, vale più come ampiezza, estensione di differenza; ma una conoscenza superficiale della lingua inglese lo fa percepire come “distacco, divergenza, differenza”. E qui arriva il mostro: “divide” in inglese significa davvero “distacco, divergenza”, nella testa del titolista i due termini si sovrappongono o forse si equivalgono, e invece di usare (malamente lo stesso, perchè, ripeto il concetto, io vorrei vedere un termine italiano) digital divide, arriva al concepimento dello SPREAD DIGITALE. Qui siamo al culmine dell'ignoranza travestita da saccenza propinata a lettori che, per la stragrande maggioranza, faranno finta di capire.

Anzi; sono due ignoranze che si assommano, quella di una scarsa e superficiale conoscenza della lingua inglese e del suo uso e quella che deriva da una ormai persa conoscenza e contatto con la propria lingua e cultura di provenienza.

Ma andiamo avanti.

Il Censis sottolinea “... il ritardo del nostro Paese sul fronte degli investimenti in reti di nuova generazione. In Italia le famiglie con un componente di età compresa tra 16 e 74 anni con accesso alla banda larga sono solo il 68% del totale, contro l'87% del Regno Unito, l'85% della Germania e il 78% della Francia (la media europea è del 76%)”. Ma qui lo sappiamo tutti che siano in balia completa della non operativita' del nostro governo, della sua corruttibilita', delle manovre della aziende che fanno di tutto per risparmiare in investimenti (sempre annunciati: faremo, cotruiremo, avremo, vi daremo, come i governi, specie quel governo famoso delle “tre I”, ovvero ignavi, ignoranti e italiani) e ciucciare soldi da utenti (cittadini) ora e subito, anzi, spesso in anticipo sui servizi.

Ci si meraviglia davvero che “... Non va meglio per il commercio online. Le imprese attive nel commercio elettronico in Italia sono complessivamente il 5% del totale, contro il 22% della Germania, il 19% del Regno Unito e l'11% della Francia (la media europea è del 14%). Le imprese italiane con almeno 10 addetti che hanno un sito web attraverso il quale ricevere ordinazioni o prenotazioni online sono l'11,7% del totale, con un valore delle vendite realizzate via web pari solo al 2,1% del valore totale delle vendite (si oscilla tra il 2,6% al Nord-Ovest e lo 0,5% nel Mezzogiorno).”

Ma se non ci si capisce nulla di tecnologia digitale, veicolata tramite questa paralingua angloitaliana, se non ci si può adeguatamente istruire o autoistruire, se le connessioni sono lente, costano molto e non sono molto affidabili, e se, appunto, quelli che usano le connessioni digitali sono ancora pochi, direi che è segno di intelligenza il non avere messo il proprio lavoro e commercio (business, per gli anglofili) in linea (on line, sempre per i nostalgici dell'idioma angloamericano).

Un altro capitolo riguarda "il cronico ritardo del nostro Paese nella diffusione di mezzi evoluti di pagamento". Le transazioni con carte di pagamento (escluse le carte di moneta elettronica) sono solo 28 per carta all'anno, contro le 167 del Regno Unito, le 129 della Francia e le 30 della Germania. In Italia il denaro contante è utilizzato nell'82,7% delle transazioni, contro una media europea del 66,6%. Il maggior costo rispetto alla media europea della gestione del contante confrontato con mezzi elettronici equivalenti è stimabile in circa 450 milioni di euro all'anno.”

Anche qui: la scarsa dimistichezza e confidenza con tutto quello che riguarda il digitale, incluso il denaro, logicamente rende gli italiani schivi e magari anche sospettosi. Poi usare le carte di credito costa: costa la carta di credito, costano i rapportini che le banche spediscono, costa per la tassa percentuale sugli acquisti, costa ai commercianti e costa a chi le usa. Le chiamano mezzi evoluti di pagamento, si, sistemi evoluti di entrate extra per le banche e chi le emette. Hanno tutti i torti gli italiani? Leggiamo in continuazione di azioni di pirati informatici (hackers) che derubano dai siti milioni di informazioni private, incluso quelle relative alle carte di credito, la Rete (internet) pare un colabrodo, dove tutti quelli che possono spiano, raccolgono dati per usi ortodossi e meno da parte dei governi e dalle aziende, a cominciare da quelle che forniscono i servizi della Rete (Google, in primis). Poi dobbiamo tenere in conto chi non vuole che i suoi spostamenti di denaro sia rintracciabile, e qui i primi della classe sono i mazzettari della politica italiana, quelli che si occupano di Expo 2015 e Mose di Venezia, per citare a caso, immagino che non usino le carte di credito.

Gli altri punti dell'articolo riguardano, in ultima analisi, la scarsa propensione per la PA verso un vero e razionale uso dei servizi in linea per i cittadini. Visto l'altissimo livello di spionaggio in linea da parte dei colossi USA, Cina, Russia e cosi via, magari non e' poi male il fatto che ci sia poco della PA disponibile in linea: che ci vorrebbe a scippare dal nostro Paese una o piu' base di dati (database) contenente informazioni private sui nostri cittadini? Nulla.

Non siamo messi bene, e pare davvero che al peggio non ci sia fine, pero' concorrere, magari incoscientemente, anche all'autodistruzione della cultura e della lingua italiana, davvero mi pare troppo. Dal 1980-1985 circa è iniziato un declino nell'uso della lingua come veicolo culturale e di identità che pare finirà solo quando di questa cultura e identità rimarranno tracce folcloristiche, galleggianti nel mare magnum di una sotto-cultura pop angloamericana. Il quadro del Censis, apparentemente limitato ad un'analisi del distacco digitale (digital divide) tra l'Italia e il resto d'Europa, fornisce occasione per riflessioni molto piu' ampie.

Marco Maurizio Gobbo



scritto 06/07/2014 12:18:19 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: distacco digitale digital divide sotto cultura american pop censis arte e internet


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