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ARTASIA
cosa, quando e dove succede

 
Cina, SuZhou, visitando la penisola DongShan, ZiJin An e il villaggio LuXiang.

Spaghetti freschi a LuXiang

E’ il 7 aprile, e Howard mi dice che ci vuole una pausa di lavoro. Se sei a Suzhou e conosci la citta’, dove vai? Al lago, al Tai Hu. Ci siamo gia’ stati una volta, all’isola di SanShan, e questa volta mi dice che vuole andare a zonzo per la penisola DongShan, magari visitare il villaggio LuXiang, che pare risalga alla dinastia Ming, e anche rivedere un piccolo monastero, famoso per le statue che si trovano all’interno, a quanto pare tra le piu’ belle che si trovino in Cina.

Mamma mia, speriamo bene, perche’ dopo quasi sei anni una cosa ho imparato della retorica ufficiale in Cina: gli piace esagerare parecchio, specie per tutto quello che riguarda la “loro” storia e cultura. Forse e’ per una sorta di compensazione storica, ma oggi non ho voglia di psicanalisi spicciola e mi accontento di ricordare che ogni volta che c’e’ una cittadina con un minimo livello di interesse storico o con un bel paesaggio attorno e’, di solito, denominata “perla”, poi quando si arriva sul posto, spesso, capita di ritrovarsi un po’ delusi.

 Si parte in auto, in un sabato mattina soleggiato, tranquillo. Il mio amico e’ divorziato da qualche anno, ogni tanto e’ un po’ apprensivo per tutto cio’ che concerne l’educazione della figlia, di circa dieci anni e combatte anche con la pressione paterna e delle sorelle che lo vogliono risposato e, se possibile, con prole di sesso maschile nel piu’ breve tempo possibile.

A quarantanni potrebbe e dovrebbe decidere da se’ che fare, ma la pressione sociale e familiare in Cina alle volte e’ davvero micidiale.  

Mi sa che ha piu’ bisogno lui di me di un po’ di svago. Arriviamo nella zona del lago davvero presto,  mentre ci inoltriamo nella penisola di DongShan non possiamo non notare una serie di ville, villette e villone che sono costruite di fresco, prospicienti il lago. Chissa’ per chi, ci diciamo entrambi. Questa zona e’ famosa per la coltivazione del te’ BiLuo Chun, anzi, questa e’ proprio la zona di origine, mi spiega mentre guida rilassato, forse piu’ tardi avremo modo di assaggiarlo.

Da qualche parte, su di un blog cinese, avevo letto che la cittadina di Dongshan ha un “ profondo retroterra culturale e riferimenti letterari speciali, e che ci sono stati scavi che hanno dimostrato che da queste parti gruppi di umani vivevano “gia’” 10.000 anni fa, e che questo e’ il luogo di origine della cultura Wu.”.

Howard mi parla, invece, di come da queste parti per secoli siano stati contadini e pescatori ed e’ semplicemente questo fatto che ne ha preservato il paesaggio. Si, ci sono delle zone con qualcosa da apprezzare da un punto di vista storico e culturale, ma di non aspettarmi troppo, le cose migliori sono il lago, il paesaggio attorno.

Arriviamo in una bella zona, intorno a noi la terra e’ coltivata a frutteti e campi da te’, e parcheggiamo vicino a quella che pare l’entrata di un tempio, o forse monastero. Infatti e’ il monastero “ZiJin An”. Il biglietto costa 30 RMB (ovvero circa 4 Euro) e Howard sgrana gli occhi: “Ma come – mi dice- due anni fa costava 10 RMB!” Beh, un bel 200% in piu’, non male come aumento, d’altronde il costo di tutto aumenta a velocita’ considerevole in Cina, e come ho gia’ avuto modo di notare, qualsiasi tempio e monastero e’ trattato alla stregua di un museo a pagamento, non di posto di preghiera o di sola visita spirituale.

Entriamo, c’e’ un piccolo giardino molto bello e ben tenuto, camminiamo su un sentiero acciottolato, si arriva ad un entrata protetta dai due immancabili leoni. Intorno a noi ci sono operai che lavorano senza fretta, fumano, chiacchierano; stanno sistemando delle nuovissime segnaletiche in legno. Non ci sono molte persone, a parte noi un altro gruppetto di sei o sette persone.

Il Tempio e monastero Zijin An è stato costruito durante la dinastia Nanbei, circa 1400 anni fa, e fu ricostruito al tempo dei Tang e ancora durante il periodo Ming e Qing, ed è negli stili di queste due ultime dinastie che lo possiamo apprezzare oggi.

Il tempio e’ minuscolo se paragonato ad altri, ma qui si respira una sottile aria di storia, al suo interno ci sono sculture di livello molto alto, e, curiosamente, pare che le migliori di loro siano state eseguite da una coppia, chiamata Leichao. Mi piace molto, come anche molte delle statue, alcune davvero ammirevoli per qualita’ e sottigliezza espressiva dei volti.

Riprendiamo la scorazzata in auto a velocita’ ridotta, il paesaggio e’ molto luminoso, grazie alla luce riflessa dalla massa d’acqua lacustre. Howard decide di andare a visitare il villaggio di LuXiang, un villaggio Ming! Ah, questo mi intriga parecchio, specie dopo aver visitato Pingyao, lo scorso dicembre.

Costeggiamo una zona di abitazioni nuovissime, che con i Ming non hanno proprio nulla a che vedere e non riusciamo a capire dove sia il villaggio o la sua entrata. Chiede a dei passanti un paio di volte. Cerchiamo un parcheggio. Howard parla con un paio di ragazze. Torna con la fronte corrugata. “Impossibile! - mi dice- se si prosegue c’e’ un entrata nuova, e si pagano 50 o 60 RMB a testa per entrare nella parte vecchia.” Oh bella! Adesso se Venezia chiedera’ ad ogni turista 10 Euro per entrare nel centro storico non diro’ piu’ nulla.

“Ma sei sicuro?”

Risponde di si, ci guardiamo attorno, mi fa cenno di entrare per una viuzza, proprio dall’altra parte della strada. Proseguiamo, e dopo 300 metri siamo nella Lao Jie di LuXiang, la strada vecchia, la principale. Avete presente quando avete rubato e mangiato la nutella, e nessuno vi ha beccato? Ecco, la stessa sensazione.  Ci guardiamo attorno. Camminiamo. La parte “antica” sara’ lunga si e no 400 metri, con due o tre viette che la intersecano. Ci sono tre o quattro edifici di un certo interesse, il resto e’ cadente e parecchio anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, non certo Ming. Ci guardiamo interrogativi, lui commenta un po’ sarcastico, poi ci fermiamo a quello che pare l’incrocio della strada vecchia con un’altra via che doveva essere tra le principali, c’e’ una piccola torre, questa si che e’ storica e piu’ avanti c’e’ un edificio che pare una tettoia per un mercato all’aperto. Li qualcuno vende il famoso te’, che Howard compra per farmene omaggio. Chiacchieriamo con chi vende, scatto una foto ad un bimbo che gioca con un fucile giocattolo, mi guarda un po’ impaurito, se ricambio lo sguardo si nasconde, mi sa che non ha visto molti occidentali semibarbuti dal vero. Quando mi passa accanto corre, cerca di nascondersi dietro le gambe di altre persone, gli scatto una foto. Dopo dieci minuti di camminata la visita e’ terminata. Torniamo sui nostri passi, ma cambiamo strada: qualcuno prepara e vende spaghetti di grano tenero per strada, ne compriamo un sacchetto.

Lasciamo il villaggio delusi, non posso usare altri termini, e ci consoliamo con il fatto che abbiamo risparmiato il biglietto d'entrata. Poi leggero’ un blog che, a proposito di LuXiang, descrive il posto “con stretti vicoli e canali, in questo antico villaggio che data dall’inizio della dinastia Ming... e ci siamo goduti l’architettura in pietra originale”. Peccato che non dica che sono cinque edifici, quelli godibili e che i vicoli che si possono apprezzare anche meno, oltre al biglietto da pagare. Mah...

Riprendiamo il giro della penisola, e ci dimentichiamo di LuXiang guardando il paesaggio che sta cambiando colore grazie al tramonto, fermiamo l’auto, ci sediamo su di un ciglio prospiciente il lago; iniziamo una sfida a  Sudoku. Il silenzio e’ perfetto, mentre annotta.



 
Cina, NanJing, Il Mausoleo del Massacro di Nanchino

Come è possibile (non sarà mai possibile) per un anima santa sopportare le umiliazioni delle bestie (diavoli)?
Solo la morte!
Solo la morte!
Solo la morte può lavare via quel sudiciume!

Sono a Nanchino (NanJing) e dopo aver visitato il Mausoleo del Dr. Sun Zhong Shan, con Howard abbiamo deciso di visitare il Memorial Hall del massacro di Nanchino (il nome completo è The Memorial for compatriots killed in the Nanjing Massacre by Japanese Forces of Aggression (侵华日军南京大屠杀遇难同胞纪念馆; Qīnhuà Rìjūn Nánjīng dàtúshā tóngbāo Jìniànguǎn).

Vivendo in Cina da alcuni anni, mi sono reso conto di come un sentimento anti-giapponese faccia parte della (attuale) costruzione dell'identità cinese. Non passa anno senza che un film sul massacro venga programmato per il mese di dicembre, l'ultimo in ordine di tempo è "The Flowers of War” (diretto da Zhang Yimou, con Christian Bale, Ni Ni, Xinyi Zhang, Paul Schneider) e molti programmi televisivi o film sono direttamente o indirettamente collegati al massacro e al periodo della guerra. La costruzione dell’identita’ e’ basata su una connotazione di sentimenti negativi: anti-...


Il florilegio e la diffusione di film e programmi televisivi celebrativi della storia del Partito comunista e la cosiddetta "Campagna di educazione Patriottica" sono sempre centrati sulla vittoria sul Partito Nazionalista (KuoMinTang) e sul Giappone. E anche qui, anche se non spetta a me indicare con precisione le distorsioni di fatti storici, che a volte sono assolutamente evidenti, è impossibile non notare l'enorme quantità di ore dedicate al martellamento mediatico e al puntare al Giappone come avversario e, quasi, nemico-in-attesa.
Così ora non mi meraviglio più che, oggi, diverse indagini e sondaggi dimostrano che un sentimento anti-giapponese in Cina è maggiore tra la generazione attuale che tra i cinesi che effettivamente vissero l'occupazione della seconda guerra sino-giapponese.
Di certo le esternazioni di diniego del massacro da parte di esponenti politici giapponesi, tra cui il recententissimo ad opera del sindaco di Nagoya, che e’ tra l’altro citta’ gemellata con NanJing, non aiutano certo a qualla che si chiama “comprensione tra i popoli”.

Arriviamo al Memorial Hall molto tardi, e non abbiamo molto tempo per la visita, ma ho voglia di entrare, di vedere.
Ci sono statue e sculture all'aperto e quasi ovunque è possibile leggere '300.000', il numero delle vittime stimate da parte delle autorita’ cinesi.
Il fatto è ben noto: il 13 dicembre 1937, l'esercito giapponese occupò NanJing (a quel tempo capitale della Cina) e durante la prima parte dell'occupazione l'esercito giapponese commise numerose atrocità ed esecuzioni di massa.
Il Memorial Hall è enorme e si trova in Jiangdongmen, uno dei luoghi delle esecuzioni e luogo di sepoltura di massa. La sala espositiva è costruita come una tomba: dobbiamo discendere in essa. Ci sono dipinti, sculture, vetrine espositive, e schermi multi-mediali che proiettano film e documentari.

E’ tragico, e commovente, una dimostrazione di come e quanto, noi, esseri umani, possiamo essere atroci e feroci. E’ questo e’ cio’ che è per me: un altro esempio di una tragedia troppo umana, come altre in passato, e mentre sto scrivendo una parte di me prega per quella parola, "passato", che possa essere definitiva, e per sempre.

Ho dei ritorni di immagine nella mia mente, ricordando letture sui massacri che costellano la storia: Masada, il massacro dei Cham, il massacro di Cipro, il massacro di Zunghar, il massacro del giorno di San Bartolomeo, il massacro degli Armeni, il massacro di Yangzhou, il massacro dei Don Cossackc, il massacro di Praga, il massacro di Tripolitsa, il massacro nella repubblica Dominicana, il massacro dei polacchi in Volinia, il massacro di Wola, il Grande Terrore Mongolo, i campi di sterminio in Cambogia, le uccisioni di massa da parte dei regimi comunisti, le uccisioni di massa da parte degli anti-comunisti, la strage in Bengala, il massacro di Bodo League in Corea, il massacro di Hama, il massacro dei Curdi, Srebrenica, il massacro in Ruanda, l’Olocausto ... troppi per ricordarli tutti, e’ un oceano di sangue che sale di fronte ai miei occhi mentre sto guardando le foto delle persone uccise a Nanchino.
Sono sbigottito e sono stordito, penso a Goya, penso che stia amaramente ridendo di me.

Camminiamo rapidamente lungo i corridoi bui, i corridoi bui dell'umanità; sto leggendo, ove mi sia possibile, e sono sorpreso di leggere asserzioni sulla vittoria finale sul Giappone che non menzionano affatto l'intervento degli Stati Uniti e il bombardamento nucleare, ma tutto è presentato come se il partito comunista si sia sbarazzato da solo degli invasori. Ora, che dire di questo? Non c'è da stupirsi che molti cinesi credano che il Giappone sia stato sconfitto in gran parte come risultato della resistenza cinese e non pensino al ruolo avuto dagli Stati Uniti d’America.

Camminiamo veloci, i guardiani ci chiedono di lasciare il posto, è quasi orario di chiusura.
Su un pannello e’ scritto che: ". ... il mausoleo non è stato costruito come simbolo di indignazione, ma come memoriale durevole per le vittime e avvertimento della storia", ma tutto intorno a me, tutte le parole usate non sono solo questo.
Questo non è solo un monumento per mettere in guardia l'umanità circa gli orrori del passato, questo è anche un memento perenne per il popolo cinese, che non dimentichi, si tratta di una attribuzione di colpa storica, qui non ci sono segni di riconciliazione o perdono, ed e’ anche un monumento celebrativo della vittoria del partito comunista. Che poi anche il KuoMinTang abbia contribuito alla vittoria della guerra non e’ evidenziato da nessuna parte, ma anche questo fa parte dell'attuale, governativa, lettura storica del periodo in questione.

Tra Cina e Giappone ci sono aspre polemiche che riguardano la stima del numero delle vittime, oltre al risentimento, governativo e popolare da parte cinese per il fatto che il Giappone non si sia mai realmente e ufficialmente scusato, mentre in Giappone insistono che piu’ e piu’ volte queste scuse sono state ufficialmente dichiarate e offerte.

In questo argomento non ci voglio entrare, perché questo è un problema politico che ha nelle sue radici motivazioni che vanno oltre le contese apparenti.

Usciamo, sto leggendo alcune parole sul basamento di una statua, si legge:

圣洁的灵魂岂客禽兽的凌辱?!

只有死!

只有死!

只有死可洗去这污浊!!

Parole che posso tradurre cosi’:

Come è possibile (non sarà mai possibile) per un anima santa sopportare le umiliazioni delle bestie (diavoli)?
Solo la morte!
Solo la morte!
Solo la morte può lavare via quel sudiciume!


La morte.

Noi andiamo via, ma queste parole non se ne andranno mai.



 
CURARTE- ARTE CHE CURA- IL CESSO DI DUCHAMP


Voglio pubblicare qui l'intervento di Massimo Silvano Galli (www.msgdixit.it) al convegno “Olismo e terapie informazionali” (Milano, presso l’Auditorium Guna, 7 Novembre 2008), con la partecipazione di: Ervin Laszlo, Pier Mario Biava, Sergio Maria Francardo, Anna Masera, Michelangelo Pistoletto, Franz Di Cioccio, Denis Curti, Marco Roveda.

Questo perche' le forme dell'arte contemporanea e le sue contaminazioni con diversi settori del sapere e della cultura non sono sempre rappresentati dal mercato, e penso che ai miei quattro lettori possa far piacere una lettura del fenomeno artistico da un punto di vista ancora abbastanza nuovo, ma ricco di significati e possibili sviluppi.

CURARTE – L’ARTE CHE CURA

[intervento al convegno “olismo e terapie informazionali”, milano, guna, 7 Novembre 2008] Linguaggi espressivi e Terapie informazionali

Il cesso di Duchamp - o l’arte che cura

di Massimo Silvano Galli

Il discorso sulle funzioni terapeutiche dell’arte e, più in generale, dei linguaggi espressivi, è più che complesso e disarticolabile lungo molteplici prospettive non riducibili ad un'unica matrice di senso. Quello che vorrei provare a compiere è, allora, una sorta di esercizio ermeneutico, inseguendo alcune delle possibili direttrici tra le tante che si sarebbero potute scegliere.

Prima di cominciare però, affinché ogni interpretazione, per quanto eretica, risulti comprensibile, credo sia necessario partire da una distinzione con cui desidero delimitare questo contributo, una distinzione che qualifica il concetto di terapia qui indagato non come guarire da… ma come curarsi di… nel senso di prendersi cura di qualcosa o qualcuno.

L’arte, infatti, non guarisce alcunché, permette semmai di penetrare nel processo della cura e della cura di sé in particolare, mettendosi in ascolto dell’Altro diverso da sé: sia esso dentro o fuori di noi, oggetto o soggetto; permette di svincolarsi dai confini della propria biografia per addentrarsi nello spazio sconfinato e benefico di quella “mitobiografia” in cui -appunto- l’atto creativo dà luogo al parto dell’Altro diverso da sé: l’Adamo, l’uomo nuovo, rigenerato… curato.

La cura dell’arte è, insomma, l’arte del cambiamento, dove i linguaggi, tutti i linguaggi, si addensano e si ritraggono in una danza carica di opportunità, anche improbabili e discordanti, ma sempre rivelatrici delle infinite maschere dell‘esistenza.

Ciò detto, la prima suggestione che vorrei proporvi lungo questo itinerario si trova tra le pagine di un bellissimo e famoso romanzo di Manuel Scorza, «La danza immobile» e recita: “L’uomo è una metafora provvisoriamente vestita di carne, o una carne che si nutre di metafore?”.

Si tratta di una sintesi a mio avviso fenomenale, testimone da una parte del senso di travestimento e di tradimento cui è costantemente sottoposto l’uomo e, quindi, ogni sua creazione e, dell’altra, della profonda necessità di accedere a questo nutritivo e lenitivo tradimento.

L’atto creativo più elementare che ognuno di noi costantemente compie, seppur inconsapevolmente, si risolve, infatti, attraverso il tradimento dello sguardo; nel senso che ogni nostra osservazione è, di fatto, un processo attivo dove occhio e cervello non guardano e registrano solamente, ma attraverso una particolare lente deformante generata da tutte le cose che hanno già osservato, le nozioni che hanno precedentemente appreso, i racconti che hanno assorbito; pre-strutture che influenzano il nostro sguardo e, aggiungendo strati soggettivi a quelle osservazioni che si vorrebbero oggettive, non restituiscono di fatto un mondo per come è, ma ne creano ogni volta uno nuovo.

Per comprendere meglio questa asserzione dobbiamo però salire di complessità sulla scala della creazione. Ad un secondo livello, infatti, laddove l’umano prova a trasportare fuori da sé ciò che prima aveva catturato con lo sguardo e registrato col cervello, assistiamo ad un altro atto creativo ugualmente, per così dire, non-intenzionale. È questo il regno della parola, del linguaggio, dove meglio si chiarificano le caratteristiche di tradimento e di nutrimento celate nella domanda di Manuel Scorza.

Il linguaggio è, infatti, sempre una metafora della realtà. La parola ci nutre e ci tradisce traducendoci; allo stesso modo in cui il vocabolo “pane” è solo una rappresentazione della cosa e certo non sfama il nostro corpo, ma sfama la nostra psiche contribuendo a dare un senso alla realtà che ci circonda.

Infine, salendo nuovamente di livello e spostandoci in una zona intenzionale, o almeno più intenzionale, incontriamo l’atto creativo vero e proprio in cui emerge l’opera d’arte e si palesano definitivamente le intrinseche proprietà di tradimento e nutrimento. Vediamo come.

Ad ognuno di questi livelli (ma soprattutto nell’ultimo, laddove l’opera si manifesta), qualsiasi prodotto della creazione umana, si configura originariamente come un oggetto a se stante che non appartiene al mondo della natura e non appartiene ancora al mondo della cultura. Ogni opera creata, cioè, è opera ermeneutica che dà nome e forma alla natura informe facendosi intermediaria tra i suoi regni e il regno della cultura che si alimenta di queste opere di intermediazione.

John Dewey in “Arte come esperienza” ci rende partecipi di un simpatico aneddoto molto significativo per esplicitare questo essere a se stante dell’atto del creare.

Durante l’inaugurazione di una mostra, un’avvenente visitatrice, sbirciando con un occhio un dipinto e con l’altro il suo autore, commenta: “Se posso dire la mia, non credo di aver mai visto una donna che somigli a questo ritratto.”.

Ma signora,” risponde piccato il pittore, che per inciso era Henri Matisse, “questo è un quadro, non è una donna!”.

L’opera, appunto, non appartiene a questo mondo e pure vi appartiene è, come dice Heidegger: “[…] solamente un’eco, in fondo autenticamente irreale.”.

Di questa paradossale eco “autenticamente irreale” il nostro corpo, la nostra psiche, si nutrono e abbisognano più di quanto si possa immaginare e credere. L’uomo, infatti, può adattarsi ad ogni cosa, anche alle situazioni di più atroce sofferenza, ma non può sopravvivere in un mondo che non è in grado di spiegare, a cui non è in grado di dare un senso. Come dice Picasso l’arte, “non è la verità, ma una bugia che ci fa realizzare la verità.”.

Per comprendere la cura che si può praticare con l’arte, credo si debba estendere questo concetto, questa salvifica e nutritiva “verità della menzogna”, a tutto l’operare umano, persino a quell’operare che chiamiamo scienza e che, troppo spesso, commettiamo l’errore di ammantare di oggettività, eludendo l’impulso immaginario da cui deve necessariamente originare ogni atto scientifico. L'uomo, insomma, è anzitutto un animale visionario la cui peculiarità è trasformare qualsiasi già dato in altro, cominciando a immaginarlo diversamente.

Questo carattere immaginario che permea l’uomo in ogni sua attività, ci conduce ad una nuova suggestione: una breve e significativa favoletta. Come tutte le favole comincia con… “C’era una volta…”, ma in questo caso proprio una volta… almeno quaranta, quarantacinquemila anni fa, una piccola comunità di uomini e di donne che, come in uso nei costumi dell’epoca, viveva in una caverna.

Ogni giorno si alzavano e compivano quelle tre/quattro operazioni che facevano della loro vita… la loro vita: cacciare, raccogliere erbe, bacche, frutti, mangiare, riprodursi e tornare a dormire... così, senza sosta, aspettando, non diversamente da noi, la fine. Un bel giorno, però, come in tutte le favole, accadde una cosa straordinaria. Una mattina, mentre tutta la comunità si preparava per uscire a procurarsi il cibo, due di loro si fermarono.

Che c’è,” gli chiesero, “non vi sentite bene?”.

"No,” risposero quelli, “stiamo benissimo. È che preferiremmo star qui a disegnare.".

"A disegnare?” li guardarono allibiti. “E che significa?".

Be' forse le cose non andarono proprio così, forse non parlarono nemmeno, probabilmente i più pensarono che fossero malati -dei pazzi, avrebbero detto qualche millennio più tardi. Sta di fatto che quei due si fermarono e, la sera, quando il gruppo rincasò, anzi… rincavernò, si trovò di fronte a qualcosa di miracoloso: le pareti della caverna completamente istoriate. Dopo un primo momento di imbarazzo proruppe la meraviglia e tutti cominciarono a correre da una parte all'altra della grotta, riconoscendo le cose che erano del mondo e che, ora, per una autentica magia, si trovavano lì, su quelle rocce.

Guarda,” diceva uno, “quello sono io mentre caccio.”.

E quella,” diceva un'altra, “quella sono io mentre raccolgo le bacche.”.

Insomma, capirono che quei due non erano proprio pazzi ma, anzi, che avevano un che di speciale e, se non proprio loro, certo quelle strane cose che facevano sulla roccia e che chiamavano disegni. Così, da quel giorno, cominciarono a tenerli in una certa considerazione. Gli chiedevano consiglio quando qualcosa li turbava, quando dovevano prendere certe importanti decisioni; si recavano da loro quando stavano male e, questi, una volta facendo un disegno, una volta compiendo una danza, riuscivano, non sempre certo, ma spesso, anche a guarirli e, sicuramente, sicuramente li curavano, nel senso che si prendevano cura di loro.

Andarono avanti così per anni; poi, e siamo al lieto fine, uno dei due artisti, a questo punto possiamo chiamarli così, disse: "Senti… sai cosa ti dico… io mi sono rotto di disegnare, mi sa che vado a fare il medico.".

"Il medico?" chiese l'altro stupito. "E cos'è il medico?".

Fine della novella.

L’uomo, secondo Jaques Lacan, diviene tale nel momento in cui entra nella relazione simbolica, un passaggio che, se ci spostiamo dal soggetto alla specie, ci dicono i paleontologi, segna lo sviluppo dell’umanità attorno -appunto- ai quaranta, quarantacinquemila anni fa ed è non a caso definito: il grande balzo in avanti dell’evoluzione umana. Un’autentica rivoluzione adattiva, in cui improvvisamente compaiono le prime forme di decorazione corporea, gli ornamenti, i dipinti rupestri, la scultura; opere talmente raffinate la cui repentina comparsa rappresenta ancora oggi un enigma. Emergono così capacità cognitive inedite e smisurate rispetto a quelle degli altri primati e i comportamenti sociali raggiungono livelli di estrema complessità e articolazione. Ecco l’anello mancante di cui da sempre sono in cerca gli Sherlock Holmes dell’evoluzione che hanno passato gli ultimi secoli a scrutare e confrontare crani e splancnocrani: non un fossile, ma la capacità di creare simboli, ossia di operare, più o meno scientemente, quei tradimenti e quei nutrimenti che citavamo all’inizio del nostro discorrere.

Attraverso la nostra capacità di creare simboli diventiamo una specie unica tra gli esseri viventi. Ma una delle particolarità del simbolo, dicevamo con l’esempio del vocabolo “pane”, è quella di non avere rapporto diretto con la realtà -il referente, ma soltanto con il concetto e con l'idea mentale -la referenza. È questo che fa di ogni simbolo un prodotto culturale che, per essere appreso, deve essere trasmesso.

La nostra capacità di creare e di comunicare simboli, di trasmetterli ad altri, ci differenzia dalle altre creature animali le quali dipendono per lo più dalle informazioni già incastonate nei loro cervelli.

L’astronomo Carl Sagan chiama questa capacità tipicamente umana: «conoscenza extrasomatica», sostenendo che sia questa a fare la differenza tra noi e, ad esempio, l’uomo primitivo pre-simbolico che abitava la caverna della nostra favoletta; non il nostro corredo genetico, che più o meno è rimasto immutato. Ciò significa che il nostro essere uomini risiede nella capacità di creare e comunicare simboli.

Manipolando i simboli il nostro cervello acquista (ha acquistato) la capacità di eseguire operazioni altrimenti impossibili mentre, allo stesso tempo, i simboli modificano (hanno modificato) il nostro cervello più potentemente e più radicalmente dei geni. I simboli, perciò, non sono mere associazioni arbitrarie, ma veri e propri agenti in grado di plasmare attivamente il nostro cervello e di intervenire sul nostro benessere.

Richard Dawkins, ha dato a questi agenti il nome di «meme», una sorta di «gene della mente». Se il gene è la molecola replicante che prevale negli organismi biologici, il «meme» è l'unità base della trasmissione culturale che può essere trasmesso da individuo a individuo subendo variazioni evolutive, ma con una velocità infinitamente superiore. Inoltre, mentre sui geni non possiamo intervenire, se non con sofisticate e ai più inaccessibili tecnologie, la creazione e la trasmissione di nuovi «meme» non è preclusa a nessuno.

Sappiamo che le malattie, come i loro rimedi, hanno forma prettamente culturale e disegnano scenari che vanno ben al di là di ogni patologia che gli amministratori della salute di un’epoca possono diagnosticare e guarire; per questo non ci deve stupire se la gran parte della odierna ricerca scientifica è tutta centrata sullo studio dei geni e non si occupa, se non marginalmente, ad esempio dello studio del «meme».

Non che si voglia, con questo, invalidare la grande decriptazione del genoma umano, ma provare invece a sostenere un’idea altra del concetto di cura dove, ad esempio, le persone non siano trattate come meri oggetti di indagine, ma gli sia restituita la dignità di soggetti capaci di riflettere su di sé, di diagnosticare le loro sofferenze e di collaborare alla cura dei loro problemi, attraverso -evidentemente- un processo culturale e formativo al contempo che li metta nelle condizioni di entrare in un contatto diverso CON la cura di sé, magari, chessò, proprio imparando a manipolare il proprio personale «memoma».

Come mai nella nostra epoca, invece, intermediari di ogni disciplina della conoscenza ci hanno sottratto e ci sottraggono il diritto/piacere di riconoscerci quali padroni del nostro corpo-sapere, annichilendo la nostra naturale capacità di interrogarci, di capirci, di curarci e di produrre conoscenza?

Per stare sui contributi dell’arte, quasi un secolo fa monsieur Marcel Duchamp si è cimentato con questa sfida e ha provato a ricondurre il soggetto alla sua funzione di produttore di sapere, svincolato da qualsiasi certificato di autorevolezza disciplinata dalla autorità del momento.

Era, per la precisione, il 1917 e Duchamp si apprestava a partecipare alla prima esposizione dell’America Society for Indipendent Artist con un’opera destinata ad archiviare per sempre il significato millenario del fare arte: un orinatoio acquistato sul catalogo di una ditta specializzata che Duchamp capovolge e intitola «Fontaine». Un’opera rivoluzionaria che dà vita ad una vera e propria rottura epistemologica con la tradizione occidentale ma che, soprattutto, ci invita ad operare la medesima rottura su tutti i fronti del sapere umano.

Fino a prima di Duchamp, infatti, la “Cosa d’arte” è sempre stata la rappresentazione della Cosa. Non una donna, come nel nostro esempio di Matisse, ma un quadro, la rappresentazione di una donna. Duchamp, invece, mette la Cosa reale laddove da sempre abbiamo assistito alla sua rappresentazione, fa sì che la Cosa reale fecondi e generi se stessa come Cosa d’arte. Nasce così una nuova Cosa che forse non si può più nemmeno chiamare d’arte. E infatti, a differenza di tutte le sue passate consimili, questa nuova Cosa non si contestualizza in sé in quanto arte, ma chiama lo sguardo dell’Altro, del fruitore, per divenire tale.

L'orinatoio/Fontaine di Duchamp, per essere definita opera d’arte, deve essere inserita in uno spazio che la qualifichi come tale, poiché fuori da quello spazio qualificante altro non sarebbe che un orinatoio rovesciato. A quel punto potrà ricevere lo sguardo del visitatore che però, trovandosi di fronte ad un oggetto in qualche modo per nulla artistico, non rappresentativo, nel senso classico del termine, è costretto, se desidera comprendere l’opera, a compiere uno sforzo riflessivo e provare a dargli un senso. Per questo si parlerà di un‘opera definitely unfinished, definitivamente non finita, che può trovare la sua finitudine, il suo senso o, meglio, uno dei suoi possibili sensi, solo nello sguardo dell’Altro-Fruitore. Ciò significa il fruitore chiamato a finire l’opera, intenzionandola di significati, entra compiutamente nel processo creativo, diventa egli stesso artista, ossia qualcuno che non sta più passivamente davanti all’opera ma, in qualche modo, la ri-crea.

Se ora proviamo ad allargare il campo di applicazione che ci suggerisce l’opera di Duchamp, ad esempio trasportandolo nell’ambito della cura, ci accorgeremo che siamo di fronte ad un vero e proprio atto rivoluzionario che ci libera spezzando la barra (del potere, direbbe Foucault) che separa chi detiene gli strumenti ermeneutici da chi li subisce, in questo caso la barra che separa paziente e terapeuta.

L’opera di Duchamp, largamente incompresa nel suo significato profondo e snaturata e banalizzata da molti dei suoi stessi epigoni, ci invita a riappropriarci del nostro sguardo creatore, a diventare gli sciamani di noi stessi producendoci nella manipolazione di simboli o, se vogliamo, nella creazione di nuovi «meme».

L’arte,” dice Heidegger, “è una cosa a cui è successo qualcosa”, e la cura cui l’arte può accedere si configura proprio nell’esercizio consapevole di questa capacità di far succedere qualcosa alle cose, a partire da quella cosa che ognuno è per se stesso.

Si tratta di avviare un vero e proprio processo educativo capace di guardare all’arte e alla dimensione estetica come ad un evento “non separato dall'esperienza umana” ma che operi con e nell'esperienza del quotidiano, tornando, come quando si era bambini, a sporcarci le mani (e senza paura) con il “fare” dell’opera; consapevoli che, come dice John Cage (e valga come mia personale ricetta medicamentosa): “E’ meglio creare un brano musicale che eseguirlo, meglio eseguirlo che ascoltarlo, meglio ascoltarlo che abusarne come mezzo per distrarsi, intrattenere o acquisire cultura.”

M.S.Galli - info@msgdixit.it

Pubblicato con permesso, Marco Maurizio Gobbo



 
Cina, ShanXi, DaTong, le grotte di Yungang, una meraviglia buddista.

grotte di YunGang foto marcomgobbo

La mattina e’ fredda, ma non glaciale come ieri, c’e’ il sole a DaTong, e dopo aver consultato i ragazzi del Ricevimento dell’albergo abbiamo scelto di andare a visitare le grotte di YunGang prendendo un taxi. Si trovano a una quindicina di chilometri dal centro, in direzione sud-ovest, il taxi costa poco e il tassista e’ socievole e curioso nei miei confronti.

Quando gli dico che sono di Milano mi dice “A.C. Milan!”, oh si, pero’ puntualizzo che da ragazzino tifavo Juventus e lui mi risponde “Roberto Baggio!”. La stragrande maggioranza dei maschi adulti cinesi, specie tra i trenta e i cinquant’anni sanno praticamente tutto del calcio italiano degli anni ottanta e novanta, questo perche’ alla “riapertura” della Cina, la tivu’ di Stato cinese programmo’ per anni le partite di calcio del campionato di Serie A.

Roberto Baggio se lo ricordano in molti in Cina, lo chiamavano “il Principe Blu” nel senso che ha il blues, all’americana, che e’ triste, perche’ leggenda qui vuole che a grandi doti e talento non corrisposero altrettanti onori e il suo medagliere dice poco del suo vero valore.

Di certo non mi aspettavo di discorrere di Roberto Baggio mentre viaggio in taxi verso gli antichi templi buddisti cinesi scavati nelle grotte vicino alla città di Datong, nella provincia dello Shanxi. Questi, insieme alle grotte di LongMen (vedi blog precedenti) e a quelli di Mogao sono i tre più famosi siti di antiche sculture di arte buddista in Cina.
Howard inizia a leggere una guida: il sito si compone di 252 grotte con più di 50.000 statue e statuette del Budda che vanno dai 4 cm. ai 7 metri di altezza. Sono patrimonio UNESCO e sono considerate una perfetta fusione dell’arte religiosa buddista di provenienza dal Sud Est Asiatico con le tradizioni culturali cinesi.

Ma perche’ proprio qui?

Dopo il declino della dinastia Jin, le regioni settentrionali della Cina passarono sotto il controllo dei Wei del Nord che fecero della citta’ di Pingcheng, l’odierna Datong, la loro capitale. Ah, ecco! Inoltre la dinastia dei Wei adotto' come religione di stato il Buddismo... e adesso tutto torna.

Il Buddismo arrivo’ in Cina tramite i viaggiatori e commercianti che trafficarono lungo l'antica Via della Seta del Nord, un percorso di circa 2600 chilometri, che collegava l'antica capitale cinese Xi'an all’antica Partia.
I primi lavori di scultura durarono fino all'anno 465 CE, (le grotte note come grotte 16-20). A partire intorno all'anno 471 C.E, inizio’ una seconda fase dei lavori, grazie al mecenatismo della corte imperiale e alla sua supervisione, che durò fino al 494 C.E. In questo periodo furono costruite le grotte gemelle 5/6, 7/8, e 9/10 così come le grotte 11, 12, 13.

Il mecenatismo imperiale fini’ nel 494 C.E., anno in cui la corte Wei se ne ando’ nella nuova capitale Luoyang, e li iniziarono i lavori delle grotte di LongMen. Chiaro.

Le grotte piu’ antiche, piu’ colorate, piu’ vicine alla tradizione Indiana sono quelle di Mogao (DunHuang), poi abbiamo queste di YunGang per finire con quelle di LongMen. Howard prosegue la sua lettura ad alta voce. Andatasene la corte, altre grotte furono scolpite grazie al patrocinio di facoltosi privati, e questa terza fase durera’ fino al 525, quando tutto si fermo’ a causa di rivolte sociali nella zona, rivolte che eventualmente portarono alla caduta degli Wei.

Osserviamo il paesaggio, il brullo invernale che mi ricorda certe parti del Nord Italia; ci informiamo sull’economia della zona, di che vive la gente? Il tassista e’ perentorio: si vive delle miniere e di pastorizia. Infatti qui la carne che va per la maggiore non e’ quella di maiale, come nel Sud della Cina, ma quella di montone e di agnello.

Arriviamo ad una svolta della strada e eccoci davanti al cancello di entrata, paghiamo e salutiamo il cordiale autista. Camminiamo per un centinaio di metri, poi svoltiamo a sinistra, scendiamo una scalinata ed entriamo in una grande e moderna entrata, molto ariosa, sembra la hall di un hotel di lusso. Comprati i biglietti passiamo ad un altro cancello e finalmente siamo in un piazzale, da dove parte un viale alberato con statue a destra e a manca, che conduce ad un ponte lanciato su di un laghetto, attraversato il ponte saremo alle porte di un grande tempio.

Dal ponte scattiamo delle foto, e mentre camminiamo verso il tempio c’e’ qualcosa che non mi quadra. Arriviamo al tempio, c’e’ un monaco, non appena qualcuno si ferma per inchinarsi a pregare o ad accendere i canonici tre incensi, batte un gong. Il tempio e’ molto grande, scenografico, vederlo dal ponte fa un effetto cartolina postale, me l’immagino al tramonto o all’alba, che si specchia sull’acqua...

Giriamo intorno al tempio e finalmente capisco che cosa non mi quadra: ci sono solo grandi hall dedicate alle statue da venerare, ma nessun spazio per monaci, o dormitori o altro... Il tempio e’ pittoresco e dimostrativo, ma non vissuto come tale, secondo me, e anche Howard conviene che il monaco gli pare li non proprio per trascendente vocazione quanto per guadagnarsi la pagnotta, probabilmente e’ un impiegato statale.

Dietro il tempio parte un altro ponte e finalmente arriviamo alla zona delle grotte. Si dovra’ camminare ancora per qualche minuto, e poi appariranno, sulla nostra sinistra. Nel frattempo si sta annuvolando, e la temperatura scende.

Vediamo le prime grotte, parecchio erose dagli agenti atmosferici, sono in un materiale che mi pare arenaria. Howard riprende la guida che spiega che gia’ dalla immediata fine dei lavori ci si rese conto che l’erosione era molto accentuata e veloce. Ci furono diversi tentativi di preservare le grotte e riparare i danni subiti, con restauri di statue e la costruzione, durante la dinastia Liao, dei "10 templi di Yungang" (1049-1060) destinati a proteggere le principali grotte, ma questi templi furono distrutti appena 60 anni dopo, durante un incendio. La dinastia Qing, nel1621, costrui degli edifici in legno che si possono vedere ancora davanti alle grotte 5 e 6. E ci siamo di fronte proprio adesso.

Questa e’ considerata la zona centrale delle grotte (dalla 5 alla 13) e ci sono una serie di grotte a coppia, meravigliose. Le prime grotte che abbiamo visto erano di un monumentale molto serio, austero. Queste, invece, sono piu’ colorate, fiorite, direi quasi giocose.
A
lcune delle colossali statue del Budda sono nello stile Gandhara, originario del Nord dell’India e molte delle statue di enormi dimensioni (grotte 5, 16-19) sembrano essere state influenzate dalle famose statue (ormai distrutte dall’odio settario dei Talebani) di Bamiyan in Afghanistan.

Mi attardo a visitare le grotte ed esco e rientro parecchie volte. Si, qui decisamente l’atmosfera e’ diversa dalle grotte di LongMen, molto piu’ marcatamente cinesi li, mentre qui le influenze sono proprio indiane, con i riverberi greco-romani in certi motivi decorativi, in certe figure; ci sono dei motivi e delle influenze che sono palesemente non cinesi, ma la mia ignoranza in materia mi impedisce di identificarle chiaramente, mentre invece cinesi sono le immagini, in questo contesto piuttosto “pesanti”, di draghi e fenici, anche i tetti o un certo modo di disegnare l’aureola.

Con Howard discorriamo delle aureole, questo segno di santita’ che attraversa tutte le religioni. Curioso, no? Fare foto all’interno delle grotte piu’ colorate e’ vietato ma Howard scatta lo stesso. Sono diviso a meta’ tra il cazziarlo e il farmi complice e suggerire dove scattare le foto.

Le grotte sono impressionanti, variano molto per grandezza e profondita’, per ricchezza di dettagli e di statue. Ci sono delle piccole grotte riccamente dipinte e scolpite su ogni superficie. Inoltre ci sono intricati bassorilievi e sculture a parete... Si potrebbe passare ore a esaminare il dettaglio di ogni nicchia, e molto probabilmente bisognerebbe essere buddista o avere una approfondita conoscenza di architettura per apprezzare fino in fondo questo sito artistico-religioso. Molto meglio venire a visitarlo con un minimo di preparazione.
Ci sono delle grotte chiuse al pubblico, i lavori di restauro continuano ancora oggi. Erosioni naturali, saccheggiatori (in particolare nel 20esimo secolo) e vandali, così come attacchi anti-buddisti durante la Rivoluzione Culturale, hanno lasciato il segno, ma ci sono segnali incoraggianti di un rinnovato impegno da parte del governo centrale per la conservazione e il restauro delle Grotte di Yungang, un vero tesoro dell'arte e della storia mondiale, non solo cinese.



 
Cina, Shanxi, Datong, e un Tempio in Cielo.

Datong tempio Fluttuante foto marcomgobbo

Dopo la visita a Pingyao siamo tornati in treno a Taiyuan e saliti su un bus, direzione Datong (大同; Datong); da qui visiteremo le Grotte di Yungang (云冈 石窟; Yungang Shíkū, in cinese tradizionale: 云岗 石窟, anticamente note anche come Grotte Wuzhoushan) e il Tempio Fluttuante (悬空寺 Xuan Kong Sì).

Arriviamo a Datong nel primo pomeriggio, c'è il sole, il tempo e’ secco e freddo. Chiediamo indicazioni e l'autobus che va al centro storico si trova proprio di fronte a noi. Giunti alla nostra fermata scendiamo, abbiamo bisogno di chiedere nuove indicazioni, e dopo essere arrivati davanti alle mura della città, di nuova costruzione, dobbiamo chiedere ancora una volta. In tutte queste occasioni le persone a cui abbiamo chiesto sono state subito molto cordiali e disponibili, soprattutto una ragazza, che ci spiega la strada con una tale abbondanza di dettagli che ci chiediamo se sia mica una specie di vigile urbano in borghese.


Datong è stata fondata durante la dinastia Han e ora è una città che vive grazie alle miniere di carbone, seduta su grandi riserve di quest'importante risorsa per l'economia cinese. Si tratta di una delle città più inquinate della Cina. Devo dire che gli sforzi del governo locale di introdurre metodi più ecologici ed efficienti di estrazione hanno dato i loro frutti: abbiamo avuto una conversazione con il tassista che ci portera’ alle grotte di Yungang, un uomo rudemente affabile, che ci ha spiegato come l'inquinamento della città è stato notevolmente ridotto negli ultimi anni e che confermera’ le nostre impressioni che vi siano sforzi per modernizzare la città, con la creazione di altre aree di business e lo sviluppo del turismo.

Naturalmente l'industria del carbone continua a dominare, ma non abbiamo mai avuto la sensazione di essere in una fossa di disperato inquinamento, in realtà abbiamo quasi sempre goduto di un cielo sereno e mai avuto il naso pieno di polvere nera, come è successo a Pingyao.
Il nostro albergo è l'Hotel Garden, situato vicino alla Torre del Tamburo, ed è l'hotel dove ho ricevuto il servizio più caldo e accogliente in Cina, almeno finora. L’area a nord dell'hotel è attualmente in costruzione: diventera’ un centro commerciale all’aperto con edifici che richiamano l'architettura della vecchia Cina, mentre al lato sud c'è quello che posso considerare la vecchia area commerciale, con centri commerciali all’occidentale, pieni di abbigliamento assurdamente costoso marchiato con nomi occidentali molto improbabili.

Dopo un periodo di riposo, con Howard ci sediamo a leggere mappe e guide. Datong e' a pochi chilometri dalla Mongolia Interna, e questa posizione spiega perché, durante la sua storia fu saccheggiata e distrutta più volte: questa era sicuramente una delle citta' piu' esposte alle scorrerie delle tribu' Mongole, una delle prime a subirne i raid. L'ultima volta fu distrutta durante la fine del dinastia Ming nel 1649, e ricostruta nel 1652. Lasciamo l'hotel per una prima esplorazione della zona circostante e un pasto in un ristorante nelle vicinanze: buon prezzo e buon cibo. Annotta, la temperatura scende velocemente e decidiamo che sia meglio preservare l'energie per il giorno successivo, per la nostra visita al Tempio Fluttuante, alias Hanging Temple, in inglese. Al Ricevimento dell’albergo prenotiamo un’ auto per la mattina seguente alle 8.30, il viaggio durera’ circa un'ora; doccia, e chiudiamo la giornata.

Il giorno dopo ci accoglie con una brezza gelida e siamo felicissimi di andare al Tempio in auto. Arrivati sul posto il freddo mi fa versare qualche lacrima. Nevica, una neve molto fine, una polvere bianca, mentre un vento cattivo sta aumentando il nostro desiderio di un caldo rifugio, ma poi guardiamo la montagna di fronte a noi ed eccolo li, il Tempio... e che edificio audace è questo!

Grazioso, piccolo, allungato sul fianco della montagna, come un sinuoso... Drago, che altro, in Cina? Va bene, vale la pena di congelarsi le mani, sfilando i guanti e iniziando a fare foto. Siamo pronti ad avvicinarci a questa meraviglia.
Il tempio è stato costruito a 75 metri dal suolo (circa 246ft, per i miei lettori anglicizzati) e si dice che un monaco, Liao Ran (
了然) abbia iniziato a costruirlo da solo, in un momento imprecisato, circa 1500 anni fa, durante la fine della dinastia Wei del Nord. La fede muove le montagne e ci costruisce templi sopra.

Quello che vediamo adesso è il risultato di successive riparazioni e ampliamenti, molto è stato ricostruito durante la dinastia Tang e, ancora, durante le epoche Ming e Qing, l'ultimo restauro fu fatto intorno all'anno 1900. Mentre si cammina leggo una buona guida e così imparo che questo tempio è notevole anche perché e’ ora un’unica casa per credenti buddisti, taoisti e confuciani, mischiando elementi dalle tre fedi: c'è una sala dedicata ai rispettivi fondatori, Sakyamuni, Laozi e Confucio.
Nonostante il tempo avverso arrivano diversi gruppi di persone. E’ un'esperienza salire le strette scale e visitare le piccole sale. Il Tempio è un miscuglio di legno, mattoni grigi e pareti rosse. Riesco a vedere la struttura delle torri della Campana e del Tamburo, a lato degli edifici. Ci sono diverse statue, non così belle come quelle nel tempio Shuanglin a Pingyao (anche se la guida esagera "... la tecnica di esecuzione delle statue e’ davvero squisita e sono acclamate come il culmine della perfezione" boom!), sono comunque opere interessanti, e mi rattristo nel vedere che nella sala più bella le statue e le opere sono stato raggiunte dalla mano della Rivoluzione Culturale, e danneggiate.

Visitiamo dappertutto mentre dalle finestrate e dai corridoi si guarda il paesaggio esterno, non so se posso dire "esterno", perché data la nostra posizione, mi sento in qualche modo parte del paesaggio, e forse questa era una delle intenzioni del primo costruttore. Cerco di immaginare questi monaci, in meditazione qui, vivendo di poco, in armonia con la natura e il suo silenzio, un silenzio molto probabilmente rotto solo dal canto degli uccelli, dalla pioggia tintinnante, la voce del fiume che scorre sotto, e dalle preghiere.

Durante la visita si capisce che questo è piuttosto un Monastero in piccola scala che un tempio, un luogo costruito per vivere la fede, non solo da visitare e dove pregare momentaneamente. Leggo altre informazioni ma non mi è chiaro se, originariamente, questo fu luogo di culto buddista o taoista. Non ho trovato nozioni chiare su questo fatto. La struttura pare fragile ma è ovviamente ben protetta dalla montagna, e questo può spiegare il come abbia fatto a resistere all’azione degli elementi nel corso dei secoli: nessun allagamento può raggiungere i 75 metri di altezza, pioggia e neve riescono a malapena a toccare l’edificio, è rivolto a est-nord-est, quindi la montagna lo protegge dal calore in estate.
Vorrei dire che la bellezza del Tempio riesce a farci dimenticare il freddo, ma non è così, e siamo felici di tornare al caldo, nell’auto che ci aspetta, pronta a riportarci a Datong: domani visiteremo le Grotte Yungang.
(Segue)





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