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ARTE A PARIGI
a cura di ilaria giannetta

 
ART PARIS ART FAIR

The end of troubles - Massimo Angei

Anche quest’anno ho avuto il piacere di visitare la fiera d’arte contemporanea internazionale Art Paris Art Fair a Parigi, tenutasi dal 28 marzo al 1° aprile 2013 al Grand Palais. Da anni in questo luogo d’eccezione, dove sfilano regolarmente alti nomi della moda come Chanel e l’architettura degli spazi permette una personalizzazione quasi totale, si riuniscono gallerie francesi ed estere per rappresentare artisti affermati ed emergenti del panorama contemporaneo. Rispetto all’evento dell’anno scorso, che non mi ha particolarmente colpito in quanto a novità esposte, l’appuntamento del 2013 aveva tre grosse novità:

1.   Ospite d’onore la Russia, con una sezione completamente dedicata ad una decina di gallerie russe e ben 90 artisti russi rappresentati da varie gallerie europee. Il sottotitolo stesso della fiera “Russia guest of honour” ha saputo enfatizzare lo spazio dato a questi artisti emergenti che coniugano messaggi politici e sociali con opere d’avanguardia.

2.   Una sezione dedicata alle “promesse” ovvero uno spazio dedicato alla promozione di giovani gallerie con meno di 5 anni di esistenza, tra cui la milanese Edward Cutler che ha puntato su artisti come Massimo Angei, è sua l’opera in foto (“The end of troubles, 2012 oil on canvas cm. 150 x 120).

3.   Una piattaforma “Art design” che per la prima volta ha esplorato i legami tra design ed arte contemporanea con nove gallerie presenti.

Direi che di novità ce ne sono state parecchie e l’idea di dedicare sezioni precise della fiera, con spazi appositamente dedicati, crea un precedente senza eguali e stimola ad affidare ogni edizione di questo appuntamento internazionale a nuove correnti, nuovi paesi e nuove sfide in modo da dare di volta in volta la visibilità ad artisti rimasti in penombra. Mi auguro, rispetto alle edizioni precedenti, farcite di pacato tradizionalismo in un settore che dovrebbe osare di più, di dare la svolta per gli anni a venire affinché la produzione artistica si senta stimolata e nuovi attori possano entrare in scena per scommettere sull’arte come investimento durevole, specie in un momento economico difficile dove anche il settore immobiliare non è più considerato una mossa sicura.



scritto 02/04/2013 15.57.13 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: art paris art fair
 
SALVADOR DALÍ il genio con le ali

Divano a forma di labbra di Mae West

Sei mila visitatori al giorno per una mostra è un record incredibile: da novembre 2012, infatti, una lunga coda si forma al Centro Pompidou per entrare nelle sale dell’ultimo piano ed ammirare le opere di un artista che si definiva “geniale” e “divino”. Fino al 25 marzo 2013 è di scena al Beaubourg di Parigi l’arte di Salvador Dalí , una delle menti più creative e controverse del panorama moderno che oggi concilia tutti i gusti e le opinioni politiche degli spettatori con le sue provocazioni. E’ spesso la morte di un artista ad acclamarne il successo, si sa che i prezzi dei quadri si moltiplicano vertiginosamente quando la certezza della non ripetibilità e dell’unicità di una collezione finisce con la morte del suo creatore, e Dalí è uno di quegli artisti che facevano molto parlare di sé anche da vivo.

L’esposizione mostra tutto il suo percorso, dalle prime opere più tradizionali vicine al pointillisme rispetto a quelle più conosciute, ovvero le invenzioni surrealiste degli anni ’30. Con lui l’interesse per il mondo onirico e la psicologia freudiana sono esplose facendo vivere allo spettatore un’esperienza unica, fuori dal contesto reale, più vicina al sogno e all’invenzione pura. Forse neanche un bambino avrebbe tanta immaginazione, ebbene il prodigio di Dalí sta proprio nella capacità di comunicare in maniera così diretta ed originale che obbliga – coloro che passano davanti alle sue opere – a tuffarcisi dentro per capire l’enigma nascosto. Diventa quasi un gioco, come il “trova l’errore” dei giornalini di enigmistica, quello di osservare da media distanza un quadro di Dalí e scorgere un volto, una figura, un animale, così ben armoniosamente nascosto nell’insieme della rappresentazione. Passeggiando nella sala della mostra, si ha la sensazione di fare un giro nelle stanze del proprio inconscio e di vedere sfilare uno dietro l’altro i tanti sogni, incomprensibili e misteriosi, che popolano la nostra mente durante la notte.

Settecento persone è il numero massimo di visitatori che lo spazio espositivo può contenere mentre gli altri pazientano fuori in attesa di poter ammirare le 120 opere esposte tra quadri, disegni, oggetti, film e documenti d’archivio.

L’opera che mi ha divertita di più è stata la stanza col Divano a forma di labbra di Mae West, dove i visitatori possono sedersi e scattare una foto ricordo da portare con sé. E’ uno dei pochi esempi in cui l’arte è messa a disposizione del pubblico per poterne fruire e diventare parte dell’opera, un invito moderno a condividere l’arte con l’artista e renderla in qualche sorta sempre unica e personalizzabile. Con Dalí è finito il tempo delle mostre in cui si osservano i quadri dall’esterno, le sue realizzazioni si vivono e lo spettatore diventa parte integrante dell’opera, divertendosi come farebbe ad un luna park, solo che lo fa in questo caso col frutto dell’inconscio di un grande visionario. "L'intelligenza senza ambizione è come un uccello senza ali", diceva.

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/saggezza/frase-82406?f=a:797>

Non posso raccontarvi altro, avete fino al 25 marzo per fare un weekend a Parigi e scoprire i segreti di un genio incredibile!



scritto 21/02/2013 10.57.16 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico
 
Modigliani, Soutine e l'avventura di Montparnasse


Il collo lungo alla Modigliani ha invaso i mezzi pubblici di Parigi e decorato le pagine, online e non, dei media europei che trattano di cultura. L'intera città è attualmente tappezzata di manifesti pubblicitari che ritraggono un quadro del celebre Amedeo, esposto alla Pinacothèque di Parigi insieme ad altri artisti della vecchia Montparnasse.

Inedita è la collezione perché mai esposta nella sua completezza, nient'altro che la raccolta privata di un amatore o meglio cosiddetto benefattore dell'artista. Sono pubblicate delle lettere private che Modigliani scrisse a Jonas Netter, uomo discreto e scopritore di talenti, nelle quali lo pregava gentilmente di toglierlo dalla miseria e di assicurargli una retta mensile degna del suo modesto tenore di vita. La corrispondenza epistolare era forse allora tanto comune quanto la nostra familiare e-mail ed altri artisti, amici di Amedeo e anch'essi sudditi del circolo di pochi collezionisti, come Maurice Utrillo, si dilungavano in prose ricamate per negoziare un compenso più elevato.

Gli onorari degli artisti erano estremamente miseri e consentivano loro appena il sostentamento, in cambio erano costretti a ripagare con numerose tele (delle volte si parla addirittura di 8-10 tele al mese), quadri dal valore artistico inestimabile che venivano ceduti al prezzo di una zuppa di cipolle ed una bottiglia di vino. Nella Montparnasse della prima guerra mondiale ogni occasione era buona per dimenticare gli strazi della tragedia e festeggiare persino la miseria con balli, inni, alcool ed oppio. Soutine bazzicava da quelle parti e prima ancora di dipingere le carcasse di animali al macello si fece fare un ritratto da Modigliani stesso, esposto anch'esso alla Pinacothèque: quello sguardo di Soutine che certo non trasmette intelligenza e che esprime tutta la spossatezza e lo spirito disinvolto della Parigi di quegli anni.

Anche la bella Jeanne, compagna fedele di Modigliani e della quale sono esposte un paio d'opere, è ritratta dal suo caro amato mentre se ne stava seduta in posa col pancione. Quel bimbo non vide mai la nascita e per chi conosce tutta la storia una visita in onore degli innamorati perduti al Pere Lachaise è d'obbligo, tra strazio e semplicità di una lapide bianca. Tante le ingiustizie che provarono gli artisti di allora, come la malinconia di Utrillo nella sua fase bianca e che traspare nelle pennellate ad olio delle vie di Montmartre, mentre sua madre Suzanne era alle prese (seducenti) con qualche promettente cliente.

Di tutto il calvario che vissero, oppressi dalla povertà e dalla critica artistica di allora che non riconosceva quel talento, emerge l'incredibile e quasi ostinata fede in se stessi e nella loro arte. Convinzione che vivere per l'arte fosse la cosa giusta, che quella sola fosse la vocazione da seguire, la passione da coltivare. Quanta di quella forza si è persa oggi, quanto ci servono quei quadri adesso per riscoprire la bellezza di un sogno e l'importanza che dobbiamo accordare ai nostri desideri per sentirci vivi. Amedeo scrisse all'amico Oscar Ghiglia: "Il tuo dovere non è di consumarti nel sacrificio. Il tuo vero dovere è quello di salvare il tuo sogno".

Ilaria Giannetta


 
Il fascino impressionista della Parigi d’Orsay

Galleria principale
Museo d'Orsay, Parigi

Parigi, 3 luglio 2011. Già dalle prime ore del pomeriggio la fila di turisti che attende di entrare nel celebre museo d’Orsay si dispone in un’ordinata serpentina, formando una figura che vista dall’alto lascerebbe di stucco i disordinati italiani per la loro nota incapacità a stare in fila indiana. Sotto il caldo sole di luglio ed un cielo libero da nuvole, la prima domenica del mese – in cui molti dei musei della capitale francese sono gratuiti – si annuncia ad alta frequenza di visitatori, interessati ad ammirare una delle più estese collezioni di arte impressionista. La facciata che costeggia il lungo Senna, il quai d’Orsay, rende l’immagine grandiosa di quella che era la precedenza funzione della costruzione, una stazione ferroviaria di fine ‘800 che collegava Parigi alle città dell’esagono. Resta ancora all’interno il magnifico orologio murale d’epoca che guidava passeggeri affrettati e che oggi segue lo sguardo di numerosi turisti tra le tele di Manet, Monet, Renoir, Dagas…

Attualmente in fase di riallestimento, le opere del movimento impressionista sono esposte al piano terra in sale ordinate per autore. Fa uno strano effetto passare accanto alle ballerine di Degas, sculture in bronzo di grandezza media-piccola, prima di ammirarle a colpi di pennellata su quadri poco più distanti. Una vera ossessione per la danza e per la grazia del movimento femminile, che risalta nelle tante tele dai tutù bianchi finché, di fronte all’unico dipinto di ballerine blu, rimango sorpresa dai colori semplici ma vivaci.

Voltando l’angolo in un’altra sala, scorgo una delle tante versioni della Cattedrale di Rouen dipinte da Monet e mi verrebbe voglia di visualizzarle tutte, una accanto all’altra, per scoprire le differenze di tonalità, di pennellata ed intuire come la tecnica dell’artista si sia evoluta rappresentando nel tempo lo stesso soggetto. Un po’ come le riproduzioni di Marylin Monroe del celebre pop-artista Andy Warhol, mi viene da pensare che Monet sia stato un precursore e che l’arte successiva sia stata un remake delle invenzioni dei grandi.

Certo gli impressionisti sono un’eredità storica recente, a cavallo tra la fine dell’800 ed i primi del novecento, eppure ai loro tempi quelle rappresentazioni delle realtà vennero messe al bando e disdegnate, addirittura espulse dalla competizione annuale dei Salon artistici. Se pensiamo che oggi milioni di turisti si accalcano per vederle, ci rendiamo conto di quanto l’arte sia un’interpretazione soggettiva del reale ed in questo risieda il suo valore. Della tecnica innovativa e di eccellente qualità i pareri sono unanimi, persino gli appassionati di altre correnti artistiche non possono che riconoscere la grandezza del tocco impressionista. Una visione della realtà che si scostava dalla lettura fotografica della natura, per darne una personale interpretazione sulla base del vissuto dell’artista, e per questo contestata. Oggi, invece, che la fotografia ha spopolato nei nostri immaginari, l’arte torna a farci sognare per raffigurare diversamente quello che agli occhi dell’osservatore può parere uguale.  

Ilaria Giannetta 



 
MONTMARTRE, il cuore degli artisti


Ci sono diversi quartieri di artisti a Parigi, ma quello che preferisco è decisamente Montmartre, ed è anche il luogo in cui ho scelto di vivere. Sulla collina che sovrasta la parte nord della città, la cosiddetta “Butte”, si può ammirare un panorama unico sulla ville lumière. Da quassù non si ha l’impressione di stare in una metropoli, bensì in una sorta di villaggio dove tutto è a portata di mano e a passo d’uomo. Nella turistica Place du Tertre i ritrattisti propongono anche caricature e, nei mesi estivi, si dimenano tra i tavolini dei ristoranti per attirare i curiosi pronti a farsi immortalare da abili carboncini.

Sino al 1850 si affittavano case a prezzi modici, tant’è che gli artisti popolarono questa collinetta, annessa al territorio parigino nel 1860, proprio per i vantaggi economici che offriva. Cominciarono ad essere numerosi gli ateliers di artisti tra il 1850 ed il 1870, ospitando celebri nomi come quelli dei pittori impressionisti Manet, Monet, Renoir, Degas, Pissarro. Ancora oggi si trovano i loro nomi sui citofoni di alcune abitazioni: un omaggio che gli abitanti di Montmartre hanno voluto manifestare nei confronti dell’arte. Anche Amedeo Modigliani saliva e scendeva le scalinate della Butte e frequentava locali bohémien come il Lapin Agile, vecchia osteria che oggi propone serate di musica popolare francese per i nostalgici, di fronte alla vigna di Montmartre, ciò che resta della campagna dell’epoca e divenuta oggi giardino annesso al museo comunale ed ex-residenza di artisti.

Di tutti i pittori che passarono di là, uno in particolare ha attratto la mia attenzione, Maurice Utrillo. Figlio di Susan Valadon, pittrice e soprattutto intrattenitrici di artisti, era spesso cacciato di casa dalla madre impegnata in occupazioni private coi suoi ospiti. Per passare il tempo Maurice rimaneva pazientemente seduto sui gradini di casa, dipingendo melanconici scorci dei vicoli di Montmartre. La sua tristezza è ancora viva sulle tele ed i suoi quadri sono documenti toccanti della povertà e della poesia del suo tempo.

Il volto di questa parte della città contiene ancora oggi una dimensione intima di villaggio, di quartiere a parte, dove la familiarità dei commercianti e delle boutiques accompagnano le passeggiate dei turisti. Almeno una volta al mese qui si gira un film, le strade di Montmartre sono il setting più ambito per le pellicole dal sapore romantico. Fotografi, aspiranti pittori e studenti delle belle arti si siedono pensierosi sugli scalinate per catturare l’ispirazione e lo scorcio migliore che possa valere loro una promessa di carriera. E per i semplici abitanti, un poco artisti pure loro, l’aria che si respira qui è più fresca e frizzante di quella del centro città. Per tutti coloro che sono alla ricerca di uno spunto, di un’idea, o di una semplice passeggiata, questo è il luogo che vale la pena scoprire. Diceva Henry Miller che Parigi entra nelle ossa del suo visitatore, ma Montmartre è per un artista qualcosa di più, una parte di sé che può  trovare soltanto su questa collina, un segno indelebile come le tele di Utrillo. 

Ilaria Giannetta 



scritto 11/05/2011 23.00.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico


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