L'informazione di
Martin Amis, un capolavoro che non si può non aver letto. Con queste parole, all'incirca, mi è stato consigliato. Levando appena qualche punta di entusiasmo, ora sottoscrivo.
Ma in primo luogo il libro mi ha fatto adirare, e parecchio. Non per colpa sua, al contrario. Ero stato così colpito da
Erasure che, nel ritrovare la scrittura colta, il senso dell'umorismo, il finale con la débâcle - ma qui è di gran lunga migliore - senza contare le somiglianze nella trama (lo scrittore ricercato e d'avanguardia a confronto con il successo dello scrittore da vetrina, innanzitutto. Ecco cosa pensa il protagonista del suo amico-nemico: "
Amelior sarebbe stato un libro degno di nota solo se Gwyn l'avesse scritto con un piede", p. 120) mi butta giù il morale. E se ci fosse bisogno di dirlo, il romanzo di Amis è del 1995, diversi anni prima di quello di Everett. (A proposito di déjà-vu, date un'occhiata all'incipit di
Pars vite et reviens tard di Fred Vargas e confrontatelo con questo passo: "Perché bisogna sapere che i rapporti di Richard con il mondo fisico, da sempre piuttosco scarsi, si erano bruscamente deteriorati. Maledetta l'ottusa insolenza degli oggetti inanimati! Richard non riusciva a capire che gusto provassero a comportarsi come si comportavano", p. 105.)
L'informazione inizia con un brano d'immensa liricità, e soprattutto con estrema chiarezza. Le primissime pagine dicono cosa sarà il resto della lettura; quali i ritmi e i temi, il vocabolario e il soggetto. Molto anglosassone.
Le considerazioni sulla letteratura sono, come si può immaginare, abbondanti. Ma c'è spazio anche per la fotografia: "La posa è un tempo morto per l'anima" (p. 15).
Torniamo alla letteratura e allo humour. Si dice che non ci siano più le mezze stagioni. Amis ci ricama sopra: "Ragionate un momento. Le quattro stagioni dovrebbero corrspondere ai quattro generi letterari principali. In altre parole, l'estate, l'autunno, l'inverno e la primavera dovrebbero corrispondere (qui li elenco in ordine gerarchico) alla tragedia, al
romance, alla commedia e alla satira. [...] Continuiamo ad aspettarci che qualcosa non vada nelle stagioni. Ma già da tempo quacosa non funziona più nei generi. Si sono trasfusi l'uno nell'altro. Nessuno bada più al decoro" (p. 43). Sulla differenza tra romanzieri e poeti: "I poeti non guidano. Non fidatevi mai di un poeta che guida. Non fidatevi mai di un poeta al volante. Se
sa guidare, diffidate delle sue poesie" (p. 113).
Amaro umorismo: "Paradossalmente, Richard non voleva più rinunciare a fumare: voleva
mettersi a fumare. Non tanto per riempire con una sigaretta gli intervalli tra una sigaretta e l'altra (non ce ne sarebbe stato il tempo, in ogni caso), e neppure per fumare due sigarette per volta. No, sentiva il desiderio di fumare anche quando stava già fumando" (p. 95). La variante politica: "L'America è come il mondo. E lo vedete anche voi, com'è il mondo. La gente non va d'accordo" (p. 275). In maniera più sfumata: "E che cos'è l'astrologia, se non la
consacrazione dell'universo antropocentrico? L'astrologia non si limita a dire che tutte le stelle girano intorno a
noi. Va oltre e dice che tutte le stelle girano intorno a
me" (p. 385).
Amarezza senza humour: "Chi fa un'entrata roboante, aveva stabilito Richard (adesso che talvolta gli veniva voglia di farla anche lui) - chi fa un'entrata roboante compie in realtà una manovra diversiva: perché gli altri non notino com'è malridotto, vecchio, ammalato" (p. 381).
Arguzia descrittiva: "La fronte delle donne, talvolta, fornisce la punteggiatura del loro discorso: sottolineature, accenti gravi e acuti, circonflessi stupefatti, tristi dieresi, cediglie meditabonde" (p. 236). Per rimanere in ambito di differenza di genere: "Il tempo è una dimensione, non una forza. Ma le donne lo percepiscono come una forza, perché ne sentono la violenza, ora dopo ora" (p. 322).
Chiudiamo col cinismo bell'e buono:
"- C'è un solo pezzo divertente in
Bambi.
- E cioè?
- Quando la mamma di
Bambi viene uccisa" (p. 393)
Una curiosità: fra i lavoretti del protagonista, Richard Tull, c'è quello alla Little Review. Ch'è esistita realmente, all'inizio degli anni '10, e dove ha pubblicato pure Joyce.