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MEDITAZIONI CARTESIANE
fenomenologia del contingente

 
Digitale, analogico e multimediale

Arte, estetica e nuovi media

Diciamo subito una cosa: il rapporto fra queste tre realtà, soprattutto per noi che siamo interessati ad una corretta interazione fra tecnologie dell'innovazione ed arte, è assolutamente cardine. Il perché mi sembra evidente: l'unico problema è che si rischia, a volte, di fare confusione. Soprattutto quando, come mette bene in evidenza un libro molto interessante che sto leggendo - Arte, estetica e nuovi media, di cui scriverò la recensione per Exibart appena l'ho finito - si parla un po' a sproposito, appunto, di "nuovi media", come se fossero costitutivamente differenti dai "vecchi media", o in qualche modo stravolgessero dalle fondamenta il panorama comunicativo che robe tipo la TV a transistor aveva a suo tempo delineato, facendo piazza pulita di tutto ciò che c'era prima. Il fatto è che, per quanto mi riguarda, mi sono sentita per certi versi parte in causa nella ... di questa confusione, perché leggendo le pagine che l'autore dedica a questo tema  mi sono resa conto di aver completamente tralasciato l'influenza di questo aspetto  nel mio Arte media comunicazione. In effetti, a ben guardare, non è che sia stato proprio un errore: diciamo che il mio punto di vista era prettamente "interno" alla dinamica "evolutiva" di questi mezzi e riguardava essenzialmente il loro contenuto; quindi sarebbe stato poco pertinente trattare dell'evoluzione tecnica degli strumenti di comunicazione in cui si inserisce il digitale.

Ma c'è anche il fatto che quella che ho trascurato è una realtà che viviamo quotidianamente sulla nostra pelle - la pervasività degli strumenti di riproduzione ottenuta grazie alle possibilità di miniaturizzazione date dalla digitalizzazione degli strumenti elettronici - e quasi logorata dalla quantità industriale di libri che ne trattano, tanto che mi sono ritrovata ad imbattermi nell'ovvio operando un salto logico senza nemmeno rendermene conto. E questa cosa, in effetti, l'ho trovata molto interessante. Il punto è questo: uno dei saggi del libro si intitola La funzione dell'arte nell'era digitale; però poi se uno lo va a leggere tratta quasi esclusivamente di multimedialità (che poi, come dicono giustamente Ciotti e Roncaglia nel loro Il mondo digitale non si dovrebbe parlare in questo caso - quello dell'audiovisivo, diciamo - tanto di "multimedialità" quanto di "multicodicalità", perché la multimedialità a ben vedere sarebbe piuttosto la fruizione di uno stesso contentuto attraverso diversi media, cioè attraverso diversi device (dispositivi) differentemente caratterizzati; però siccome è un termine popolarmente invalso e, come se dice a Roma, se se stamo a attacca' a 'ste cose famo notte, allora l'ho lasciato così com'è). Ora, il salto logico è nato proprio dal fatto che per come la vedo io non c'è grande differenza tra la multimedialità proposta dall'analogico e quella proposta dal multimediale; ma sta di fatto che grazie alla sua pervasività ci ritroviamo 'sto multimediale in luoghi e con funzioni assolutamente inedite e quindi va ripensato. Voglio dire, non è che già negli anni '30, quando sono stati prodotti i primi televisori, se ne sarebbe potuto benissimo piazzare qualcuno dentro a un museo ad illustrare con delle produzioni audiovideo i quadri proposti: è chiaro però che farlo sarebbe stato un caso più unico che raro, sperimentale e impraticabile nella quotidianità, e quindi anche in questo senso la riflessione sul mezzo ha inevitabilmente dato forfait.

Oggi invece, se anche non ti piazzano il televisorino al plasma su qualche parete a farti lo spettacolino, te lo puoi sempre pappare sul tuo efficientissimo smartphone. Su questo il libro di Granata è molto chiaro: «nell'attuale orizzonte tecnologico - ovvero nel panorama delle tecnologie post-elettroniche, caratterizzato in primis dalla diffusione delle reti informatiche - la logica inglobante e pervasiva del sistema di rappresentazione digitale e dello spazio informativo da esso generato ha proficuamente messo in risalto la necessaria compresenza, l'evidente commistione e interazione di due tipologie conoscitive - analogico e digitale, appunto - intese come due modelli d'inerenza percettiva, due accezioni di calviniana "esattezza" nel rapporto uomo/mondo». Ecco allora che sì, vista così l'indagine su una multimedialità che pervade e si fa pervadere della dimensione dell'arte anche nelle sue esplicitazioni più istituzionali grazie a situazioni di fruizione decisamente inedite può avere come titolo La funzione dell'arte nell'era digitale. E anche il saggio sulla musica, che apparentemente non sembra avere molto a che fare con i media dato che nemmeno li nomina, in realtà nasce da alcune differenze apportate alla modalità di fruizione dall'invenzione del compact disc e poi dei formati compressi tipo gli mp (ho accennato a questa problematica nel mio post su Allevi).

In effetti questa contiguità rispecchia anche un po' quello che è il presupposto intellettuale alla base di Storia della società dell'informazione di Armand Mattelart, e cioè che poi in definitiva tutta 'sta rivoluzione digitale non c'è stata e non ci sarà; ciò non toglie che, forse, per fare la "rivoluzione", più che dei cambiamenti radicali che magari alla fine si rivelerebbero anche ingestibili e che comunque sono spesso imponderabili, è preferibile un evoluzione che agisca pregnatamente sul mondo e sullo spirito umani. Per la quale, però, "è necessario evidenziare alcune distinzioni significative, di utilità e di carattere non solo tecnico, tra l'immagine elettronica e la sua evoluzione informatica, digitale o post-elettronica, comunque la si voglia appellare. Precisazioni perlopiù opportune a sezionare il campo d'interesse, frammentarlo e circoscrivere al suo interno i confini dell'immagine nelle sue diverse forme espressive e tecnologiche; una tassonomia essenziale per comprendere la complessità e i diversi aspetti della questione, che troppo spesso negli studi di settore vengono invece fatti confluire in un'unica categoria interpretativa, col rischio di indurre facili fraintendimenti". Della serie: le parole sono importanti.


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TUTTI I COMMENTI

28/03/2010 14:46:56
rickyazonzo, Japan
A me sembra che la rivoluzione ci sia stata eccome.
Oggi chiunque può farsi la sua arte e condividerla con quanti vuole. Si può scattare una foto con una piccola macchinetta che sta in tasca. inviare l'immagine via bluetooth (se non sa come si scrive cliccare su un tasto e copiarlo) ad un computer. modificarla aggiungendo o togliendo particolari. si può stampare quell'immagine ad alta risoluzione con una stampante laser da pochi soldi su carta fotografica oppure inviandola via e.mail ad un negozio specializzato per copiarla su stoffa o tela oppure pubblicarla su un sito appositamente creato ed accessibile da ogni angolo del globo oppure inserirla insieme ad altre e copiarla in un cd per guardarla su uno schermo gigante oppure spedirla come allegato sms ad un amico sul telefonino. (multimedialità)
Oggi si possono esternare i propri sentimenti e le proprie idee senza dover passare attraverso il giudizio di qualcuno che può decidere se appendere quell'immagine in un cubo bianco.
Credo che di rivoluzione si possa parlare quando qualcosa riguarda un gran numero di persone ed il digitale appartiene ad uno studente di Kinshasa come ad un professionista di Bogotà. Forse quel che è rimasto in analogico è il modo di intendere l'arte. Forse artisti, curatori, critici dovrebbero imparare a semplificare il linguaggio perché "le parole sono importanti", ma più importante è quanti le possono comprendere.
Tanta arte concettuale non ha più senso proprio perché il concetto non è chiaro.




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