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MEDITAZIONI CARTESIANE
fenomenologia del contingente

 
Perché gli storici dell'arte hanno poco (o nulla) a che fare con l'Arte

Allora, chiariamo subito: hanno a che fare con tante altre cose, e spesso bene, legate all'opera d'arte. Ma non è la stessa cosa. Rimando qui a un botta e risposta fra me e Daniele Capra avutosi nei commenti al post precedente, e che mi ha spinto a scrivere questo nuovo intervento. Un'esigenza di chiarimento di una questione tanto importante quanto trascurata. Il problema di fondo è questo: per lo storico - e per il critico, venendo spesso dalla stessa formazione - Arte e storia dell'arte sono la stessa cosa (uso l'iniziale maiuscola perché quella minuscola darebbe adito ad una pletora di interpretazioni anche giuste ma fuorvianti). Ora, questa idea ha certo un padre nobile, un certo Hegel, che per primo nella sua Estetica non fa differenza fra la nozione di estetica e quella di filosofia del bello. Mi permetto a questo punto di rimandare all'appendice della mia dissertazione, dove si cerca di indagare proprio la prospettiva hegeliana in questo senso (eh, lo so, sono come al solito autoreferenziale, ma quando si pensa quasi esclusivamente con la propria testa succede). Questa "confusione" hegeliana nasce dal necessità (legata alla convinzione del filosofo in questione che la natura umana sia intrinsecamente razionale, ma questa è una cosa troppo complicata da trattare qui) di far derivare la nozione di Arte dalla storia dell'arte. Il che significa che l'essere umano può farsi un'idea dell'arte solo dalla storia dell'arte, quindi da una sequenza di esempi artistici già storicamente, diciamo così, "digeriti". Ma il problema non è tanto la nascita di questa idea, quanto piuttosto la sua conseguenza. E cioè la tematizzazione dell'inevitabile "morte dell'arte". Pensiamoci: se io posso decidere cos'è Arte solo su cose che qualcuno da qualche parte in qualche modo e per qualche motivo ha già stabilito essere arte 1. non si capisce come comincia il processo; 2. non si capisce come possa perpetuarsi: le coordinate per distinguere l'Arte da ciò che non lo è infatti diventano puramente estrinseche e formali (Hegel individua una caratteristica precipua nell'"originalità" dell'opera: vi ricorda qualcosa?), sviluppando così una deriva esistenziale in cui tutto ciò  può essere formalmente - sottolineo - identificato come Arte, è Arte. Cosa che infatti dice anche Sgarbi, l'unico devo dire che ha coerentemente portato alle estreme conseguenze proprio questa deriva di stampo hegeliano, da bravo storico dell'arte degno a questo punto pienamente di tale nome. Perché è questa la famosa "morte dell'arte" in Hegel (e per lui è minuscolo, ovviamente): il momento in cui tutto, purché fatto dall'uomo con un minimo di originalità o con alcuni crismi formali (tela e pittura ad olio, ad esempio), è Arte. Ora, il fulcro dell'autoannullamento di tutto questo è, come dicevo a Daniele, la perdita dell'aspetto trascendentale della nozione di arte (stavolta minuscolo pure per me). Ed è grave, perché per quanto permetta di ampliare le possibilità del linguaggio, non rispecchia più le coordinate effettive della percezione umana. Voglio dire, anche il calcolo delle probabilità ha aperto le prospettive di espressione linguistica, ma il fatto che in questo settore si possa, non solo dire, ma anche prendere in considerazione "una palla bianca di colore blù", non significa che una palla simile possa mai esistere nella realtà. Wittgenstein in questo insegna molto. Che la prospettiva di Hegel sull'arte sia "sbagliata" per certi versi lo riconoscono in molti, stessi gli hegeliani, dato che altre conseguenze delle sue teorie sono che, ad esempio, la poesia può essere tranquillamente traducibile, esattamente come la prosa - e noi tutti sappiamo che non è vero. E probabilmente non farebbe una piega sentendo definire Paolo Uccello "surrealista", sbagliando - anche se non certo dal suo punto di vista - anche lì. Quindi io dico: sarebbe il caso, a questo punto, che le cose d'arte venissero tolte dalle mani degli storici dell'arte almeno per quanto riguarda il loro dover essere espressione artistica in senso trascendentale, sia sia su un piano teorico, di critica, ma sia anche su un piano di comunicazione sul territorio, e quindi a livello di mostre d'arte ed esposizioni festivaliere varie. Non è lì che gli storici dell'arte sono competenti, perché quello è il terreno su cui deve lavorare l'estetica nel suo senso più originario, quella tematizzata da un Baumgarten e portata alla sua massima espressione da un Kant - e, permettetemi, da uno Schopenhauer in sequenza - e che fonda la possibilità poi di una successiva decantazione delle sue produzioni concrete da parte di un filtro storico; e che quindi da questo filtro non può e non deve, pena la sua autodistruzione, essere fondata.

P. S.: parallelamente alla coerentizzazione storico-artistica sgarbiana devo dire però che c'è un critico e curatore che è riuscito a sganciarsi dalla monoliticità della prospettiva unica, valorizzando in certo modo anche le istanze estetiche pur in un lavoro di critica e curatorialità legata ad una prospettiva inevitabilmente storico-artistica; e in questo purtroppo rimanendo un unicum. Un unicum soprattutto perché chi poi, come Bonami, ha tentato di metter insieme capra (Daniele stavolta non c'entra, però...) e cavoli è riuscito solo a rendere tristemente deludenti sia l'una che gli altri. L'unicum sarebbe Bonito Oliva, ma credo si fosse già capito. 


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TUTTI I COMMENTI

15/07/2010 11:24:06
Fabio Amico, Prato
Mi permetto di inserirmi in questa interessante discussione, suggerendo la lettura dell'articolo "Diritti e doveri del critico d’arte moderna" (in «Nuova Antologia», 16 dicembre 1901, pp. 734-742), di Ugo Ojetti, il quale scriveva di arte contemporanea prediligendo la conoscenza diretta (a volte personale) degli artisti, delle opere e del contesto in cui operavano (famosi i suoi "Ritratti").

25/06/2010 16:32:10
Valeria Silvestri
E bravo Daniele... la pensassero tutti come te le cose andrebbero molto, ma molto meglio...

25/06/2010 12:56:05
daniele capra
Valè, gli storici lavorano più sui libri che con le opere. Quanti hanno mai conosciuto di persona gli artisti di cui parlano? Sono semplicemente dei teorici del post, dei bibliomani che si emozionano quasi più per i concetti che per le opere... E' chiaro che chi fa il critico debba invece, magari a maniera sua, militare. L'esempio di ABO - uomo che ha comunque anche i suoi lati negativi - è comunque forte e merita di essere citato ad esempio.
E poi basta con tutta questa idea di sacralità dell'opera, che è propria di chi le opere le vede al museo dopo anni di pippe sui libri.

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