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ARTASIA
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ShangHai "Cai GuoQiang: Peasant Da Vincis"

Cai Guo-Qiang Peasant Da Vincis_ Interno

Dove: Cina, ShangHai RAM Rockbund Art Museum  www.rockbundartmuseum.org

Arrivo a ShangHai il 5 maggio, ho solo tre giorni di tempo per esaurire un'agenda di lavoro che mi pare preoccuposamente lunga ma appena tre ore dopo l'arrivo in albergo un appuntamento salta e mi trovo quasi mezza giornata libera.

Chiamo l'amico JiangShan, Art Director del True Color Museum di Suzhou, chiedendo consigli su cosa visitare durante questo tempo graziosamente concessomi e senza indugio mi consiglia di andare al Rockbund Art Museum, altrimenti conosciuto come RAM, www.rockbundartmuseum.org  per vedere “Cai Guo-Qiang: Peasant da Vincis” curata da Cai Guo-Qiang (蔡国强, nato nel 1957 a Quanzhou, Fujian, China, attualmente vive a New York ed e' considerato uno dei piu' influenti artisti cinesi contemporanei)

Jiang Shan aggiunge che il RAM per se e' una struttura interessante, un edificio che nella sua versione attuale venne progettato dal britannico George L. Wilson e ultimato nel 1932 ed e' uno dei rari esempi di Art Deco' qui a ShangHai. L'interno fu poi ridisegnato dall'architetto David Chipperfield con l'intenzione di creare uno spazio adeguato per un museo di arte contemporanea in un edificio che, imparo or ora, fu comunque gia' sede di uno dei primi musei in Cina.

Ringrazio il perennemente indaffarato JiangShan, che comunque avro' modo di incontrare piu' avanti, e dopo una rapido rinfresco esco, armato di mappa e pazienza, mi avvio a piedi verso il RAM che non e' molto lontano, e mi piace l'occasione per imparare un po' di piu' delle strade di ShangHai. Arrivo al RAM dopo una mezzoretta, ed effettivamente all'esterno combina elementi architettonici europei e cinesi in un piacevole mischio Deco'.

Attraversando l'androne arrivo in uno spazioso cortile, la struttura principale alle mie spalle. Un grande slogan a caratteri rossi recita il tema “Contadini: costruire una citta' migliore, una vita migliore” che risuona lo slogan dell'attuale Expo “Citta' migliore, vita migliore”. Considerato che la costosissima Expo e' stata costruita grazie al lavoro degli immigrati provenienti dalla campagne cinesi, l'accostamento e' molto piu' che casuale.

Giro i tacchi e decido di entrare dal portale alla mia sinistra, risposta errata, la signorina mi indica gentilmente l'entrata a destra. Entro, compro il biglietto, prendo il catalogo e decido di non leggerlo, voglio scoprire seguendo la mostra e le sue didascalie che cosa mi attende. Nella prima saletta un rozzo velivolo, sembra reduce da un incidente. Leggo attorno, guardo la foto dell'artefice di questo: e' Tan Chengnian e questo e' cio' che rimane di un aereoplano fatto da lui con l'intenzione di regalarlo a sua moglie. Tan Chengnian e' morto nel 2007, durante un volo di prova.

Salgo ai piani superiori: ci sono robots, macchine volanti, sottomarini tutti costruiti artiginalmente, con materiali di recupero. In mezzo ci sono opere di Cai GuoQiang, che si mette quindi sullo stesso piano di uomini che, con ogni mezzo, cercano di realizzare sogni di fuga dalle proprie circostanze, di elevarsi, di immergersi, di volare. Mi piace questo suo mischiarsi a loro: e' lui che si sente come loro, o vuole elevare loro alla sua posizione di Artista? Le macchine trasudano e trasmettono la forza di questi sogni, di queste volonta'. Non sono “invenzioni” vere e proprie, ma sono testarde materializzazioni di sogni, di desideri.

Mi aggiro e leggo le storie di uomini semplici, o semplici uomini, che non rinunciano al fare, al dire, con tutti i poveri mezzi a loro disposizione. Macchine fatte in casa che diventano Totem di pura energia creativa, di vita. La stragrande maggioranza non sono utilizzabili, neppure funzionanti ma come dice Cai Guo-Qiang per inciso “Sono nati dal desiderio di fuga dalla gravita' delle proprie circostanze. Come succede per i lavori d'arte, sono praticamente inutili, ma tutti li prendono molto sul serio”.

Leggo che Cai GuoQiang e' un collezionista di questi lavori, da diversi anni. C'e' una stanza dedicata ai lavori di Wu Yulu, praticamente un laboratorio con robots saltano, ballano e alcuni spruzzano colori “nello stile di Damien Hirst e Jackson Pollock”, recita una didascalia.

Ci sono documentari e testimonianze della vita di questi creatori, e in una stanza a parte documentari che illustrano altri tipi di sacrifici, sono: “Our Century”, diretto da Artavazd Peleshian dell'ex Unione Sovietica, e “Out of the Present” del Rumeno Andrei Ujica, storie di uomini che si spingono al limite nel perseguire i sogni e gli ideali, si, di pionieri dello spazio e di costruzione di una societa' migliore, ma sono sforzi diretti e incanalati da uno stato totalitario che qui si contrappongono agli sforzi e alle energie profuse da individui. Anche questo accostamento non mi pare del tutto casuale, considerato i temi sociali, politici e culturali che stanno emergendo in Cina in questo momento.

Vado su e giu' per le scale e riguardo ancora la mostra, a me sovviene l'Arte Povera, nella sua piu' pura definizione, di anti-istituzione governativa, culturale e industriale: i materiali di realizzazione di questi sogni materializzati sono, appunto, poveri (scarti industriali, plastica, pezzi di ferro e alluminio, legno) ma riassemblati nella costruzione, in questo caso, di macchine e macchinari, una Tecnologia Povera che ricostruisce simbologie di archetipi come il Volo, La Fuga. Uomini con poveri mezzi ma ricchissimi dentro.

Leggo che qualcuno definisce questi lavori “readymades culturali” e sono in disaccordo con la definizione. Qui mi pare di essere piu' di fronte non tanto a readymades o a “invenzioni” quanto a pure creazioni, materializzazioni magari modeste, rozze, semplici, di macchine di “fuga”, il prodotto di tenacia e ingegnosita' creativa individuale, che stanno a dimostrare una indomita volonta' di superamento dei limiti, esterni e interni, con tutto cio' che si puo' trovare e avere a disposizione e rischiando tutto, anche la propria vita, in questa ricerca di realizzazione del proprio “sogno”. Non si puo' che rimanerne affascinati e stimolati.

La mostra prosegue fino al 25 luglio.

Marco Maurizio Gobbo



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