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ARTASIA
cosa, quando e dove succede

 
Vieni in Cambogia, vieni a Angkor Wat - Parte Terza

Bayon, Angkor Thom

Quattro visi che mostrano il famoso “sorriso khmer” sono rivolti verso i quattro punti cardinali e sormontano le porte di entrate e, all'interno, le torri del Bayon, e altro non sono che una rappresentazione di bodhisattva, e qualcuno dice anche ritratti di Jayavarman VII, il re che ruppe una tradizione multisecolare di induismo imponendo il buddismo mahayana come religione di stato. Il sito emana una sua forza particolare, saranno le torri con questi visi che ti sorridono da tutte le direzioni o i verdeggianti giardini attorno o i bassorilievi di splendida fattura, narranti le gesta guerriere e la vita di tutti i giorni... sara' il raccontare pacato di Wani, instancabile nel suo erudirci... non sappiamo esattamente perche', ma siamo stregati da Bayon. Sam caccia un urlo : “A snake!”, oh mamma, e dov'e'? Indica un pertugio tra gli antichi massi, io che mi immaginavo un crotalo, un pitone, chesso', vedo a malapena questo pezzetto di serpentello che sara' come il mio dito medio, che sta … ma che fa? Oh! Sta ingurgitando una piccola rana, le due gambette posteriori sono li che ancora si muovono mentre quello paziente inghiotte la malcapitata. Sam scatta foto a raffica. Ecco, anche il thriller della Natura in azione. Rialzo il mento e riguardo le statue.

Ci accorgiamo ora che l'aver accettato di fare il giro di visite al contrario e' stata una vera benedizione, perche' ci troviamo in un crescendo vorticoso di siti e templi uno piu' ricco e piu' affascinante del precedente, e tra poco culmineremo con la parte piu' importante, il climax vero e proprio, Angor Wat, la Citta' Pagoda. Molti turisti iniziano da Angor Wat e passano a Bayon, per poi visitare gli altri templi, che inevitabilmente appaiono via via meno belli e “importanti”, mentre il nostro giro ci sorprende vieppiu' ad ogni nuova fermata, e questo ve lo consiglio caldamente, quando deciderete di andare in Cambogia, ad Angor Wat.

Usciamo e ci avviamo all'automobile, ho proprio sete, chiedo a Sam se vuole bere qualcosa, c'e' li vicino un venditore ambulante di bibite e acqua, poi vedo Wani e penso chissa' che sete avra' lui, che e' da stamattina che parla senza fermarsi. Lo invito ad prendere qualcosa con noi, sulle prime rifiuta, ma come, mi dico, non puoi rifiutare, insisto un po' smarrito, spero che non ci sia un'etichetta particolare da rispettare, ma dopo il secondo rifiuto e al mio terzo invito accetta con un sorriso, e meno male. Questa e' una particolarita' che accomuna l'Asia: non e' bello accettare subito qualcosa, forse c'e' la paura di sembrare avidi o ghiotti, ma il primo 'no' il piu' delle volte non e' un "no', e' semplicemente buona educazione.

L'auto parte e mentre ci avviciniamo a Angkor Wat notiamo la massa d'acqua del fossato che lo circonda e, seguendo le spiegazioni, impariamo che e', nientepopodimenoche il simbolo dell'Universo, costruito dal re Suryavarman II agli inizi del 12esimo secolo, ovvero all'apogeo dell'impero, come tempio di stato, e forse, si congettura visto le peculiarita' dell'edificio, come tempio funebre del re stesso.

Il tempio e' costruito come rappresentazione del monte Meru, monte sacro e casa degli dei della religione induista, con le cinque torri che rappresentano i cinque picchi del monte, quindi un vero e proprio tempio-montagna, circondato dall'acqua. La vista e' grandiosa e i bassorilievi superbi: la mitologia indu si narra davanti a noi, mentre camminiamo in silenzio ammirando le antiche pareti. All'interno le apsara, le bellissime vergini danzati create dalla schiuma dell'oceano di latte (vi ricorda qualcosa, vero?) zangolato dagli dei nel loro sforzo di creare l'elisir dell'immortalita', sono incise un po' dappertutto, si dice che ne siano piu' di 2000 solo ad Angkor Wat, e hanno contato almeno 37 diverse fogge dei capelli delle leggiadre fanciulle, che danzano per sempre sui fior di loto aperti, segno di purezza, e con in mano fior di loto chiusi, simbolo di verginita'.

Passiamo momenti di assoluto silenzio, ogni tanto rotto dalle necessarie puntualizzazioni di Wani.

All'improvviso, come se ce lo fossimo detto, partiamo a fotografare dappertutto, sopratutto le apsara, e i Budda, e i lunghi, bui corridoi... il tempio non e' solo un monumento, ma e' sempre meta di pellegrinaggi e di preghiera. So che cosa stiamo cercando di fare: stiamo cercando di imprigionare per sempre in immagini ferme non quello che vediamo, ma quello che proviamo. Impossibile, al massimo saranno ricordi personali, che visti da altri susciteranno piu' o meno vaste eco e rimandi ad altri ricordi.

Anche noi innalziamo le nostre preghiere, accendendo tre incensi e, almeno da parte mia, offrendo un pensiero alla pace, pace per tutti.

Inizia a piovere, una pioggia che in pochi istanti diverra' battente e poi scrosciante, Sam e' estasiato. Mi dice che la pioggia gli piace, che pare dare vita al posto. Guardiamo il cortile da una delle diroccate finestre, ci sono ruscelletti d'acqua che corrono lungo le pareti del tempio, delle torri. Nessuno parla, sembra che tutti i visitatori si siano messi d'accordo, tutto intorno e' un concerto di gocce e goccioloni, di acqua che dalle pareti si lancia nelle pozzanghere formatisi rapide nell'antico cortile.

Poi, veloce come e' arrivato, l'acquazzone svanisce di colpo, lasciando le pietre lucide, specchianti, nel silenzio che persiste.

Usciremo dal tempio lentamente camminando sulla strada principale che si stende sul grande fossato d'acqua che lo circonda e qui mi arrivano in un sussurro le parole di Leopardi “il rimembrar delle passate cose”... e' a questo che induce Angkor Wat, una sottile e persistente meditazione sulla storia, le gesta, lo splendore e la decadenza, il potere assoluto e la sua transitorieta', e altro ancora.

La storia si incarnera' davanti ai nostri occhi mentre giriamo per le strade, la sera, alla ricerca di un ristorante, e sara' un uomo di cui non riesco a definire l'eta', magro e mutilato che non chiede ma ci si para davanti e sorride debolmente, le mutilazioni di chi forse salto' su di una mina anti-uomo, magari da ragazzino, le mutilazioni che incarnano in migliaia di Cambogiani ferite che sono allo stesso tempo personali e storiche. Diamo, e quel che diamo non sara' mai abbastanza, e questa consapevolezza di ingiurie e ferite irrimediabili mi da un capogiro, mi provoca un principio di nausea, di debolezza fisica. Sam mi guarda interrogativo e gli faccio cenno che e' tutto ok. Certi pensieri li sappiamo neutralizzare, mettere da qualche parte recondita e andare avanti con la “nostra” vita.

Dopo una rapida cena, rifacciamo un giro nella zona dei mercatini notturni; Sam vuole comprare un vestitino di cotone per sua cugina, dopo un'altra ora torniamo in albergo e abbiamo davvero bisogno di un sonno di piombo e ristoratore per ridarci le energie per la visita del giorno dopo, al lago Tonle Sap e al “villaggio galleggiante”, per poi tornare a Angkor Wat. Sto per dire qualcosa a Sam, mentre alzo gli occhi dalla guida, ma sta gia' dormendo; saggia decisione, e spengo la luce.

Fine terza parte (continua)

Marco Maurizio Gobbo



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