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ARTASIA
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Sakate Hiroshi: Architectural Eros

Architectural Eros Sakate Hiroshi

My photographs are intended to represent something you do not seeEmmet Gowin

I lavori fotografici di Hiroshi Sakate si sono, nel corso degli anni, focalizzati su tre tematiche principali: la fotografia di paesaggio, il nudo e il ritratto.

La recente mostra “Architectural Eros” si concentra sull’esplorazione di dettagli architettonici che vengono trasformati dall’occhio dell’artista per divenire un nuovo soggetto, un’ espansione della percezione del soggetto che viene, in questo modo, ricreato e riprodotto sotto forma di “immagine nuova”. Le strutture scelte da Sakate includono interni ed esterni di edifici che grazie al suo personale senso della composizione, della luce e della prospettiva vengono ridefinite per comunicare nuove ambivalenti armonie, testimonianze dei valori estetici e dei significati culturali espressi dalle strutture architettoniche stesse.

Il sapiente uso della luce naturale e artificiale, diurna o notturna, riflessa o diretta e’ lo strumento principale usato da Sakate per trasformare dettagli di edifici in frammenti di esseri viventi, in una relazione che e' dialogo tra l’oggetto fotografato e lo sguardo rivelatore dell’artista.

Sakate non si accontenta di trasformare un dettaglio di un edificio in qualcosa di “piu’ interessante”, la sua non e’ una mera dichiarazione dimostrativa di percezione estetica, non e’ sua la frase: “questo dettaglio e’ una bella fotografia”, piuttosto Sakate ci restituisce quanto del costruttore, dell’architetto, dell’ideatore c’e’ in un edificio, ci ritorna i significati e le immagini, consce o inconsce non importa, che chi penso’ l’edificio proietto’ nella struttura-creatura, e al contempo, ci consegna le sue proprie proiezioni di significati e idee.

Le quindici fotografie scelte per Architectural Eros sono la concretizzazione artistica di un concetto di architettura come metafora psicoanalitica di cio' che la mente umana proietta all'esterno, sugli edifici.

E non e' un caso che Sakate raggiunga questo risultato, dato il suo essere, oltre che fotografo, architetto.

Non e' una novita' che “un edificio, una casa, una struttura siano luoghi in cui l'uomo si rapporta e vive con le superfici e con gli oggetti di cui si circonda per rappresentare il proprio mondo d'espressione non verbale, e in quanto luoghi quotidiani del nostro vissuto sono la superficie, l'epiderme tra il mondo esterno e il mondo interiore” (Mimmo Pesare. «Le radici psico-dinamiche dell'abitare». Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia [in linea], anno 10 (2008) [inserito il 5 dicembre 2008], disponibile su World Wide Web: <http://mondodomani.org/dialegesthai/>, [39 KB], ISSN 1128-5478).

Il rapporto simbolico corpo-casa, organismo-edificio rappresenta uno dei temi ricorrenti dell'architettura e anche le strutture contemporanee, per quanto spezzate, divise, non-coerenti non riescono a sfuggire all'idea di corpo, ad una antropomorfizazzione della struttura, ed e' in questa metafora che si muove l'opera di Sakate.

Guardando le fotografie in mostra veniamo presi per mano e portati a percepire una realta’ diversa, arbitrariarmente scelta (come arbitrarie sono tutte le fotografie del mondo) per indicarci uno dei possibili significati che le immagini possono comunicare, e questa realta’ e’ l’umanizzazione, il rendere organismo vivente cio’ che normalmente percepiamo come inanimato, come “costruzione, somma di materiali”.

L’occhio fotografico e rabdomantico di Sakate diventa strumento rivelatore, di conoscenza, di chi interroga la struttura non accontentandosi di accettarla per come “sembra”, per poi darci una delle possibile risposte, a loro volta portatrici di nuovi, multipli significati e grazie alla sua esplorazione siamo invitati a partecipare a questo gioco di scoperta, di proiezioni, per dare nuovi e multipli significati a cio’ che, apparentemente, “vediamo” in un edificio.

Marco Maurizio Gobbo



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