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ARTASIA
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Corea mania: 1 ottobre 2012 lunedi' Seoul N Tower – Dongdaemun (terza parte)

Seoul Art Center foto mmg

La mattina e’ luminosa, fresca, con il sole che promette un pomeriggio caldo. Rimugino sulla mappa di Seoul, mentre sto indulgendo a letto. Penso che per visitare la citta’, e secondo me qualsiasi citta’, la cosa migliore da fare sia scarpinare. Il tragitto a piedi dall’albergo alla N Tower di Seoul mi pare perfetto, dovrebbe durare un paio d’ore, forse tre, e dopo la visita potrei pranzare e poi decidere che cosa fare per il pomeriggio e la sera.

L’arcigna misandrica alla ricezione e’ stata sostituita da un giovanotto sui 30 anni, cordiale, quando non e’ assorbito dallo schermo del computer. Gli chiedo aiuto nello stabilire un tragitto che mi porti al parco della N Tower. E’ meravigliato e mi suggerisce un taxi. Gli dico che preferisco andare a piedi. Mi dice che ci sono anche degli autobus. Ribadisco che voglio andare a piedi. Mi fissa per un paio di secondi, e poi dice ok, come dire “Se proprio insisti”. Stabiliamo il tragitto e lo saluto. Di fianco all’albergo compro qualcosa da mangiare e del liquido marroncino in lattina che mi sto abituando a chiamare caffe’. Il traffico e’ quasi inesistente. Seoul e’ un misto di edifici vecchi e nuovi, e qui dove sono io c’e’ parecchio verde pubblico. Seoul, d’istinto, e’ un posto che mi piace.

Sono arrivato ad una strada larga, e di fianco c’e’ una zona che comincia ad essere pre-collinare, con delle stradine che vanno su. Prendo una di queste stradine, e mi trovo in una zona chiaramente residenziale, con edifici alti tre o quattro piani. Tranquillissima. Mentre salgo la strada ogni tanto appaiono scorci della citta’, che mi soffermo ad ammirare. Ho deciso di andare alla N Tower anche perche’ marca il punto piu’ alto della citta’, e gode di un magnifico punto di osservazione a 360 gradi.

La vedo gia’, anche se mancano ancora almeno due chilometri, forse qualcosa di piu’. Arrivo a quella che sembra la parte piu’ esterna del parco, non ho molti punti di riferimento, ma vado a naso, e decido di inoltrarmi. Sudo leggermente. Approdo ad una strada asfaltata, e’ percorsa da autobus, con gruppi di turisti. Seguo la strada, e incontro diversi gruppetti di persone, ovviamente hanno deciso anche loro per la camminata. Arrivato quasi alla torre, sono sorpreso dal numero di visitatori. Siamo in parecchi. Arrivo alla piazzetta antistante la torre. Parecchie famiglie, giovani, coppie, gruppi. E’ lampante che questo e’ uno dei punti focali di visita per i turisti, stranieri, coreani e anche cittadini locali. Scatto alcune foto ai bimbi che giocano.

Sotto la torre ci sono dei ristoranti, tra cui uno italiano, bar, dei negozi di souvenir e sul lato alla mia destra ci deve essere qualcosa di speciale, perche’ c’e’ un fitto andirivieni di persone. Seguo il flusso, e mi ritrovo in una piazzettina, da dove si gode gia’ una bella vista della citta’, ma non e’ questo che attira la folla: sono i lucchetti dell’amore, attaccati agli steccati metallici di protezione. Parecchi si fanno immortalare davanti ai lucchetti, e alcuni si avventurano ad agganciare dei lucchetti. Per sempre. Un’affermazione impegnativa. Scatto foto e guardo la citta’ intorno, individuando edifici di forma particolare e zone famose, come Itaewon.

Compro il biglietto per salire al punto piu’ alto, ci si va con un ascensore veloce, devo attendere circa cinquanta minuti. Rifaccio il giro della piazza, della piazzetta e entro nel negozio di souvenir. Una signora vende anelli d’argento, e all’istante puo’ incidere sull’anello nomi, dediche e quant’altro. Mi prende la voglia di immortalare la visita in Corea con un anello che mi autodedico. Parliamo in inglese, gli dico che vorrei un nome in coreano. Ne passiamo in rassegna un po’. Poi mi decido e sull’anello appare il mio nome italiano affiancato a quello coreano, che e’ poi Ji-Hun (o Ji-Hoon).

All’interno della torre la fila e’ ordinata, noto che c’e’ una mostra permanente dedicata all’Orsacchiotto, il “Teddy Bear”, qualcosa che non mi sarei proprio aspettato. Dovrei raccomandarlo a qualche amico a Milano. Arrivato al punto piu’ alto la vista sulla citta’ e’ parecchio suggestiva, l’occhio abbraccia tutto il panorama. Sulle vetrate hanno indicato i nomi delle principali citta’ del mondo, con le loro direzioni e distanze in chilometri. Si potrebbero spedire delle cartoline, ma ormai ho dimenticato gli indirizzi reali delle persone, e non ho con me nessuna agenda. Tutto e’ digitale. Mi piacerebbe sorprendere qualche amico e parente con una cartolina, un gesto ormai straordinario, quasi un ricordo del tempo andato. Rimane un pio desiderio. Inizio la mia discesa dalla torre, sono tentato per un attimo di prendere uno degli autobus ma la folla e la fila in attesa mi scoraggiano all’istante, decido di proseguire a piedi, e a piedi camminero’ fino alla Stazione ferroviaria di Seoul. Da li rientro in albergo, per una doccia e un riposino, prima della mia scorrazzata notturna a Dongdaemun.

Quello comunemente conosciuto come Dongdaemun (La grande porta dell’Est) si chiama  in realta’ Heunginjimun, che significa "La porta della crescente benevolenza”. Questa e’ una delle otto porte di entrata del muro e fortezza che circondava Seoul durante la dinastia Joseon. Si trova nella zona di Jongno, non lontano da Insadong. Ci arrivo direttamente in metro, e appena esco mi ritrovo in una zona con edifici moderni e parecchi centri commerciali, con grandi marche e firme di design e un sacco di gente per strada. Ci sono bancarelle per strada, un palco li, vicino all’entrata di un centro commerciale, dove una dozzina di ragazze ballano su dei ritmi scelti da un dj, anche lui sul palco. Sotto c’e’ un discreto pubblico di passanti che si avvicendano ad osservare lo show. Mi sto abituando a mangiare comprando quello che mi attrae al momento, dalle bancarelle. Questa zona mi da l‘impressione di essere sempre aperta per business, giorno e notte, mentre cammino mi sembra che tutta la zona sia un gigantesco centro commerciale. Sto passando sopra un ponte, sotto di me scorre un canale, e sul lato alla mia destra c’e’ un gruppo musicale, con cantante. All’altro lato un pubblico composto da una cinquantina di persone, che applaudono ad ogni canzone. Canzoni che non hanno bisogno di traduzione per indovinarne la natura romantica e sentimentale. Mi chiedo se sia uno spettacolino improvvisato o se sia stato organizzato e autorizzato.

Arrivo davanti al Dongdaemun vero e proprio, e alla mia destra si apre un ampia strada a piu’ corsie, che mi accorgo porta di nuovo a Insadong. E dopo delle foto di rito, torno nella zona di Insadong, e questa volta mi infilo in un piccolo ristorante. Mentre sono li mi arrivano dei messaggi da Angelo, l’altro mio amico coreano che abita a Milano, Mi chiede che faccio e dove sono. Glielo dico e prontamente mi indica che li a poche centinaia di metri un suo caro amico di infanzia ha aperto un pub. Mi consiglia di andar a trovarlo, e dopo una leggera cena, cosi faccio. Le sue indicazioni sono molto chiare, e mi arrivano via whatsapp, e in pochi minuti arrivo al pub, dove il suo amico pareva aspettarmi. Chiedo un caffe’, mentre mi siedo al banco. L’atmosfera e’ calda, piacevole. Non ci sono molti clienti, ci sono due o tre tavoli con tre o quattro persone, e cosi il proprietario e barista ha tempo di chiacchierare un po’ con me. Non so una parola in coreano e lui zoppica parecchio in inglese, ma riusciamo a comunicare. Alle pareti ci sono manifesti di vecchie pellicole. Mi arriva un altro messaggio da Milano, da Angelo, Si, si gli confermo che ho trovato il posto e va tutto bene. Il mio oste insiste anche nell’offrirmi il caffe’, visto che sono amico di Angelo e che arrivo per la prima volta a Seoul. Ah, grazie molte! Se gli amici coreani vogliono corteggiarmi, ci stanno riuscendo benissimo.

Rientro in albergo, domani mi attende il treno per Gwangju e la visita alla Biennale dell’Arte, con Bruno.


(continua)
Marco Maurizio Gobbo



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