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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'RIVOLUZIONE CULTURALE'
 
Cina, Provincia del Gansu: sulla Via della Seta, DunHuang e Mogao (Parte Sesta)

Grotta Biblioteca, Mogao, Gansu, Cina

Nella mia stanza d'albergo sto leggendo, saltando da libri a guide turistiche, sui documenti rinvenuti nella "Grotta Biblioteca". E' interessante leggere la versione ufficiale di questo ritrovamento da parte di storici del’arte approvati dal governo cinese, perché dà un altro sguardo su quello che potrei chiamare la vecchia propaganda nazionalista e comunista. Ancora in giro oggi.
La "Grotta Biblioteca" è stata scoperta nel 1900. A quel tempo la Via della Seta era un ricordo del passato, Dunhuang dimenticata dal mondo. La maggior parte delle grotte di Mogao abbandonate, il sito appena usato come luogo di culto dalla popolazione locale. In questo periodo un taoista cinese di nome Wang Yuanlu si autonomino’ custode di alcuni di questi templi, e fece anche qualche tentativo di ripararne alcuni. In una grotta, Wang scopri’ una zona murata, dietro a un lato di un corridoio che conduceva ad una caverna principale: dietro il muro apparve una grotta più piccola stipata di manoscritti.


Così la grotta scoperta da Wang Yuanlu divenne famosa con il nome di “Grotta Biblioteca”. Questa grotta è ora numerata come 17, appena dentro l'ingresso che porta alla grotta n.16; originariamente fu usata come grotta dedicata alla memoria di un monaco locale, Hongbian, dopo la sua morte, avvenuta nel 862 CE. Hongbian fu l'uomo che fece costruire la grotta 16 e la Grotta Biblioteca potrebbe essere stata usata da lui come
sancta sanctorum. Si calcola che fino a 50.000 manoscritti risalenti agli anni tra il 406-1002 CE possano essere stati tenuti lì e mentre la maggior parte di loro sono in cinese, molti documenti sono in altre lingue (tibetano, uighur, sanscrito, tra gli altri) e con lavori canonici buddisti ci sono opere confuciane, opere taoiste, opere di cristiani nestoriani come i cosidetti Sutra di Gesù, documenti amministrativi, antologie, glossari, dizionari, esercizi calligrafici, e antichi spartiti musicali, così come l'immagine della astronomia cinese, la "mappa Dunhuang". E' impossibile sottovalutare l'importanza della Grotta Biblioteca come fonte di prime, rare immagini e testi prodotti dalle xilografie di stampa, tra cui il famoso Sutra del Diamante, il libro stampato più antico ad essere giunto a noi.
I manoscritti forniscono una visione unica nella vita religiosa e secolare della Cina del Nord, così come degli altri regni dell'Asia centrale dei primi periodi, fino alla dinastia Tang e all'inizio della dinastia Song.


Negli anni dopo la scoperta, Wang prese alcuni manoscritti per mostrarli a diversi funzionari cinesi che non espressero mai interesse, fino a quando nel 1904,
a seguito di un ordine da parte del governatore del Gansu, Wang ri-sigillo’ la grotta.
Fu nello stesso periodo che vari esploratori occidentali cominciarono a mostrare interesse per l'antica Via della Seta e le città perdute dell'Asia centrale. La scoperta di Wang attiro’ l'attenzione di archeologi provenienti da tutto il mondo, come il gruppo indobritannico guidato dall'archeologo ungherese Aurel Stein, che era in spedizione archeologica nella zona nel 1907. Wang vendette a Stein migliaia di manoscritti, pregiati dipinti e tessuti. Gli acquisti di Stein vennero suddivisi tra la Gran Bretagna e l'India perché la sua spedizione era stata finanziata da entrambi i Paesi. Egli fu seguito a ruota dal francese Paul Pelliot, e Wang vendette anche a Pelliot migliaia di articoli nel 1908: Pelliot era un letterato, esperto sinologo, e fu quindi in grado di scegliere una migliore selezione di documenti di quella di Stein. Fu seguito a sua volta dal giapponese Otani Kozui nel 1911 e il russo Sergei F. Oldenburg nel 1914. (Oggi sono in corso sforzi per ricostruire i manoscritti della Grotta Biblioteca in versione digitale, e sono disponibili presso l’International Dunhuang Project) Mentre Stein e Pelliot provocarono curiosita' e ammirazione in Occidente sulle Grotte di Dunhuang, i circoli ufficiali cinesi continuarono a mostrare assoluto disinteresse.


Ora, è abbastanza capibile l'odierno tono autodifensivo degli autori cinesi mentre scrivono della Grotta Biblioteca e sulla dispersione di gran parte dei preziosi materiali. Wang è presentato come un credulone e ingenuo, facilmente ingannato dai furbastri stranieri, e questo è in linea con gran parte della narrazione storica ufficiale relativa a tale periodo. Il fatto è, e rimane, che all'epoca dei fatti le autorità cinesi per molti anni non diedero mai nessun segno di interesse, e che Wang vendette manoscritti e altro materiale. A suo tempo lui dichiaro’ che fece questo in modo di avere abbastanza soldi per portare avanti il suo lavoro nel proteggere le Grotte di Mogao. La verità penso che sia piu’ vicina a questo concetto: Wang e le autorità cinesi del tempo non potevano nemmeno immaginare il reale valore storico e artistico di quello che avevano scoperto e che Wang stava vendendo, e secondo me c’è una riflessione che appoggia questo mio pensiero, che è totalmente assente dalla ricostruzione ufficiale, fino a tutt’oggi.


Il punto è che, mentre in Occidente l'archeologia era già ben sviluppata nel 19 ° secolo (già nel 15 ° secolo un italiano, Flavio Biondo, creo’ una guida topografica alle rovine di Roma antica per la quale fu considerato uno dei primi fondatori dell’archeologia e un altro italiano, Ciriaco de' Pizzicolli (1391 - 1453/55) viaggio’ in tutto il Mediterraneo, annotando le sue scoperte archeologiche, ed è chiamato "il padre dell'archeologia"), in Asia, e in Cina, a quel tempo l'archeologia era, semplicemente, inesistente. Infatti l'archeologia scientifica arriva ufficialmente in Cina nel 1921, quando Johan Gunnar Andersson scavo’ i primi siti del villaggio Yangshao, in Henan.


Quindi non è una sorpresa che Wang e le autorità non siano state in grado di vedere niente altro che un po' di "roba vecchia" in quei manoscritti e tessuti. Non solo essi non avevano il necessario retroterra culturale per poter apprezzare manufatti di quel periodo, ma non possedevano neppure i concetti culturali di "archeologia" che potesse aiutarli a comprenderne i valori. E’per questo che non vedo proprio la necessita’, da parte degli storiografi cinesi moderni, di coprire qualcosa che essi vedono come una vergogna nazionale, con una narrazione che si aggancia alla vecchia retorica che raffigura l’ingenuo cinese ingannato dalle volpi occidentali. A quei tempi solo un pugno di uomini in tutta la Cina poteva forse capire il reale valore della scoperta di Dunhuang, e purtroppo nessuno di loro era vicino a quel posto sperduto. Aggiungo un’altra riflessione, cercando di spiegarmi il "perché" i materiali e i manufatti scoperti a Mogao furono così trascurati dalle autorita’ politiche e culturali in Cina, almeno all’inizio. I tipici "artefatti culturali" degni di questo nome, in Cina, sono stati da sempre considerati l'arte del bronzo, la calligrafia e la poesia, con l'aggiunta della pittura di paesaggio, di frutta e uccelli, e con le porcellane, come e’ facilmente mostrato dalla storia dell’arte cinese: molto probabilmente i dipinti e i manoscritti di Mogao davano una grave impressione di crudezza artistica, arretratezza e forse anche troppo "straniera", per l’uomo di cultura cinese dell’epoca, abituato da secoli ad una chiusura mentale e culturale, ad un ripiegamento su poche, esaltate tematiche che si concentravano sull'Impero e la propria specificita' cinese. Così, mi ripeto, credo davvero che solo una manciata di uomini in tutta la Cina avrebbe potuto apprezzare davvero la scoperta delle grotte di Mogao.


E’ solo nel 1910 che il cinese Luo Zhenyu, uno dei più importante studiosi del suo tempo, nativo di Suzhou, preoccupato dal fatto che i restanti manoscritti potessero andare dispersi, insieme ad altri studiosi, finalmente convinse il Ministero dell'Istruzione a recuperare il resto dei manoscritti e inviarli a Pechino. Purtroppo alcune delle grotte sono state danneggiate dai soldati russi, come la nostra guida ci ha mostrato e ci ha detto; quello che la guida non ci dice, perche’ forse neanche lei lo sa, e’ che furono le autorita’ locali, nel 1921, che permisero l’alloggio dei soldati russi li dentro, soldati russi che erano in fuga dalla guerra civile scoppiata in seguito della Rivoluzione russa.
Questo fatto da solo è sufficiente per capire che assolutamente nessun valore storico o artistico o culturale fu dato alle grotte da parte delle autorità locali, almeno in quegli anni e cioe' per oltre ventanni. Mentre la guida racconta la sua versione della storia, ci sono commenti da parte dei visitatori cinesi sopra i malvagi russi deturpatori di Mogao. Ah, le parole sono così importanti, no? E l’omissione non è un cosi’ piccolo peccato, dopo tutto.

Nel 1941 le autorità cinesi cominciarono a prendere sul serio la loro eredità culturale, quando il prodigioso artista e pittore Zhang Daqian arrivo’ alle grotte con un piccolo gruppo di assistenti e stette li per due anni e mezzo a riparare e copiare le pitture murali. Espose e poi pubblico’ le copie dei dipinti murali, contribuendo cosi’ a pubblicizzare e dare risalto all'arte di Dunhuang in Cina. Nel 1944 fu istituito un ente, l'Istituto di Ricerca sull’Arte di Dunhuang (che più tardi divenne la Dunhuang Academy vedi: http://enweb.dha.ac.cn/index.htm ), a Mogao, per prendersi cura del sito e dei suoi contenuti. Nel 1956, il signor Zhou Enlai, primo premier della Repubblica popolare cinese, approvo’ un contributo statale per la riparazione e la protezione del sito archeologico. Nel 1961, le Grotte di Mogao furono dichiarate monumento storico degno di particolare protezione dal Consiglio di Stato cinese, e cominciarono cosi lavori di ristrutturazione su larga scala. Mentre molti altri siti buddisti in tutta provincia di Gansu sono stati completamente danneggiati durante la Rivoluzione Culturale, Mogao riusci’ a sfuggire alla pazzesca distruzione generale scatenata da Mao. Le Grotte di Mogao sono diventate uno dei siti del patrimonio mondiale culturale protette dall'UNESCO nel 1987.

(continua)



di Marco M Gobbo
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Cina, Pechino, Il Museo Nazionale Cinese.

Punto di controllo interno del Museo Nazionale Cinese a Pechino

Sono di nuovo a Pechino, con mia nipote stiamo visitando la citta’ e i suoi luoghi piu’ famosi. Da tempo volevo visitare il Museo Nazionale Cinese, riaperto da poco tempo dopo piu’ di dieci anni di lavori.
La mattinata e’ calda, ma non afosa e ci  avviamo al Museo, imponente per dimensioni e simbolismo, uno degli edifici che riportano allo stile totalitario Russo che tanto ando’ in voga in Cina. Prima di entrare al museo pensavo che fosse dedicato alla Storia Cinese nella sua totalita’, ma bastano pochi minuti per capire che questo e’ un monumento dedicato alla Cina Comunista, post 1949.

Questo e’ il Museo dove, nel suo spazio antistante, nel gennaio 2011 avevano  eretto un’enorme statua di Confucio, poi frettolosamente rimossa nel maggio del 2011 (vedi mio blog precedente)
Mi colpisce l’entrata gratuita, in una nazione che fa pagare l’entrata in qualsiasi tempio e monastero o anche solo per passeggiare su famose montagne, e spesso a prezzi salatissimi (anche su questo di piu’ su un blog a parte) se paragonati allo stipendio minimo statale... ma a pensarci bene, perche’ stupirsi? La propaganda politica e’ sempre gratis, in tutte le nazioni del mondo. In altre parti del mondo in occasioni di elezioni politiche mandano a casa gratis riviste che riscrivono la storia dei leaders, se non proprio pasta e caffe’... Ma non divaghiamo.

In effetti questo non e’ un museo che presenta la Cina, e’ un museo che presenta l’immagine del Partito Comunista e della Cina che esso rappresenta, vista dal suo punto di vista. L’uso della Storia e’ usato per dare forma e giustificare il presente.
La storia di questo museo e’ anche uno specchio delle politica del partito: infatti e’ stato chiuso e riaperto piu’ volte: fu inaugurato nel 1961, poi chiuso nel 1966, all’inizio della Rivoluzione Culturale, riaperto nel 1979, e poi chiuso e riaperto, probabilmente questo dovuto al fatto che i leaders cercavano un modo adeguato e accettabile, da parte loro, di interpretare la loro storia. La sezione sulla Storia Contemporanea chiuse nel 2001, probabilmente il Partito cominciava a vedere il Museo come anacronistico, in qualche modo non rappresentante la Nuova Cina e l’immagine moderna che si voleva dare al mondo. 
Il Museo Nazionale della Cina e’ la combinazione di due Musei pre-esistenti in Piazza TianAnMen: il Museo di Storia Cinese e il Museo della Rivoluzione Cinese. Nel 2003 questi due musei vennero fusi e rinominati Museo Nazionale della Cina, e adesso mi spiego il perche’ dell’abbondantissimo materiale dedicato alla Rivoluzione Comunista e della pochezza dedicata agli altri periodi storici della Cina.

Se esiste un Museo al mondo che rappresenta in maniera unilaterale una linea Politica, e’ questo. Non c’e’ nulla che, dal punto di vista storico, non sia volutamente calibrato e mostrato seguendo i dettami del Partito.
Forse mai prima di oggi ho visto una mostra (permanente) storica, “The Road to Rejuvenation” che racconta la storia in maniera cosi monca: la storia della Cina e’ raccontata dalla Prima Guerra dell’Oppio del 1839 (First Opium War of 1839) fino ai giorni nostri, con delle, beh diciamo stridenti semplificazioni. Praticamente la Storia e’ presentata e detta cosi: la Cina era umiliata  dalle potenze colonialiste Occidentali che stavano cercando di farla a fettine (vero), qualche patriota di buone intenzioni, pero’ malguidato, comincio’ a combattere contro le potenze occidentali fino a quando il Partito Comunista prese la leadership e guido’ il popolo cinese alla vittoria e alla riunificazione definitiva. Da qui, 1949, la Cina costrui il suo Socialismo, per circa 30 anni, dopodiche’ cominciarono le riforme e la Cina comincio’ il suo risveglio economico e di superpotenza, sempre sulla via del Socialismo e guidato dalla saggezza del Partito.

Non ci sono rappresentazioni e discussioni su momenti storici quali la guerra fraticida con il Partito Nazionalista, le diverse idee politiche e la loro genesi, il ruolo del Partito Nazionalista durante la seconda guerra mondiale, per la vittoria finale a fianco degli Stati Uniti; il periodo della guerra e’ rappresentato come una lotta di liberazione contro l’invasione giapponese, c’e’ un pannello che testualmente dice che il popolo cinese colse la sua prima vittoria nella storia moderna resistendo e respingendo l’invasione di un nemico straniero: che la guerra fosse parte dello scenario della Seconda Guerra Mondiale e che gli Stati Uniti piegarono la Marina giapponese catturando le isole del Pacifico e che poi costrinsero alla resa il Giappone cancellando dalla faccia della terra con due bombe atomiche Nagasaki e Hiroshima apparentemente non sono dati storici di rilievo per il Partito Comunista Cinese, non c’e’ nulla che parli della repressione verso intellettuali, artisti e uomini di cultura non allineati, del perche’ di tutto cio’;  nulla dice della  piu’ devastante Carestia della storia mondiale moderna, che segui’ e fu coeva al periodo del Grande Balzo in Avanti grazie a Mao e alle sue idee malsane e balzane a proposito di economia,  non c’e’ praticamente nulla che parli della pazzia e del terrore della Rivoluzione Culturale, 10 anni in tutto, mica 10 giorni, nei quali si distrussero templi, monasteri, palazzi, opere d’arte, libri antichi, dipinti, manufatti d’ogni genere e de facto depauperando per sempre le testimonianze della tradizione artistica cinese; non si parla e non si spiega perche’ il Partito decida di cambiare strategie economiche e politiche verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso, e chi lo decise. I fermenti e le speranze degli anni Ottanta e il loro culminare nei fatti di Piazza TianAnmen nel 1989? Volete scherzare?

La mostra e’ un poster autocelebrativo del glorioso progresso del popolo cinese grazie alla illuminata guida del Partito Comunista.
Ma perche’ la chiamano Storia, se mancano fatti storici che coprono decenni? Mi chiedo che cosa ne pensino i cinesi dai 50 anni in su, che quel periodo lo hanno vissuto, sulla propria pelle, a scuola, al lavoro: e’ davvero possibile che centinaia di milioni di persone (quante? mezzo miliardo?) non abbiano il coraggio di pensare alla propria storia e al proprio passato in maniera franca, coraggiosa? A tutt’oggi questo e’ da considerare il caso di rimozione collettiva piu’ grande nella storia mondiale. Visto che siamo nella Nazione che non manca un occasione per usare l’espressione  “imparare dai propri sbagli” e lo consiglia a destra e a manca nel mondo: le potenze occidentali devono imparare dai propri sbagli, i bambini devono imparare dai propri sbagli, i burocrati pizzicati con le mani nella marmellata devono imparare dai propri sbagli, i ladri devono imparare dai propri sbagli, i dissidenti devono imparare dai propri sbagli..  pare che gli unici che non debbano imparare dai propri sbagli siano i leaders e il partito comunista, forse perche’ per definizione non sbagliano mai e se sbagliano, non lo insegnano nei libri di storia o nei Musei dedicati alla Storia della propria Nazione.

Quello che successe tra il 1958 e il 1976, fu una serie impressionante di (eufemisticamente) errori politici ed economici e di crudelta’, verso gruppi e singoli. Ma nessuno e’ autorizzato a parlarne, e nessuno puo’ studiarlo. Ed e’ sopratutto questo il motivo per cui l’accesso a Internet e’ controllato e censurato in Cina, per evitare che singoli e gruppi di cinesi comincino ad accedere  a narrative diverse della propria Storia, comincino a leggere di fatti provenienti da altri punti di vista, e non si parla di punti di vista Occidentali, che qui per definizione sono considerati falsi e fuorvianti, ma nemmeno le narrative e le storie raccontate dai cinesi stessi, da chi quella storia la visse e vide in altra maniera. Questa censura e’ (anche) tra le cause del fiorire di un IperNazionalismo che, in certi gruppi, va anche oltre quello gia’ pur accentuato del Partito, per sfociare in atteggiamenti e opinioni che in altre Nazioni saremmo tentati di chiamare Fasciste e Razziste.

Una rappresentazione cosi distorta, monca, eroica, revanchist e trionfalistica della propria storia, questa mancanza di coraggio nei propri confronti non puo’ che favorire la crescita di generazioni di cinesi con una visione distorta,  monca , eroica, revanchist e trionfalistica della propria Storia, e’ inevitabile. Ci sono generazioni di giovani cinesi che in questo momento ignorano totalmente fatti ed eventi fondamentali della propria Storia, e molti di loro quando ne leggono per la prima volta rimangono smarriti, senza parole e spesso uno dei primi commenti e’ “”Questa deve essere un’invenzione, propaganda Occidentale!”.
Vorrei chiarire un punto, prima di essere magari accusato da qualcuno dei miei amici cinesi di unilateralita’ e parzialita’: sono perfettamente conscio che tutte le Storie delle Nazioni sono, inevitabilmente, una versione parziale, (sono i vincitori che scrivono la Storia, alle volte bruciano i libri degli sconfitti, per meglio riscriverla): ed ecco perche’, per raggiungere un’imparzialita’ Storica tutti i punti di vista e le storie dovrebbero essere dette, scritte e confrontate, ed e’ questo che mi colpisce qui in Cina,  l’assoluta e programmata mancanza di confronto con interi capitoli della propria storia. Quindi chiedo agli amici cinesi di leggere queste mie frasi con equilibrio, e giudicare dai fatti (come dice Mao), non guardando solamente al dito...

Fatti storici, anni ed eventi trattati come polvere da nascondere sotto il tappeto. Il Museo e’ un monumento ad un partito che non ammette visioni alternative e che controlla in maniera ferrea la narrativa storica, che qui e’ un susseguirsi di Trionfi del Partito presentati come Trionfi della Nazione, evita di rappresentare i Conflitti e le sconfitte, e i loro motivi, e allo stesso tempo e’ un segno del fallimento della capacita’ di creare un’ istituzione culturale credibile. Un Museo con una mostra, “The Road to Rejuvenation”  assolutamente da non perdere per capire cosa il cittadino medio cinese impara e conosce a proposito della propria storia recente.




di Marco M Gobbo
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Cina, Un Viaggio a LuoYang, Parte Prima: Il Monastero Shao Lin.

La Grande Hall del Tempio Shao Lin

La prima volta che sentii parlare del monastero e tempio Buddista ShaoLin (少林寺) fu nel 1982 o 1983, quando lessi del grande successo del film “ShaoLin Temple”, appunto, con protagonista Jet Li, che grazie al ruolo in quel film parti’ per una grande carriera cinematografica.

Con l’amico Howard abbiamo preparato la nostra tre giorni di visita a LuoYang (洛阳), nella provincia dell’HeNan, una delle Quattro Grandi Capitali Storiche della Cina. Probabilmente l’area intorno a Luo Yang e’ la culla, l’inizio della cultura cinese, ed e’ proprio in questi paraggi che si trova il monastero ShaoLin, e, di molto piu’ grande interesse per me, le Grotte di LongMen, una delle piu’ impressionanti raccolte di grotte-tempio scavate in una collina e costituenti uno dei piu’ alti tributi nella storia dell’arte e della spiritualita’ Buddista.


A LuoYang ci andremo in treno partendo da SuZhou, un viaggio di oltre dodici ore (con un costo di circa 250 RMB solo per l’andata) in cuccetta di seconda classe, in uno scompartimento con sei posti e senza porte, che da direttamente sul corridoio, il concetto di “privato” pare che non sia ancora contemplato sui treni normali, in Cina. E che si sia sotto l’egidia della Grande Sorella (la Cina, per me, e’ “donna”) lo si capisce dall’altoparlante, che con voce suadente e femminile non smette di appellarsi ai viaggiatori come ad “amici” e a dare svariate informazioni e consigli. Quando la voce non parla il silenzio viene subito riempito da musica, di qualsiasi tipo. Non c’e’ attimo in cui l’altoparlante smetta di riempirti la testa: o musica o consigli da parte della Grande Sorella. Alle ventidue circa la musica smette e la luce si spegne, il segnale che tutti devono andare a nanna. Non c’e’ la possibilita’ di avere una luce singola, mi sembra un salto indietro nel tempo, un tempo dove tutti facevano tutto all’unisono. Alle 7 e 10 del mattino la voce della Grande Sorella irrompera’ di nuovo, costringeranno tutti al risveglio, un altro segnale di imposta vita di comunita’.

Luo Yang e’ ancora la Cina in via di sviluppo, una citta’ con un passato gloriosissimo, assolutamente decaduta, lontana anni luce dal nuovo, ricco scintillio di ShangHai, GuangZhou, BeiJing o Shenzhen. Ma non e’ per Luo Yang che siamo qui, anche se involontari paragoni continuano ad affiorare.

Di fronte alla Stazione Ferroviaria c’e’ la Stazione degli autobus, e dopo una veloce colazione in un fast food cinese lasciamo il bagaglio in deposito e ci sediamo sull’autobus che ci portera’ al famoso tempio.

Guardo fuori dal finestrino e ci sono diversi momenti che vorrei fermare con la macchina fotografica, ma la stessa e’ nello zaino, non ci avevo pensato prima, e cosi il bimbo vestito da piccolo imperatore, in oro e rosso vivo, che ride e gioca con i nonni e la mamma sul marciapiede davanti ad un piccolo, modestissimo negozio rimane solo nella mia memoria, come anche la fila di uomini che escono da un ufficio, tutti con un sacco pesante sulle spalle, sembra un sacco di cemento da 25 chili, o forse riso, una fila di una ventina di uomini, dall’aria assorta e seria. Passiamo per una zona dove vedo insegne in arabo e dove c’e’ una strada con parecchie bancarelle che vendono carne macellata, esposta sui tavoli.

L’autobus prosegue ad una lentezza incredibile, ogni tanto si ferma per far salire qualcuno, Howard mi spiega che, secondo lui, molto probabilmente l’autobus sta cercando passeggeri in “nero”, che pagheranno un biglietto ridotto, e i cui soldi finiranno nelle tasche di autista e controllore.

L’arte di arrangiarsi, senza confini.

Grazie al suo apparentamento con il KungFu, lo ShaoLin Temple e’, probabilmente, il monastero Buddista Mahayana piu’ famoso al mondo, e dal 2010 fa parte della lista dei siti Unesco, incluso nella lista dei “Monumenti Storici di Dengfeng”. Qui c’e’ la sede di una delle piu’ famose scuole di KungFu, con praticanti che arrivano da tutta la Cina e anche da altre parti del mondo.

Il tempio stesso, fondato attorno al 5 secolo CE, di “monumento storico” ha, davvero, pochissimo: e’ stato piu’ volte distrutto nel corso della sua storia, parzialmente o totalmente, e una delle ultime piu’ grosse ingiurie gli fu inflitta nel 1928, per mano di Shi Yousan, un generale cinese famoso per i suoi voltafaccia e defezioni, che gli diede fuoco, un fuoco che brucio’, a quanto pare, per quaranta giorni e che distrusse il 90 per cento degli edifici, incluso la biblioteca dei manoscritti, antichi strumenti musicali, statue e dipinti. Il colpo finale arrivo’ con il Partito Comunista: la Rivoluzione Culturale aveva tra i suoi bersagli le istituzioni religiose e i comunisti si accannirono anche contro il monastero. La storia riporta che quando le Guardie Rosse attaccarono il tempio vi trovarono cinque monaci che furono messi in ceppi e costretti a indossare dei cartelli sui quali erano descritti i propri “crimini”. I monaci furono fustigati in pubblico, messi alla berlina per le strade, con la gente che gli gettava immondizia addosso, per finire in prigione. Il governo comunista cinese lascio’ il tempio sbarrato per parechi anni.

Leggo queste notizie su un opuscolo, un libretto stampato e venduto nel monastero, e su internet, su Wikipedia, altre mi sono date a voce.

Nel suo odierno avocare e conglomerare in se’ tutte le tradizioni del passato, il Partito Comunista, nella sua transizione verso “Unico Partito Che Rappresenta il Popolo e la Nazione”, insieme a Confucio, si e’, come dire, appropriato della tradizione Buddista, facendone un’appendice storica della vita della nazione di cui, ora, e’ protettore, mentore e, in tutti i sensi, Guardiano. L’importante e’ che il Buddismo stia nei ranghi, e forse per assicurarsi cio’ che l’Abate dello ShaoLin Temple e’ membro del Partito Comunista ed e’ membro “eletto” del Congresso. Un membro di Partito ed Abate abbastanza chiacchierato, visto che ci sono insistenti voci in Cina, che lo danno come proprietario di una fortuna nascosta di svariate centinaia di milioni di Euro e lo accusano di avere una giovane amante, a Pechino. Tutto questo e’, attualmente, molto cinese: quasi non passa giorno senza che appaiano notizie su mazzette enormi e giri di donne, su improvvisi arricchimenti e liste spese spropositate, sui comportamenti da piccoli despoti che coinvolgono funzionari di partito e burocrati piccoli, medi e grandi, il comportamento dell’Abate, se provato, e’ assolutamente nella "norma" attuale.

In effetti, in questo momento storico, la funzione pubblica dell’Abate e’ quella di un membro di Partito con una funzione ambasciatrice di quello che viene definito “soft power” di una nazione: viaggia per il mondo insieme ad altri alti rappresentanti del governo comunista: l’ultima visita registrata sul libretto venduto nel monastero cita: “Novembre dal 17 al 24, 2004, l’Abate guida una delegazione di 27 membri di monaci dello ShaoLin Temple in accompagnamento della visita in Sud America del Presidente Hu JinTao... la prima volta che un gruppo di monaci dello ShaoLin appare in America Latina”. Questa connivenza e convivenza tra Il Tempio e il Potere Politico corrente non e’ nuova (e non e’ solamente cinese), durante tutta la sua storia le sorti del monastero furono legate e seguirono quelle del Potere del momento, con periodi di ricchezza, prestigio e protezione e periodi di censura, poverta’ e distruzione. Periodi di distruzione che coincidono con i cambi di potere, di dinastia e di sollevamento popolare contro la dinastia di turno. I famosi monaci guerrieri erano spesso usati dal potere in spedizioni punitive contro i ribelli, e per la stragrande maggioranza dei casi il kungfu combatteva dalla parte del Potere ufficiale. Un vero affrancamento del Buddismo, come filosofia o religione, dallo Stato o Impero o Governo, in Cina non si e’ realizzato, e sicuramente non sara’ il Comunismo, cosi com’e’ espresso e organizzato ora, a dargliene possibilita’.

Guardo il monastero e rifletto sull’intrecciarsi dei rapporti del Buddismo e Potere, nelle varie declinazioni nazionali, Cinese, Coreano e Giapponese, sopratutto, e formazione dello spirito nazionalista delle citate nazioni. Un settore di studi davvero interessante. Leggendo la storia del monastero ShaoLin, si evidenziano le funzioni di contatto e disseminazione da e verso altre nazioni, specialmente Corea, India e Giappone, con discepoli e monaci che vanno e vengono tra i diversi Paesi.

L’autobus arriva e si ferma sul ciglio della strada: non si vede altro che strada e alberi. Scendiamo e chiediamo, ci indicano di proseguire per un centinaio di metri e girare a destra, ed eccoci qui: hanno costruito un viale larghissimo, con tanto di massicio portale in stile classico, e statua dedicata al fiero monaco combattente. Chissa’ Mao che avrebbe pensato, chissa’ cosa pensano le migliaia di ex Guardie Rosse, gente che oggi ha tra i 65 e i 60 anni, che vivono da queste parti. Forse fanno autocritica, o cercano di dimenticare o, ancora, si sentono perfettamente a posto, dalla parte di chi aveva, e ha, "ragione".

 

La giornata non e’ male, e l’atmosfera piacevole: ci sono parecchi visitatori, e meno male che non siamo in una delle settimane di vacanza nazionale, non voglio neanche immaginare la folla che ci potrebbe essere. Il costo del biglietto e’ salato se consideriamo il costo medio della vita in Cina: 120RMB (lo stipendio minimo di un operaio da queste parti e’ di 1200RMB, forse anche meno) a cui si aggiungono altri 10RMB a testa per prendere un piccolo mezzo che ci portera’ ad una teleferica che costa 60RMB a testa, per andare a visitare il gruppo dei monti SongShan, con le sue “tipiche formazioni rocciose”. Tipiche formazioni che sono tipiche in tutto il mondo, per questo genere di monti, ma che qui assumono un aspetto speciale perche’, come dicevo prima, quest’area e’ ritenuta la culla storica dello sviluppo della civilta’ cinese, per cui un’aurea di dovuto rispetto s’impone, e una normale montagna diventa “sacra”, per cui il tempio stesso beneficia sempre piu’, economicamente, di questa sorta di pellegrinaggio che include praticanti del KungFu, Buddisti, turisti internazionali e in numero crescente i cinesi stessi, alla ricerca delle proprie radici, storiche e culturali.

Se chi legge ha intenzione di visitare il tempio, consiglio di risparmiarsi il tempo e i soldi per la teleferica e la montagna (se non ha particolari motivi legati alla montagna stessa) e di dedicarsi, invece, al Tempio e alla Foresta delle Pagode, che e’ poi la vera parte storica della zona, e che richede un minimo di conoscenza e preparazione prima della visita, per essere apprezzata.

Scendiamo giu’ dal monte e camminiamo verso la Foresta delle Pagode. Le macchine fotografiche appaiono nelle nostre mani, Howard si gira e mi dice: “Beh, comunque non scattarmi delle foto mentre sono tra le Pagode, e io non ne scattero’ a te”. Oh bella, e perche’? “Perche’ queste sono tombe, e se fai delle foto e come se fermassi nella foto un fantasma, qualcuno tra le tombe, sai, non porta bene...” Dico di si, che capisco benissimo, accidenti ! Faremo foto solo alle pagode ed evitero’ di includere qualsiasi essere vivente, non vorrei essere inconsapevole agente della sua prematura dipartita! Un cane bianco e nero si aggira, solitario e annusante, tra le pagode. Non so perche’, ma penso ad una reincarnazione.

Le pagode sono davvero interessanti, di periodi diversi, dalla Dinastia Tang fino alla Qing, alcune molto antiche e alcune cenotafi di antichi maestri Ch’An, ovvero di quella setta Buddista nata in Cina e che in Giappone prendera’ poi il nome Zen. Per inciso, la setta Chan era giusto una delle otto principali dell’epoca Han. Considerato che il tempio e’ praticamente una ricostruzine avvenuta a partire dal 1981, il vero tesoro artistico, culturale e religioso di questo monastero e’ rappresentato da questa Foresta delle Pagode, che ospita centinaia di iscrizioni e tavole istoriate in diversi stili storici della calligrafia cinese.

Per la prima volta ho la netta percezione di quanto sia stato, sia e sara’ importante il Buddismo nella costituzione del carattere e della psicologia cinese. All’interno del Tempio c’e’ un altro posto, piccolo e interessante, la cosiddetta (un po’ pomposamente) Foresta delle Stele, che piu’ che una foresta sono quattro linee di antiche tavole disposte simmetricamente, con iscrizioni e incisioni da parte di antichi e nuovi maestri. Con Howard giriamo per il tempio, non so giudicare quanto fedele sia la ricostruzione, nei confronti di un originale che comunque era gia’ stato ricostruito parecchie volte nel corso dei secoli, ma sento vibrare attorno, sara’ forse per l’ammirazione per il posto da parte dei visitatori, un’atmosfera speciale; girando tra le varie cappelle e i templi, Howard si ferma spesso ad accendere i canonici tre incensi.

Visitando il tempio mi accorgo che moltissimi sono i segni e le testimonianze dei legami storici tra Giappone e Cina, che qui si materializzano sotto forma di tributi, scritti, poesie, statue lasciate e donate da monaci, uomini di cultura e appassionati giapponesi. Per un attimo penso che forse il Buddismo potrebbe essere una delle vie percorribili per rianimare l’amicizia tra questi due popoli, per riattivare il circolo di idee e di attivi scambi culturali, ma l’attuale pedagogia e propaganda cinese e’ volta in tutt’altra direzione e le prese di posizione politica nei confronti del sanguinoso passato recente non concedono molti spazi, da ambedue le parti. Anche verso Taiwan il retroterra spirituale collegato al Buddismo potrebbe dare un terreno comune di riavvicinamento, precetti comunisti e idee di imperialismo cultural-politico permettendo.

Concludiamo la visita pranzando al ristorante accanto al tempio, ma e’ una scelta dettata solo dal fatto che siamo pigri, affamati e non abbiamo provviste, altrimenti non avremmo elargito 100RMB a testa, prezzo fisso e da pagare in anticipo, per quattro piatti di legumi e tofu.

Camminiamo verso l’uscita e andiamo nell’edificio dedicato all’esibizione di Kung fu, entriamo e siamo fortunatissimi a trovare due degli ultimi posti liberi. L’esibizione durera’ una mezzora ed e’ godibile, delle ragazze girano vendendo a 10 RMB un DVD delle esibizioni che poi Howard comprera’. Io? No grazie, ho le foto e il mio ricordo.

Fuori dall’edificio, a destra e a manca, allievi di Kung Fu a profusione, c’e’ un campo dove ci saranno perlomeno trecento persone, vestite in nero e rosso, che saltano, corrono e si esercitano.

Proprio verso la fine della strada tre giovani allievi ci salutano gioviali, e anche noi ricambiamo, si concentrano su di me, il forestiero, mimo due mosse di Kung Fu, ridono da matti. Anche noi. L’autobus pareva quasi attenderci, saliamo, parte dopo cinque minuti, saremo in albergo dopo quasi due ore. Domani vedremo le Grandi Grotte e visiteremo meglio la citta’ di LuoYang.

(Continua)



di Marco M Gobbo
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