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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'ARCHITETTO'
 
ai lati d'Italia, anagrammi e palindromi. 4

Danilo Manassero, 0907AL-1, 2007
stampa fotografica su dibond, 50 x70 cm
La bandiera, il drappo tripartito verde-bianco-rosso, può trovarsi ovunque.

Con il terzo degli invitati alla mostra Ai lati, anagrammi d'italia il falso problema del rapporto figuratività-astratto è preso in causa e smascherato.
La bandiera, l’oggetto come forma-colore-dimensione, è per Danilo Manassero una scoperta estetica. Il metodo adottato istintivamente è fenomenologico: è soltanto l’immagine a poter affermare la realtà dell’oggetto in questione (la bandiera), perché nella (supposta) realtà quest’ultimo non è dato (si tratta di un muro e di parti di sportelli metallici). La sua creazione è un atto puramente estetico, origine di un oggetto mentale che non esclude la materia nella sua ineluttabile naturalezza, ma che ne dichiara l’altrettanto inevitabile trasformazione attuata dallo sguardo dell’uomo. 0907AL-1 non è un gioco alla maniera della Gestalt, è la registrazione di un tempo e di un luogo assorbiti nella loro matrice astratta, ovvero universale. E non è nemmeno la direzione naturale del mezzo fotografico, che raramente consente di allontanarsi dal dato descrittivo senza stravolgerlo o senza conferirgli un significato altro, simbolico, iconico, metafisico. Di fatto, la fotografia è qui lo strumento più semplice e rapido per mantenere l’unità del visibile e del punto di vista, l’astrazione e la materia insieme. Afferrato un metodo, che è anche uno scopo, guardare dentro e fuori le cose, diventa lo stesso principio, il meccanismo che trasforma il luogo e il tempo in sempre e ovunque.
L'allestimento in mostra, in dialogo con lo spazio prezioso del coro della Maddalena, è creato da lui. 



di emanuela genesio
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scritto 22/06/2011 16.11.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: danilo manassero ai lati d'italia bandiera tricolore astratto architetto
 
La colonia Bolognese a Miramare

Colonia Bolognese

Arrivavano in treno da Bologna – o da altre città dell’Emilia – con i volti anemici, stanchi; poi si tuffavano tra le fresche onde del mare riccionese e rinascevano: bambini sani, sorridenti, giocosi.

Siamo alla fine dell’‘800; ai testimoni dell’epoca sembrava quasi di assistere a dei piccoli miracoli.

Carlo Tonini scrive nel 1868 (“Cenni sul paese di Riccione e i suoi bagni marittimi”): “Franceschelli Aldo che da tre anni non si muoveva più da una sedia, poté nel ritorno coll’aiuto di due ferle, da solo e speditamente, percorrere tutta la stazione di Bologna”.

La terapia dei bagni di mare era indicata per la cura del rachitismo e della scrofola.

La giornata dei piccoli malati era scandita da attività regolari come passeggiate ed immersioni terapeutiche; soprattutto, i piccoli sofferenti venivano nutriti con abbondanti colazioni, pranzi, merendine pomeridiane e cene serali, cose che raramente potevano assaporare a casa.

I viaggi erano finanziati dai Comitati per gli ospizi marini: associazioni filantropiche, organizzate localmente nelle principali città dell’Italia settentrionale e centrale, con lo scopo, appunto, di dare la possibilità ai bambini meno abbienti di effettuare villeggiature terapeutiche. Erano gli stessi comitati, spesso associati tra loro, a promuovere la costruzione degli “ospizi marini” o “colonie”.

Le vacanze dei piccoli malati, oltre a procurare salute e felicità a questi ultimi, ebbero un altro effetto positivo e inaspettato: i membri dei comitati e coloro che si recavano in visita alle colonie, rimasero talmente colpiti dal fascino della nascente Riccione, da decidere di tornare per la villeggiatura. Insomma, ebbe inizio la fama turistica della “perla verde”.

Nel periodo fascista le colonie vennero organizzate secondo lo spirito – o la retorica – del regime. Un lungometraggio dell’Istituto Luce, realizzato per diffondere nei cinema e nelle scuole i meriti dell’"Impero solare" voluto dal regime, ci documenta minuziosamente il trascorrere di una giornata nella colonia Pavese di Igea Marina, dall'immancabile alzabandiera del mattino alla preghiera serale prima di coricarsi: igiene personale, elioterapia, bagno, ginnastica, merendina, pranzo, riposino, giochi sulla sabbia etc..

 

A tale epoca risale la costruzione della Colonia marina bolognese.

In stile eclettico, venne edificata su progetto dell'ingegner Ildebrando Tabarroni tra il 1931 e il 1932, ripetendo il modello a padiglioni utilizzato venti anni prima per l'Ospizio Marino Provinciale Bolognese, in seguito colonia Murri, realizzato a Rimini su progetto di Giulio Marcovigi.

La struttura della colonia rappresenta la tardiva applicazione di una tipologia architettonica ospedaliera basata sulle teorie mediche della fine del XIX secolo, secondo le quali le diverse specialità mediche e chirurgiche, gli ambienti per l'amministrazione e per il personale, i dormitori e i servizi dovevano essere nettamente separati. L'uso di un linguaggio ormai ampiamente superato è reso ancora più evidente dal confronto diretto con la colonia Novarese, che si trova poco distante, sull'altro lato della strada. La colonia è attualmente in stato di abbandono, dopo un tentato restauro della Carpentedil che risale a qualche anno fa.

Il complesso è costituito da quattro padiglioni disposti perpendicolarmente rispetto alla spiaggia, che ospitavano i dormitori e i refettori al piano seminterrato, intervallati da tre corpi di fabbrica di minori dimensioni adibiti a uffici, sevizi e camere per il personale. I padiglioni sono attraversati da un corridoio di collegamento lungo 169 metri, che incanala la distribuzione degli edifici e permette l'accesso da ciascun padiglione alle aree esterne di pertinenza, attraverso sei rampe di scale.

All'impianto di ispirazione tardo ottocentesca corrisponde il trattamento dei prospetti, ancora improntato a stilemi eclettici riferiti alla tradizione bolognese, con fasce marcapiano, cornici decorative in cotto a sottolineare le aperture e decorazioni pittoriche nella fascia di coronamento dei fabbricati adibiti a servizi. Le facciate sono rivestite in laterizio, con basamento intonacato, e sono caratterizzate dall'alternanza di aperture rettangolari al primo piano, centinate al secondo piano e binate sui lati corti dei dormitori, mentre il corridoio è forato su entrambi i lati da un doppio ordine di archi, separati da paraste al piano superiore.

Il disegno dei prospetti dei dormitori non riflette la distribuzione interna, dissimulando l'utilizzo del cemento armato che permette di ottenere due grandi camerate a pianta libera per ogni piano, separate dal corridoio passante. Il corpo d'ingresso principale, al centro del complesso, con il portale d'entrata soprelevato e preceduto da una scalea, la parte centrale aggettante, il balcone e le elaborate cornici in cotto, imita invece la tipologia del palazzo urbano.

Di grande interesse l’affresco che incornicia il sottotetto: una delicata decorazione con festoni di frutta e amorini.

Durante la seconda guerra mondiale, le colonie vennero sfruttate in tutti i modi, ad esempio come caserme, prigioni, depositi.

Forse, non possiamo affermarlo con esattezza scientifica, la colonia bolognese ebbe la sorte, particolarmente inquietante, di essere trasformata in un campo di internamento femminile.

Giovanni Quondamatteo, in un articolo pubblicato sull’Unità il 23 luglio ’47, scrive che

 

 “fuori dal recinto di Miramare (1), in una colonia marina a Riccione erano (internati) i Corpi femminili di sabotaggio e di spionaggio, appartenenti alla repubblica di Salò(...) questo piccolo campo femminile era considerato una specie di harem(...): tre case da thè complete di direttrici vi erano state trasferite in blocco con l’accusa di aver servito i tedeschi”.


La colonia si trova proprio sul confine tra Riccione e Miramare giacendo, purtroppo, in uno stato di degrado.



(1) A Miramare, tra Riccione e Rimini, c’era un campo prigionieri allestito dagli alleati, nell’area in cui precedentemente si trovava un campo di aviazione.




di Andrea Speziali
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L'ultimo gioiello di viale Viola

Alberto Sironi, prospetto villa Serafini a Riccione

''Villa Serafini non è ancora diventata un hotel''


E’ il 1923 quando il Dottor Sanzio Serafini (nato a San Marino nel 1876 e morto nel 1933 a Riccione), allora primario dell’ospedale Ceccarini, commissiona all’architetto Alberto Sironi un villino da erigersi presso il viale Viola, oggi Ceccarini.
Fortunatamente agli eredi del Dott. Serafini non è capitato, come invece è avvenuto per altri proprietari di ville storiche, di dover demolire la propria abitazione per far spazio a un hotel.

Negli anni Settanta la villa venne ristrutturata  e amplificata. Dai soffitti, alti più di cinque metri, venne ricavata la soffitta, e la dimora fu divisa in due appartamenti. L’architetto, trovandosi dinanzi a committenti intelligenti, ha rispettato le decorazioni caratteristiche dell’immobile senza stravolgerne l’architettura.

Secondo le testimonianze dell’attuale proprietaria dell’immobile, villa Serafini fu una delle prime dimore che ebbe l’impianto di riscaldamento a carbone, installato dalla centenaria impresa Torri.

 

Alberto Sironi all’epoca fu un architetto in voga.  Nacque nel 1882 a Milano e si spense a Bologna nel 1924. E’ presumibile che fu fratello dell’Architetto Paolo Sironi che acquistò a Riccione, prima della costruzione di Villa Serafini, la villa del barone Tella o villa Adria. Della dimora in stile Eclettico, con un’elegante torretta con pinnacolo, che la distingueva dalle usuali dimore riccionesi del tempo, rimane solo qualche immagine nelle cartoline dell’epoca,  perché fu distrutta dai Tedeschi durante la guerra per fare spazio alla costruzione di un bunker.

Nulla si sa dei tempi di realizzazione di villa Serafini, ma il prospetto della villa conservato dall’Ingegnere Antinori del Comune di Riccione la riconsegna alla nostra memoria nella sua originaria identità e ci attesta che comunque non ha subito sostanziali cambiamenti nel corso del tempo.

Il villino conserva ancora l’originaria copertura in mattoncini nel piano superiore, che  contrasta con il color cemento della parte inferiore e di alcuni elementi ornamentali come le cornici delle finestre, le due scalinate e le colonne del portico del primo piano. Interessante è anche lo stemma decorativo in cemento posto sulla facciata dell’abitazione in cui ora è riconoscibile solo una fascia trasversale; purtroppo il tempo ha corroso ciò che vi era scolpito e affrescato. Invece è rimasto come allora il cancello principale con lavorata in ferro battuto la lettera ‘’s’’ della famiglia Serafini.

Seppure il Dott. Serafini fosse di origine sammarinese, dovette pagare un tributo alla guerra in corso: una parte della cancellata della sua villa durante la seconda guerra mondiale venne utilizzata per fabbricare le armi, a differenza del villino Zanni in viale Vittorio Emanuele, la cui cancellata invece non potè essere confiscata, proprio perché la dimora apparteneva a un sammarinese. Purtroppo anche un carrarmato piombò nella villa dal cancello sul viale Viola, distruggendo la fontana nel giardino di cui rimane testimonianza da alcune cartoline.

Durante la guerra villa Serafini fu occupata dai tedeschi e successivamente dal comando inglese.

Il villino Serafini dal punto di vista architettonico presenta uno stile eclettico.

 Confrontando villa Serafini con altre dimore realizzate successivamente dall’architetto Sironi, seppure negli anni il suo stile si sia evoluto, rimanendo al passo con le correnti artistiche del periodo, emerge una leggera somiglianza con il villino della famiglia Sironi a Bologna.

Attualmente la dimora conserva di coevo il tetto, alcuni pavimenti decorati all’interno, e alcuni elementi di arredo, sedie e tavoli, poiché gran parte dei mobili vennero portati nella residenza dei parenti, a San Marino, dopo la morte dei primi proprietari.

 

La facciata adiacente a Viale Ceccarini gode della vista di un ampio giardino che contribuisce a creare un po’ di distanza tra l’edificio e il viale e a garantirle una certa riservatezza. Tanto spazio potrebbe benissimo consentire l’edificazione di un moderno condominio, qualora l’attuale proprietaria volesse disfarsi del più bel ‘’gioiello di famiglia’’ e metterlo nelle mani di una ditta costruttrice. A salvaguardia di quel che resta dell’eleganza del vecchio viale Viola, speriamo che questo non debba mai accadere.

 



di Andrea Speziali
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Scoperte sulla villa del Meloncello a Bologna

Villa del Meloncello, Bologna
Foto di Andrea Speziali

''Sulla residenza dei Mattei e poi dei Meriggiani intervenne anche Vucetich''


Villa Meriggiani a Bologna: tutti la chiamano ‘’villa del Meloncello’’, perché confinante con l’Arco del Meloncello, e progettata da Cesare Mattei. In realtà l’edificio risale al ‘700, come ci attestano delle antiche illustrazioni e i progetti conservati presso l’Archivio Storico a Bologna. Da una mia ricerca in collaborazione con l’Architetto Monica Cardin Fontana di Bologna, architetto che sta curando l’attuale restauro della villa, ho scoperto che l’edificio apparteneva alla nobile famiglia Mattei.
La dimora venne fatta costruire dal padre del Conte Cesare Mattei, nato a Bologna l’11 gennaio 1809, figlio di proprietari terrieri bolognesi. Secondo le testimonianze di storici bolognesi, tra le residenze dei Mattei, c’era quella estiva nella zona del Meloncello a Bologna, che riportava nelle inferriate anche lo stemma familiare dei suoi proprietari, saccheggiato dopo l’abbandono della villa. Esattamente non si conoscono i motivi per cui la dimora venne abbandonata e il periodo in cui subentrò la famiglia Meriggiani.

Il Conte Cesare Mattei fu tra i fondatori della Cassa di Risparmio di Bologna ed ebbe una vita intensa a contatto con importanti protagonisti del suo tempo. Nel 1850 iniziò, nella zona di Riola, sull’Appennino Bolognese, la costruzione della Rocchetta Mattei, un castello dalle sembianze fiabesche, in cui egli dimorò stabilmente a partire dal 1859. La sua figura è ricordata per la nuova scienza medica da lui inventata, chiamata Elettromeopatia e basata sull’abbinamento di granuli e fluidi omeopatici, preparati con erbe curative. I suoi rimedi, ottenuti con un metodo segreto, vennero diffusi in massa a partire dal 1880 e commercializzati in tutto il mondo.  Tra i più celebri utilizzatori, ricordiamo l’Imperatore d’Austria, Ludwig di Baviera, la corte russa degli Zar ed il Re e la Regina delle Isole Samoa, ma è risaputo che Mattei riservasse le cure anche a persone indigenti, che supportava  gratuitamente. Purtroppo non sono state ancora trovate tracce e documentazioni che possano testimoniare la vicenda del passaggio di propietà della villa. E’ presumibile che i Meriggiani potevano essere imparentati con i Mattei.

Le uniche tracce in grado di raccontare la storia di questo edificio sono i documenti conservati presso l’Archivio Storico a Bologna, dove nel 1922 l’Architetto di origini dalmate, Mario Mirko Vucetich venne incaricato dalla famiglia Meriggiani per il risanamento dell’edificio. Dell’edificio precedente sono rimaste solo le tracce documentate da un’ illustrazione del ‘700 che riporta una piccola parte della villa (il tetto e qualche finestra) e il rilievo tracciato da Mirko Vucetich nel ’22 per la ristrutturazione. Si presume che i prospetti non vennero realizzati per le cattive condizioni d’abbandono dell’immobile.
La ristrutturazione a cura di Mirko Vucetich, una tra le figure più poliedriche del ‘900, nato a Bologna nel 1898 e deceduto a Vicenza nel 1975, riporta decorazioni Liberty con richiami al ‘700. Per pura casualità ho scoperto che le decorazioni del villino del Meloncello sono molto simili a quelle utilizzate per il villino Alverà a Venezia, eretto attorno agli anni ’20. Si potrebbe presumere che Vucetich per motivi economici abbia riutilizzato gli stessi stampi cementizi per la realizzazione dei due immobili.

Dal rilievo dell’attuale villa del Meloncello o villa Meriggiani a Bologna, ho costatato la stessa decorazione negli infissi che si ripete a Villa Antolini a Riccione, costruita un anno dopo la ristrutturazione dell’edificio bolognese. Risulta ancora scolpita la data di ristrutturazione posta sulla cimasa della finestra centrale al primo piano: A D / MCMXXV / MARIO VUCETICH / FECIT.
Per quanto riguarda l’ultima lettera della data, in verità ne è difficile la lettura, ma si presume che sia la ‘’V’’ perciò la data è quella del 1925.

Dal racconto degli eredi Meriggiani, il padre di un amico di Vucetich, Giovanni, acquisì la villa del Meloncello. Negli anni ’30, quando Vucetich era al Governatorato a Roma con Giuseppe Meriggiani, assieme ad un gruppo di amici, fecero un viaggio in Somalia che durò diversi mesi.  Nella città di Misciane Genale Vucetich realizzò il villino per l’amico Meriggiani che diventerà la dimora dove trascorse tutta la vita. La villa di famiglia a Bologna venne successivamente lasciata ai familiari, e solo l’anno scorso la famosa villa del Meloncello venne venduta ad una nota imprenditrice di moda quale la ristrutturerà.

Per fortuna, un altro gioiello del passato ha trovato un estimatore e …. Un salvatore!


Per contatti: Info@andreaspeziali.it   www.andreaspeziali.it



di Andrea Speziali
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Una mostra permanente dedicata alle Ville di Riccione


Si è inaugurata il 22 dicembre 2010 la mostra fotografica a cura di Andrea Speziali: ''Le Ville di Riccione'' presso la biblioteca comunale di Riccione.

La mostra permanente intende presentare ai visitatori una parte di Riccione vista dalle architetture che ahhno segnato un'epoca, uno stile; come il villino Antolini (Arch.
Mirko Vucetich), villa Mussolini e tante altre.

I soggetti architettonici presenti in mostra non sono solo in stile Liberty come Villa Franceschi, villa Graziosi e Pensione Florence, ma anche ville eclettiche come l'Hotel Stazione, villino Zanni ecc...


Il curatore ha dato risalto a gioiellini architettonici recentemente restaurati, come ''la villa dei serpenti'' in viale Diaz, nell'area della dimora dei conti Pullè.



Per informazioni:
info@andreaspeziali.it


di Andrea Speziali
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