blog@exibart.com
home inaugurazioni calendario speed-news forum annunci concorsi sondaggi commenti pubblicità contatti
Exibart.platform > onpaper mobile bookshop rss radio tv alert newsletter segnala blog
recensioni > roma milano napoli venezia torino toscana vedi le altre 
rubriche > libri architettura design fashion in fumo decibel vedi le altre 
e-mail    password password persa? registrati ora!


INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'ARCHITETTURA CINESE'
 
Cina, ShanXi, DaTong, le grotte di Yungang, una meraviglia buddista.

grotte di YunGang foto marcomgobbo

La mattina e’ fredda, ma non glaciale come ieri, c’e’ il sole a DaTong, e dopo aver consultato i ragazzi del Ricevimento dell’albergo abbiamo scelto di andare a visitare le grotte di YunGang prendendo un taxi. Si trovano a una quindicina di chilometri dal centro, in direzione sud-ovest, il taxi costa poco e il tassista e’ socievole e curioso nei miei confronti.

Quando gli dico che sono di Milano mi dice “A.C. Milan!”, oh si, pero’ puntualizzo che da ragazzino tifavo Juventus e lui mi risponde “Roberto Baggio!”. La stragrande maggioranza dei maschi adulti cinesi, specie tra i trenta e i cinquant’anni sanno praticamente tutto del calcio italiano degli anni ottanta e novanta, questo perche’ alla “riapertura” della Cina, la tivu’ di Stato cinese programmo’ per anni le partite di calcio del campionato di Serie A.

Roberto Baggio se lo ricordano in molti in Cina, lo chiamavano “il Principe Blu” nel senso che ha il blues, all’americana, che e’ triste, perche’ leggenda qui vuole che a grandi doti e talento non corrisposero altrettanti onori e il suo medagliere dice poco del suo vero valore.

Di certo non mi aspettavo di discorrere di Roberto Baggio mentre viaggio in taxi verso gli antichi templi buddisti cinesi scavati nelle grotte vicino alla città di Datong, nella provincia dello Shanxi. Questi, insieme alle grotte di LongMen (vedi blog precedenti) e a quelli di Mogao sono i tre più famosi siti di antiche sculture di arte buddista in Cina.
Howard inizia a leggere una guida: il sito si compone di 252 grotte con più di 50.000 statue e statuette del Budda che vanno dai 4 cm. ai 7 metri di altezza. Sono patrimonio UNESCO e sono considerate una perfetta fusione dell’arte religiosa buddista di provenienza dal Sud Est Asiatico con le tradizioni culturali cinesi.

Ma perche’ proprio qui?

Dopo il declino della dinastia Jin, le regioni settentrionali della Cina passarono sotto il controllo dei Wei del Nord che fecero della citta’ di Pingcheng, l’odierna Datong, la loro capitale. Ah, ecco! Inoltre la dinastia dei Wei adotto' come religione di stato il Buddismo... e adesso tutto torna.

Il Buddismo arrivo’ in Cina tramite i viaggiatori e commercianti che trafficarono lungo l'antica Via della Seta del Nord, un percorso di circa 2600 chilometri, che collegava l'antica capitale cinese Xi'an all’antica Partia.
I primi lavori di scultura durarono fino all'anno 465 CE, (le grotte note come grotte 16-20). A partire intorno all'anno 471 C.E, inizio’ una seconda fase dei lavori, grazie al mecenatismo della corte imperiale e alla sua supervisione, che durò fino al 494 C.E. In questo periodo furono costruite le grotte gemelle 5/6, 7/8, e 9/10 così come le grotte 11, 12, 13.

Il mecenatismo imperiale fini’ nel 494 C.E., anno in cui la corte Wei se ne ando’ nella nuova capitale Luoyang, e li iniziarono i lavori delle grotte di LongMen. Chiaro.

Le grotte piu’ antiche, piu’ colorate, piu’ vicine alla tradizione Indiana sono quelle di Mogao (DunHuang), poi abbiamo queste di YunGang per finire con quelle di LongMen. Howard prosegue la sua lettura ad alta voce. Andatasene la corte, altre grotte furono scolpite grazie al patrocinio di facoltosi privati, e questa terza fase durera’ fino al 525, quando tutto si fermo’ a causa di rivolte sociali nella zona, rivolte che eventualmente portarono alla caduta degli Wei.

Osserviamo il paesaggio, il brullo invernale che mi ricorda certe parti del Nord Italia; ci informiamo sull’economia della zona, di che vive la gente? Il tassista e’ perentorio: si vive delle miniere e di pastorizia. Infatti qui la carne che va per la maggiore non e’ quella di maiale, come nel Sud della Cina, ma quella di montone e di agnello.

Arriviamo ad una svolta della strada e eccoci davanti al cancello di entrata, paghiamo e salutiamo il cordiale autista. Camminiamo per un centinaio di metri, poi svoltiamo a sinistra, scendiamo una scalinata ed entriamo in una grande e moderna entrata, molto ariosa, sembra la hall di un hotel di lusso. Comprati i biglietti passiamo ad un altro cancello e finalmente siamo in un piazzale, da dove parte un viale alberato con statue a destra e a manca, che conduce ad un ponte lanciato su di un laghetto, attraversato il ponte saremo alle porte di un grande tempio.

Dal ponte scattiamo delle foto, e mentre camminiamo verso il tempio c’e’ qualcosa che non mi quadra. Arriviamo al tempio, c’e’ un monaco, non appena qualcuno si ferma per inchinarsi a pregare o ad accendere i canonici tre incensi, batte un gong. Il tempio e’ molto grande, scenografico, vederlo dal ponte fa un effetto cartolina postale, me l’immagino al tramonto o all’alba, che si specchia sull’acqua...

Giriamo intorno al tempio e finalmente capisco che cosa non mi quadra: ci sono solo grandi hall dedicate alle statue da venerare, ma nessun spazio per monaci, o dormitori o altro... Il tempio e’ pittoresco e dimostrativo, ma non vissuto come tale, secondo me, e anche Howard conviene che il monaco gli pare li non proprio per trascendente vocazione quanto per guadagnarsi la pagnotta, probabilmente e’ un impiegato statale.

Dietro il tempio parte un altro ponte e finalmente arriviamo alla zona delle grotte. Si dovra’ camminare ancora per qualche minuto, e poi appariranno, sulla nostra sinistra. Nel frattempo si sta annuvolando, e la temperatura scende.

Vediamo le prime grotte, parecchio erose dagli agenti atmosferici, sono in un materiale che mi pare arenaria. Howard riprende la guida che spiega che gia’ dalla immediata fine dei lavori ci si rese conto che l’erosione era molto accentuata e veloce. Ci furono diversi tentativi di preservare le grotte e riparare i danni subiti, con restauri di statue e la costruzione, durante la dinastia Liao, dei "10 templi di Yungang" (1049-1060) destinati a proteggere le principali grotte, ma questi templi furono distrutti appena 60 anni dopo, durante un incendio. La dinastia Qing, nel1621, costrui degli edifici in legno che si possono vedere ancora davanti alle grotte 5 e 6. E ci siamo di fronte proprio adesso.

Questa e’ considerata la zona centrale delle grotte (dalla 5 alla 13) e ci sono una serie di grotte a coppia, meravigliose. Le prime grotte che abbiamo visto erano di un monumentale molto serio, austero. Queste, invece, sono piu’ colorate, fiorite, direi quasi giocose.
A
lcune delle colossali statue del Budda sono nello stile Gandhara, originario del Nord dell’India e molte delle statue di enormi dimensioni (grotte 5, 16-19) sembrano essere state influenzate dalle famose statue (ormai distrutte dall’odio settario dei Talebani) di Bamiyan in Afghanistan.

Mi attardo a visitare le grotte ed esco e rientro parecchie volte. Si, qui decisamente l’atmosfera e’ diversa dalle grotte di LongMen, molto piu’ marcatamente cinesi li, mentre qui le influenze sono proprio indiane, con i riverberi greco-romani in certi motivi decorativi, in certe figure; ci sono dei motivi e delle influenze che sono palesemente non cinesi, ma la mia ignoranza in materia mi impedisce di identificarle chiaramente, mentre invece cinesi sono le immagini, in questo contesto piuttosto “pesanti”, di draghi e fenici, anche i tetti o un certo modo di disegnare l’aureola.

Con Howard discorriamo delle aureole, questo segno di santita’ che attraversa tutte le religioni. Curioso, no? Fare foto all’interno delle grotte piu’ colorate e’ vietato ma Howard scatta lo stesso. Sono diviso a meta’ tra il cazziarlo e il farmi complice e suggerire dove scattare le foto.

Le grotte sono impressionanti, variano molto per grandezza e profondita’, per ricchezza di dettagli e di statue. Ci sono delle piccole grotte riccamente dipinte e scolpite su ogni superficie. Inoltre ci sono intricati bassorilievi e sculture a parete... Si potrebbe passare ore a esaminare il dettaglio di ogni nicchia, e molto probabilmente bisognerebbe essere buddista o avere una approfondita conoscenza di architettura per apprezzare fino in fondo questo sito artistico-religioso. Molto meglio venire a visitarlo con un minimo di preparazione.
Ci sono delle grotte chiuse al pubblico, i lavori di restauro continuano ancora oggi. Erosioni naturali, saccheggiatori (in particolare nel 20esimo secolo) e vandali, così come attacchi anti-buddisti durante la Rivoluzione Culturale, hanno lasciato il segno, ma ci sono segnali incoraggianti di un rinnovato impegno da parte del governo centrale per la conservazione e il restauro delle Grotte di Yungang, un vero tesoro dell'arte e della storia mondiale, non solo cinese.



di Marco M Gobbo
visita il blog ArtAsia

 
Cina, Shanxi, Datong, e un Tempio in Cielo.

Datong tempio Fluttuante foto marcomgobbo

Dopo la visita a Pingyao siamo tornati in treno a Taiyuan e saliti su un bus, direzione Datong (大同; Datong); da qui visiteremo le Grotte di Yungang (云冈 石窟; Yungang Shíkū, in cinese tradizionale: 云岗 石窟, anticamente note anche come Grotte Wuzhoushan) e il Tempio Fluttuante (悬空寺 Xuan Kong Sì).

Arriviamo a Datong nel primo pomeriggio, c'è il sole, il tempo e’ secco e freddo. Chiediamo indicazioni e l'autobus che va al centro storico si trova proprio di fronte a noi. Giunti alla nostra fermata scendiamo, abbiamo bisogno di chiedere nuove indicazioni, e dopo essere arrivati davanti alle mura della città, di nuova costruzione, dobbiamo chiedere ancora una volta. In tutte queste occasioni le persone a cui abbiamo chiesto sono state subito molto cordiali e disponibili, soprattutto una ragazza, che ci spiega la strada con una tale abbondanza di dettagli che ci chiediamo se sia mica una specie di vigile urbano in borghese.


Datong è stata fondata durante la dinastia Han e ora è una città che vive grazie alle miniere di carbone, seduta su grandi riserve di quest'importante risorsa per l'economia cinese. Si tratta di una delle città più inquinate della Cina. Devo dire che gli sforzi del governo locale di introdurre metodi più ecologici ed efficienti di estrazione hanno dato i loro frutti: abbiamo avuto una conversazione con il tassista che ci portera’ alle grotte di Yungang, un uomo rudemente affabile, che ci ha spiegato come l'inquinamento della città è stato notevolmente ridotto negli ultimi anni e che confermera’ le nostre impressioni che vi siano sforzi per modernizzare la città, con la creazione di altre aree di business e lo sviluppo del turismo.

Naturalmente l'industria del carbone continua a dominare, ma non abbiamo mai avuto la sensazione di essere in una fossa di disperato inquinamento, in realtà abbiamo quasi sempre goduto di un cielo sereno e mai avuto il naso pieno di polvere nera, come è successo a Pingyao.
Il nostro albergo è l'Hotel Garden, situato vicino alla Torre del Tamburo, ed è l'hotel dove ho ricevuto il servizio più caldo e accogliente in Cina, almeno finora. L’area a nord dell'hotel è attualmente in costruzione: diventera’ un centro commerciale all’aperto con edifici che richiamano l'architettura della vecchia Cina, mentre al lato sud c'è quello che posso considerare la vecchia area commerciale, con centri commerciali all’occidentale, pieni di abbigliamento assurdamente costoso marchiato con nomi occidentali molto improbabili.

Dopo un periodo di riposo, con Howard ci sediamo a leggere mappe e guide. Datong e' a pochi chilometri dalla Mongolia Interna, e questa posizione spiega perché, durante la sua storia fu saccheggiata e distrutta più volte: questa era sicuramente una delle citta' piu' esposte alle scorrerie delle tribu' Mongole, una delle prime a subirne i raid. L'ultima volta fu distrutta durante la fine del dinastia Ming nel 1649, e ricostruta nel 1652. Lasciamo l'hotel per una prima esplorazione della zona circostante e un pasto in un ristorante nelle vicinanze: buon prezzo e buon cibo. Annotta, la temperatura scende velocemente e decidiamo che sia meglio preservare l'energie per il giorno successivo, per la nostra visita al Tempio Fluttuante, alias Hanging Temple, in inglese. Al Ricevimento dell’albergo prenotiamo un’ auto per la mattina seguente alle 8.30, il viaggio durera’ circa un'ora; doccia, e chiudiamo la giornata.

Il giorno dopo ci accoglie con una brezza gelida e siamo felicissimi di andare al Tempio in auto. Arrivati sul posto il freddo mi fa versare qualche lacrima. Nevica, una neve molto fine, una polvere bianca, mentre un vento cattivo sta aumentando il nostro desiderio di un caldo rifugio, ma poi guardiamo la montagna di fronte a noi ed eccolo li, il Tempio... e che edificio audace è questo!

Grazioso, piccolo, allungato sul fianco della montagna, come un sinuoso... Drago, che altro, in Cina? Va bene, vale la pena di congelarsi le mani, sfilando i guanti e iniziando a fare foto. Siamo pronti ad avvicinarci a questa meraviglia.
Il tempio è stato costruito a 75 metri dal suolo (circa 246ft, per i miei lettori anglicizzati) e si dice che un monaco, Liao Ran (
了然) abbia iniziato a costruirlo da solo, in un momento imprecisato, circa 1500 anni fa, durante la fine della dinastia Wei del Nord. La fede muove le montagne e ci costruisce templi sopra.

Quello che vediamo adesso è il risultato di successive riparazioni e ampliamenti, molto è stato ricostruito durante la dinastia Tang e, ancora, durante le epoche Ming e Qing, l'ultimo restauro fu fatto intorno all'anno 1900. Mentre si cammina leggo una buona guida e così imparo che questo tempio è notevole anche perché e’ ora un’unica casa per credenti buddisti, taoisti e confuciani, mischiando elementi dalle tre fedi: c'è una sala dedicata ai rispettivi fondatori, Sakyamuni, Laozi e Confucio.
Nonostante il tempo avverso arrivano diversi gruppi di persone. E’ un'esperienza salire le strette scale e visitare le piccole sale. Il Tempio è un miscuglio di legno, mattoni grigi e pareti rosse. Riesco a vedere la struttura delle torri della Campana e del Tamburo, a lato degli edifici. Ci sono diverse statue, non così belle come quelle nel tempio Shuanglin a Pingyao (anche se la guida esagera "... la tecnica di esecuzione delle statue e’ davvero squisita e sono acclamate come il culmine della perfezione" boom!), sono comunque opere interessanti, e mi rattristo nel vedere che nella sala più bella le statue e le opere sono stato raggiunte dalla mano della Rivoluzione Culturale, e danneggiate.

Visitiamo dappertutto mentre dalle finestrate e dai corridoi si guarda il paesaggio esterno, non so se posso dire "esterno", perché data la nostra posizione, mi sento in qualche modo parte del paesaggio, e forse questa era una delle intenzioni del primo costruttore. Cerco di immaginare questi monaci, in meditazione qui, vivendo di poco, in armonia con la natura e il suo silenzio, un silenzio molto probabilmente rotto solo dal canto degli uccelli, dalla pioggia tintinnante, la voce del fiume che scorre sotto, e dalle preghiere.

Durante la visita si capisce che questo è piuttosto un Monastero in piccola scala che un tempio, un luogo costruito per vivere la fede, non solo da visitare e dove pregare momentaneamente. Leggo altre informazioni ma non mi è chiaro se, originariamente, questo fu luogo di culto buddista o taoista. Non ho trovato nozioni chiare su questo fatto. La struttura pare fragile ma è ovviamente ben protetta dalla montagna, e questo può spiegare il come abbia fatto a resistere all’azione degli elementi nel corso dei secoli: nessun allagamento può raggiungere i 75 metri di altezza, pioggia e neve riescono a malapena a toccare l’edificio, è rivolto a est-nord-est, quindi la montagna lo protegge dal calore in estate.
Vorrei dire che la bellezza del Tempio riesce a farci dimenticare il freddo, ma non è così, e siamo felici di tornare al caldo, nell’auto che ci aspetta, pronta a riportarci a Datong: domani visiteremo le Grotte Yungang.
(Segue)



di Marco M Gobbo
visita il blog ArtAsia

 
Cina, Shanxi, Pingyao: La città cinese che stavi cercando. (Seconda parte)

Cortile Rishengchang bank, PingYao (foto marcomgobbo)

La seconda giornata la dedichiamo a una piu' approfondita visita agli edifici del centro storico. Decidiamo di muoverci ancora in bicicletta, che costa 10RMB per l’intera giornata, e ci permettera’ anche di fare un escursione lungo le mura.

La mappa indica i seguenti luoghi come degni di visita: il tempio dedicato a Confucio, il tempio del dio della Citta’, l’edificio della banca Rishengchang, il complesso edilizio dell’antico governo della citta’, il museo di PingYao, le mura cintarie, il museo dei servizi di sicurezza e di scorta dei valori della dinastia Ming e Qing, il museo di PingYao; sono anche elencati tre edifici che ora sono divenuti alberghi, altre due antiche banche, e un museo negozio dedicato alle lacche. A questi posti possiamo aggiungere la visita alla Torre del Mercato.

Analizziamo la mappa, la nostra posizione e quella dei punti di interesse. Sono molti, troppi per il tempo che abbiamo a disposizione, dobbiamo scegliere. Scartiamo gli edifici che ora sono diventati alberghi e il museo negozio delle lacche. Delle banche scegliamo solo la piu’ famosa, la Rishengchang; decidiamo di visitare il il tempio dedicato al dio della Citta’, e quello dedicato a Confucio. Aggiungiamo la visita al complesso di edifici del vecchio governo, un giro attorno alle mura e se avanza tempo, si vedra’. E via, pedalare.

Partiamo con la visita alla sede dell'antico governo, nella zona sud ovest e vicino a noi. Ci sono gia’ delle persone all’entrata, e ci accodiamo. Dentro troveremo diversi edifici (tra cui la Corte, vari cortili, le prigioni, diversi templi, le abitazioni dei funzionari di alto grado, che abitavano qui, separati dalle famiglie) e tra un edificio e l’altro ci sono in mostra diversi strumenti di tortura, con illustrazioni degli orridi metodi di squartamento, impalamento, dissezionamenti...

La struttura e’ ampia e da un’idea di cio’ che l’autorita’ imperiale intendeva con “giustizia” verso chi, a torto o a ragione, infrangeva le leggi. L’universale fraintendimento di base del concetto di “giustizia”, declinato a seconda del Potere locale in “leggi” fa di ogni prigione un luogo, anche, di Ingiustizia, in ogni luogo e tempo. Architettonicamente parlando, il posto e’ molto interessante, si capisce che la pianta degli edifici, la loro disposizione risponde a precise indicazioni, posso intuire anche qualche rispondenza a principi taoisti. Riprendiamo le bici e visitiamo il tempio di Confucio. Qui siamo colpiti dall’incuria dimostrata verso libri mal esposti e sopratutto verso le teche che contengono reperti storici come i testi di esame di stato della dinastia Ming. Incredibile. All’entrata avevamo letto che all’interno si trova il Museo Internazionale della Fotografia di PingYao. Dovrebbe avere una collezione di foto fatte da fotografi “rivoluzionari”. Il Museo della Fotografia e’ chiuso. la Rivoluzione e' finita.

Usciamo insoddisfatti. Andiamo a vedere il tempio del dio della Citta’, uno dei pochi sopravvissuti in Cina, e non devo sempre dire chi ha distrutto gli altri. Le statue all’interno sono lavori malfatti e sembrano recenti, a parte delle statue in legno. Di tutti gli affreschi, solo uno pare davvero storico, sugli altri sorvoliamo perche' un'incerta e pesante mano e' passata a ritoccare in maniera cosi' cruda che fa male guardarli. Ci consoliamo con l'apprezzamento del Tempio come struttura architettonica, con la “torre dell’opera”, dove venivano date rappresentazioni teatrali, e forse ancora si danno, con la torre della Campana. Anche qui ci sono poche o nulle informazioni storiche a beneficio dei turisti. La mia impressione che ci sia un’incuria di fondo verso i luoghi legati ai culti si acuisce.

La sede dell'antica Banca Rishengchang e’ mantenuta molto bene. Questa era la banca piu’ potente dell’Impero, era arrivata ad avere 35 filiali in tutta la Cina, e anche in territori esteri legati alla Cina. Praticamente PingYao era il centro finanziario cinese durante la dinastia Qing, e nella stessa via dove si trovava la Rishengchang c’erano altri istituti; in tutta la citta’ si trovavano 20 banche, cioe’ piu’ della meta’ di tutte le banche cinesi dell’epoca. Questa era praticamente la Wall Street dell’Impero. Al momento di massima potenza la Rishengchang arrivo’ a controllare quasi il 50% del commercio di argento in Cina. Non mi sorprende che qui ci siano piu’ notizie disponibili, qua si parla di soldi, non di dei. Per i piu’ curiosi: nel 2009 fu girato un film, “Empire of Silver” che illustra le tribolazioni di una famiglia proprietaria di una banca a PingYao, agli inizi del 20esimo secolo, cioe’ al momento del declino del sistema bancario cinese.

La presenza delle banche giustifica il fatto che qui si trovavano le imprese di servizio di scorta e sicurezza piu’ importanti dell’Impero, e che fosse anche un importante centro per le arti maziali. Andiamo a visitare il Museo di queste agenzie di scorta. Non siamo impressionati, ci sono dei ritratti e delle biografie di alcuni dei campioni di arti marziali che lavorarono per queste societa’. In un cortile puoi tirare delle frecce a dei bersagli. Anche qui ci aspettavamo piu’ informazioni, collegate alla storia. Ma parlare di storia e’ parlare anche, seppur indirettamente, di politica, e forse per questo le informazioni sono sempre minimaliste e poco circostanziate. La ricchezza di PingYao fu anche la ricchezza di Taiyuan, la vicina capitale della provincia (ShanXi) e quando la crisi colpi’ il sistema bancario cinese, colpi’ sopratutto PingYao e Taiyuan, con effetti disastrosi.

Usciamo e andiamo alla Torre del Mercato, che si trova sulla South Street. Saliamo e da li abbiamo una vista quasi completa sulla citta’ vecchia. Ci sono momenti che sulla strada sotto di noi passano solo pedoni e biciclette. E’ facile immaginare di andare indietro nel tempo, e ci divertiamo a scattare foto in bianco e nero, per aumentare l’effetto “storico”. Ai piedi della Torre ci sono, uno di fronte all’altro, due negozi di vere e finte antichita’, difficile capire e giudicare la copia dal vero, il nuovo dall’antico. Mi piace un vasetto in pietra, istoriato a motivi floreali, ma poi non comprero’ nulla.

Rimane poco tempo e dopo una sosta in un albergo dove beviamo un cappuccino bollente e giochiamo con un gattino di pochi mesi, riprendiamo le biciclette e concludiamo la visita facendo il giro delle mura, dalla parte interna.

Si, questa era la citta’ cinese che mi aspettavo, e che molti si aspettano di vedere, quando si visita la Cina. Domani andremo a Datong, a visitare il famoso Tempio Fluttuante e le grotte di YunGang.



di Marco M Gobbo
visita il blog ArtAsia

 
2011 Hong Kong & Shenzhen Bi-City Biennale of Urbanism \ Architecture

Biennale Architettura Shenzhen Hong Kong (photo mmgobbo)

Shenzhen Hong Kong Architecture Biennale 2011 2012.

(dal 8.12.2011 al 18.02.2012)

Questa e’ la quarta edizione della Biennale di Architettura di Shenzhen e Hong Kong ed e’ la prima con un direttore internazionale, Terence Riley ( founding partner of k/r (keenen/ riley).

Questa Biennale e’ la prima a concentrarsi sull'urbanistica come tema principale ed a considerare i vari aspetti delle città in crescita come agente attivo nella cultura contemporanea.
I
l programma e’ ricco e costituito da una serie di mostre, in spazi chiusi e all’aperto, che incorpora anche riflessioni specifiche sui luoghi delle citta’ di Shenzhen e Hong Kong.

Tra le varie mostre, tutte variamente stimolanti e prodotte appositamente per la Biennale, ho particolarmente apprezzato i casi-studio di città che hanno meno di 60 anni (… And Then it Became a City), poi una mostra che esplora lo sviluppo delle varie forme di trasporto urbano, un'altra per i recenti progetti in fase di costruzione a Shenzhen, quella dedicata agli alloggi a prezzi accessibili, e ancora “Boom, Shenzhen”, curata da Mary Ann O’Donnell, “Favela Painting”, il progetto di riqualificazione della favela di Santa Marta, a Rio De Janeiro, usando semplicemente il colore (artisti olandesi Jeroen Koolhaas e Dre Urhahn)... davvero parecchio da vedere, da leggere e su cui riflettere.

L’impressione generale e’ che la Biennale abbia davvero rispecchiato gli intendimenti del curatore, Mr. Terence Riley, che a suo tempo dichiaro’ :”... our idea is to create a paradigm that considers the cyclical growth pattern of urban sites such as Shenzhen, where cities create architecture, architecture creates cities, and how this process continues without end. At a time when sustainability is imperative, the idea of describing an open process that takes into account its own renewal and constant evolution is essential.”.

Se volete piu’ informazioni, qui il sito: http://hkszbiennale.org/2011/en/index.html

Raccomandabile, se passate o siete tra Shenzhen e Hong Kong durante questo periodo.



di Marco M Gobbo
visita il blog ArtAsia

 
I Giardini di SuZhou e il Giardino di Ye Fang, una tradizione che rinasce

Veduta del Giardino Cinese Classico di Ye Fang a SuZhou

Ho la fortuna di conoscere Ye Fang, calligrafo, architetto, pittore, raffinato e profondo conoscitore della propria cultura, compresa quella culinaria, grazie ad un incontro propiziato da JiangShan, art director del True Color Museum, che sta, appunto, a SuZhou. I lavori di Ye Fang sono state esposti in parecchie nazioni e collezionati da vari musei nazionali ed esteri.
Occasione dell'incontro e' il germe di un'idea, di un progetto in comune di cui vorremmo discutere. Jiang Shan mi porta in auto a casa di Ye Fang; attraversiamo le parti nuove e quelle antiche di SuZhou e discorriamo della grande pazzia di Ye Fang, che agli inizi degli anni 2000, convincendo i suoi vicini di casa, cinque famiglie, a mettere in comune i rispettivi spazi privati di cortile interno, fa partire a proprie spese un progetto di costruzione di giardino classico cinese.


Cosi', 500 metri quadri di cortile, 2 milioni di yuan, 700 tonnellate di pietre, oltre 30 specie di piante, un team di 30 operai edili personalmente supervisionati da Ye Fang, in due anni e mezzo di lavoro ricreano non “un” giardino classico cinese, ma quello che viene considerato una summa dell'estetica e delle idee culturali di cui un giardino classico cinese e' portatore.

Arriviamo alla porta di Ye Fang, che apre personalmente, vestito in nero, un sorriso. La mia disastrosa conoscenza della lingua cinese non mi permette di dialogare come vorrei, ma lui e' molto gentile nel colloquiare in maniera lenta, pacata e riesco a seguire parte del discorso, mentre Jiang Shan aiuta tutti a capirsi prestandosi gentilmente alla funzione di interprete. Senza indugi si passa dal soggiorno, in legno (profumato d'incenso, dominato da dettagli che traspirano cultura tradizionale… su un piccolo tavolo a sinistra noto un antico strumento musicale in legno, mi pare che sia uno ZhengNi, dal soffitto pendono paralumi che altro non sono che vecchi cappelli in paglia dei contadini del luogo, riadattati) alla porta finestra che manda sul giardino, che gia' si intravede da un ampia vetrata.

Passeggio lento seguendo Ye Fang, cerco di non perdere le sue spiegazioni, mentre mi riempio gli occhi dei numerosi dettagli che compongono questo insieme armonioso di acqua, vegetazione, rocce, fiori...

Ye spiega che sin dall'antichita' il giardino e' sempre stato un luogo considerato unico, per gli scrittori e artisti cinesi, e SuZhou era, ed e', la capitale dei giardini tradizionali, oggi ci sono una dozzina di vecchi giardini che sono elencati come patrimonio mondiale dell'Unesco, e possedere un giardino privato è diventato di moda tra i nuovi ricchi della città.

"Mentre molti vogliono un proprio giardino classico come simbolo di buon gusto, pochi si rendono conto che un giardino cinese è più che architettura e paesaggio. E' un contenitore di cultura, di simboli culturali" dice Ye, aggiungendo "Sono nato e cresciuto in un giardino classico, ho studiato e lavorato in un giardino cinese, la mia carriera è quella di dipingere e scrivere sui giardini cinesi, e adesso ho costruito, e sto vivendo, nel mio giardino"


Ye racconta come la sua prima infanzia sia trascorsa proprio in un giardino tradizionale cinese, che fu costruito dal bisnonno della madre, Bi YiCe, che dopo essersi ritirato dal suo posto di governatore durante la dinastia Qing (1644-1911), compro' un pezzo di terra a Suzhou e costruì il giardino Bi.
"Tutti i miei primi incontri con la cultura cinese sono avvenuti grazie a quel giardino" dice Ye " le iscrizioni calligrafiche sulle rocce e i dipinti sui muri del padiglione hanno nutrito e ispirato il mio interesse per la cultura tradizionale."

La "rivoluzione culturale" (1966-1976) costringe la sua famiglia a spostarsi dal Giardino Bi e una dozzina di famiglie si trasferisce li a condividere lo spazio.
Da allora, la costruzione di un giardino cinese divenne un suo sogno, realizzato nel 2003.

"Ho disegnato tutto il progetto, e discusso i dettagli di costruzione con i tecnici, esperti nella costruzione di giardini classici, spesso ho cambiato il design, sulla base di nuove ispirazioni per migliorarlo". La sua ricerca della perfezione si trasforma in una grande realizzazione di sintesi culturale che ora attira molti visitatori, soprattutto studiosi e artisti, da ogni dove.
"Io non volevo costruire un giardino da visitare. E' la mia casa, e volevo che fosse un giardino da vivere, ed utile per la mia famiglia," dice.

Sulla base dell’idea di giardino-da-vivere, Ye studio' i dipinti delle dinastie Tang e Song per cercare ispirazione e suggerimenti per la creazione del proprio giardino, che non e' una copia, ma una sintesi di concetti classici che si esprime in un giardino che descrive come "appartenente a questa epoca, e adatto a uno stile di vita urbano".
Aggiunge che spesso litigava con i suoi esperti artigiani, molti dei quali sono stati formati in teoria tradizionale del giardino cinese e si rifiutavano di accettare il suo approccio innovativo.

Il giardino è ora così celebre che i produttori di un documentario televisivo giapponese sull'arte dei giardini classici di Suzhou, lo comprese tra i migliori 10 giardini, quelli da non perdere.
A differenza degli altri nove giardini che sono vecchi di secoli, il giardino Ye ha pochi anni, ma ha vinto l'acclamazione da parte di studiosi e artisti di tutto il mondo per il suo design raffinato e la  ricca espressione della cultura cinese.

Continuiamo a camminare, mentre ammiro i fiori e osservo i pesci che nuotano calmi nello stagno, arriviamo al piccolo padiglione dedicato all'opera... di la' le rocce...

Ye Fang spiega come la struttura dell’ intero giardino si basi sulla filosofia tradizionale cinese, i cui valori principali sono l’ unione armonica tra gli uomini e la natura, tra l'uomo e il Creatore e l'uomo e gli spiriti culturali. Per questo motivo, le rocce ( montagne), l'acqua ( i fiumi), le piante, i fiori e i padiglioni dovrebbero essere presentati in modo tale da parere creati dalla stessa Natura. Ogni tipo di paesaggio artificiale, costruito dall'uomo, dovrebbe essere in armonia con l’ambiente naturale che lo circonda. Le filosofie cinesi del Confucianesimo, Buddismo e del Taoismo sono presenti, contemporaneamente, come elementi del giardino.


Le montagne simboleggiano lo “yang” principio maschile e l'acqua e' “yin” principio famminile, e interagiscono e si riflettono a vicenda, in perfetta armonia, come gli otto diagrammi. L’intero giardino e’ completo e equilibrato tutti gli elementi del giardino sono contestuali l'uno all'altro, e sono perfettamente integrati per creare un insieme completo di grande bellezza e pacifica armonia, adatto non solo alla ricreazione ma anche alla contemplazione e coltivazione del proprio spirito, della propria mente.  Le montagne artificiali sono state fatte cumulando rocce di TaiHu, cioe’ provenienti dalla zona del lago Tai in Cina. Le pietre sono state ammassate in maniera meticolosa cosi da rappresentare vividamente montagne selvagge e naturali, inoltre le pietre di Taihu hanno una texture unica fatta di rugosita' e fori sulla superficie, una caratteristica considerata preziosa e ammirevole. Gli imperatori della dinastia Song (circa mille anni fa ) consideravano le rocce di TaiHu come tributi di qualita' superiore.


Tutte le piante sono codificate secondo i significati e canoni della cultura tradizionale cinese, e viste come simboli. Nella cultura cinese, tutte le specie di pianta hanno proprie personalita’, morale e spirito, come gli esseri umani. La scelta delle piante fa riferimento alla pittura e alla poesia tradizionale cinese, in cui la forma e la collocazione degli alberi nell'ambiente richiedono uno studio accurato. La peculiarita’ piu’ importante delle piante nel giardino di Suzhou, e’ che fioriscono in tutte le quattro stagioni. Ye Fang esprime amore e passione per un opera che vede recuperare valori e ideali in cui era cresciuto, che ha visto spazzato e distrutto, e che ora rifioriscono. Il lavoro e l'energia che ha profuso nella realizzazione di quello che era il suo sogno di ragazzo sono qui, fanno parte del giardino, li senti nell'aria.

Rientriamo in casa, e sorseggiamo un te' delicatamente amarognolo. Ye Fang spiega che sta approntando un giardino simile, non uguale, di cui ha fatto dono alla citta’ di Venezia. Si chiama “A gift to Marco Polo”, dedicato a, forse, il primo occidentale ad elogiare i giardini di Suzhou. I lavori sono iniziati a marzo del 2010, e si trova sull'Isola di San Servolo, tra i promotori del progetto ci sono il Museo di Arte Contemporanea di Shanghai e la Venice International University.


"Non sarà semplicemente una copia dei giardini cinesi, ma il risultato di un concetto artistico, l'essenza dei giardini cinesi dal Song (960-1279) e Tang (AD 618-907)," sottolinea Ye "Quando Marco Polo visito' la Cina meridionale e visito' tutti i suoi giardini, descrisse SuZhou come il sogno del 'paradiso in terra', c
on questo giardino mi auguro si realizzi il suo sogno di 800 anni fa, nella sua Venezia."


E per un attimo, bevendo il te' e guardando in silenzio il giardino di Ye Fang, mi pare che la passione e l'arte siano davvero, a volte, realizzatrici di sogni.

Marco Maurizio Gobbo



di Marco M Gobbo
visita il blog ArtAsia



messaggi trovati: 5
 






     Exibart.
   Pubblicazione iscritta nel registro della stampa del Tribunale di Firenze con il n. 5069/01.
   Direttore Responsabile: Matteo Bergamini
   Direttore Editoriale: Cesare Biasini Selvaggi
   Direttore Commerciale: Federico Pazzagli - fax: 06/89280543
   Amministrazione: amministrazione@exibart.com -fax: 06/89280277