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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'ARTE CONTEMPORANEA NORDAMERICANA'
 
Christopher Pelley: La Storia e' Adesso (Parte Prima)

Christopher Pelley, Installation, HangZhou, China "Harmonious Society"

Dopo i nostri precedenti incontri a Roma, ho la fortuna di incontrare Christopher Pelley in Cina.  L'artista fotografo-pittore si trova a Hangzhou per un progetto collegato ad una residenza artistica. Io vivo a Shenzhen, ma per buona coincidenza ho un impegno di lavoro a Suzhou e Shanghai, che sono abbastanza vicine a Hangzhou, ed è facile organizzare un incontro.
Dobbiamo anche ringraziare il nostro amico Howard, di Suzhou, che agevola i nostri movimenti con la sua automobile e ha reso possibile l'incontro a Hangzhou. Christopher, Howard e io abbiamo anche visitato Shanghai, e durante la nostra ultima sera li, siamo andati a Xintiandi, per un caffè e abbiamo avuto abbastanza tempo per impegnarci in una conversazione - intervista informale che tocca argomenti come il retroterra dell'artista, le sue opinioni personali sull'arte e una miscellanea di argomenti. Con il permesso dell'artista ho trascritto il tutto, e qui lo pubblico.

Marco Gobbo: Allora Chris, perché dipingi? (Ridiamo) No, no … scusa, scherzavo, meglio iniziare con qualcosa di più facile... perché hai iniziato a dipingere? Quando hai iniziato? Hai sentito come una sorta di vocazione per la pittura? Quando eri un bambino?

Christopher Pelley: Non ho davvero "iniziato". L' ho sempre fatto, direi. Io facevo queste cose, disegnavo e non pensavo che fosse qualcosa come la "pittura". Altri bambini giocavano a palla, o qualcosa del genere, e io facevo questo, senza una specifica intenzione.

M.G.: Hai frequentato la scuola d'arte?

C. P.: No, sono andato all'Universita' . Perché sono interessato a un sacco di altre cose, come la storia, le lingue... la scuola d'arte si occupa principalmente, si sa, delle arti. Ero interessato a un sacco di altre cose.

M.G.: Chris, guardando i tuoi lavori alle volte mi pare che dietro di essi ci sia qualcuno affascinato dalla storia dell'uomo, dalle attivita' umane, i linguaggi, una specie di antropologo.

C.P.: Cosa vuoi dire con "antropologo"?

M.G.: Voglio dire qualcuno che studia l'uomo,  qualcuno affascinato dall'umanità e le sue attivita': la storia, i sentimenti, le culture, le lingue, la comunicazione, e cosi via dicendo.

C.P.: Non l'ho mai pensato in questo modo, ma sì, sicuramente e' anche cosi'.

M.G.: Per esempio, quando vedo il tuo progetto sul linguaggio dei segni, ecco per me dietro ci potrebbe essere una sorta di linguista, che traduce i suoi pensieri in forma artistica.

C.P.: Il lavoro che faccio è porre domande, come nel progetto Roman Laundry (Bucato  Romano).

M.G.: Da dove scaturisce il progetto Roman Laundry?

C.P.: Il concetto è arrivato dalla vita di tutti i giorni, vivo a Roma, e si sa, in molta della pittura italiana c'e' sempre un sacco di biancheria in giro, e nel luogo in cui vivo, Trastevere, la gente appende ancora la biancheria, in qualche strada le linee di biancheria passano da un edificio all'altro ... così ho iniziato a disegnare dei classici drappeggi romani, e li ho appesi su queste linee della biancheria. Così facendo ho cercato di
effettuare una connessione, da un atto della vita di tutti i giorni, tra  passato e presente. Posso dire che sono forse piu' interessato nella natura umana che nella pittura per se', ma ho un profondo interesse per la pittura fiamminga del Quindicesimo secolo. Dopo la laurea ho passato un sacco di tempo a visitare le Fiandre.

M.G.: Perché proprio l'arte fiamminga del Quindicesimo secolo?

C.P.: Non lo so precisamente, direi che mi risuona dentro, ne sono rimasto affascinato. Penso che ciò che è stato interessante me era un modo diverso di vedere, un modo più naturalistico di vedere il mondo, se lo paragoniamo per esempio alla pittura italiana del Quattrocento, in cui i pittori iniziano a giocare con la prospettiva, la matematica, il razionalismo, e le formule ... ma la pittura del Quattrocento nelle Fiandre riguarda di piu' lo sguardo, l'osservazione, il naturalismo gotico, l'interesse per il mondo naturale che li circonda, ecco direi che l'arte fiamminga del Quindicesimo secolo e' interessata di più nel mondo che li circonda. E questo e' in sintonia con me.

M.G.: Capisco ... sai che, scavando nella storia dell'arte italiana, siamo di solito sopraffatti dall'arte di Roma, Firenze e Venezia, e sono d'accordo con te, la pittura del Quattrocento in Italia, in quelle zone, è molto intellettuale, ma in Lombardia, la pittura era molto più vicina alla sensibilità delle Fiandre, più vicino al mondo naturalistico, ma tutto questo è come un torrente che scorre sotto la storia dell'arte italiana. In realtà anche le scuole pittoriche del territorio veneziano sono un po 'sottovalutate, di solito i pittori cosiddetti minori, molto vicini alla sensibilità del Nord Europa, non sono così apprezzati come dovrebbero, a mio parere.

C.P.: Direi che questo succede perche' gli storici dell'arte piu' famosi e influenti del XX secolo, come Bernard Berenson, hanno messo in evidenza l'arte italiana di Firenze e Roma. Ma non direi che Tiziano, pittore di Venezia, sia sottovalutato. (Ridiamo). Sai Marco, credo che sia molto interessante il fatto che la pittura ad olio sia stata portata in Italia dalle Fiandre da un uomo della Sicilia.

M.G.: Oh, sì, questo e' davvero qualcosa di molto intrigante, Antonello da Messina,  l'artista che dalla Sicilia viaggia per l'Europa e introduce la pittura ad olio in Italia, a Venezia, con i pittori veneziani che subito accolgono la novita', anche perche' l'olio non soffre l'umidita' di Venezia come gli affreschi, per esempio (Insieme MG e CP): Perché gli affreschi cadevano dal muro! (ilarita').


C.P.: Sai, stavo pensando a quello che hai detto poco fa, hai usato questa parola, "scavare". Penso che uno dei punti di svolta nella mia vita, quando ero giovane, e' stato durante una lezione di storia, la mia prima lezione di storia dove ho iniziato a sapere di queste aree del mondo in cui scavano e dove pare che non ci sia niente, e poi portano alla luce citta' sotto citta', che una volta erano abitate, vissute e adesso non c'e', apparentemente, piu' nulla... ecco questo mi ha affascinato moltissimo.M.G.: Mi sento come se siamo sulla parte piu' esterna di una cipolla, sulla buccia, e sotto ci siano strati e strati di questo passato, di questa storia.

C.P.: Perché sei italiano, vivi e sei cresciuto con le vestigia del passato intorno a te, ma io sono cresciuto in una zona del mondo dove quando qualcosa e' vecchio di cento anni e' gia' considerato antico, storico. 

M.G.: Quindi, quando hai cominciato a essere consapevoli del fatto che ti stavi dirigendo verso la pittura, che la pittura era il tuo modo, il modo di esprimere te stesso, potresti indicare un momento?C.P.: Penso di non aver avuto una specie di momento epifanico, onestamente non posso ricordare quel momento. La pittura e' qualcosa alla quale mi sono dedicato presto, quando avevo circa diciassette anni.

M.G.: Hai usato immediatamente l'olio? Hai provato altri mezzi, come acrilico, collage, acquerelli?

C.P.: No, no, solo l'olio, sempre olio.

M.G.: A proposito di olio, come è ora negli Stati Uniti? American Pop è il grande momento in cui l' acrilico e' al centro della scena, e adesso? C'è stato un momento in cui la maggior parte dei pittori usavano l'acrilico, l'acrilico era ovunque.

C.P.: Ora è piu' fratturato, direi, cinquanta-cinquanta e onestamente devo dire che in
generale la gente pensa ancora che l'olio sia la vera pittura, come se questa sia la tecnica della pittura seria. Penso anche che ci sia una complessità nell' olio, che l'acrilico non ha.

M.G.: Quindi possiamo dire che tu faccia questo per vocazione, non riesco a pensare a una parola migliore. Hai mai pensato che ne avresti potuto fare una professione, di questa vocazione? Lo chiedo perché ho incontrato altre persone che pur sentendosi pittori, hanno poi preferito dedicarsi all'illustrazione, o all'animazione, ritenendole carriere piu' sicure.

C.P.: Non mi sono mai posto questo tipo di domande ... ho mai pensato che questa era una scelta di carriera, che forse non avrei dovuto fare? No, no.

M.G.: Hai mai la sensazione che sarebbe stato più facile se tu avessi fatto qualcos'altro?

C.P.:  Sì, certo, certo. Ma sono molto contento della decisione che ho preso.

M.G.: Di cio' che fai, che cosa ti rende felice, come uomo che si esprime artisticamente?

C.P.: Sono entusiasta di un progetto, del momento del suo concepimento, e di quando lo porto a compimento, e ci sono anche altre parti di un progetto che mi rendono felice. L'arte è comunicazione così anche quando ho messo qualcosa là fuori, sono felice per la risposta da parte delle persone. Non mi aspetto che la gente veda il mio progetto dal mio punto di vista, ma mi godo le loro idee e valutazioni: a volte c'è qualcuno che dice "Oh sì, sì, mi sento allo stesso modo, proprio come questa sensazione che c'e', questo feeling, in questo lavoro ". E' un modo per connettersi con altre persone , si generano dei collegamenti, si innescano dei sentimenti. Tutto questo lo trovo gratificante.

M.G.: Sai che in precedenza stavo commentando con Howard i tuoi progetti, come quello che abbiamo visto sul tuo sito web, "Il piacere e' nostro" (Its our pleasure). Hai fatto un paziente lavoro di taglio, riportando le proporzioni, isolando i dettagli, mettendoli a fuoco, mostrandoli, un  po' come ingrandire i dettagli che ci sfuggono durante la vita quotidiana, e costringere le persone a fermarsi e a riflettere. Ho pensato: molti artisti al giorno d'oggi hanno idee, poi hanno altre persone che lavorano per loro, che sviluppano il lavoro, i concetti, e cosi facendo si distanziano dall' esecuzione del lavoro. Ti vedi nella stessa situazione?

C.P.: In realtà, a volte sarebbe bello avere un po 'di aiuto, ma alla fine la mia gratificazione arriva dal lavoro manuale vero e proprio, dalla creazione. Per me è il processo che conta, attraverso il processo imparo qualcosa, imparo su me stesso, grazie al mio fare, posso cambiare dal concetto iniziale al risultato finale, nuove idee arrivano mentre si lavora su un progetto. Come il progetto che ho realizzato di recente in Cina, utilizzando il linguaggio dei segni per sillabare la frase "società armoniosa", il lavoro  che hai visto. Originariamente avevo pensato di disegnare le mani che sillabano, usando il linguaggio dei sordomuti americani, la frase, ma dopo il mio stare e condividere il mio tempo con i lavoratori lì, ho voluto collegare la frase con i lavoratori, e c'e' stato un grande cambiamento: ho avuto l'idea di non ritrarre le mani, ma di scattare foto delle loro mani, utilizzando il linguaggio dei segni, e questo è un grande cambiamento. E penso che il progetto elaborato sia diverso dalla mia idea iniziale, che era un po' più cinica, ma ora il lavoro ha una prospettiva diversa, è più ambiguo, moralmente.

(continua)



di Marco M Gobbo
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Christopher Pelley: La Storia e' Adesso (Parte seconda)

Christopher Pelley, Hangzhou, Installazione "Migrant Worker"

(continuiamo la pubblicazione dell'intervista all'artista nordamericano Christopher Pelley)

M.G.: Quando hai iniziato a esprimerti con le installazioni? Cosa c'è dietro di loro?

C.P.: La stessa che si trova dietro i miei quadri: domande.

M.G.: Sai che al giorno d'oggi il pubblico è spesso perplesso dalle installazioni, queste opere d'arte sono tra le opere più difficili da capire. Quando vedono le installazioni un sacco di persone sono davvero disorientate, non sanno bene come considerarle.

C.P.: Perché questo è un nuovo linguaggio. Effettivamente questo è già accaduto nella storia dell'arte, con altri linguaggi e tecniche. Così, tante persone sono a loro agio con opere più antiche, perché il linguaggio usato gli è più familiare.

M.G.: Pensi che questo  sia un periodo in cui l'arte è sempre, in qualche modo, "intellettualizzata", se posso usare questo termine?

C.P.: Beh, se si pensa alla scienza odierna e praticamente ad ogni altro settore della conoscenza di oggi, tutti usano linguaggi specialistici. Pensiamo all’astronomia, quante persone al giorno d'oggi possono davvero capire il suo linguaggio?

M.G.: Allora sta al fruitore, al pubblico imparare il nuovo linguaggio dell'arte, per cercare di capire e tradurre il nuovo, si tratta di una evoluzione?

C.P.: Certo sta anche all’artista comunicare le proprie idee,  e se l'artista non è riuscito a comunicare l'idea, c'è qualcosa di sbagliato nella equazione.

M.G.: A volte mi pare che gli artisti parlino di se stessi a se stessi, una sorta di discorso solipsistico. Che te ne pare di tutto questo "ismo" in arte, il post post moderno ... cosa penseranno di questo periodo in 50 anni?


C.P.: Stavo pensando a questo oggi, andando in giro a Shanghai, passeggiavo e vedevo questi nuovi progetti di edilizia, sui cartelloni pubblicitari la grandiosita’ di questi progetti ... che cosa penseremo di tutto cio’ tra 50 anni, di tutto quello che sta succedendo ora?

M.G.: Capisco il tuo punto di vista, ma a me sembra che questo sia un periodo in cui tutto è permesso, sei d’accordo? Penso che questa sia la realtà odierna.

C.P.: Sono d'accordo conte su questo, e si può vedere che succede lo stesso con l'architettura, sembra che tutto sia permesso.

M.G.: Come ti senti a riguardo? Come ti rapporti con quello che noi chiamiamo "contemporaneo"?

C.P.: Cerco di non pormi questa domanda, penso che questo sia qualcosa di cui qualcun altro dovrebbe occuparsi. Io sono moderno perché vivo in questo tempo, vivo e lavoro oggi. Quindi non mi pongo questa domanda.

M.G.: Guardando al tuo lavoro, è subito evidente il tuo profondo interesse per la mitologia e la storia. È stato sempre così?

C.P.: Sì, infatti. E' stato sempre così, mi sono reso conto abbastanza presto che ci sono delle immagini, un vocabolario, là fuori, che va avanti da secoli, che sono riciclati, riutilizzati. E' stato divertente, per me, vedere ville costruite nella campagna in Cina, utilizzando colonne e pilastri in stile classico greco-romano. L'ho trovato divertente, e interessante perchè è  anche la dimostrazione di un vocabolario che è ancora qui, in mezzo a noi.

M.G.: Come è la scena artistica di New York in questo momento, 2012, dal tuo punto di vista? Tu sei di New York... senti molta differenza tra East Coast e West Coast ?


C.P.: Io non so molto della costa occidentale, davvero. Penso che ci sia una differenza, Los Angeles sta creandosi un suo ambiente particolare. New York era il magnete che attirava i nuovi artisti, ma come succede per un area popolata da artisti che subisce un processo di gentrificazione e che nel giro di quattro o cinque anni diventa totalmente diversa, sta cambiando. Credo che New York diventerà sempre meno il centro del nuovo, della giovane arte,  ma diventerà il grande centro dell’ arte “ufficiale”.

M.G.: Che è un po' quello che è ora Londra, in un certo senso.  Londra è una sorta di luogo dove mostrare,
consacrare le nuove tendenze, le nuove correnti, allorché vengono elaborate, almeno in Europa.

C.P.: Ora, tornando su quello che dicevo prima in merito a Shanghai, perché mi piace Shanghai, e la Cina? Perché sento che qui le cose sono fatte, costruite, create, c'è questa energia in giro... un senso di qualcosa che accade, la percezione di questa energia che, credo, New York sta perdendo.

M.G.: Ora voglio dirti qualcosa sul tuo lavoro che forse nessuno ti ha detto prima, se mi permetti, ma prima una piccola digressione. New York per me vuol dire Graffiti, l'inizio dei Graffiti come forma d'arte, diventati forma d'arte principalmente proprio grazie a New York. A volte mi sento, davanti al tuo lavoro, come se mi trovassi di fronte ad un graffito. Per me, sono come graffiti, di un tipo speciale, naturalmente.

C.P.: Davvero?

M.G.: Si. Sento che i lavori hanno la stessa energia che potrei trovare in un graffito. Il disegno, le parti realistiche dei tuoi lavori, gli squarci di paesaggio, li vedo, li ho visti, come se facessero parte di un muro, cone il paesaggio che si intravede attraverso il muro rotto, un muro che hai dipinto .. Forse non hai mai pensato a questo.

C.P.: No, in realtà non ho mai pensato a questo, e mi pare davvero interessante.

M.G.: Secondo me tu realizzi opere che sono delle dichiarazioni, e tu scrivi queste dichiarazioni su di un “muro”, un muro speciale, che hai dapprima dipinto. Tu non stai solo citando immagini dal passato, non stai solamente riportando sotto i nostri occhi, facendoci rivedere e pensare quanto il passato sia ancora in mezzo a noi, queste immagini. No. La mia idea è che tu stia affermando che che queste immagini sono sempre state lì, sono sempre parte di noi. Il modo in cui le rappresenti, per esempio: alcuni dei tuoi primi critici hanno scritto che tu crei degli sfondi neutri dove le immagini e gli oggetti sono come messe insieme, rappresentate sullo stesso piano, dipinto e mentale, questo lo si vede chiaramente, almeno in alcune delle tue opere, e dopo un po' che le osservo, mi sento che le tue tele potrebbero essere muri, e quindi non mi sorprende che tu sia di New York. E quando vedo le tue nuove opere con i tuoi disegni, il linguaggio dei segni, bene, questa sensazione aumenta, diventa una sicurezza.

C.P.:  Questo è molto interessante, che tu senta che ci sia qualcosa che provenga dall'arte dei graffiti.

M.G.: Mi pare di poter affermare che il vocabolario dell'arte graffitara sia una delle possibili fonti
del tuo vocabolario artistico.  Sì, stavo guardando di nuovo le tue opere, e il pensiero mi e' affiorato chiaramente in mente: il tuo non è solo uno sfondo neutro, e' uno sfondo che da' davvero la sensazione che potrebbe essere un muro, e su quel muro, a volte spaccato, ci sono queste immagini, e graffiti, e la mia ipotesi è che tu abbia, di fatto, in qualche modo assorbito questo “codice” dei graffiti, non intenzionalmente, forse. Alcuni dei tuoi lavori precedenti hanno molti riferimenti all'arte classica,  poi vedo chiaramente uno sviluppo del tuo discorso in cui utilizzi anche, e sempre piu', oggetti di uso quotidiano.

C.P.: Sì, sì. Non ho mai pensato a questo prima, ma posso essere d'accordo con te, mi piace, mi pare molto vero.

M.G.: I tuoi lavori, a mio parere, sono più moderni, più post-moderni, di quello che forse tu stesso possa immaginare. Lo sfondo è perfetto per il tuo particolare linguaggio di strada, un linguaggio di strada filtrato dalla tua mente, una mente che è consapevole della storia dell'arte e della mitologia, sensibile al richiamo delle culture del passato. Così come, tanto per fare un altro esempio, Jean Michel Basquiat, che ci riconsegna e filtra un mondo di violenza e rabbia, e la cultura della droga ... e Basquiat ha seguito questo percorso: dalla strada, dai graffiti sul muro, va  a dipingere su tele enormi, tele che sono mimesi delle pareti di strada, come se la tela fosse il muro. Tu forse non hai mai fatto graffiti sul muro di una strada, quindi posso dire che tu hai saltato quel passaggio, ma le tue tele sono, per me, a loro modo, graffiti contemporanei su un muro. Tu non puoi che venire da New York!

C.P.: Posso dirti una cosa? Conosci l'ultimo progetto che ho realizzato a Roma? Si chiama Progetto Dante. Se Dante fosse vivo oggi, come avrebbe potuto manifestare la propria poesia, là fuori? Voglio dire, scrisse in una lingua comune, non in latino, fu bandito ed escluso dalla struttura di potere, così l'ho immaginato come un graffitaro, un artista dei graffiti, e così ho scritto citazioni dalle poesie di Dante, come graffiti, in giro per Roma.

(Ridiamo)

M.G.:Perfetto! Quindi, vedi, hai in te questa arte dei graffiti.

C.P.: Alla fine ho deciso di prendermela anche con i  manifesti politici. Ho scritto alcune frasi, una di loro era: "Vieni a vedere la tua Roma che piange", e le ho appiccicate sui manifesti politici.

(continua)



di Marco M Gobbo
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Christopher Pelley: La Storia e' Adesso (Terza e ultima parte)

"Italian Lesson" detail, 2011. Christopher Pelley

(continuiamo la pubblicazione dell'intervista all'artista Christopher Pelley, questa e' la terza e ultima parte)

M.G.: Quindi, se mai fossi il tuo curatore, scegliendo e presentando le tue opere non esiterei a parlare proprio di questo, questa parte graffitara del tuo linguaggio artistico, di cui forse non eri cosciente.

C.P.: Per niente, per niente, ed è divertente constatare come hai appena collegato i punti di questo, che non sapevo esistesse.

M.G.: Questo fa parte di me. In un certo senso, guardo e  cerco di essere l'artista, l'autore delle opere che guardo. Questo è quello che ho fatto. Continuare ad analizzare le cose, e associarle, è una costante per me, per i miei processi mentali. Secondo me tu non solo crei e associ immagini e oggetti che poi metti su uno sfondo neutro, ma scrivi, davvero scrivi le tue dichiarazioni su questo muro ideale, la tua tela; per questo ho trovato le tue opere affascinanti, e moderne. A volte hanno questo aspetto di rebus, di indovinello, come se tu stia invitando il pubblico a indovinare i significati ulteriori.

C.P.: Giusto, e  non fa anche parte, questo punto, dell'arte italiana? L'idea di enigma, l'idea dell'indagare, per capire che cosa sta succedendo?

M.G.: Sicuramente, sì, e in realtà è anche parte della tradizione cinese, perché qui in Cina, un paesaggio non è mai solo un paesaggio. E la tua pittura ha questa qualità, questo invito allo spettatore a chiedersi, a domandarsi, a vedere cosa c'è dietro il tuo lavoro. Molti dei tuoi critici citano spesso le tue indiscusse qualità di "pittore - pittore”, e mi riferisco alle tue qualità tecniche.

C.P.: Io non credo che sia l'essenza di ciò che sto facendo.

M.G.: Sono d'accordo. Mi pare che tu voglia invitare il pubblico a risolvere un puzzle. Posso immaginare tutte le tue opere insieme, come le pagine di un libro, un libro che invita il lettore a decodificare qualcosa, qualcosa che è molto privato, la tua vita, i tuoi pensieri, e qualcos'altro che è condivisibile da parte dello spettatore, un libro che invita a vedere questo gioco tra passato e presente, e tutto questo è sulle tue tele, che sono proprio come i graffiti sui muri. In un modo molto personale e raffinato, scrivi i tuoi graffiti.
Posso chiederti quando ti recasti a Roma, per la prima volta? Adesso stai li per moltissimo del tuo tempo. Che cosa mi potresti dire a proposito della tua prima volta, e che cosa provi, adesso?


CP: La prima volta che sono andato a Roma era il 1979, appena uscito dal college, fui semplicemente meravigliato, stupito. E ci sono tornato, forse dieci volte, continuando a dirmi “Voglio vivere qui, non voglio essere solo un turista”, e poi mi offrirono un lavoro come insegnante, qui.
La prima volta, si sa, e come confrontarsi con ... fammi pensare a una buona analogia, è come l'apertura di un altoforno, tutto il calore ti stravolge, ti tramortisce, tutto sembra mono dimensionale.
Ora cerco di capire come funziona la città, è come avere una conversazione con la città, la città sta crescendo in me. Io non la vedo come un turista, ma non sono un romano, così posso vederla e considerarla in modo distaccato, come un outsider. Posso rendere,  ai romani, dettagli e riflessioni sulla loro città che loro, semplicemente, non vedono. A volte loro pensano che quello che sto facendo sia divertente da matti.


M.G.: Hai mai pensato di fare video? Dopo aver visto le installazioni, ho pensato che tu potresti muoverti in direzione dei video.

C.P.: Ho già iniziato con i video. L'ho già fatto. Sto usando molto la fotografia e i video per esprimere me stesso.

M.G.: E hai in corso qualche progetto?

C.P.: Oh sì. Conosci il modo in cui mi piace provare a costruire un senso di stratificazione e densità nei miei quadri? Beh, un cantiere è solo un cumulo di macerie e roba, e tutti questi  pezzettini di roba che spuntano qui e li sono veramente belli. Ho pensato che tutto questo è come il nuovo paesaggio cinese, questo senso di edifici che si ergono su altri edifici.

M.G.: Come vedi questo nuovo mondo digitale che sta arrivando? In che modo la tecnologia influenzerà il modo in cui ti esprimi?


C.P.: Direi che questo mondo digitale è già qui. Stiamo vivendo il momento del cambiamento. In che modo usiamo la tecnologia, come possiamo integrarla nel nostro lavoro? Questo è uno di quei momenti della storia in cui abbiamo davvero cambiare il nostro modo di scambiare informazioni. Io, per esempio, prendo un'immagine digitale, e poi dipingo ogni pixel, per cercare di afferrare il vecchio modo di fare, quello analogico, e applicarci sopra il nuovo modo. L'idea è quella di prendere qualcosa di vecchio, organico, spontaneo e impreciso e sovrapporci qualcosa che è estremamente preciso.

M.G.: Ho letto nelle tuo note biografiche che hai viaggiato molto in Europa, come mai sei a Roma? Perché non sei a Parigi, per esempio? Considerato il tuo  lavoro. Forse senti Roma più adatta a te?

C.P.: Penso che l'Universo lavori in modo che se si desidera qualcosa
c’è lo si trovi li, si ottiene ciò che si vuole. Davvero. Ho vissuto a Parigi per un po', poi ho soggiornato a Roma.

M.G.: Quali sono le principali differenze tra Parigi e Roma? Sai, Parigi è una delle città europee un po' speciali per gli italiani, insieme a Barcellona e Londra, e posso magari aggiungere Amsterdam.

C.P.: Oh tante, tante ... troppe differenze. Posso dire che per me Parigi ha rappresentato il Medioevo, il Gotico, ma a Roma hai questa percezione, quasi incredibile,  dell'antichità.
Quello che mi piace, vivendo a Roma, è che la vita accade intorno a noi. A New York tutto è una destinazione, un posto dove andare. Si va da qualche parte per fare, vedere qualcosa. A Roma, tutto ciò che accade è intorno a te, la vita sembra svolgersi così, senza soluzione di continuità, vuoi un caffè? C'è il bar, hai bisogno di incontrare qualcuno? La piazza è proprio qui; la chiesa che frequento, quando sono a Roma, è una chiesa del 12 ° secolo, tanto per fare un esempio di continuità della storia.

M.G.: E come sono i tuoi rapporti con la storia e la mitologia, dopo essere diventato un mezzo cittadino romano?

C.P.: Non possono essere altro che più forti. Con più domande sul perché alcune immagini resistano nel tempo, perché altre no, perché continuiamo a leggere le stesse storie? Perché ci dicono qualcosa di noi stessi, ogni volta, e di volta in volta ogni nuova generazione può comprenderle e reinterpretare e farle proprie.
Un filo tra passato e presente. Pensa ora alla Cina. Ora ci sono generazioni di giovani che crescono senza zii, cugini, fratelli, sorelle, in un paese in cui i valori della famiglia sono, storicamente, così importanti. Si tratta di un fenomeno nuovo nella storia. Questo generazioni, in un certo senso, perderanno quel filo. Che cosa succederà?
Venendo in Cina, devo dire che ho cominciato a vedere i diversi strati e livelli della Cina, e parecchi sentimenti negativi che provavo in cuor mio si sono ammorbiditi, mi sono reso conto di quanto sia difficile per le persone avere a che fare con un governo cosi centralizzato. Sei in un luogo, in un edificio, e tutto ciò domani potrebbe essere sparito, andato. Mentre ero alla residenza ho incontrato un giardiniere. Aveva creato un bellissimo giardino, proprio al limite del cantiere, ma ho paura che demoliranno tutto prima che le piante crescano e le coltivazioni maturino.

M.G.: Sai Chris, sento che la Cina sta cambiando velocemente, in parecchi dei suoi aspetti. Arrivai in Cina nel 2006, e in quel momento si sentiva un grandioso senso di ottimismo intorno, soprattutto a Shenzhen. La gente lavorava sodo, ma in qualche modo felice di lavorare così duramente, con davvero l'idea che tutto sarebbe stato per il meglio. La punta di questo momento di generale ottimismo penso che sia stato l’agosto 2008, il momento dei giochi olimpici. Dopo l'agosto 2008, in pochi mesi l'umore ha cominciano a cambiare, poi è subentrata la crisi.  La gente comincia ad agire in modo diverso, forse la crisi, appunto, ma ho il sospetto che non ci sia il solo motivo, che ci sia molto di più dietro al cambiamento dell’umore generale. In ogni caso quel senso di quasi esagerato ottimismo è sparito.

C.P.: Credo sia una questione di economia. Nei primi dieci anni di mega crescita economica in Cina, quasi il 40% della gente ha visto e ottenuto miglioramenti del proprio tenore di vita. Negli ultimi 10 anni, solo il 10% ha visto grandi cambiamenti, e le persone che hanno ottenuto molto di più, sono quelle che già avevano. La crescita non è uniforme. Quando ho iniziato il progetto sulla “Società Armoniosa” sono partito con grande cinismo, ma poi ho iniziato a simpatizzare, a provare affetto per questi lavoratori migranti, ho voluto includerli, questa gente generalmente trattata così male, e sono quelli che hanno davvero costruito la Nuova Cina.

M.G.: Di sicuro, pensa a Shenzhen, una città interamente costruita da loro.

C.P.: Cosa posso dire? Sai, la città di Phoenix, per esempio, qualsiasi posto che conoscevo, compreso il collegio, è stato distrutto, non c'è più. Tutto è andato. Adesso, quando ci torno, non ho alcuna connessione. Così in certo senso posso dire di capire cosa sta succedendo qui in Cina, ma qui sta accadendo su una scala enorme.
 

M.G.: Allora, Chris, tutto quello che è Cina, ciò che hai visto e  incontrato finora, ti dà delle idee, degli input artistici?

C.P.: Oh, sì, è per questo che amo così tanto venire qui. Mi vengono in mente un sacco di idee nuove, sono cresciuto molto qui.

M.G.: Questo, di certo. 

C.P.: Ci sono anche degli ostacoli.  Ad alcuni degli artisti in residenza è stato impedito di scattare foto, nei dintorni di dove eravamo. Qui si è davvero controllati, penso a momenti come quando si viene fermati e interrogati perché si stanno facendo fotografie a degli edifici che saranno demoliti. Poi c’è  la censura di internet. Una delle notizie che hanno censurato è stata la tempesta che si è abbattuta su New York, perché forse non volevano che fossero fatti possibili collegamenti con l'inondazione di Pechino, e i suoi morti e danni, durante la scorsa estate.

M.G.: Christopher, penso davvero che le differenze tra le persone, in tutto il mondo, siano molto meno di ciò che la nostra educazione ci porta a credere, penso che sotto lo strato del nostro imprinting culturale e scolastico, le persone siano molto più simili.

C.P.: Sono d'accordo, e questo è una delle cose di cui mi piace parlare, oltre che della continuità del passato, e di come il passato in realtà eserciti una grande influenza sul presente, ma pare proprio che lo si voglia negare sempre.

M.G.: Credo che, per  la maggior parte, non ci rendiamo nemmeno conto di questo, questo pensiero non ci sfiora nemmeno.

C.P.: Sì, ci piace credere di essere così "moderni", in tutto il mondo. E questo è ciò che interessa ora alla Cina, la Cina in questo momento dice sempre e solo: siamo moderni, abbiamo il treno proiettile, stiamo costruendo grattacieli enormi, e tutte le immagini che la Cina vuole mostrare di se’ sono le immagini delle nuove, super moderne città... ma ti voglio dire di un episodio: nel complesso edilizio, non ancora finito, in cui ho vissuto a Hangzhou, ci sono alcuni edifici che non sono ancora occupati, anche se è completato al 100%, sono sigillati. I custodi e le persone addette alla sicurezza che vivono li, hanno ricreato una specie di villaggio, proprio intorno al nuovo moderno, prestigioso palazzo –  e questo da un senso di continuità con il tipo di vita che conoscono. Strano, ho appena connesso mentalmente questa “coabitazione” del nuovo palazzo in vetro-cemento con il villaggio tradizionale con delle stampe che ho visto in precedenza, che rappresentano edifici medievali intorno ad un paesaggio e che incorporano edifici monumentali della Roma imperiale.

MG: Pensi che ci sia la necessità di ricordare il passato?

CP: Penso proprio di si,  penso che dobbiamo farlo, penso che non ne sappiamo molto.

MG: Christopher, davvero grazie per il tuo tempo e le tue opinioni e pareri, che ci permettono di comprendere meglio l'uomo dietro le opere.

C.P.: Il piacere è mio Marco, grazie per il tuo interesse e per le tue opinioni.



di Marco M Gobbo
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