 Luno e due, inchiostro di china nera e pastello blu, Emanuela Genesio | |
Luno e due è l'ultimo degli e-truschi.
Sottile come una lingua di serpente, elegante naturalmente, Luno e due si offende facilmente quando lo si scambia per un soprammobile. Sempre sull'attenti, è pronto a separarsi in due: fronte retro fratelli, ma indipendenti parti dell'uno.
Pensieri per una favola e-trusca.
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Sul Naviglio dove un tempo, e anche ora, la nobile società trovava compensazione alla vita della metropoli milanese (cfr.), si è accolti da un grande rinoceronte bianco (finto) e da graziose oche (vere); varcato un cancello segnato dal tempo, la proprietaria dalle molte primavere ma con irrefrenabile entusiasmo presenta i tesori d’una straordinaria dimora quattrocentesca immersa nel verde, Casa Dugnani, trasformata in una sorprendente galleria d'arte.
Grandi sale arricchite da virtuosistiche sculture ad esaltare il vero, più vero del vero, animali d'ogni specie e felini in particolare non impagliati ma, ecologically correct, in bronzo dipinto; fra camini monumentali e biblioteche a parete con volumi da élite illuminata, fra Gobetti e Hobsbawm, vecchi alberi diventati installazioni che non copiano la natura ma la trasfigurano; così ad un delizioso martin pescatore sospeso su una canna flessuosa fanno da contrappunto deliziose Ovalia d'uccelli acquatici, meticolosamente tassonomiche, incorniciate come nelle più sorprendenti wunderkammer.
Le opere di questo “Bestiario” (titolo della collettiva) immaginifico e multiforme invadono anche gli spazi sotterranei delle cantine (non meno affascinanti dei piani superiori) e come detto quelli en plein air della magione e dunque anche il giardino che affaccia sul Naviglio, sul castello di Robecco e sulla Villa Gaia Gandini, già Borromeo, Confalonieri, (verrebbe da aggiungere, con impertinenza fantozziana, Mazzantiviendalmare); inevitabile non bearsi di cotanto splendore gentilmente omaggiato a noi, schnorrer ad arte, perché scroccare con garbo ed eleganza è, se non proprio un’arte, almeno artigianato di classe.
Occhi appagati ad libitum come pure le papille gustative, soddisfatte da leccornìe caloriche innaffiate con un delizioso bianco frizzantino privo d'etichetta ma non per questo meno suadente, a vellicare il velopendulo, ricaricandoci a dovere per il ritorno. E appunto nel viaggio a ritroso a forza di pedali, costeggiando la via d'acqua artificiale (che qui pare viva e dai sentori gradevolmente marini), si sfiorano con lo sguardo ville sobrie ed eleganti, certo non sono le palladiane sul Brenta, ma tanto basta ad indurre una sorta d'eccitazione ed immaginare di trovarsi nei pressi della Malcontenta, in vista di Venezia anziché alla confluenza col Naviglio Grande, bituminoso e che di grande ha simpatici voragini punteggianti la ciclabile verso il conglomerato che chiamano Milano.
In una primavera diciamo bizzosa, un sabato così, dal sole splendido è un regalo ancora più gradito, i polpacci macinano chilometri come niente fosse, il vento sempre favorevole, fa pensare che pure alle spalle siano gli scossoni dell'economia, le maree nere e gli ordinari orrori quotidiani.
La vita è un lungo fiume (naviglio) tranquillo; mica vero, ma è carino pensarlo almeno per qualche giro di lancetta d'orologio.
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