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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'BOCCIONI'
 
LIBERTY un cognome che ha dettato uno stile. Grande mostra ai Musei San Domenico Forlì

Giorgio Kienerk

Dopo le due rassegne dedicate a Wildt nel 2012 e al Novecento nel 2013, continua, da parte della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, l’impegno ad indagare protagonisti ed ambiti del Novecento italiano. Dal 1 febbraio al 15 giugno 2014 presso i Musei San Domenico a Forlì, sarà allestita la mostra: LIBERTY, uno stile per l'Italia Moderna.

Come per tutte le esposizioni realizzate a Forlì l’occasione è anche un preciso legame con il territorio, da cui il percorso si estende in un ambito nazionale. L’Emilia e la Romagna sono state infatti una delle più significative officine italiane del Liberty, un gusto, uno stile, ma anche un modo di vita, una visione del mondo, che ha dominato l’Europa nell’epoca esaltante, per il suo slancio di rinnovamento, tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e la Prima Guerra Mondiale.

Maggiori informazioni sul sito www.romagnaliberty.it, un portale dedicato all'arte Liberty in Romagna e in parte nell'Emilia.

Le sale dei Musei San Domenico ospiteranno una mostra che farà dialogare, con un allestimento basato sui rimandi, i confronti, e gli effetti spettacolari, la pittura con la scultura e le arti decorative, dalle vetrate ai ferri battuti, ai mobili, agli oggetti d’arredo, ai tessuti ed ai gioielli. Evidenziando certi temi e alcune soluzioni formali, sarà possibile tracciare una linea comune tra i dipinti di Boldini, Previati, Nomellini, Baccarini, Kienerk, Grubicy de Dragon, Segantini, Pellizza da Volpedo, Longoni, Sartorio, De Carolis, Marussig, Zecchin, Chini, Casorati, Mucha, Boccioni, Dudreville, Innocenti, Bocchi, Viani e le sculture di Bistolfi,  Ximenes, Trentacoste, Canonica, Rubino, Andreotti, Wildt, Martini, le vetrate e i ferri battuti di Mazzucotelli e Bellotto, le ceramiche di Galileo Chini, Baccarini, Cambellotti, Spertini, Calzi, i manifesti di Dudovich, Terzi, Hohenstein, sottolineando, attraverso un apposito apparato grafico, i rapporti con la letteratura, tra D’Annunzio, Pascoli e Gozzano. Ma anche con la musica di Puccini, Mascagni e Ponchielli. Sarà dunque possibile sottolineare i molti punti di incontro, come nella ricorrente metamorforsi tra la figura umana, il mondo animale e quello vegetale,  tra Liberty e Simbolismo.  I confronti europei non potranno prescindere da autori come  Klimt, Adler, Moser, Tiffany, Klinger, Boecklin, Van Stuck, Morris, Leighton.


Fonte: www.italialiberty.it/liberty-unostileperlitaliamoderna



di Andrea Speziali
visita il blog IL NOTIZIARIO DI ANDREA SPEZIALI

 
CINA, GUANGZHOU, GuangDong Museum of Art: “A B C/F= Futurismo” (Seconda Parte finale)

Ritratto di Andreoni di Attilio Alfieri_1931

Il percorso espositivo si apre con il Manifesto del Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti, e poi sono sopratutto poster pubblicitari, manifesti, alcuni dipinti, sculture, fotografie dalla collezione Sergio Cereda, lettere e libri. Ci sono alcuni lavori di Balla, di Carra', e poi Depero, Farfa, Munari, Djulgheroff, Oswaldo Bot, Allimandi, Funi, Prampolini, Marisa Mori, Antonio Sant'Elia. Poi una sezione dedicata al “Contemporaneo”, che comprende lavori di Peter Nussbaum (cortesia di Sabrina Raffaghello), stampe di Roberto Goffi (cortesia di Sabrina Raffaghello), lavori di Sofia Rocchetti e Roberta Messori (cortesia di Sabrina Raffaghello), lavori di Massimo Sansavini (cortesia di Sabrina Raffaghello Contemporary Art), stampe di performance di Pier Paolo Koss, dalla galleria Guidi & Schoen Arte Contemporanea. Bel colpo, Sabrina Raffaghello.

Il “Profilo Continuo di Mussolini” di Renato Bertelli ( a volte chiamato “Testa di Mussolini” o “Profilo continuo – Testa di Mussolini”) viene presentato senza citare che si tratta del profilo, appunto, del noto dittatore italiano, e mi pare "giusto" che non ci siano note sul fatto che fu approvato da Mussolini come suo ritratto ufficiale, vorremmo mica creare disagio in un Paese ufficialmente Comunista, no? Stessa cosa per “Vir o Dux” di Thayaht, opera donata su invito di Marinetti al capo del governo nel 1929; (il Vir che regge le sorti dell'Italia del tempo). Giro insieme ai miei amici e faccio un po' fatica a spiegare la complessita' del fenomeno Futurismo, specie qui, dove quello che regna sono foto, poster, manca qualcosa... all'improvviso l'amico inglese mi chiede se io abbia notato qualcosa di strano. Strano? Si, mi dice, guarda le didascalie... sono scritte in cinese e italiano. Nessun'altra lingua. Oh! Rimango davvero sorpreso. Ma come... non in inglese?

L'amico inglese mi dice ancora che e' davvero un peccato che non ci sia nessun dipinto di Boccioni. La mancanza di qualsiasi lavoro di Boccioni mi pare davvero una grave mancanza, Boccioni è il vero protagonista delle arti plastiche in seno al movimento futurista: scrive gran parte dei manifesti della pittura, e li firma, firma da solo il manifesto della scultura, prepara un manifesto dell'architettura futurista, che poi Marinetti bloccherà, sostituendolo con quello di Antonio Sant'Elia.

Mi pare che la mostra sia sbilanciata e leggerina, e che per essere la prima in assoluto in Cina avrebbe dovuto presentare anche altre opere. Non leggo nessun accenno al fatto che il termine Futurismo fini' poi per contrassegnare un'arte “ufficiale” filofascista, borghese. Non leggo niente di quanta politica ci fosse all'epoca nell'atteggiamento Futurista ( politicamente i futuristi furono anti: antidemocratici, anticlericali, antipacifisti e antiaustriaci ) e forse c'e' qualcosa di volutamente frenato nel portare in Cina un Futurismo senza parlare del suo entusiasmo giovanile, la fiducia nell'avvenire, la visione dinamica della vita, l'avversione alle tradizioni e alle autorità e contro il vecchio patrimonio culturale. Forse sono discorsi che ancora non vanno bene in questo momento.

”La piu’ bella e piu’ importante mostra di quest’anno”, ha detto all’inaugurazione il direttore del Museo, Luo Yiping. Il professore, che e’ stato insegnante d’arte all’Accademia locale, ha annunciato che per l’eccezionalita’ dell’evento, gli studenti di nove istituti d’arte della metropoli saranno ammessi gratis al museo.

Come stuzzichino e antipasto sul Futurismo la mostra andrebbe anche bene, ma il fenomeno Futurismo meritava tutt'altra attenzione e presentazione, specie come prima in un paese come la Cina, dove il bisogno di sapere e di confrontarsi con la cultura Occidentale e' al contempo bisogno e necessita'. Qualcosa e' meglio di niente, pero'...

Scendiamo le scale e ci avviamo al negozio del Museo, voglio comunque comprare delle copie del catalogo e farne regalo ai miei amici. Botta finale! Non c'e' catalogo in vendita! Chiedo alla biglietteria che conferma: non ci sono cataloghi disponibili e in vendita al pubblico! Sogno o son desto? Chiedo alla signorina di parlare con l'ufficio sede dell'organizzazione, per telefono; risponde un'altra signorina. gentile e premurosa, che dopo aver saputo che sono straniero mi dice di attendere che mi portera' un catalogo in omaggio... ma ovviamente non e' questo il punto! Lei arriva e mi spiega che sono stati stampate circa 300 copie del catalogo, ma non e' stato acquistato il codice ISBN, e quindi non e' possibile venderlo. Mille ipotesi mi si accavallano in mente: forse non si puo' (ancora) vendere nulla in Cina che parli del Futurismo? La mostra e' proprio uno stuzzichino per una mostra di la da venire, piu' succosa e degna di catalogo in vendita? Sono mancati i fondi? Qualcuno se li e' spesi per se? Insomma... ma come cacchio e' possibile che “la piu' bella e importante mostra” di quest'anno al GuangDong Museum non abbia il catalogo in vendita e a disposizione del pubblico? Qualcuno lo spieghi... Agli amici offriro' un pranzo, invece.

Marco Maurizio Gobbo



di Marco M Gobbo
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Dinamo, Magnete e Luganega.

     Il pretesto per zompare a Lugano è l'inaugurazione della Mostra “La dinamo futurista/Umberto Boccioni/Primo Conti” al Museo d'Arte. Ma non solo.
    Non sono obiettivo, ogni volta che vengo sul lago, specchio d'acqua svizzero in condominio con l'Italia, oggi blu cobalto increspato dal vento polare delle montagne innevate, e vedo il cartello Paradiso penso davvero di esserci; l'immaginazione elimina come un Photoshop mentale le cose meno esaltanti.
    Non riesco però a resistere dal cogliere segni anche minuti dello scrollone finanziario, anche se molti cercano di sminuirne le dimensioni: se le prime due banche svizzere (nonchè fra le prime del pianeta) hanno subìto negli ultimi tempi perdite da brivido, c'è poco da stare allegri.
    In questo clima, una visita alla Dabbeni, la meglio galleria del Ticino e non solo, che porta avanti le sue proposte con la forza gentile dei suoi titolari, è tonificante.
    Sempre in corso Pestalozzi il palazzo d'angolo a mattoni rossi (progetto Mario Botta), con l'albero sul tetto, ricorda che è possibile intervenire con sapienza anche nella difformità architettonica circostante senza retrivi conservatorismi ma anche senza mostruosi innesti destinati a sicuro rigetto. Per dirla con Oscar Wilde, gli architetti non hanno, al contrario dei chirurghi, la possibilità di seppellire i loro errori.
    Spero che fra questi non vi sia il nuovo Centro culturale.
Per ora è un info-bus parcheggiato sul lungo lago e un cantierone voragine.
    Che dire? La Luga-prospettiva è un alternarsi d'eleganti ville e palazzi ottocenteschi e costruzioni cubiformi che si propagano su per le alture retrostanti fino all'apoteosi del Monte Brè coperto da un'esplosione di casettume.
    Il progetto vincitore del Centro prossimo venturo (2013) dello Studio Gianola fa sorgere spontaneo l'interrogativo: se questo è il vincitore, corbezzoli, gli altri com'erano? Capisco non sia semplice intervenire con un segno architettonico che sia in qualche modo anticipatore, non limitandosi a scimmiottare il presente tutt'altro che allettante.
    Ovvio, è facile trinciar giudizi sbirciando un rendering 3D o un modellino tutto bianco, l'architettura e gli spazi costruiti sono fatti per camminarci, per muoversi al loro interno, ma tant'è questo ho a disposizione come chi ha giudicato la bontà del progetto reputandolo il più degno. Per carità, gli altri non gli ho visti, ma un dubbio s'insinua.
    Non che non sia adatto allo scopo anzi s'inserisce perfettamente nel coacervo “ottocementesco” ma appunto forse era il caso di marcare una discontinuità, più all'altezza delle ambizioni che vogliono fare di Lugano un “magnete” dell'arte (vedi conferenza Arte Fiera) con questo grande centro polifunzionale (177.000 m cubitali) con teatro, museo per esposizioni temporanee e collezioni permanenti e quant'altro.
Il contenuto (mostre, spettacoli, concerti) c'è da augurarsi sia meglio del contenitore.
    Nel frattempo se il povero Bernardino Luini, potesse vedere, non starebbe tranquillo per i suoi meravigliosi affreschi in S. Maria degli Angioli, che appare ancora più piccola e fragile, come spostata di lato dai lavori in corso.
   
    Il progetto del Centro ridisegnerà completamente la destinazione d'uso dei musei cittadini dalla splendida Villa Ciani alla Malpensata sede del Museo d'Arte e della mostra “Boccioni-Conti”.

    La resistenza del pubblico alle presentazioni di rito è ovunque piuttosto labile, nella circostanza l'insofferenza si è fatta evidente quando non pochi hanno preferito aggirarsi fra dipinti e disegni piuttosto che star seduti e fingere d'ascoltare. Invero gli interventi sono stati di gran lunga inferiori al record stabilito nella vernice dell'autunno scorso a Villa Ciani (quasi due ore), grazie soprattutto a Vittorio Fagone e alla sua peraltro interessantissima performance oratoria, più da convegno che da vernissage, farcita di gustosi aneddoti da Aligi Sassu a Bill Viola passando per Naim June Paik.
    L'80% degli assidui alle imperdibili vernici luganesi attende con ansia l'immancabile rinfresco quindi occorre parlare prima di questo che della mostra.
    Non so se si è voluto dare un segnale preciso nella politica del nuovo Polo culturale sostituendo l'ottimo servizio di catering di vernici di mostre memorabili (Modigliani, Schiele....) con l'attuale.
    Spesso c'è un'assonanza fra mostra e buffet: non si capisce bene se sia una chicca per palati talmente fini con un uso talmente elaborato e intorcinato degl'ingredienti di partenza da non far capire neppur vagamente cosa si stia masticando. Insomma è cosa nota che siamo nell'era del post-cibo, della cucina alchemica, nello specifico pretenziosamente ricercata da chiedersi se l'autore sia Gargamella (quello dei Puffi); insomma roba da far rimpiangere un rustico pane e luganeghe, tanto apprezzato dall'Hermann (Hesse) in quel di Montagnola.
    Due soli accenni per non tediare e non infierire: mini cestini di polenta con patè di olive (forse, chissà) e caprino, mini-scodellinini e forchettinine (non è un errore di battitura) con risino-agrodolce e gamberettini.
    Sapori combinati forse perché la gente non s'abbuffi e ce ne sia per tutti ma il verdetto del meno numeroso (rispetto al passato) nucleo di “buongustai dell'arte” va al di là di ogni ragionevole dubbio, tanto che le patatine (che di solito sono l'ultima spiaggia dei ritardatari) sono finite in un baleno mentre le “mini-leccornìe” in quantità impressionante chiedevano invano d'essere giustiziate sul posto da esofagi pietosi.
    Nota decisamente positiva l'abbinamento con Merlot 2006, asciutto e sabbioso adattissimo a pulire e disinfettare le ferite inferte allo stomaco.
    In ogni caso qui più che altrove vale il consiglio di tener d'occhio una delle vegliarde con bastone d'ebano nero finemente cesellato, è il modo migliore per conoscere ritmi e modi del party. C'è da rimanere incantati dalle movenze ingannevolmente lente con guizzi di paradossale agilità, incredibile la resistenza alla calca delle ottuagenarie e la quantità di cibi e bevande che riescono ad introiettare in tempi d'assoluto valore mondiale.
    Funzioni digestive a parte la mostra offre spunti interessanti, anche se il titolo-sottotitolo “La Dinamo Futurista” perplime ed è un po' furbetta l'intenzione d'aggregarsi al centenario, cavalcando l'onda. Molte opere, che per altro fanno parte delle collezioni ticinesi, sono già state esposte in un paio di recenti occasioni alla Malpensata.
    E' il Boccioni pre-futurista, pre-periferie milanesi, tutto campagne sfavillanti e vale comunque il viaggio. Peccato uno dei pezzi migliori sia esposto in foto perchè prestato alla mostra milanese di Palazzo Reale.
    I disegni sono più tentativi che opere compiute, pregevoli sono invece le acqueforti con vedute veneziane. Inquietante curiosità il manoscritto Le Penne dell'anima (1900) unico racconto di Boccioni, che reca in un angolo consumato dal tempo il disegno, tanto incerto quanto premonitore, d'uomo che cade da cavallo.
    Di Primo Conti, che si trattasse d'una mostra di ciclisti, dei due (a malincuore) sarebbe il portatore d'acqua, sono esposti i disegni per Harriet Quien. Da incanto l'Ultimo ritratto dei miei vent'anni (15 ottobre 1920), spettacolare matita che ricorda Andrea Pazienza (o è il contrario?)
   
    Esterno sera. L'aria dolcissima, il cielo stellato.
Il buio (che come la neve copre le magagne) fa ancora una volta il miracolo: il Monte Brè è completamente disegnato dalle luci. Effetto strepitoso, da far dimenticare che sono quasi tutte finestre di cubi di cemento.

Post del Post.
   Dopo due italiani a Lugano, due svizzeri a Milano. Folla densa e attentissima al Teatro Arsenale per l'inaugurazione dell'ultima fatica di FISCHLI & WEISS, Frammenti di un film con un orso e un ratto.
   Le immagini dei due simpatici pelouches e dei loro teneri cloni che si aggirano per Palazzo Litta (proiettate su tre schermi) evocano atmosfere da storia circolare fra Kubrick e i fratelli Grimm, intrappolando lo spettatore nell'attesa d'un finale che non c'è. 
   Meglio la splendida mostra dello scorso anno negli stessi spazi, anche se una comparazione è impropria.
   Massimiliano Gioni, il direttore artistico della Fondazione Trussardi, in ogni caso non sbaglia un colpo: uscendo infatti mi sono beccato una sua (involontaria) gomitata nella schiena. E' stato bello. Prosit.


di Serz
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scritto 17/02/2009 10.16.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: boccioni futurismo primo conti dinamo futurista fischli&weiss lugano polo culturale
 
Milano: la Città che Sale (e Tabacchi?).

  Spesso la vernice è la ragione fondante di una mostra: la caratura degli intervenuti e la qualità del buffet ne decretano il successo.
  L’osservazione delle umane genti che si aggrovigliano per tartine in stato vegetativo permanente o meglio ancora la speranza disattesa di un party che non c’è, come alla conferenza stampa a Palazzo Reale per la mostra sul Futurismo, è spesso di gran lunga più interessante della mostra stessa.

    Coda epica nell'anticamera della Sala delle Otto colonne (quelle che sperano di avere gli organizzatori della mostra su tutti i giornali?) per la press conference in cui mi sono imbucato in qualità di inviato della Gazzetta dell'Emilia. Non potevo lasciar perdere la ghiotta citazione, visto che proprio quel quotidiano (e non Le Figaro), ha pubblicato per primo il 5 febbraio di un secolo fa, il Manifesto Futurista. La gloriosa Gazzetta bolognese ha cessato le pubblicazioni nel 1961, ma alle giovani addette agli accrediti il particolare deve essere sfuggito.
    Spunto degno di nota, Finazzer Flory, non l'immaginifico cocktail che raggiunge l'apice spruzzato sotto le ascelle, ma l'assessore alla cultura, aspirante futurista non solo per la rissa in Galleria coi vigili nel pomeriggio.
Dunque, Finaz futurist-assessore non tanto perchè spera di esserlo anche in futuro, ma per l'affermazione in piena conferenza stampa: “E come dicevano i futuristi bruciamo le biblioteche, ma sì bruciamo i libri tanto in Italia non li legge nessuno”. L'allibito editore del monumentale catalogo è elegantemente intervenuto sfumando l'evocata pira cartacea in un “magari rottamiamo i vecchi libri in cambio di nuovi, tanto per incentivare la lettura”.
    La conferenza stampa è terminata alla 13,30; dopo mezz'ora dentro la mostra eravamo una decina compresi i custodi. Le centinaia di accreditati orfani di buffet avranno, vista l'ora, pensato di consolarsi con un futurista risotto, con una passatista pastasciutta, o i più arguti citazionisti, con bolognesi passatelli?
     Come è stato sottolineato nella pres(s)entazione, la mostra è a basso impatto ambientale, i pannelli per l'esposizione sono stati riciclati da quella precedente; lodevolissimo visti i tempi, potevano però a mio avviso, chiudere i buchi serviti per le opere di Seurat e Signac.
    Riciclate anche moltissime opere dalle cospicue collezioni civiche milanesi.
Ma è valsa comunque la pena di aggirarsi a stomaco vuoto per le sale semideserte e qualche sfizioso cibo per la mente l'ho trovato, curiosamente fra pre, tardo e post futuristi: un incantevole Pellizza da Volpedo (Automobile al Passo del Penice 1904); tre imperdibili sculture di Renato di Bosso, una per tutte, Pilota stratosferico 1938; un Burrino, nel senso di piccolo Burri (Sacco nero su bianco 1955).
Scelta non scontata fra i top: Sant'Elia (Studio per centrale elettrica 1914), big-fut take-away nel senso che viene voglia di portarlo via e mangiarlo con gli occhi più tardi.
In cauda delicium, nella saletta video, corroboranti film come, ad esempio, Impressioni di vita n. 1 del 1933, montato per errore due volte di fila; non importa, val la pena di rivederlo.
Insomma, per dirla con ABO, l'arte ci offre un pasto gratis, anche quando il cibo non c'è.
    Fuori da Palazzo Reale, la città che sale, ma spesso scende abbastanza in basso:
in Galleria l'idea d'inscenare la Rissa boccioniana è un'ottima idea, realizzata non benissimo forse per penuria di mezzi, a cominciare dai costumi al risparmio dei performers. Anche la scelta musicale è discutibile, ritmi psico-etnici fra gli altri non proprio adatti all'uopo.
Sarà forse per questa incoerenza filologica che i bottegai della Galleria hanno telefonato ai vigili?
    Boccioni, sarebbe comunque contento.




di Serz
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scritto 05/02/2009 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: party futurismo boccioni galleria


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