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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'CANTON'
 
Un giorno alla Stazione di GuangZhou


E' un altro giorno in cui viaggio per lavoro. Si va a visitare l'ennesima fabbrica.
Sto aspettando il signor Cho alla Stazione centrale di Guangzhou, in mezzo alla folla riunita fuori dalla stazione.
Mi sento un po' troppo vestito, e sono sudato mentre sono in piedi in un angolo a leggere "Fortezza Assediata". Dopo un po' smetto di leggere e mi guardo attorno. Ci sono un sacco di giovani soldati, e camion e autobus carichi di loro. Deve essere un giorno particolare per le forze militari cinesi, sembra che questi siano tutte reclute.
Finalmente
il mio cellulare inizia a squillare: Mr. Cho. E' appena arrivato e mi aspetta davanti all'ufficio postale, proprio accanto alla piazza. Ho visto il posto e comincio a camminare. Ci vediamo, ci salutiamo.
Non ho il tempo di dire altro che lui comincia a scusarsi, perché la signorina che deve venire a prenderci è in ritardo, lo ha appena telefonato lei a lui, un minuto prima che lui chiamasse me.
Per me è ok, dieci minuti di attesa in più non mi rovineranno il giorno.
Si parla di lavoro, fabbriche, prodotti, merce da restituire... mi annoio a morte.
Una ragazza è venuta su dalla scala mobile della metropolitana, si guarda attorno un po' ansiosa e, sì, e' lei che stiamo aspettando. Sorride a Mr. Cho e mi lancia uno sguardo vagamente inquisitorio.
La vettura che dovrebbe portarci alla fabbrica è in ritardo. Il Sig. Cho propone di pranzare mentre aspettiamo. Siamo tutti d'accordo. Dove?
Lui suggerisce KFC. Sono troppo educato per dirgli cosa penso di KFC, e che preferirei mangiare qualsiasi altra cosa al mondo. La signorina dice raggiante che per lei “Va benissimo!”.
KFC è all'ingresso della stazione, accanto a ZhenKungFu, e per un momento mi piacerebbe chiedergli se avrebbero voglia di cambiare posto, conosco ZhenKungFu e mi piace il suo stile di fast food alla cinese, ma poi, di nuovo, preferisco dire nulla. A quanto pare il signor Cho e' molto preoccupato per la qualita' del cibo cinese o, forse, è innamorato del pollo fritto, soprattutto quello nordamericano: non ho il coraggio di rovinare questa romantica relazione.
Arriviamo dentro, il posto è brulicante di gente e penso che sarà così difficile trovare un tavolino che, che culo che ho, andremo in un altro luogo per mangiare, ma no, il signor Cho dice veloce ciò che vorrebbe mangiare alla signorina, cosi lei ordina anche per lui, e sorridendo
aggiunge che mentre noi ordiniamo, lui si guarda attorno per trovare dei posti disponibili. Cazzarola.

Abbiamo i nostri vassoi, butto un'occhiata in giro e lui è lì, felice come mai, sta indicando tre sedie vuote, di fianco al tavolo lungo.
Lascio la borsa sul
la mia seggiola e vado a lavarmi le mani, camminando mi guardo attorno: persone di ogni età e, ovviamente, un sacco di giovani soldati. Torno, mi siedo e inizio a scartare sto tramezzino di pollo.
Poi la vedo.
Proprio di fronte a me, quattro tavoli
piu’ in la’. I capelli color castagna sono lunghi e diritti, e le coprono per metà il viso; indossa una giacchetta sportiva, morbida, rosa. Si sta guardando intorno ma e’come se non vedesse nulla. Gira la testa verso la mia direzione.
Per un attimo i capelli si muovono e rivelano i suoi tratti nascosti. La bocca è contorta verso sinistra, semiaperta. Ci sono come delle escrescenze di carne che crescono sul lato sinistro del viso e dal zigomo fino alla testa la carne è una ferita rosa, come un marchio a fuoco. Le palpebre dell'occhio sinistro sono deformi. Si gira verso l'altro lato, guardando verso il basso.
Guardo la gente intorno a lei, che l’osserva un attimo e in fretta gira la testa.
S
ento un pezzo di vetro che mi sta tagliando la gola mentre la guardo, mi chiedo quanti anni potrebbe avere e da quanto tempo vive cosi. Sento un dolore acuto, non riesco a smettere di pensare che cosa proverei e cosa farei, se io fossi lei.
Per alcuni secondi
nella mia mente c’e’ un andirivieni di immagini di me, come lei, con la gente che mi guarda, sapendo gli inevitabili pensieri e possibili commenti, e mi vedo mentre mi guardo nel lavarmi la faccia, mentre mi vesto.
Sono lei, mentre sto ascoltando canzoni d’amore alla radio e mentre guardo video musicali dove la cantante di moda sta sussurrando parole appassionate, sono lei mentre guardo un film con questo uomo che fa di tutto pur di coronare il suo sogno d’amore.

Sono lei, mentre penso che vorrei avere un figlio, vorrei che qualcuno mi coccolasse.
I
l suo coraggio mi mette soggezione. Molto probabilmente lei non accetterebbe la mia pieta’ o quella di chiunque altro. L’accetterei, io? Ascolterei parole dette per pietà?
Mangio il mio panino. Non so se il signor Cho e la giovane donna che è con noi hanno notato la ragazza, che sta continuando a guardarsi intorno, come se stesse cercando qualcuno, qualcuno che dovrebbe arrivare.
Penso che non l’hanno notata, sono impegnati a parlare di affari, al mio fianco destro.
Mentre lei si st
a guardando attorno mi vede, mi guarda: sono uno straniero e sono abbastanza cospicuo per darle il coraggio di guardarmi. I nostri occhi si incontrarono, poi di nuovo gira rapida la testa.
Non so cosa pensare. Lei
mi sembra una raffigurazione vivente del dolore o della sua accettazione.. I miei pensieri stanno continuando a oscillare tra sbalordimento e pena. Mi viene in mente una vecchia foto, tristemente celebre, quella della giovane bambina che sta scappando dal napalm durante la guerra del Vietnam. Che cosa è il mondo quando la nostra immagine è ridotta a un ritratto del dolore, quando il nostro viso è sfigurato? Se la realta’ che abitiamo è solo un riflesso dei nostri pensieri e della nostra vita, se ciò che chiamiamo mondo è solo uno specchio del nostro punto di vista, che cosa potrebbe essere questo mondo, vissuto in queste condizioni?
Penso a una operazione
di chirurgia plastica, quanto costerà? Potrebbero i soldi cambiare il suo mondo per sempre? Penso che se fossi un milionario potrei aiutarla. E perché dovrei, poi?
Perché ho quest
o impulso, che mi spinge dentro? Voglio sentirmi meglio, voglio sentirmi come se fossi un salvatore? E' male, questo? E' la mia educazione? Sono in un labirinto di domande e io so che i miei, in ultima analisi, sono come giochi della mente, mentre lei vive un dolore perenne.
Stiamo
finendo di mangiare, ecco, stiamo andando verso la porta di uscita, in pochi secondi saremo lì, accanto a lei. Lei si alza, un ragazzo le si avvicina, ora stanno uscendo, poco prima di noi. Li vedo. La vedo mentre cammina diritta, mentre gli occhi della gente che la nota continuano a girarsi dall’altra parte.
Sento un brivido, e segretamente la benedico, non so perche', prego per lei. Lei e il ragazzo stanno scomparendo tra la folla. Il suo volto di dolore e di tristezza mi rimarra’ dentro per sempre, il suo coraggio e la sua determinazione, mi stupiranno per sempre. La mia impotenza di fronte al dolore degli altri mi perseguita, vorrei spazzare via tutti i dolori e le tragedie del mondo, come quando avevo dodici anni, ma ora non posso credere piu’ nelle parole magiche.
La determinazione nel fare è
l’unico potere che abbiamo, e la sua determinazione nell’uscire, mostrarsi, nel camminare, esporsi nel mondo è il suo incantesimo su di me.
Sorella, sorella... mi hai messo in soggezione per sempre.

Marco Maurizio Gobbo



di Marco M Gobbo
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scritto 22/07/2010 10:33:00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: cina guangzhou canton racconto breve marco maurizio gobbo


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