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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'CATTOLICA'
 
Andrea Speziali ospite a Icaro tv

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BANDA LARGA a cura della Redazione Giovane di Icaro Tv Rimini che tratta temi giovanili condotto da Melissa Amati


di Andrea Speziali
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La colonia Bolognese a Miramare

Colonia Bolognese

Arrivavano in treno da Bologna – o da altre città dell’Emilia – con i volti anemici, stanchi; poi si tuffavano tra le fresche onde del mare riccionese e rinascevano: bambini sani, sorridenti, giocosi.

Siamo alla fine dell’‘800; ai testimoni dell’epoca sembrava quasi di assistere a dei piccoli miracoli.

Carlo Tonini scrive nel 1868 (“Cenni sul paese di Riccione e i suoi bagni marittimi”): “Franceschelli Aldo che da tre anni non si muoveva più da una sedia, poté nel ritorno coll’aiuto di due ferle, da solo e speditamente, percorrere tutta la stazione di Bologna”.

La terapia dei bagni di mare era indicata per la cura del rachitismo e della scrofola.

La giornata dei piccoli malati era scandita da attività regolari come passeggiate ed immersioni terapeutiche; soprattutto, i piccoli sofferenti venivano nutriti con abbondanti colazioni, pranzi, merendine pomeridiane e cene serali, cose che raramente potevano assaporare a casa.

I viaggi erano finanziati dai Comitati per gli ospizi marini: associazioni filantropiche, organizzate localmente nelle principali città dell’Italia settentrionale e centrale, con lo scopo, appunto, di dare la possibilità ai bambini meno abbienti di effettuare villeggiature terapeutiche. Erano gli stessi comitati, spesso associati tra loro, a promuovere la costruzione degli “ospizi marini” o “colonie”.

Le vacanze dei piccoli malati, oltre a procurare salute e felicità a questi ultimi, ebbero un altro effetto positivo e inaspettato: i membri dei comitati e coloro che si recavano in visita alle colonie, rimasero talmente colpiti dal fascino della nascente Riccione, da decidere di tornare per la villeggiatura. Insomma, ebbe inizio la fama turistica della “perla verde”.

Nel periodo fascista le colonie vennero organizzate secondo lo spirito – o la retorica – del regime. Un lungometraggio dell’Istituto Luce, realizzato per diffondere nei cinema e nelle scuole i meriti dell’"Impero solare" voluto dal regime, ci documenta minuziosamente il trascorrere di una giornata nella colonia Pavese di Igea Marina, dall'immancabile alzabandiera del mattino alla preghiera serale prima di coricarsi: igiene personale, elioterapia, bagno, ginnastica, merendina, pranzo, riposino, giochi sulla sabbia etc..

 

A tale epoca risale la costruzione della Colonia marina bolognese.

In stile eclettico, venne edificata su progetto dell'ingegner Ildebrando Tabarroni tra il 1931 e il 1932, ripetendo il modello a padiglioni utilizzato venti anni prima per l'Ospizio Marino Provinciale Bolognese, in seguito colonia Murri, realizzato a Rimini su progetto di Giulio Marcovigi.

La struttura della colonia rappresenta la tardiva applicazione di una tipologia architettonica ospedaliera basata sulle teorie mediche della fine del XIX secolo, secondo le quali le diverse specialità mediche e chirurgiche, gli ambienti per l'amministrazione e per il personale, i dormitori e i servizi dovevano essere nettamente separati. L'uso di un linguaggio ormai ampiamente superato è reso ancora più evidente dal confronto diretto con la colonia Novarese, che si trova poco distante, sull'altro lato della strada. La colonia è attualmente in stato di abbandono, dopo un tentato restauro della Carpentedil che risale a qualche anno fa.

Il complesso è costituito da quattro padiglioni disposti perpendicolarmente rispetto alla spiaggia, che ospitavano i dormitori e i refettori al piano seminterrato, intervallati da tre corpi di fabbrica di minori dimensioni adibiti a uffici, sevizi e camere per il personale. I padiglioni sono attraversati da un corridoio di collegamento lungo 169 metri, che incanala la distribuzione degli edifici e permette l'accesso da ciascun padiglione alle aree esterne di pertinenza, attraverso sei rampe di scale.

All'impianto di ispirazione tardo ottocentesca corrisponde il trattamento dei prospetti, ancora improntato a stilemi eclettici riferiti alla tradizione bolognese, con fasce marcapiano, cornici decorative in cotto a sottolineare le aperture e decorazioni pittoriche nella fascia di coronamento dei fabbricati adibiti a servizi. Le facciate sono rivestite in laterizio, con basamento intonacato, e sono caratterizzate dall'alternanza di aperture rettangolari al primo piano, centinate al secondo piano e binate sui lati corti dei dormitori, mentre il corridoio è forato su entrambi i lati da un doppio ordine di archi, separati da paraste al piano superiore.

Il disegno dei prospetti dei dormitori non riflette la distribuzione interna, dissimulando l'utilizzo del cemento armato che permette di ottenere due grandi camerate a pianta libera per ogni piano, separate dal corridoio passante. Il corpo d'ingresso principale, al centro del complesso, con il portale d'entrata soprelevato e preceduto da una scalea, la parte centrale aggettante, il balcone e le elaborate cornici in cotto, imita invece la tipologia del palazzo urbano.

Di grande interesse l’affresco che incornicia il sottotetto: una delicata decorazione con festoni di frutta e amorini.

Durante la seconda guerra mondiale, le colonie vennero sfruttate in tutti i modi, ad esempio come caserme, prigioni, depositi.

Forse, non possiamo affermarlo con esattezza scientifica, la colonia bolognese ebbe la sorte, particolarmente inquietante, di essere trasformata in un campo di internamento femminile.

Giovanni Quondamatteo, in un articolo pubblicato sull’Unità il 23 luglio ’47, scrive che

 

 “fuori dal recinto di Miramare (1), in una colonia marina a Riccione erano (internati) i Corpi femminili di sabotaggio e di spionaggio, appartenenti alla repubblica di Salò(...) questo piccolo campo femminile era considerato una specie di harem(...): tre case da thè complete di direttrici vi erano state trasferite in blocco con l’accusa di aver servito i tedeschi”.


La colonia si trova proprio sul confine tra Riccione e Miramare giacendo, purtroppo, in uno stato di degrado.



(1) A Miramare, tra Riccione e Rimini, c’era un campo prigionieri allestito dagli alleati, nell’area in cui precedentemente si trovava un campo di aviazione.




di Andrea Speziali
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La colonia Le Navi è l’unico caso di architettura futurista in Romagna

Cartolina

Ore 6:30, la sveglia e poi tutti di corsa a prepararsi ben lavati e pettinati, per la ginnastica respiratoria: ispirare con il naso ed espirare con la bocca… (il fascismo anche a questo educava i giovani italiani!); poi la ginnastica mattutina, mezzo per formare l’equilibro e la forza fisica, ma anche per insegnare l’ordine e la disciplina; infine il solenne saluto alla bandiera, accompagnato da canti che esaltavano  la gloria della madre patria.

Tutto questo veniva percepito dai bambini come un gioco nella colonia marina “Le Navi”, dove ogni momento della giornata era vissuto esattamente come in marina: le abitudini, lo sparo del cannone, i vestiti dei ragazzi e dei loro educatori… ogni attività ricordava la vita in una flotta navale; ma quello che rendeva tutto ciò possibile era l’architettura stessa della colonia, che nel suo complesso rappresentava proprio una flotta navale.

La colonia è una delle tante sorte lungo la costa italiana in quegli anni, la sua costruzione, però, si differenzia da tutte per le sue caratteristiche compositive, tanto che fu inaugurata dal Duce stesso il 28 giugno del 1934. Il ricercato complesso fu pensato e progettato dall’Architetto Clemente Busiri Vici, il quale volle creare qualcosa di originale e fantastico che coinvolgesse dal punto di vista emotivo i “marinaretti”. La progettazione delle colonie era, in quel periodo, oggetto di sperimentazione del linguaggio architettonico, grazie soprattutto alla insolita libertà concessa dalla mancanza di riferimenti tradizionali e contestuali; l’architettura della colonia denominata “Le Navi” è il frutto di un’originale sperimentazione architettonica, e rappresenta l’unico caso di architettura futurista in Romagna.

In essa sono evidenti un’intensa carica simbolica legata al mito modernista della “macchina”: se si giunge dal mare si ha l’impressione di essere attaccati da una corazzata di linea; se si giunge da terra si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un grosso velivolo, che alcuni assimilano ad un idrovolante.

Il complesso della colonia è costituito da quattro padiglioni divergenti verso il mare e da un padiglione principale posizionato nel punto di divergenza dei padiglioni minori. Il padiglione centrale, denominato “Nave Ammiraglia”, era composto da un insieme di torrette e ponti rastremati in elevazione fino ad accogliere nel ponte più alto il cannone. Al piano terra vi era il refettorio, spazio che permetteva l’adunata di tutti i “marinaretti” al cospetto della statua del Duce. I quattro padiglioni erano esclusivamente adibiti a dormitori per un numero complessivo di 900 ragazzi, disposti in cuccette-lettini su due piani che avevano l’apparenza di veri ponti di navi. A poppa di ognuno di questi erano disposti i servizi relativi; i ponti erano decorati con soggetti marinareschi, le lampade erano le stesse in uso sulle navi ed i pavimenti erano a liste di legno, simili anch’essi a quelli utilizzati in marina. In ogni padiglione c’erano telefono e altoparlante, così che gli ordini del comandante potessero arrivare dalla sua cabina, collocata al piano superiore della nave ammiraglia, a tutta la colonia. All’esterno, al centro del piazzale verso il mare, c’era il pennone dell’alzabandiera.

Le Navi erano all’avanguardia dal punto di vista anche della tecnologia: costruite tutte in cemento armato con le strutture ed i corpi degli edifici a sbalzo, si distinguevano anche per la modernità degli impianti.

L’ ampliamento delle navi fu intrapreso già dall’anno successivo fino al completamento dell’impianto avvenuto nel 1943, quando il numero dei blocchi totali fu portato a 15 e la colonia divenne un centro autosufficiente in grado di ospitare circa 2000 marinaretti.

L’istituto della colonia marina non fu un’invenzione fascista; infatti, già dalla seconda metà dell’Ottocento iniziarono a sorgere numerosi edifici lungo la costa dedicati alle cure delle malattie infantili. Quello che cambiò con il fascismo fu il loro utilizzo come modello formativo di massa: durante il fascismo, infatti, le colonie vennero utilizzate come strumento di propaganda per giungere non solo alle famiglie, ma plasmare le stesse coscienze di bambini, con l’obiettivo di “formare” il perfetto fascista.

Anche se dai bambini “Le Navi” erano vissute come un gioco, lo scopo del regime era quello di creare una forte coscienza militare; erano infatti numerosi i riferimenti militari nell’architettura della colonia:i nomi  - incisi caratteri cubitali – dei quattro padiglioni adibiti a dormitorio, Costanzo Ciano, Gabriele D’Annunzio, Nazario Sauro, Luigi Rizzo, eroi della Prima Guerra Mondiale, e quello della nave ammiraglia, “XXVIII Ottobre”, data della marcia su Roma.

La colonia “Le Navi”, proprio perché destinata ai figli degli italiani all’estero, doveva svolgere questo ruolo in modo ancora più intenso: doveva rimanere per sempre impressa nella memoria dei ragazzi come un’ indimenticabile esperienza trascorsa nella madre patria, della quale avevano sempre sentito parlare, ma che probabilmente avrebbero potuto vedere solamente una volta nella propria vita.

La struttura della colonia rimase pressoché la stessa fino ai primi degli anni ’60, quando vennero abbattute tre Navi, al fine di incrementare l’attività turistica sul litorale. Quando nel 1969 fu minacciata la totale demolizione del complesso, diversi furono gli esponenti dell’architettura che manifestarono il loro dissenso, tra questi spicca il nome di Bruno Zevi.

Oggi le “Navi” sono sede di un parco tematico acquatico, a seguito di un progetto di riqualificazione della zona,  grazie al quale si è recuperato l’insieme degli edifici che si trovavano ormai in un totale stato di abbandono, ma che ha portato ad un totale stravolgimento delle strutture interne e alla perdita dello spirito di vita marinaresca che le aveva caratterizzate.

 


piermatteo.perazzini@gmail.com



di Andrea Speziali
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Villa Solinas splende ancora su Via Principe Amedeo

Villa Solinas - Foto di Andrea Speziali

Via Principe Amedeo è ancora oggi una delle più belle vie di Rimini perché, accanto a dimore moderne ben tenute e non prive di una certa eleganza, conserva alcuni edifici di pregio. Fra questi spicca villa Solinas che porta ancora il nome di chi l’ha commissionata e successivamente abitata. Gian Maria Solinas Apostoli non era certamente un nobile di alto rango, ma un grande borghese, un personaggio di un certo rilievo del Parlamento nazionale e del mondo finanziario il cui cursus honorum culmina e termina con la nomina a senatore.

Gian Maria nacque l’11 luglio del 1836 a Sassari e scomparve il 23 febbraio 1914 a Roma.

Condusse una vita movimentata, principalmente dedita all’attività politica. Eletto deputato di Macomer e Cagliari nelle legislature XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI E XXII, il 4 aprile del 1909 Solinas venne nominato senatore per la terza categoria e convalidato nel maggio dello stesso anno. A Cagliari coprì cariche amministrative. Solinas partecipò attivamente anche ai lavori della Camera, dove sedette al centro sinistra. Parlò soprattutto su questioni giuridiche e finanziarie facendo parte di varie commissioni in argomento. La famiglia Solinas nell’Enciclopedia storico-nobiliare di V. Spreti del 1932 viene fatta risalire ai diplomi del Re di Spagna Carlo II, del 1688, e di Vittorio Amedeo II, Re di Sardegna, del 1729. Consultando lo ‘’Spreti’’, nei due rami della famiglia di Sorso e di Ittiri il nostro Gian Maria non appare, né si trova la famiglia Solinas – Apostoli.
Una famiglia Giordano-Apostoli, com’è noto, figura tra i committenti di Guglielmo Bilancioni, il pittore dello Stabilimento Balneare costruito dal cugino Gaetano Urbani, che soggiornò in Sardegna a partire dal 1882. Secondo Giovanni Rimondini queste famiglie di notabili sardi entrano in contatto con Rimini e con i suoi notabili e pittori grazie alla mediazione di Enrico Serpieri, padrone di miniere in Sardegna e, dal 1863, presidente della Camera di Commercio di Cagliari.

Ma a prendere i contatti col Solinas si presume che siano stati i parlamentari riminesi e i nobili locali che avevano relazioni di amicizia con la nobiltà di corte.

La questione ha una certa rilevanza se viene riferita al problema della scelta della qualità sociale dei ‘’forestieri’’ da invitare come residenti per la nuova città di Marina o semplicemente per un soggiorno estivo.

 

Dal recente convegno tenutosi a Rimini riguardo la figura di Enrico Serpieri, sono emerse due ipotesi che collegano Rimini a Cagliari e che ci possono svelare come Gian Maria Solinas sia capitato a Rimini: una di carattere politico-economico che fa capo a Enrico Serpieri, riminese che si è trasferito a Cagliari e che ha fondato la Camera di Commercio, oltre a gestire delle miniere, e l’altra di carattere estetico, perché Guglielmo Bilancioni, pittore dei Serpieri, è andato a Cagliari a dipingere per diverse famiglie nobili ed era cugino di Gaetano Urbani. Le ipotesi però non sono certe.

È il 27 Luglio 1874 quando al deputato del Parlamento nazionale e Direttore della Banca Sarda Giammaria Solinas Apostoli viene concesso gratuitamente l’appezzamento di terreno di ragione comunale nello stabilimento balneare.

 La costruzione della villa, realizzata su progetto di  Gaetano Urbani, secondo i racconti di qualche storico è durata circa tre anni e, una volta ultimata, riuscì subito a distinguersi dalle classiche ville erette nella città dei bagni.

Gaetano Urbani, il suo ideatore, nacque a Rimini il 21 novembre 1823 da Giovanni Battista e Costanza Bilancioni. Dagli Urbani gli derivarono l’amore per lo studio, la patria, le istituzioni e con scienza e virtù impreziosì un casato che fu notevole nella città; dal ramo dei Bilancioni gli derivarono la sete della perfezione, l’intuizione della bellezza e l’estro per le arti. Professionalmente si formò presso la facoltà filosofica dell’Università di Bologna e, dopo gli studi bolognesi, si trasferì nella capitale per allargare il giro delle conoscenze influenti, per seguire all’Università un ‘’Corso di perfezionamento in tecnica matematica’’ e per frequentare l’accademia di San Luca. Fu allievo di Luigi Poletti (artefice del Teatro in Piazza Cavour a Rimini)e nel corso degli anni realizzò importanti edifici tra cui villa Solinas a Rimini, commissionata dal politico Gian Maria Solinas Apostoli.

Nel corso dei decenni la villa è stata sempre abitata e ciò ha contribuito a salvarla dal degrado; l’azione del tempo e mutate esigenze abitative hanno comunque reso necessario un intervento di restauro, effettuato verso la fine degli anni ’90 a cura dell’architetto Massimo Mori che, come spiegò in un articolo pubblicato sulla rivista Ariminum,  ha riproposto gli originari colori vivi con simbologie antiche. Le banchine delle finestre sono in pietra di San Marino, ancora originali, e i decori gotici delle porte esterne e delle finestre, con i ‘’gattoni’’ rampanti e i fiori di cimasa sono in cemento colorato.

La costruzione è in stile neogotico, strutturato sullo schema classico, simmetrico.

L’immenso giardino della villa fu realizzato all’inglese, con forme irregolari. L’attuale vegetazione non è quella originale, che prevedeva una maggiore varietà di piante; oggi prevalgono palme e folti cespugli. Il giardino risulta di ampie dimensioni anche nella parte posteriore della villa, tanto da ospitare anche una lunga piscina che gode tutto intono di un’ulteriore spazio verde. Di quell’epoca sono rimasti: la fontana, che accoglie i visitatori appena varcato il cancello della villa, ai due lati della quale si dipartono due vialetti che permettono di inoltrarsi nel giardino, le statue, i vasi e quattro colonne.

Oggi villa Solinas, emblematica e ruggente, spicca ancora nel riminese viale Principe Amedeo tra gli edifici dei primi del ‘900 rimasti intatti e quelli più moderni: ruggisce, catturando l’attenzione con i suoi colori accesi, e al tempo stesso seduce  il passante con il suo fascino d’altri tempi.



di Andrea Speziali
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Il mistero di Villino Zanni

Villa Zanni e Hotel Stazione

''Una curiosa affinità con il celebre Hotel Stazione''


Cari lettori, come ultimo articolo dell’anno 2010 colgo l’occasione di annunciarvi la nascita del blog www.vialedante.com, un portale di notizie, eventi ecc… su Riccione, dove ogni singolo cittadino è libero di pubblicare direttamente e gratuitamente il suo post (articolo). VialeDante.com offre la possibilità di commentare anche gli articoli già pubblicati con la possibilità di esporre la propria opinione. Il concept di questo sito, nato principalmente da una mia idea, successivamente rivista dal mio ‘’team’’, è quello di ‘’dar voce’’ al cittadino riccionese e non sulle varie iniziative e i progetti legati alla cittadina riccionese. Al momento il sito web, (il cui nome omaggia uno tra i viali più lunghi di Riccione: Viale Dante) si concentra sull’idea di rifare l’arredo urbano di Viale Dante. Chiunque è libero di postare sul blog una propria idea e progetto di come ‘’secondo lui’’ sarebbe da rifare il viale e secondo quali criteri. L’idea può essere rappresentata anche da un bozzetto a matita… Lo scopo è quello di arrivare all’elaborazione di diversi progetti sulla base dei consigli pervenuti da parte del negoziante e del cittadino. Per chi avesse problemi nel caricare testi o foto può rivolgersi a info@vialedante.it

Con l’arrivo del 2011, grazie al materiale raccolto negli ultimi mesi, il portale www.riccioneinvilla.it  (con il patrocinio della Provincia di Rimini e la collaborazione del Comune di Riccione), verrà ampliato con l’inserimento di fotografie e progetti dei villini non ancora inseriti.
A proposito dei villini che non sono ancora stati studiati, vi è il villino Zanni (o villa Matteoni), ubicato in viale Piva, oggi viale Vittorio Emanuele II. L’abitazione è di proprietà privata. L’edificio incuriosisce per la perfetta somiglianza con l’ex ‘’Hotel Stazione’’ sito all’inizio di Viale Diaz, singolare edificio in mattoni rossi e decori in pietra grigia che rammentano l’ecclettismo dello stile Coppedè.

Secondo i progetti, l’edificio fu costruito tra il 1925 e il 1929. Dalle testimonianze della famiglia Pullè, questo è uno dei cinque villini realizzati intorno alla villa di famiglia. Nella facciata principale i cornicioni classicheggianti sono decorati a rosoni e fanno da profilo a lesene con capitelli ionico-corinzi e protomi sugli spigoli. Nella facciata retrostante vi sono aperture circolari con ricci e mascheroni che richiamano elementi della cultura manierista, combinati con moduli dell’eclettismo architettonico in voga tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. A firmare il fabbricato è stato l’Architetto Giorgetti. Al momento dell’autore non si conoscono né  il nome di battesimo né informazioni sulla sua attività professionale. Si presuppone che anche il Villino Zanni, eretto nel 1923 come attestano i documenti conservati dalla Fam. Matteoni, sia stato progettato dall’architetto Giorgetti. Il fabbricato non è però firmato né sulle planimetrie né sul’architettura stessa, come invece avvenuto per l’Hotel stazione, che riporta inciso su pietra il nome dell’architetto. E’ probabile che, come nel caso di Villa Antolini, in nome o la data dell’architetto incisa su pietra come da usanza, sia stato cancellato a seguito di restauri o per effetto delle condizioni atmosferiche. Come racconta l’attuale proprietà del villino Zanni, la villa per lungo tempo fu abbandonata, di conseguenza il corrimano in legno della scala fu rifatto perché l’originale era andato in malora, le balaustre e le decorazioni cementizie esterne furono restaurate per effetto di cedimenti e corrosione. Durante la guerra i cancelli, le inferriate in ferro battuto venivano confiscati  per la fabbricazione delle armi da guerra  e proiettili, ma dal racconto di qualche riccionese risulta che la cancellata della villa rimase intatta perché i villeggianti erano sammarinesi. Secondo Arianna Mamini, il villino in stile Liberty, eclettico, è da considerarsi più recente rispetto all’Hotel Stazione. Dall’analisi approfondita dei decori che seguono il perimetro della villa, agli angoli troviamo uno scudo araldico, forse anche affrescato all’epoca, come ''impronta’’ della famiglia Zanni. Questa è una delle poche differenze che ci sono tra il villino Zanni e l’Hotel Stazione, che al posto degli scudi negli angoli del cornicione ha dei leoni. Rimangono di uguale stampo i ‘‘bruciafiori’’ posti sotto le finestre.


''A tutti i nostri lettori porgiamo Auguri di Buon Anno''



di Andrea Speziali
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