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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'CIRO D'ALESSIO'
 
L'ossessione dei simboli e dei significati.


Di chi è ossessionato dai significati e i simboli in arte.


L’arte è il riposo dello spirito. Riposo da non intendersi come momento di alienazione e vuoto, ma come ritorno a casa, ritorno nell’elemento più proprio e rigeneratore. Immaginiamo il grande studioso, l’erudito che dopo le fatiche intellettuali si immerge nella contemplazione della natura. Il suo intelletto non si spegne, ma si rigenera. Funziona senza sforzo, in armonia col cosmo e le altre facoltà. Non deve sforzarsi di analizzare, ma si può lasciare andare al tepore del sole, al canto degli uccelli, ai colori vivi e armoniosi del firmamento. Ecco l’arte è il giardino dello spirito e della cultura, dove l'uomo contemporaneo, cerebrale, iperspecializzato, iperconnesso, può riposare e riposando tornare temporaneamente alla sua condizione non alienata, in armonia con le altre sue facoltà,  con le sue energie inespresse e represse, con gli altri esseri e col cosmo. L'arte è il giardino dello spirito perché riporta nello spirito ciò da cui lo spirito si è allontanato sviluppandosi, ma che è comunque l’elemento primigenio da cui si è originato. Proprio come con un giardino cerchiamo di riportare a noi un pezzo di natura, da cui ci ha allontanati la civilizzazione, ma che rimane comunque la nostra casa, la nostra origine, il nostro fondamentale esistenziale ed essenziale. Così l’arte riporta i nostri freddi intelletti a riconciliarsi con le emozioni, con le sensazioni, con le armonie, con il lasciarsi-andare, con la luce e con la materia, da cui la vita culturale e professionale moderna ci tengono dolorosamente lontani. Dunque chi è ossessionato dai simboli e dagli aspetti intellettuali, che sicuramente sempre sono presenti, trascurando gli aspetti sensibili ed emozionali, è come chi parla di lavoro a letto. Incapace di lasciarsi andare, di aprirsi alla festa dei sensi, incapace di andare al di là dell’intelletto alienato, parcellizzato e calcolatore della triste vita ordinaria. Incapace di riconciliarsi col proprio altro, unidimensionale e arido.


Ciro DD'Alessio



di ciro d' alessio
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"Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas"

Foras ire... Acrilico su tela, Ciro D'Alessio.

  " Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ed ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato, io porto sempre con me: libretto di piccola mole ma d’infinita dolcezza. Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott’occhio: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo chiamo con Dio a testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: «e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi». Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande." Petrarca Familiares, VI, 1, L'ascesa al monte ventoso.



Quanto ha influito quest' agostinismo sulla pittura? Tantissimo. Non vi è ombra di paesaggio o di mondo che non sia solo una simbolizzazione stilizzata fino al Rinascimento, fino a quando, finalmente, rivesciando tale posizione si scriverà:



" Le cose mentali che non son passate per il senso, son vane e nulla verità partoriscano se non dannosa, e perché tal discorsi nascan da povertà d'ingegno, poveri son sempre tali discorsori..." Leonardo da Vinci, Scritti letterari.

E leggete l' entusiasmo con cui un uomo si lancia alla soperta dell' infinite richezze della natura, di cui egli si sente ormai parte e non più ospite straniero: " E tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all'entrata d'una gran caverna; dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegato le mie reni in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio e colla destra mi feci ten[ebre] alle abbassate e chiuse ciglia e spesso piegandomi in qua e in là per [ve]dere se dentro vi discernessi alcuna cosa; e questo vietatomi [per] la grande oscuri[t]à che là entro era. E stato alquanto, subito sa[l]se in me due cose, paura e desidero: paura per la minac[cian]te e scura spilonca, desidero per vedere se là entro fusse alcu[na] miracolosa cosa." Leonardo da Vinci, Scritti letterari, La caverna.



Il novecento sembra però essere tornato all' agostinismo ed il redi-in-te-ipsum si attaglia benissimo ad un epoca la cui arte sembra esprimere povertà di mondo, povertà di vita. Povertà che mi pare un inchinarsi ai poteri che sfruttano e devatsano il mondo ed i suoi viventi. Un fare il vuoto di valore e di bellezza, per poter poi sfruttare e devastare senza freni. Il nostro novecento ha mostrato lo stesso disprezzo per il mondo e per i viventi che fu del medioevo. Il medioevo però sprezzava ma non sfruttava, sprezzava ma non distruggeva. Oggi lo sprezzo sembra creato a bella posta, per poter avere mano libera poi nella diustruzione. Ecco che si invita a coltivare l' interiorità, la soggettività, ad esprimere l' inconscio, così che ci si dimentichi del mondo che intanto ci viene derubato! Mi viene da urlare conn Zarathustra " Vi prego fratelli, restate fedeli alla terra, e non credete a coloro che vi parlano di speranze soprannaturali" ( Nietzsche, Così parlò Zarathustra, parte prima, prologo di Zarathustra) e non rinchiudetevi nelle prigioni dell' interiorità, per lasciare il mondo al dominio di chi vi vuole puri esseri interiori!

Ciro D'Alessio



di ciro d' alessio
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Artur Danto e la fine dell’ Arte. Ovvero dell’ affrancamento dell’ arte dalla storia e dalla filosofia.


Mi permetto di sintetizzare alcune posizioni assunte da Arthur Danto in un articolo uscito 1998 sul The Journal of Aesthetics and Arte Criticism, dal titolo The End of Art - A Philosophical Defence.


La fine dell’ arte, è da intendersi come fine della storia dell’arte. Il che non significa che l’ arte sia finita, ma anzi che essa ha ora raggiunto finalmente quel grado di estrema libertà che ne favorisce sviluppi ricco ed onnilaterale, per cui non è più possibile seguirne il corso in un’unica storia.

Per chiarire questo suo concetto Danto ci rimanda alla concezione hegeliana di fine della storia nell’ interpretazione datane da Alexander Kojev. Con Hegel la storia dello spirito finisce, non perché finisca il mondo, la creatività umana, o la vita spirituale. Semplicemente con Hegel lo spirito arriva ad uno stato di autoconsapevolezza e di libertà tale che esso non ha bisogno più di condurre lotte epiche per liberarsi ed emanciparsi. D’ora in poi si svilupperà in maniera ricca e plurale, ma non darà più corso ad una storia.
Concezione analoga, ricorda Danto, hanno Marx ed Engel a proposito della società comunista pienamente realizzata. Una volta raggiunto quello stadio, la storia umana terminerà, nel senso che termineranno i grandi scontri ed i grandi conflitti che l’ hanno caratterizzata.
(Una concezione simile, non rilevata da Danto, sostenuta da Fukujama, ha suscitato grandi dibattiti negli anni novanta; con la democrazia ed il libero mercato la storia è finita; i paesi democratici e liberali infatti non confliggono tra di loro, e convivono pacificamente).
Una volta finita la guerra e ristabilita la pace, i militari, che avevano partecipato in maniera collettiva ad imprese storiche, per la libertà o la patria, tornano ciascuno a casa propria ad occuparsi felicemente della vita privata, ciascuna della quali va in una direzione diversa e tutte insieme non disegnano una storia ed in questo senso sono fuori dalla storia

Danto ritiene che questa tesi della fine della storia, limitatamente alla storia dell’ arte, abbia una sua validità; oggi l’ arte vive in una situazione di grande libertà e si sviluppa in tutte le direzioni. Infatti, dopo la Pop Art, l’ arte concettuale ed il minimalismo, essa si è finalmente liberata delle ultime pastoie che la tenevano imbrigliata e la spingevano a lottare per vedersi riconosciuta nella sua libertà.

Con la Pop Art, quello sviluppo della storia dell’ arte, in cui si sono alternate avanguardie ciascuna delle quali alla ricerca dell’ essenza dell’ arte, si arresta, perché si è arrivati a quello che Danto ritiene il nocciolo, l’ essenza dell’ arte e cioè il suo “aboutness” l’ essere-a-proposito-di
. Quindi il discorso della fine della storia dell’ arte si riallaccia in parte a quello della sua “essenza” trattato in The Transfiguration of the Commonplace ,Cambridge ,1981 (La trasfigurazione del banale , a cura di Velotti, laterza, 2008). Danto ci tiene però a sottolineare che questo non vuol dire che il pop o minimal, siano il telos dell’ arte. Oggi infatti, è possibile fare, con uguale legittimità , espressionismo, concettuale, impressionismo, realismo, astrattismo, cubismo, istallazioni, performances, landart etc. La Pop Art ha semplicemente portato a termine quel compito storico di indagare sull’ essenza dell’ arte, su cui si erano imbarcate le varie avanguardie, in una specie di percorso a staffetta con passaggio di testimone. Ma finita e vinta questa corsa, avendo reso accettabile che qualsiasi cosa o rappresentazione è investibile del ruolo di opera d’ arte, oggi si è liberi di correre ciascuno nella direzione che più ci piaccia, e non è più possibile riunire in un unico fascio percorsi che si diramano in tutte le direzioni.

Questo comporta secondo Danto, l’ affrancamento dell’ arte dalla filosofia e dalla storia.
L’ arte d’avanguardia era costretta a portare aventi una tesi, un idea su cosa fosse arte. Ed in questo discorso dialogava dialetticamente con l’ avanguardia che l’ aveva preceduta. Ma una volta arrivati al punto che tutto può essere arte, pur che abbia un aboutness che si incarni in qualcosa, questa lunga battaglia finisce, si apre la strada a sviluppi in tutte le direzioni, e non si è più costretti a portare sulle spalle il fardello della filosofia e della storia dell’ arte.
L’ affrancamento dell’ arte dalla filosofia richiede del resto che la filosofia stessa rinunci alle pretesa di collocare ed assegnare una funzione all’ arte. Il dono più grande che la filosofia può fare all’ arte, dice Danto, è quello di lasciarla libera, di non pretendere di stabilire il suo compito.

di ciro d' alessio
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