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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'DIGITAL DIVIDE'
 
Che cos'è lo Spread Digitale e del ciglio dell'abisso sul quale si balla.

Distacco Digitale - Digital Divide foto da Internet

Ogni tanto si leggono articoli che sono un inconsapevole condensato di risposte a qualcuno dei perchè del precipitare della cultura, dell'economia e dell'Italia tutta.

L'articolo di cui scrivo qui è recentemente apparso su Repubblica il 6 luglio del 2014, sotto il titolo “Lo spread digitale costa all'Italia 3,6 mld. Giungla delle banche dati pubbliche: sono 1.520”. L'articolo riporta uno studio del Censis e visto che elenca quelli che vengono definiti ritardi che causano sperperi e minori investimenti, aggiungo da par mio delle riflessioni sui possibili “perchè” ci si ritrovi in detta situazione, insieme ad altre note.

Il primo punto citato dall'articolo è che:“ E' ancora basso il grado di confidenza degli italiani con le nuove tecnologie digitali. Le persone con età compresa tra 16 e 74 anni che utilizzano internet sono il 58% del totale, contro il 90% del Regno Unito, l'84% della Germania e l'82% della Francia (la media europea è del 75%). Di questi, solo il 34% interagisce via web con le amministrazioni pubbliche, contro il 72% della Francia, il 57% della Germania e il 45% del Regno Unito (la media europea è del 54%)”.

La prima cosa che mi viene in mente è il tasso italiano medio, e reale, di scolarizzazion di massa e poi l'uso, abuso e maluso della lingua inglese. Visto che in Italia abbiamo subìto e accettato che l'informatica si diffondesse usando i termini originali in inglese, senza tradurli e quindi renderli più accessibili anche a chi ha poca o nulla conoscenza della lingua inglese, praticamente il 95% della fascia di popolazione dai 55 anni in su, (il 32% sul totale italiano, fate un po' i calcoli); aggiungiamo che il tasso di abbandono scolastico in Italia e' del 17.5%, come riportato da vari giornali, tra cui La Stampa del gennaio 2014: quanti di questi ragazzi parlano o sanno abbastanza inglese da districarsi nel gergo inglese dell'informatica? Allora come si fa a meravigliarsi che non ci sia confidenza con le tecnologie digitali. Le tecnologie digitali sono vendute usando termini inglesi, gli articoli che le spiegano sono infarciti di lemmi inglesi, alle volte veri e propri gerghi, i manuali di sistemi operativi e programmi (software) e di uso dei vari prodotti (hardware) sono spesso in tutte le lingue ma non in italiano, e se in italiano, maltradotti. Guardate i numeri: il paese con più persone che hanno confidenza con le nuove tecnologie digitali è il Regno Unito, dove il caso vuole si parli inglese. Non abbiamo molte opzioni: potremmo insegnare l'inglese a scuola come prima lingua nazionale e accelleriamo l'abbandono del nostro idioma, potremmo insegnare meglio l'inglese come seconda lingua oppure tradurre in maniera ineccepibile in italiano tutto lo scibile che riguarda informatica, elettronica e tecnologie digitali, cominciando dagli articoli sulle riviste di informatica, o magari una miscela delle ultime due opzioni. Tutto, ma non questa invasione selvaggia, stupida e autolesionista di gerghi, parole, modi di dire, articoli mal tradotti a pie' pari e slogan che piacciono molto agli addetti ai lavori (giornalisti pigri e copia e incolla di articoli -mal- tradotti usando programmi disponibili in internet, venditori di prodotti, uomini di marketing e pubblicitari) che probabilmente si sentono molto “profeti di modernità” ma che altro non fa che ridurre gran parte della popolazione a livello di analfabeti, per quello che riguarda le nuove tecnologie, anche quelli che avrebbero gran voglia di imparare.


Adesso vorrei farvi notare l'uso, nel titolo, della locuzione “spread digitale”, che è un mostro assoluto, nato dall'insano connubio dei concetti di “spread” usato in economia e di ”digital divide” (ovvero: DIVERGENZAo DISTACCO DIGITALE, in italiano, che sta a designare quello spazio di differenza tra coloro che hanno facile accesso e uso delle nuove tecnologie e coloro che non lo hanno, per ragioni economiche e di educazione, principalmente). Fa schifo al giornalista italiano tradurre come DIVERGENZA (O DISTACCO) DIGITALE l'espressione inglese “Digital Divide”? A quanto pare sì, e ancora una volta si aumenta l'incapacità di comunicare, l'opacità della comunicazione, il non rispetto per tutti i possibili lettori (italiani!) e, in un gioco perfido, si aumenta anche la DIVERGENZA o DISTACCO DIGITALE.

Ma, come anticipavo, il titolo è davvero una mostruosità, perchè chi l'ha creato ha interiorizzato in sé il concetto di “Spread” che arriva dall'economia, e che sta ad indicare anche qui un distacco, una differenza, ma che, come termine inglese usato in economia, vale più come ampiezza, estensione di differenza; ma una conoscenza superficiale della lingua inglese lo fa percepire come “distacco, divergenza, differenza”. E qui arriva il mostro: “divide” in inglese significa davvero “distacco, divergenza”, nella testa del titolista i due termini si sovrappongono o forse si equivalgono, e invece di usare (malamente lo stesso, perchè, ripeto il concetto, io vorrei vedere un termine italiano) digital divide, arriva al concepimento dello SPREAD DIGITALE. Qui siamo al culmine dell'ignoranza travestita da saccenza propinata a lettori che, per la stragrande maggioranza, faranno finta di capire.

Anzi; sono due ignoranze che si assommano, quella di una scarsa e superficiale conoscenza della lingua inglese e del suo uso e quella che deriva da una ormai persa conoscenza e contatto con la propria lingua e cultura di provenienza.

Ma andiamo avanti.

Il Censis sottolinea “... il ritardo del nostro Paese sul fronte degli investimenti in reti di nuova generazione. In Italia le famiglie con un componente di età compresa tra 16 e 74 anni con accesso alla banda larga sono solo il 68% del totale, contro l'87% del Regno Unito, l'85% della Germania e il 78% della Francia (la media europea è del 76%)”. Ma qui lo sappiamo tutti che siano in balia completa della non operativita' del nostro governo, della sua corruttibilita', delle manovre della aziende che fanno di tutto per risparmiare in investimenti (sempre annunciati: faremo, cotruiremo, avremo, vi daremo, come i governi, specie quel governo famoso delle “tre I”, ovvero ignavi, ignoranti e italiani) e ciucciare soldi da utenti (cittadini) ora e subito, anzi, spesso in anticipo sui servizi.

Ci si meraviglia davvero che “... Non va meglio per il commercio online. Le imprese attive nel commercio elettronico in Italia sono complessivamente il 5% del totale, contro il 22% della Germania, il 19% del Regno Unito e l'11% della Francia (la media europea è del 14%). Le imprese italiane con almeno 10 addetti che hanno un sito web attraverso il quale ricevere ordinazioni o prenotazioni online sono l'11,7% del totale, con un valore delle vendite realizzate via web pari solo al 2,1% del valore totale delle vendite (si oscilla tra il 2,6% al Nord-Ovest e lo 0,5% nel Mezzogiorno).”

Ma se non ci si capisce nulla di tecnologia digitale, veicolata tramite questa paralingua angloitaliana, se non ci si può adeguatamente istruire o autoistruire, se le connessioni sono lente, costano molto e non sono molto affidabili, e se, appunto, quelli che usano le connessioni digitali sono ancora pochi, direi che è segno di intelligenza il non avere messo il proprio lavoro e commercio (business, per gli anglofili) in linea (on line, sempre per i nostalgici dell'idioma angloamericano).

Un altro capitolo riguarda "il cronico ritardo del nostro Paese nella diffusione di mezzi evoluti di pagamento". Le transazioni con carte di pagamento (escluse le carte di moneta elettronica) sono solo 28 per carta all'anno, contro le 167 del Regno Unito, le 129 della Francia e le 30 della Germania. In Italia il denaro contante è utilizzato nell'82,7% delle transazioni, contro una media europea del 66,6%. Il maggior costo rispetto alla media europea della gestione del contante confrontato con mezzi elettronici equivalenti è stimabile in circa 450 milioni di euro all'anno.”

Anche qui: la scarsa dimistichezza e confidenza con tutto quello che riguarda il digitale, incluso il denaro, logicamente rende gli italiani schivi e magari anche sospettosi. Poi usare le carte di credito costa: costa la carta di credito, costano i rapportini che le banche spediscono, costa per la tassa percentuale sugli acquisti, costa ai commercianti e costa a chi le usa. Le chiamano mezzi evoluti di pagamento, si, sistemi evoluti di entrate extra per le banche e chi le emette. Hanno tutti i torti gli italiani? Leggiamo in continuazione di azioni di pirati informatici (hackers) che derubano dai siti milioni di informazioni private, incluso quelle relative alle carte di credito, la Rete (internet) pare un colabrodo, dove tutti quelli che possono spiano, raccolgono dati per usi ortodossi e meno da parte dei governi e dalle aziende, a cominciare da quelle che forniscono i servizi della Rete (Google, in primis). Poi dobbiamo tenere in conto chi non vuole che i suoi spostamenti di denaro sia rintracciabile, e qui i primi della classe sono i mazzettari della politica italiana, quelli che si occupano di Expo 2015 e Mose di Venezia, per citare a caso, immagino che non usino le carte di credito.

Gli altri punti dell'articolo riguardano, in ultima analisi, la scarsa propensione per la PA verso un vero e razionale uso dei servizi in linea per i cittadini. Visto l'altissimo livello di spionaggio in linea da parte dei colossi USA, Cina, Russia e cosi via, magari non e' poi male il fatto che ci sia poco della PA disponibile in linea: che ci vorrebbe a scippare dal nostro Paese una o piu' base di dati (database) contenente informazioni private sui nostri cittadini? Nulla.

Non siamo messi bene, e pare davvero che al peggio non ci sia fine, pero' concorrere, magari incoscientemente, anche all'autodistruzione della cultura e della lingua italiana, davvero mi pare troppo. Dal 1980-1985 circa è iniziato un declino nell'uso della lingua come veicolo culturale e di identità che pare finirà solo quando di questa cultura e identità rimarranno tracce folcloristiche, galleggianti nel mare magnum di una sotto-cultura pop angloamericana. Il quadro del Censis, apparentemente limitato ad un'analisi del distacco digitale (digital divide) tra l'Italia e il resto d'Europa, fornisce occasione per riflessioni molto piu' ampie.

Marco Maurizio Gobbo



di Marco M Gobbo
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scritto 06/07/2014 12.18.19 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: distacco digitale digital divide sotto cultura american pop censis arte e internet


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