blog@exibart.com
home inaugurazioni calendario speed-news forum annunci concorsi sondaggi commenti pubblicità contatti
Exibart.platform > onpaper mobile bookshop rss radio tv alert newsletter segnala blog
recensioni > roma milano napoli venezia torino toscana vedi le altre 
rubriche > libri architettura design fashion in fumo decibel vedi le altre 
e-mail    password password persa? registrati ora!


INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'FILOSOFIA'
 
L'ossessione dei simboli e dei significati.


Di chi è ossessionato dai significati e i simboli in arte.


L’arte è il riposo dello spirito. Riposo da non intendersi come momento di alienazione e vuoto, ma come ritorno a casa, ritorno nell’elemento più proprio e rigeneratore. Immaginiamo il grande studioso, l’erudito che dopo le fatiche intellettuali si immerge nella contemplazione della natura. Il suo intelletto non si spegne, ma si rigenera. Funziona senza sforzo, in armonia col cosmo e le altre facoltà. Non deve sforzarsi di analizzare, ma si può lasciare andare al tepore del sole, al canto degli uccelli, ai colori vivi e armoniosi del firmamento. Ecco l’arte è il giardino dello spirito e della cultura, dove l'uomo contemporaneo, cerebrale, iperspecializzato, iperconnesso, può riposare e riposando tornare temporaneamente alla sua condizione non alienata, in armonia con le altre sue facoltà,  con le sue energie inespresse e represse, con gli altri esseri e col cosmo. L'arte è il giardino dello spirito perché riporta nello spirito ciò da cui lo spirito si è allontanato sviluppandosi, ma che è comunque l’elemento primigenio da cui si è originato. Proprio come con un giardino cerchiamo di riportare a noi un pezzo di natura, da cui ci ha allontanati la civilizzazione, ma che rimane comunque la nostra casa, la nostra origine, il nostro fondamentale esistenziale ed essenziale. Così l’arte riporta i nostri freddi intelletti a riconciliarsi con le emozioni, con le sensazioni, con le armonie, con il lasciarsi-andare, con la luce e con la materia, da cui la vita culturale e professionale moderna ci tengono dolorosamente lontani. Dunque chi è ossessionato dai simboli e dagli aspetti intellettuali, che sicuramente sempre sono presenti, trascurando gli aspetti sensibili ed emozionali, è come chi parla di lavoro a letto. Incapace di lasciarsi andare, di aprirsi alla festa dei sensi, incapace di andare al di là dell’intelletto alienato, parcellizzato e calcolatore della triste vita ordinaria. Incapace di riconciliarsi col proprio altro, unidimensionale e arido.


Ciro DD'Alessio



di ciro d' alessio
visita il blog Arte e filosofia

 
Ipazia tanto famosa quanto, in realtà, sconosciuta.... OTTIMA PUBBLICITA' INDIRETTA !!!

locandina

Martedì 14 febbraio, risultato delle  primarie a Genova, il sindaco uscente Marta Vincenzi, "trombata"  da  Marco Doria, in lizza per Sel, alle primarie di centrosinistra per il sindaco di Genova.
La Vincenzi si è paragonata a Ipazia, la filosofa di Alessandria d’Egitto assassinata da fanatici cristiani nel V secolo dopo Cristo e dichiara : “Io come Ipazia, mi hanno fatto fuori”.

(Ma siamo pazzi!!! Ma la Vincenzi conosce la storia di Ipazia!!???!!??)
______

COMUNE DI CASELLE T.SE

ASSESSORATO ALLA CULTURA
organizza
(nei nuovi locali di via Basilio Bona)

INCONTRO D'ARTE E CONVEGNO SU IPAZIA D'ALESSANDRIA
(sapiente filosofa, astronoma, matematica e poetessa del IV secolo d.C.)
e una considerazione sui primi secoli del cristianesimo

Mostra d'arte in esposizione dal 2 al 18 marzo con orario visite dalle ore 16,00 alle 19,30.


INAUGURAZIONE MOSTRA : venerdì 2 marzo alle ore 17,30 con introduzione dell'Assessore Luca Baracco e relazione critica di Valeria Massa e Antonio Zappia.
La mostra proseguirà fino a domenica 18 dello stesso mese.

Espongono: Paolo Abatecola, Quinto Airola, Ben Alfa, Giulio Benedetti, Alberto Bongini, Ivan Cambiolo, Antonio Cannata, Stefania Carollo, Carla Bresciano, Albino Cavaliere, Antonio Favara, Piero Feroglia, Ornella Frola, Rosa Gattuso, Mimmo La Grotteria, Bruna Giovannini, Roberto Giulietti, Antonella Guarneri, Attilio Lauricella, Francesco La Porta, Lorenzo Lo Verni, Francesca Mancuso, Bruno Mantovani, Serafina Marranghino, Lucia Micozzi, Salvatore Martinico, Mirandolina, Mario Mondino, Domenico Musci, Silvio Musto, Franca Valeria Oliveri, Esterina Pereno, Marcello Pisano, Sara Grazio, Salvatore Piazza, Alessandro Paliddo, Michele Privileggi, Maurizio Rivetti, Mario Rizzato, Giovanni Rodaro, Stefano Rollero, Rosato Gerardo, Giusy Romano, Ada Sgrò Falconbello, Claudio Zanni, Rosalia Zutta, Barbara Penna e Ernesto Cosenza per la fotografia.


VENERDI' 16 MARZO, ORE 20,45 CONVEGNO SU IPAZIA E IL CRISTIANESIMO DELLE ORIGINI
Interverranno: Don Ermis Segatti - Direttore dell'Ufficio Cultura dell'Arcidiocesi di Torino
Il Pastore Giuseppe Platone della chiesa valdese di Milano
La Dott.ssa Gemma Beretta, autrice di un importante libro sulla filosofa
La Dott.ssa Anna Iaccheo - appassionata studiosa di Ipazia
La Dott.sa Valeria Massa - attenta studiosa delle tematiche femminili
L'assessore Baracco accoglierà gli illustri ospiti
Coordina il convegno Antonio Zappia

CHI ERA "IPAZIA"
"Ad Alessandria c'era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tantissimi successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni.
Facendo conto sulla padronanza di sé e sulla facilità di modi che aveva acquisito in conseguenza dello sviluppo della sua mente, non raramente apparve in pubblico o davanti ai magistrati.
Né lei si sentì confusa nell'andare ad una riunione di uomini. Tutti gli uomini, tenendo conto della sua dignità straordinaria e della sua virtù, l'ammiravano di più.
Fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Dopo la morte del vescovo Teofilo, la cattedra vescovile fu occupata, nel 412, da suo nipote Cirillo, di idee fondamentaliste, specie contro i novaziani e i giudei, e che venne subito in urto col prefetto di quel tempo, il romano Oreste.
Cirillo, che mal sopportava la predicazione pagana di Ipazia, divenuta ad Alessandria la rappresentante più qualificata della filosofia ellenica, si convinse che l'ostacolo maggiore alla risoluzione della controversia fosse proprio lei.
Pur non dando un espresso ordine, egli istigò il gruppo fanatico di monaci parabolani ed eremiti della Tebaide guidati da Pietro il Lettore a togliere di mezzo Ipazia.
E così, dopo averla trascinata fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario, quasi volessero compiere una sorta di sacrificio umano, prima Pietro con una mazza ferrata, poi gli altri monaci con pugnali fatti di conchiglie, massacrarono il corpo di Ipazia e lo bruciarono. Era l'anno 415, il IV dell'episcopato di Cirillo.
Gli assassini rimasero impuniti. Oreste il prefetto chiese un'inchiesta; Costantinopoli non poté non concederla, e mandò ad Alessandria un tale Edesio, il quale non fece nulla, poiché si lasciò corrompere da Cirillo.
Oreste ottenne soltanto dei provvedimenti per arginare l'ingerenza politica dei vescovi nei poteri civili. Cirillo in seguito verrà addirittura santificato come esempio di sicura ortodossia.
Fu Damascio, filosofo neoplatonico (480/prima metà del sec.VI a.C.), quinto successore di Proclo nello scolarcato dell'Accademia, che per primo, nella Vita di Isidoro, incolpò Cirillo del delitto, arrivando addirittura a dire che prima di ucciderla le strapparono gli occhi dalle orbite.
Nella Storia ecclesiastica dell'ariano Filostorgio, nato circa il 368 d.C. e dunque contemporaneo dei fatti narrati, si arriva a sostenere che l'assassinio non era opera di una amorfa folla fanatica, ma di quel clero cristiano che, ad Alessandria in modo particolare, voleva spadroneggiare su tutti.

Ipazia viene ricordata, ancora oggi, come la prima matematica della storia, anzi, fu la sola matematica per più di un millennio: per trovarne altre, da Maria Agnesi a Sophie Germain, bisognerà attendere il Settecento. Ipazia fu anche l'inventrice dell'astrolabio, del planisfero e dell'idroscopio.

http://www.wikieventi.it/torino/evento.php?id_evento=2126&evento=INCONTRO_DARTE_E_CONVEGNO_SU_IPAZIA_DALESSANDRIA


di "Nel poeta e nell'artista c'è l'infinito."
visita il blog VOCAZIONE VAGABONDO per L'ARTE

 
Artur Danto e la fine dell’ Arte. Ovvero dell’ affrancamento dell’ arte dalla storia e dalla filosofia.


Mi permetto di sintetizzare alcune posizioni assunte da Arthur Danto in un articolo uscito 1998 sul The Journal of Aesthetics and Arte Criticism, dal titolo The End of Art - A Philosophical Defence.


La fine dell’ arte, è da intendersi come fine della storia dell’arte. Il che non significa che l’ arte sia finita, ma anzi che essa ha ora raggiunto finalmente quel grado di estrema libertà che ne favorisce sviluppi ricco ed onnilaterale, per cui non è più possibile seguirne il corso in un’unica storia.

Per chiarire questo suo concetto Danto ci rimanda alla concezione hegeliana di fine della storia nell’ interpretazione datane da Alexander Kojev. Con Hegel la storia dello spirito finisce, non perché finisca il mondo, la creatività umana, o la vita spirituale. Semplicemente con Hegel lo spirito arriva ad uno stato di autoconsapevolezza e di libertà tale che esso non ha bisogno più di condurre lotte epiche per liberarsi ed emanciparsi. D’ora in poi si svilupperà in maniera ricca e plurale, ma non darà più corso ad una storia.
Concezione analoga, ricorda Danto, hanno Marx ed Engel a proposito della società comunista pienamente realizzata. Una volta raggiunto quello stadio, la storia umana terminerà, nel senso che termineranno i grandi scontri ed i grandi conflitti che l’ hanno caratterizzata.
(Una concezione simile, non rilevata da Danto, sostenuta da Fukujama, ha suscitato grandi dibattiti negli anni novanta; con la democrazia ed il libero mercato la storia è finita; i paesi democratici e liberali infatti non confliggono tra di loro, e convivono pacificamente).
Una volta finita la guerra e ristabilita la pace, i militari, che avevano partecipato in maniera collettiva ad imprese storiche, per la libertà o la patria, tornano ciascuno a casa propria ad occuparsi felicemente della vita privata, ciascuna della quali va in una direzione diversa e tutte insieme non disegnano una storia ed in questo senso sono fuori dalla storia

Danto ritiene che questa tesi della fine della storia, limitatamente alla storia dell’ arte, abbia una sua validità; oggi l’ arte vive in una situazione di grande libertà e si sviluppa in tutte le direzioni. Infatti, dopo la Pop Art, l’ arte concettuale ed il minimalismo, essa si è finalmente liberata delle ultime pastoie che la tenevano imbrigliata e la spingevano a lottare per vedersi riconosciuta nella sua libertà.

Con la Pop Art, quello sviluppo della storia dell’ arte, in cui si sono alternate avanguardie ciascuna delle quali alla ricerca dell’ essenza dell’ arte, si arresta, perché si è arrivati a quello che Danto ritiene il nocciolo, l’ essenza dell’ arte e cioè il suo “aboutness” l’ essere-a-proposito-di
. Quindi il discorso della fine della storia dell’ arte si riallaccia in parte a quello della sua “essenza” trattato in The Transfiguration of the Commonplace ,Cambridge ,1981 (La trasfigurazione del banale , a cura di Velotti, laterza, 2008). Danto ci tiene però a sottolineare che questo non vuol dire che il pop o minimal, siano il telos dell’ arte. Oggi infatti, è possibile fare, con uguale legittimità , espressionismo, concettuale, impressionismo, realismo, astrattismo, cubismo, istallazioni, performances, landart etc. La Pop Art ha semplicemente portato a termine quel compito storico di indagare sull’ essenza dell’ arte, su cui si erano imbarcate le varie avanguardie, in una specie di percorso a staffetta con passaggio di testimone. Ma finita e vinta questa corsa, avendo reso accettabile che qualsiasi cosa o rappresentazione è investibile del ruolo di opera d’ arte, oggi si è liberi di correre ciascuno nella direzione che più ci piaccia, e non è più possibile riunire in un unico fascio percorsi che si diramano in tutte le direzioni.

Questo comporta secondo Danto, l’ affrancamento dell’ arte dalla filosofia e dalla storia.
L’ arte d’avanguardia era costretta a portare aventi una tesi, un idea su cosa fosse arte. Ed in questo discorso dialogava dialetticamente con l’ avanguardia che l’ aveva preceduta. Ma una volta arrivati al punto che tutto può essere arte, pur che abbia un aboutness che si incarni in qualcosa, questa lunga battaglia finisce, si apre la strada a sviluppi in tutte le direzioni, e non si è più costretti a portare sulle spalle il fardello della filosofia e della storia dell’ arte.
L’ affrancamento dell’ arte dalla filosofia richiede del resto che la filosofia stessa rinunci alle pretesa di collocare ed assegnare una funzione all’ arte. Il dono più grande che la filosofia può fare all’ arte, dice Danto, è quello di lasciarla libera, di non pretendere di stabilire il suo compito.

di ciro d' alessio
visita il blog Arte e filosofia

 
Forma materiale e spazio simbolico

Secondo me, uno degli aspetti più geniali del pensiero di Rancière è questo: "Utopia o no [ne parlavamo nel post precedente, ricordate?], il compito che il filosofo conferisce alla tela "sublime" del pittore astratto, appesa solitaria a un muro bianco, e quello che il commissario di un'esposizione conferisce all'installazione o all'intervento dell'artista relazionale s'inscrivono entrambi nella medesima logica: quella di una "politica" dell'arte che consiste nella sospensione delle coordinate normali dell'esperienza sensoriale. L'uno valorizza la solitudine di una forma sensibile eterogenea, l'altro il gesto che disegna uno spazio comune, ma questi due modi con cui si mette in rapporto la costituzione di una forma materiale con quella di uno spazio simbolico sono forse le due parti di una sola configurazione originaria, che lega il proprio dell'arte a una certa maniera di essere comunità". Ora qui il filosofo francese dice una cosa molto importante: e cioè che chi finora si è occupato di arte da un punto di vista filosofico si è sempre dimenticato che stava elucubrando su qualcosa ancora a metà, perché l'arte non è solo l'opera ma, come la fenomenologia insegna (e purtroppo i fenomenologi in Italia stanno solo a Milano), l'artisticità dell'opera si completa solo nella percezione estetica, quindi quando l'opera viene esposta e conseguentemente vista da qualcuno. Il punto è che anche questa prospettiva è ancora parziale. E infatti la mia sensazione immediata, nel leggere il libro di Rancière (che poi io dico libro ma il curatore lo definisce "l'espressione più matura e compiuta" dell'autore), è stata che quest'uomo fosse riuscito ad andare oltre la fenomenologia. Eh sì, perché il nostro passa, per dir così, da un "piano americano" a un "campo medio" e si rende conto che dietro la percezione estetica c'è tutto un mondo, perché questa avviene in uno spazio dedicato, sospeso rispetto all'esperienza ordinaria, condiviso - e condiviso in modo radicale, voglio dire alla radice del sentire -, riplasmato e quindi con inevitabili conseguenze politiche - cioè di riconfigurazione del reale. Un'altra cosa molto importante, e non disgiunta da questa, è la sua definizione di "forma materiale", che ho trovato esattamente identica anche in Adelchi Baratono, grande filosofo nostrano ingiustamente trascurato dalla filosofia ufficiale e le cui idee sembrano essere molto vicine a quelle di Rancière. Come scrive nell'introduzione al suo Arte e poesia il suo allievo Dino Formaggio, "il Baratono considera che il cammino che va dalla vita disordinata e informe (o dall'espressione emotiva) all'arte è lo stesso cammino che si ripete nel passaggio dal linguaggio alla letteratura divenuta poesia: vale a dire un processo che porta dalla potenzialità di una presenza, dove la pura formalità sensibile appare strumentalizzata e subintenzionalizzata, alla compiutezza di una raggiunta forma sensibile, dove ciò che sale in dominante intenzionata è appunto quel che il Baratono chiama la forma sensibile"; decrizione che sembra trovare una perfetta risonanza in questa definizione di Rancière: "l'opera è una forma sensibile che risulta eterogenea rispetto alle forme consuete dell'esperienza sensibile in quanto si dà in un'esperienza specifica che sospende le connessioni ordinarie non solo tra apparenza e realtà, ma anche tra forma e materia, attività e passività, intelletto e sensibilità". Very interesting, come direbbero i suoi fan britannici (ho messo il loro blog nella lista dei link). 


di Valeria Silvestri
visita il blog Meditazioni Cartesiane

scritto 03/01/2010 22.02.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: jacques rancière adelchi baratono dino formaggio estetica arte filosofia politica
 
Così va meglio?

"«Estetica» è la parola che nomina il nodo singolare, che si è formato due secoli fa e resta difficile a pensarsi, tra la sublimità dell'arte e il rumore di una pompa ad acqua, tra il timbro velato di strumenti a corda e la promessa di un'umanità nuova. [...] Ma non si tratta solo di comprendere il senso di una parola. Seguire la storia della 'confusione' estetica vuol dire, al contempo, tentare di chiarire l'altra confusione che la critica dell'estetica incoraggia: quella che lega assieme, nell'indistinzione etica, le operazioni dell'arte e le pratiche della politica." (Jacques Rancière, Il disagio dell'estetica)

P. S.: io però preferivo l'altra.


di Valeria Silvestri
visita il blog Meditazioni Cartesiane



messaggi trovati: 14 - pagina: 1 - pagina successiva
 






     Exibart.
   Pubblicazione iscritta nel registro della stampa del Tribunale di Firenze con il n. 5069/01.
   Direttore Responsabile: Matteo Bergamini
   Direttore Editoriale: Cesare Biasini Selvaggi
   Direttore Commerciale: Federico Pazzagli - fax: 06/89280543
   Amministrazione: amministrazione@exibart.com -fax: 06/89280277