Spesso la vernice è la ragione fondante di una mostra: la caratura degli intervenuti e la qualità del buffet ne decretano il successo.
L’osservazione delle umane genti che si aggrovigliano per tartine in stato vegetativo permanente o meglio ancora la speranza disattesa di un party che non c’è, come alla conferenza stampa a Palazzo Reale per la mostra sul Futurismo, è spesso di gran lunga più interessante della mostra stessa.
Coda epica nell'anticamera della Sala delle Otto colonne (quelle che sperano di avere gli organizzatori della mostra su tutti i giornali?) per la press conference in cui mi sono imbucato in qualità di inviato della Gazzetta dell'Emilia. Non potevo lasciar perdere la ghiotta citazione, visto che proprio quel quotidiano (e non Le Figaro), ha pubblicato per primo il 5 febbraio di un secolo fa, il Manifesto Futurista. La gloriosa Gazzetta bolognese ha cessato le pubblicazioni nel 1961, ma alle giovani addette agli accrediti il particolare deve essere sfuggito.
Spunto degno di nota, Finazzer Flory, non l'immaginifico cocktail che raggiunge l'apice spruzzato sotto le ascelle, ma l'assessore alla cultura, aspirante futurista non solo per la rissa in Galleria coi vigili nel pomeriggio.
Dunque, Finaz futurist-assessore non tanto perchè spera di esserlo anche in futuro, ma per l'affermazione in piena conferenza stampa: “E come dicevano i futuristi bruciamo le biblioteche, ma sì bruciamo i libri tanto in Italia non li legge nessuno”. L'allibito editore del monumentale catalogo è elegantemente intervenuto sfumando l'evocata pira cartacea in un “magari rottamiamo i vecchi libri in cambio di nuovi, tanto per incentivare la lettura”.
La conferenza stampa è terminata alla 13,30; dopo mezz'ora dentro la mostra eravamo una decina compresi i custodi. Le centinaia di accreditati orfani di buffet avranno, vista l'ora, pensato di consolarsi con un futurista risotto, con una passatista pastasciutta, o i più arguti citazionisti, con bolognesi passatelli?
Come è stato sottolineato nella pres(s)entazione, la mostra è a basso impatto ambientale, i pannelli per l'esposizione sono stati riciclati da quella precedente; lodevolissimo visti i tempi, potevano però a mio avviso, chiudere i buchi serviti per le opere di Seurat e Signac.
Riciclate anche moltissime opere dalle cospicue collezioni civiche milanesi.
Ma è valsa comunque la pena di aggirarsi a stomaco vuoto per le sale semideserte e qualche sfizioso cibo per la mente l'ho trovato, curiosamente fra pre, tardo e post futuristi: un incantevole Pellizza da Volpedo (Automobile al Passo del Penice 1904); tre imperdibili sculture di Renato di Bosso, una per tutte, Pilota stratosferico 1938; un Burrino, nel senso di piccolo Burri (Sacco nero su bianco 1955).
Scelta non scontata fra i top: Sant'Elia (Studio per centrale elettrica 1914), big-fut take-away nel senso che viene voglia di portarlo via e mangiarlo con gli occhi più tardi.
In cauda delicium, nella saletta video, corroboranti film come, ad esempio, Impressioni di vita n. 1 del 1933, montato per errore due volte di fila; non importa, val la pena di rivederlo.
Insomma, per dirla con ABO, l'arte ci offre un pasto gratis, anche quando il cibo non c'è.
Fuori da Palazzo Reale, la città che sale, ma spesso scende abbastanza in basso:
in Galleria l'idea d'inscenare la Rissa boccioniana è un'ottima idea, realizzata non benissimo forse per penuria di mezzi, a cominciare dai costumi al risparmio dei performers. Anche la scelta musicale è discutibile, ritmi psico-etnici fra gli altri non proprio adatti all'uopo.
Sarà forse per questa incoerenza filologica che i bottegai della Galleria hanno telefonato ai vigili?
Boccioni, sarebbe comunque contento.
|