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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'IMPARARE LA CREATIVITà'
 
imparare e insegnare ad essere creativi


Prima di aprire questo blog mi sono divertito a snocciolare definizioni e regolette della "buona creativita'" sul portale CGItalia. Oggi, sfiorando il fuori tema, vorrei presentarvi in esclusiva l'articolo che ho da tempo nel cassetto e che avrebbe dovuto rappresentare il proseguo di quella serie:

Mi è capitato ultimamente di pensare svariate volte alla mia naturale propensione creativa. Ai temi di prima elementare, dove scrivevo che in casa c'erano i topi ma i miei genitori non volevano comprare un gatto perché erano genovesi, e quindi tirchi. Per fortuna della mia incolumità fisica e psicologica i miei illuminati genitori, veramente genovesi ma non troppo tirchi, non mi corcarono di botte quando, parlando con la maestra, vennero a scoprire cosa mi ero inventato. Risero, si stupirono, forse un po' si risentirono per esser stati descritti come portatori di braccino corto, ma non repressero la naturale propensione alla curiosità, alla fantasia e alla creatività del loro pargoletto. Avevo semplicemente delineato uno scenario verosimile, partendo da dati reali, da pensieri comuni – genovese e quindi avaro – immettendo nel sistema un'ipotesi, i roditori. Certamente non furono altrettanto gaudenti quando iniziai la mia fase dello smontaggio, quando iniziai a disassemblare i miei costosi giocattoli, a svitare, sezionare, interrogarmi sul come funzionassero le cose e quali fossero i rapporti fra gli elementi che li componevano. Invero ancor ora sono totalmente immerso in questa fase, ma la mia compagna è assai più entusiasta della mia capacità manuale – analitica, in particolare quando smonto la caldaia e riesco a farla ripartire dopo che si blocca il venerdì sera. Ma non è oggi il giorno nel quale vi parlerò della della mia capacità di far generare l'acqua calda. Il punto nodale è il fatto di aver preso coscienza di esser stato sempre creativo nel mio operato e nel mio pensiero, sin da infante, e di aver solamente incanalato e strutturato questa “abilità innata” - come direbbero i ninja del villaggio della foglia – grazie allo studio teorico e pratico.

Arriviamo dunque alla domanda topica di questa trattazione: è possibile imparare – e dunque insegnare – ad essere creativi ?

Appena pochi giorni fa ho esplicitamente sentito, in una conferenza incentrata sul rapporto fra impresa e innovazione, affermare che l'innovazione nasce dalla creatività e che non si può imparare – o insegnare - ad essere creativi e curiosi. Se così veramente fosse, tutti i bambini che non hanno mai giocato con il meccano, o che l'abbiano fatto accontendosi di riprodurre le splendide costruzioni raffigurate a colori sul retro della scatola, sarebbero condannati ad una vita da contabili. O peggio ad un'esistenza da xeroxcreativi, foltissima stirpe di affermati professionisti, e non, capace semplicemente di vedere un esempio e riprodurlo adattandolo. Forse un giorno stileremo una lista delle tipologie di creativi, come facemmo al tempo per quella dei clienti. Oggi limitiamoci a chiederci se è possibile innescare nelle persone un'esperienza tale da portare ad un cambiamento radicare nel loro modo di pensare. Accendere la passione per la curiosità. Portarle a godere nello stupirsi di imparare anche la cosa più banale, come se la vita fosse un gigantesco “Strano ma Vero” della Settimana Enigmistica. Nel 1794 a Linsted Park, località dell'Inghilterra, si disputò un torneo di cricket... a cavallo. E' uno stimolo inutile ma bellissimo, da immagazzinare gelosamente. E' come un mattoncino del lego, preso singolarmente è solo un inutile parallelepipedo, dai banali connotati. Ma capace di mutarsi in qualcosa di straordinario se assemblato intelligentemente ad altri suoi simili, dove una sommatoria di elementi singolarmente banali diviene un insieme innovativo. Il cardine della creatività non sta nel mettere a disposizione i mattoncini, si può insegnare a progettare-giocare fornendo gli elementi da relazionare, si può stimolare un bambino o un adulto in tale modo. Ma come potrebbe esser possibile insegnare ad assemblare ed elaborare in modo creativo ? Come si può diffondere il gene che porta a non limitarsi ad edificare mura e casette – spesso in stile abusivismo edilizio – di colorati laterizi plastici ? Come si può insegnare il cambio di punto di vista, la moltiplicazione di pensiero, l'associazione libera, la voglia di ricordare banalità come le partite di cricket a cavallo da stivare ed utilizzare come cerniera collante di un elaborato inedito ?
Si può incuriosire, ma non insegnare ad essere curiosi. Si possono teorizzare formule, strategie, tattiche e dettami della buona creatività, impalcature utili per sfruttare la curiosità e la creatività dei curiosi e dei creativi. Convenzioni che prese alla lettera non posso comunque bastare nell'esercizio di una disciplina che per natura basa la sua esistenza nell'essere “sopra le righe”. Nello sfruttare i vuoti fra un dogma e l'altro, non nella cieca applicazione dei medesimi.

In questo scenario imparare ed insegnare le regole di assemblaggio dei mattoncini colorati, ossia padroneggiare tecnicamente un mezzo di produzione creativa, è condizione necessaria ma non unica per creare e diventare un creativo. Ma, a mio parere, avere le giuste idee, qualcosa da dire e realizzare ma non padroneggiare gli strumenti adatti per comunicarlo è peccato meno grave di avere uno strumento e vivere la fase ideativa come puro pretesto per utilizzarlo. Perché è immensamente più facile imparare un software rispetto all'imparare un nuovo modo di approcciare l'esistente.
Questa affermazione cozza contro il pensiero comune che in parecchi campi, come appunto nella Computer Grafica, tende a considerare creativo chiunque abbia investito il proprio tempo nell'imparare uno strumento di produzione. Sarebbe, per paradosso, considerare creativo il muratore al pari dell'architetto. Immaginate con me per un secondo un modo nel quale una folta pattuglia di muratori – a volte anche con la laurea in architettura in tasca - si ostinasse a progettare ed edificare sbilenche e banali villette, lamentandosi di non trovare adeguato spazio per la propria arte. Riportate la visione nel nostro territorio d'appartenenza, eccovi un ardito manipolo di manipolatori di spline elevati, per fattori colturali e per ego, al ruolo di creativi, che nella realizzazione dei loro sessanta secondi di supposta notorietà producono manufatti belli e senz'anima. La storia è piena di musicisti leggendari pessimi compositori, ma per l'esistenza stessa della musica chi esegue un pezzo è fondamentale quanto e come chi la scrive. Ruoli distinti e complementari, dove i rappresentanti del secondo gruppo sono in inferiorità, perché per essere buoni creativi ci vuole talento. E forse è questa la semplice conclusione delle nostre riflessioni, per fare e fare bene ci vuole talento, si può insegnare ed imparare a sfruttarlo, ma non si può iniettare talento nei territori dove questo manchi.
Nessuno comunque vuole, in questa sede, invocare un regio decreto che vincoli i mestieri creativi ad una ristretta cerchia di eletti per nascita. Sarebbe però auspicabile che questo genere di figura fosse indirizzato verso una formazione più culturale, per riprendere il nostro precedente esempio nessuno chiede ad un architetto di imparare nel proprio corso di studi come si miscela la malta. Egli ha bisogno di sviluppare il proprio pensiero, capire le potenzialità degli strumenti costruttivi, avere una visione delle cose e trovare un team di maestranze altamente specializzate. Oltre a capire che nessuno potrà mai insegnargli ad avere la visione del buon architetto, assecondare la sua vera natura e non inseguire uno status, rinunciare magari ad un'esistenza da pessimo architetto per realizzarsi divenendo il miglior piastrellista sulla piazza.

di Marco Andrea Fichera
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