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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'LUCE'
 
Da Michelangelo a Caravaggio. Espressione della luce e della religiosità tra i grandi maestri del cinquecento in mostra a forlì


di Andrea Speziali


Sono i grandi maestri del cinquecento a illuminare la cultura italiana quest'anno con una mostra senza precedenti in Romagna. Ancora una volta in seguito al successo delle precedenti esposizioni dedicate al Novecento, ovvero Liberty. Uno stile per l’Italia moderna, Boldini e Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia il complesso del San Domenico di Forlì ha prodotto per il grande pubblico un'esposizione a dir poco 'sontuosa' e visitabile fino al 17 giugno. Caratterizzata da un nuovo percorso espositivo che, per la prima volta, utilizza come sede espositiva la Chiesa conventuale di San Giacomo Apostolo, a conclusione del suo integrale recupero.

Raggiunto l'obbiettivo dell’esposizione, volto ad indagare la trasformazione dei valori delle arti nell’età delle Riforme del XVI secolo, spiega così Gianfranco Brunelli, direttore generale della rassegna «Occorre dunque ripercorrere la visione che di quel momento storico ne ebbero i contemporanei, quale fosse il loro modo di guardare al presente e al passato artistico e, a seguitare, quali siano state le interpretazioni critiche successive. Si possono prendere simbolicamente due date: il 1527 e il 1610».

''L’Eterno e il tempo tra Michelangelo e Caravaggio'' documenta quello che è stato uno dei momenti più alti e affascinanti della storia occidentale. Gli anni che idealmente intercorrono tra il Sacco di Roma (1527) e la morte di Caravaggio (1610); tra l’avvio della Riforma protestante (1517-1520) e il Concilio di Trento (1545-1563); tra il Giudizio universale di Michelangelo (1541) e il Sidereus Nuncius di Galileo (1610) rappresentano l’avvio della nostra modernità.

Ad essere protagonisti al complesso del San Domenico saranno il dramma e il fascino di un secolo che vide convivere gli inquietanti spasimi di un superbo tramonto, quello del Rinascimento, e il procedere di un nuovo e luministico orizzonte, con grandi capolavori del Manierismo.

Il rinnovamento dell’arte e la sua recezione sono stati decisivi nel determinare la nascente coscienza critica, e con essa quella nuova idea di storia e di natura che chiamiamo modernità.

E’ Giorgio Vasari a cogliere il rinnovamento del linguaggio artistico della prima metà del XVI secolo. Sollecitato dalla grandezza di Michelangelo, egli giudica i nuovi ideali di «grazia», «prestezza» e «velocità» degli artisti che cadranno poi sotto l’etichetta di «manieristi» competitivi con i modelli e i canoni classici.

L’istanza alla Chiesa di Roma di un maggiore rigore spirituale, se da un lato produceva una rinnovata difesa delle immagini sacre (soprattutto ad opera della ignaziana Compagnia di Gesù), dall’altro imponeva una diversa attenzione alla composizione e alla raffigurazione delle immagini, nonché a una ridefinizione dello spazio sacro e dei suoi ornamenti.

Si sviluppano così scuole e orientamenti nuovi. Dal tentativo di dare vita a «un’arte senza tempo» di Valeriano e Pulzone, nell’ambiente romano, agli esiti del modellato cromatico di Tiziano, al naturalismo dei Carracci, con quel loro «affettuoso timbro lombardo», come lo chiama Longhi. Ma è anche la vita quotidiana che si affranca dai bagliori dell’estremo Rinascimento. Si avverte una “temperatura sentimentale” che pare interpretare il nuovo senso del Concilio tridentino che deve parlare a tutti i cuori creando una nuova forma di pietà e di devozione, con l’esaltazione della figura mariana, dei primi martiri e dei nuovi santi. Francesco d’Assisi fra tutti.

A partire dal tema delle nudità michelangiolesche s’afferma un dibattito che fa del tema corpo, del corpo nudo, della sua rappresentazione, della sua bellezza il centro di un contenzioso tra sacro e profano che investe i modelli artistici e le stesse collocazioni delle opere d’arte, tale da condizionare i principali centri del collezionismo, dalle corti europee allo stesso cortile del Belvedere Vaticano, dove erano collocate le più famose figure antiche di nude divinità pagane.

Il clima sociale e religioso stava rapidamente cambiando. L’antiromanità della Riforma, unita a motivi politici, volgeva velocemente verso espressioni di lotta iconoclasta. E mentre Lutero aveva parzialmente tollerato le immagini religiose relative alla vita di Cristo, Calvino le aveva rigorosamente vietate.

In Italia la battaglia più impegnativa per il dipingere e per il vivere moderno si combatte nella pittura di commissione sacra. Il protagonista di questa lotta è soprattutto Caravaggio. Egli tenta una innovazione radicale del suo significato religioso come fatto di religione profondamente popolare. Lo spirito della controriforma aveva eliminato tutto ciò che era ritenuto privo di fede, come ad esempio le incisioni esposte al primo piano del Museo realizzate da Agostino Carracci, le cui lastre vennero biffate per volere del Papa.

Così i curatori della mostra, Antonio Paolucci, Andrea Bacchi, Daniele Benati, Paola Refice e Ulisse Tramonti hanno ragionato l'esposizione in dodici sezioni articolate: tra l’ultimo Michelangelo a Caravaggio, passando attraverso Raffaello, Rosso Fiorentino, Lorenzo Lotto, Pontormo, Sebastiano del Piombo, Correggio, Bronzino, Vasari, Daniele da Volterra, El Greco, i Carracci, Federico Barocci, Veronese, Tiziano, Federico Zuccari, Guido Reni, Domenico Beccafumi, Giuseppe Valeriano e Scipione Pulzone, s’addipana un filo estetico di rimandi e innovazioni che darà vita a una età nuova. Comprese le forme alternative di Rubens e Guido Reni.

Come questa grandiosa mostra compiutamente racconta.


Informazioni:
Costo del biglietto: 12.00 €; Riduzioni: 10.00 €
Prenotazione: Obbligatoria
Orario: da martedì a venerdì ore 9,30 – 19,00Sabato, domenica e festivi ore 9,30 – 20,00. Chiuso Lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima
Telefono: +39 199151134, riservato gruppi e scuole 0543.36217
E-mail: mostraforli@civita.it



di Andrea Speziali
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o m b r a sul m u r o

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a wall/ light and shadow on a wall/
time/
nothing more to find things.

un muro/ luce e ombra su un muro/
tempo/
niente di più per trovare le cose.

di emanuela genesio
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scritto 26/04/2015 14.35.00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: muro ombra luce tempo cose lucrezio
 
P L E X U S_ magnifica danza e arti visive

Plexus, di Aurélien Bory con Kaori Ito

Ieri sera lo spettacolo Plexus di Aurélien Bory con Kaori Ito per Torino Danza 2014 alle Fonderie Limone mi ha incantato. 
L'abstract che appare sul sito di Romaeuropa ne fa una descrizione da cui si percepisce qualcosa, ma è difficile sciogliere la meraviglia prodotta da quell'incontro tra visibilità, corpo e suoni che sul filo di una coerente e minimale semplicità si dipana dall'inizio alla fine dello spettacolo. Nessuna narrazione, eppure un mondo vastissimo si apre dal gioco lineare di veli leggeri, luci bianco dorate argentee e la materialità del corpo della danzatrice, a tratti sospesa a metri d'altezza, a tratti pesantemente a terra, creatrice di suoni che dagli organi interni si riverberano tra i fili dello spazio di azione. Senza tecnologia eppure altamente high tech, nella pulizia degli effetti e nel saper sfruttare i piani tri e bidimensionali in cui si muove il nostro occhio. Un modo di unire arti visive e danza profondamente e visceralmente interdisciplinare, sofisticato nella sottrazione di barocchismi, ma tanto bello da lasciare a bocca aperta.

"È l’incontro sincero di due artisti “Plexus”, uno spettacolo magico che il regista e drammaturgo Aurélien Bory dedica all’universo e al corpo di Kaori Ito, danzatrice, coreografa e giovane musa ispiratrice di una intera generazione di coreografi. Le radici in Giappone, dove ha iniziato lo studio della danza classica all’età di 5 anni, la formazione nei linguaggi contemporanei negli Stati Uniti, oggi residente in Europa, con la sua fisicità febbrile, viva e debordante Ito negli ultimi anni ha collaborato con i maggiori creatori della scena internazionale come Angelin Preljocaj, Philippe Découflé, Sidi Larbi Cherkaoui, Gui Cassiers, Alain Platel, che le hanno dedicato ruoli principali nelle loro opere. Bory insieme a lei crea uno spettacolo fatto di illusionismo e visioni, grazie a semplici elementi scenografici, dove spicca una foresta di fili e corde visibili e invisibili, un uso sapiente e ammaliziato delle luci, così come l’assenza di video e tecnologia digitale. «Concependo questo ritratto di Kaori Ito –spiega il regista francese–, ho usato i mezzi del palcoscenico, partendo dalla rete interna dei nervi e del corpo che può essere il nostro tallone d’Achille, per arrivare allo spazio esterno, per intrecciare una rete di corde e reminiscenze». In questo universo in sospensione si muove Ito, coautrice della parte coreografica: in “Plexus”, termine che in latino significa treccia, intreccio, Bory decanta il suo teatro fatto di circo e drammaturgia, arti visive, musica, acrobazia, danza. Si rinnova così l’antico rapporto tra artista creatore e artista interprete, dove i ruoli si sovrappongono, si confondono e si intrecciano fino a creare un “Plexus”.

con Kaori Ito
ideazione, scenografia e regia Aurélien Bory
coreografie Kaori Ito
musiche originali Joan Cambon
disegno luci Arno Veyrat
direttore di palco Tristan Baudoin
suono Stéphane Ley
costumi Sylvie Marcucci
ricerca e adattamento Taïcyr Fadel
scenografia Pierre Gosselin
macchine Marc Bizet
direzione tecnica Arno Veyrat



di emanuela genesio
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Dentro e fuori.

Ciro D'Alessio, 2012



Cosa siamo dentro?
Dentro siamo solo sordide budella
vermicolanti istinti e fameliche mucose,
ossa e nervi sanguinanti, inerte
grasso e puzzolente sterco.

Solo questo siamo dentro,
solo questo c' è in "interiore homine".
Perchè tutto il resto...
tutto il resto è fuori.

Fuori è l' anima, che è la nostra porta
aperta per agli altri e per il mondo.
Fuori la parola, il suono , la musica, il colore.
Fuori è la luce, è l' alba luminosa.
Fuori è l' amore che ci aspetta,
fuori è la Vita, e fuori è il Sole.

Dentro lentamente rosica la morte,
ed ordisce le sue macchinazioni
per sbarrare un giorno i nostri occhi
ed imprigionarci per sempre
nella sua impotente, muta, sorda interiorità.

Ciro D'Alessio.

di ciro d' alessio
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Sul concetto di luce e ombra


Prendo a pretesto della mia riflessione il saggio edito un paio d’anni fa dal critico d’arte, pittore e filosofo Gillo Dorfles. In linea generale, nel suo Horror Pleni, egli attribuisce il concetto di ‘pieno’ ad una cultura più propriamente occidentale, di cui egli stesso si ritiene vittima involontaria. Al contrario, il termine ‘vacui’ è associato alla cultura orientale, in cui egli tenderebbe oggi più che mai ad immedesimarsi (cit. ‘riscopriamo il vuoto’). Esaminiamo alla lettera entrambi i termini e accostiamone alcuni sinonimi secondo istanze del tipo positivo/negativo. Pleni diviene tutto ciò che è bello, buono, ricco, positivo appunto. Pleni è una cosa perfettamente distinguibile, che gode infatti di luce propria, e che possiede una propria identità. Vacui diviene di conseguenza tutto ciò che è brutto, cattivo, povero, negativo. È quindi oscuro, buio, non perfettamente messo a fuoco, da tenere lontano e di cui diffidare. Questo secondo la nostra cultura occidentale, per gran parte influenzata da quell’epoca di oscurantismo medievale, la quale per circa tre secoli ha contaminato taluni aspetti fondamentali, che purtroppo sopravvivono irrisolti nel pensiero moderno. A questo punto, c’è però da domandarsi perché mai una grande e antichissima cultura come quella orientale, che raggiunge nel pensiero zen la sua più alta espressione filosofica riconosciuta in tutto il mondo, avrebbe fatto suo un concetto che per noi occidentali acquista un significato tutt’altro che positivo. Cosa intendono gli orientali per ‘vacui’? E per ‘pleni’? L’esatto contrario. Vacui è una tabula rasa sulla quale si è liberi di scrivere ciò che si vuole. Vacui è la natura non ancora contaminata dall’intervento feroce, tecnologico e globalizzante dell’uomo. Vacui è un ni-ente, inteso come ‘ente’ non ancora identificato, che prende la forma più disparata e che, come direbbe Bauman, il padre del pensiero sociologico contemporaneo, si lascia plasmare come un liquido all’interno del suo contenitore. Vacui è una zona di penombra, che non acceca chi la guarda, ma invita l’osservatore a ragionare, ipotizzare, creare. Vacui è materia da curare, e che si lascia cullare dalle braccia di chi la percepisce come strumento inoffensivo di crescita culturale. È un corpo che s’illumina, per accogliere e non per respingere. Sotto questo punto di vista il ‘pleni’ diviene una mera stratificazione di superfetazioni visive, acustiche (la dorflesiana ‘in-civiltà del rumore’), tattili, che rende irrequieti gli animi di chi lo osserva e costringe pertanto alla fuga. Pleni possiede più luce di quanto necessiti davvero e, in questa perdita di equilibrio armonico, diviene essa stessa un vuoto devastante.

In questi due termini sta per me la vera differenza tra il concetto di luce e quello di penombra. Tra chi progetta la luce per esaltare il ‘vacui’ privo ancora d’identità che ha dinnanzi e chi banalmente sovrappone la luce ad un ‘pleni’ già di per sé finito. È nella penombra che le cose più luminose appaiono anche più chiare, come i contorni della natura alle prime ore dell’alba, quando il sole accecante non è ancora del tutto uscito allo scoperto…

Angela Russo



di Angela Russo
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