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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'LUGANO'
 
TUTTO IN UNA NOTTE: ARSPOLIS

Andres Senra, I hurt myself everyday, video, 2011

ARSPOLIS è un evento che riguarda l’arte del nostro tempo in rapporto al territorio urbano mediante una serie di interventi che trasformano per una notte lo spazio cittadino in un luogo di accadimenti artistici, incontri e confronti, per una fruizione attiva di ciò che viene proposto.

La città coinvolta è Lugano, un quartiere del centro cittadino, dove artisti svizzeri e internazionali presentano il loro lavoro dando vita ad installazioni, performance, video, foto, opere d’arte visiva attraverso linguaggi e mezzi multidisciplinari.

Il direttore artistico di ARSPOLIS EVENTO #1 è Pier Giorgio De Pinto, artista visivo e coordinatore del CACT – Centro per l’Arte Contemporanea del Ticino, Bellinzona, che rispetto all’edizione precedente ha arricchito l’evento sia per l’introduzione del tema scelto come motivo conduttore della manifestazione che per la scelta degli artisti che presenteranno un’opera originale collegata al tema.

Extimità. Lo sconosciuto familiare. Reale, simbolico e immaginario dell’Altro è il titolo e il percorso individuato da Pier Giorgio De Pinto per sollecitare, attraverso il concetto di intimità simulata e condivisa da più persone del filosofo e psicoanalista francese Jacques Lacan, una riflessione antropologica, sociologica e psicologica, sulla realtà odierna, su internet e sui social network.

ARSPOLIS è un progetto nato dall’incontro di Al Fadhil, artista cosmopolita con base a Berlino, e Michele Balmelli, architetto, designer e gallerista con sede a Lugano, che nel 2011 hanno fondato l’associazione culturale ARSPOLIS a Lugano con lo scopo di promuovere eventi culturali ed artistici sia a livello cantonale che nazionale.


ARSPOLIS EVENTO #1
a cura di Pier Giorgio De Pinto

venerdì 16 settembre 2011

Lugano, Svizzera
Luoghi: via Lavizzari, via Canonica e viale Cassarate (Lab_Comacina), Il Foce.

ARTISTI

Katia Bassanini (CH), Giona Bernardi (CH), Ivana Falconi (CH), Fabrizio Giannini (CH), Aglaia Haritz (CH), La Jovenc (I), Andrea La Rocca (I), Parapluie (CH) (Anurée Julikà Tavares & Gianluca Monnier), Luigi Presicce (I), Rafaël Rozendaal (NL), Andres Serna (E), Laura Solari & Plinio-Natale Cemento-Müller (F), Stella Goldschmit (F), Suka Off (PL), Miki Tallone (CH), Veronica Tanzi (CH), Massimo Vitangeli (I), Artur Żmijewski (PL).

Programma:

ore 18:00 -  apertura ufficiale – Teatro Il Foce (via Foce 1)
Performance sonora La Jovenc, computer e voce
featuring ClashDisko, computer

ore 19:00 – 00:00 esposizione – luoghi vari
(vedi cartina Booklet http://www.arspolis.ch/event1.html)

ore 00:00 – 05:00 party di Chiusura – Il Foce (via Foce 1)

Direttore Artistico:
Pier Giorgio De Pinto
depinto@arspolis.ch

Organizzazione:
Michele Balmelli, AlFadhil, Jean-Marie Reynier
info@arspolis.ch

Ufficio Stampa:
Anna Mazzucco
mazzucco@arspolis.ch



di Giuseppe Carrubba
visita il blog MOUNTAINS O' THINGS

 
M'ILLUMINO D'IMMENSO BLU, DIPINTO DI BLU.

Lugano, 15 maggio 2009.
 
Yves Klein & Rotraut insieme nell'arte come nella vita in una proposta espositiva inedita che coinvolge tutta la città.
Le grandi sfavillanti installazioni di Rotraut Uecker disseminate (pur con esiti alterni) in gran numero (22) per parchi e strade trasmettono una buona dose di joie de vivre.
    Ho una preferenza per Red Gipsy (2008) alluminio dipinto, che propongo d'installare in permanenza sul lungolago, magari proprio di fronte al futuro Polo Culturale.

    Ma è nelle sale del Museo d'Arte che, attraverso cento opere, si snoda il percorso straordinario, breve ma decisivo di Yves Klein (1928-1962), assimilabile per forza dirompente a Piero Manzoni.
    Bruno Corà, direttore del Museo d'Arte e curatore della mostra con Daniel Moquay, nella presentazione ha usato con efficacia l'immagine dell'iceberg-Klein.
“La navigazione nella conoscenza dell'arte è spesso faticosa“ ha proseguito Corà “una prima visita è per il dubbio, la seconda per l'approfondimento, la terza per la gioia”.
     Klein, aggiungo io, come un iceberg ha nella parte sommersa la sua forza, con effetti di lungo periodo, meno visibili ma più grandi. 

    E la forza ad espansione che viene dalla sua ricerca la intuisci dalla perplessità che ancora aleggia fra il pubblico: a distanza di decenni s'interroga su spugne blu, su modelle che imprimono la loro impronta sulla tela come pennelli nelle Anthropometries, realizzando geniali happening, sui Monochromes, sui Monogolds in foglia d'oro, sui Portraits Reliefs e così via.
    Perché sono sorgenti inesauribili di fiumi che portano lontano, intuizioni germinali su cui moltitudini di artisti delle generazioni successive possono campare di rendita.
    Folgorazioni concettuali sul valore dell'arte e sulla sua proprietà come nelle “Regole rituali della cessione di zone di sensibilità pittoriche immateriali”. Come dire Tino Seghal quarant'anni prima.

    Non tutti i periodi sono rappresentati al medesimo livello, ma poi vedi la Venere di Milo, la Nike di Samotracia e non puoi che rimanere estasiato, da quella semplice ma decisiva intuizione del blu che diviene colore assoluto: IKB (International Klein Blue), un blu oltremare, ma si potrebbe dire anche ultracielo, contenente pigmenti naturali e che porta appunto il suo nome.
E di straordinario pigmento blu è stato steso sul pavimento un grande rettangolo, visibile anche dal piano superiore.
Una signora vestita con misurata eleganza, dice una cosa semplice ma che sintetizza meglio di qualunque altra affermazione il senso del lavoro di Klein: “Bisognerebbe buttarcisi dentro”.
     Già la tentazione è proprio quella di immergersi, metaforicamente s'intende.

    L'apoteosi è inevitabilmente nelle famose Sculptures eponges, le spugne impregnate di colore a evocare i fondali oceanici messi insieme in una specie di campionario troppo nutrito: poi scopro una foto in bianco e nero del grande Yves che sorride proprio con tante spugne alle sue spalle, e tutto assume un senso diverso.

    A Daniel Moquay, direttore degli Archives Klein di Parigi, chiedo di un Globe Terrestre Bleu (1957) in mostra sotto teca che mi è familiare (vedi post precedente).
Nel settembre scorso alla Fondazione Remotti di Camogli ho rischiato, per colpa di un bicchiere difettoso, di aspergerne col Bellini (il cocktail) uno identico: ingenuamente pensavo fosse lo stesso delizioso mappamondino tutto blu. Invece si tratta di un multiplo.

    Oltre che dalle opere anche da filmati e documenti, come il ritaglio di giornale che col titolo BLU BLU BLU presentava la mostra alla Galleria Apollinaire di Milano nel 1961, si coglie tutta l'insaziabile forza sperimentatrice di Yves Klein.

    Sì, una mostra da visitare davvero una, due, parecchie volte per approfondire dettagli ma anche solo per il sublime piacere d'immergersi in un colore puro, nell'immenso blu dipinto di blu.

 




di Serz
visita il blog L'Imbucato Speciale

scritto 25/05/2009 23:48:00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: yves klein rotraut lugano bruno corà daniel moquay
 
Dinamo, Magnete e Luganega.

     Il pretesto per zompare a Lugano è l'inaugurazione della Mostra “La dinamo futurista/Umberto Boccioni/Primo Conti” al Museo d'Arte. Ma non solo.
    Non sono obiettivo, ogni volta che vengo sul lago, specchio d'acqua svizzero in condominio con l'Italia, oggi blu cobalto increspato dal vento polare delle montagne innevate, e vedo il cartello Paradiso penso davvero di esserci; l'immaginazione elimina come un Photoshop mentale le cose meno esaltanti.
    Non riesco però a resistere dal cogliere segni anche minuti dello scrollone finanziario, anche se molti cercano di sminuirne le dimensioni: se le prime due banche svizzere (nonchè fra le prime del pianeta) hanno subìto negli ultimi tempi perdite da brivido, c'è poco da stare allegri.
    In questo clima, una visita alla Dabbeni, la meglio galleria del Ticino e non solo, che porta avanti le sue proposte con la forza gentile dei suoi titolari, è tonificante.
    Sempre in corso Pestalozzi il palazzo d'angolo a mattoni rossi (progetto Mario Botta), con l'albero sul tetto, ricorda che è possibile intervenire con sapienza anche nella difformità architettonica circostante senza retrivi conservatorismi ma anche senza mostruosi innesti destinati a sicuro rigetto. Per dirla con Oscar Wilde, gli architetti non hanno, al contrario dei chirurghi, la possibilità di seppellire i loro errori.
    Spero che fra questi non vi sia il nuovo Centro culturale.
Per ora è un info-bus parcheggiato sul lungo lago e un cantierone voragine.
    Che dire? La Luga-prospettiva è un alternarsi d'eleganti ville e palazzi ottocenteschi e costruzioni cubiformi che si propagano su per le alture retrostanti fino all'apoteosi del Monte Brè coperto da un'esplosione di casettume.
    Il progetto vincitore del Centro prossimo venturo (2013) dello Studio Gianola fa sorgere spontaneo l'interrogativo: se questo è il vincitore, corbezzoli, gli altri com'erano? Capisco non sia semplice intervenire con un segno architettonico che sia in qualche modo anticipatore, non limitandosi a scimmiottare il presente tutt'altro che allettante.
    Ovvio, è facile trinciar giudizi sbirciando un rendering 3D o un modellino tutto bianco, l'architettura e gli spazi costruiti sono fatti per camminarci, per muoversi al loro interno, ma tant'è questo ho a disposizione come chi ha giudicato la bontà del progetto reputandolo il più degno. Per carità, gli altri non gli ho visti, ma un dubbio s'insinua.
    Non che non sia adatto allo scopo anzi s'inserisce perfettamente nel coacervo “ottocementesco” ma appunto forse era il caso di marcare una discontinuità, più all'altezza delle ambizioni che vogliono fare di Lugano un “magnete” dell'arte (vedi conferenza Arte Fiera) con questo grande centro polifunzionale (177.000 m cubitali) con teatro, museo per esposizioni temporanee e collezioni permanenti e quant'altro.
Il contenuto (mostre, spettacoli, concerti) c'è da augurarsi sia meglio del contenitore.
    Nel frattempo se il povero Bernardino Luini, potesse vedere, non starebbe tranquillo per i suoi meravigliosi affreschi in S. Maria degli Angioli, che appare ancora più piccola e fragile, come spostata di lato dai lavori in corso.
   
    Il progetto del Centro ridisegnerà completamente la destinazione d'uso dei musei cittadini dalla splendida Villa Ciani alla Malpensata sede del Museo d'Arte e della mostra “Boccioni-Conti”.

    La resistenza del pubblico alle presentazioni di rito è ovunque piuttosto labile, nella circostanza l'insofferenza si è fatta evidente quando non pochi hanno preferito aggirarsi fra dipinti e disegni piuttosto che star seduti e fingere d'ascoltare. Invero gli interventi sono stati di gran lunga inferiori al record stabilito nella vernice dell'autunno scorso a Villa Ciani (quasi due ore), grazie soprattutto a Vittorio Fagone e alla sua peraltro interessantissima performance oratoria, più da convegno che da vernissage, farcita di gustosi aneddoti da Aligi Sassu a Bill Viola passando per Naim June Paik.
    L'80% degli assidui alle imperdibili vernici luganesi attende con ansia l'immancabile rinfresco quindi occorre parlare prima di questo che della mostra.
    Non so se si è voluto dare un segnale preciso nella politica del nuovo Polo culturale sostituendo l'ottimo servizio di catering di vernici di mostre memorabili (Modigliani, Schiele....) con l'attuale.
    Spesso c'è un'assonanza fra mostra e buffet: non si capisce bene se sia una chicca per palati talmente fini con un uso talmente elaborato e intorcinato degl'ingredienti di partenza da non far capire neppur vagamente cosa si stia masticando. Insomma è cosa nota che siamo nell'era del post-cibo, della cucina alchemica, nello specifico pretenziosamente ricercata da chiedersi se l'autore sia Gargamella (quello dei Puffi); insomma roba da far rimpiangere un rustico pane e luganeghe, tanto apprezzato dall'Hermann (Hesse) in quel di Montagnola.
    Due soli accenni per non tediare e non infierire: mini cestini di polenta con patè di olive (forse, chissà) e caprino, mini-scodellinini e forchettinine (non è un errore di battitura) con risino-agrodolce e gamberettini.
    Sapori combinati forse perché la gente non s'abbuffi e ce ne sia per tutti ma il verdetto del meno numeroso (rispetto al passato) nucleo di “buongustai dell'arte” va al di là di ogni ragionevole dubbio, tanto che le patatine (che di solito sono l'ultima spiaggia dei ritardatari) sono finite in un baleno mentre le “mini-leccornìe” in quantità impressionante chiedevano invano d'essere giustiziate sul posto da esofagi pietosi.
    Nota decisamente positiva l'abbinamento con Merlot 2006, asciutto e sabbioso adattissimo a pulire e disinfettare le ferite inferte allo stomaco.
    In ogni caso qui più che altrove vale il consiglio di tener d'occhio una delle vegliarde con bastone d'ebano nero finemente cesellato, è il modo migliore per conoscere ritmi e modi del party. C'è da rimanere incantati dalle movenze ingannevolmente lente con guizzi di paradossale agilità, incredibile la resistenza alla calca delle ottuagenarie e la quantità di cibi e bevande che riescono ad introiettare in tempi d'assoluto valore mondiale.
    Funzioni digestive a parte la mostra offre spunti interessanti, anche se il titolo-sottotitolo “La Dinamo Futurista” perplime ed è un po' furbetta l'intenzione d'aggregarsi al centenario, cavalcando l'onda. Molte opere, che per altro fanno parte delle collezioni ticinesi, sono già state esposte in un paio di recenti occasioni alla Malpensata.
    E' il Boccioni pre-futurista, pre-periferie milanesi, tutto campagne sfavillanti e vale comunque il viaggio. Peccato uno dei pezzi migliori sia esposto in foto perchè prestato alla mostra milanese di Palazzo Reale.
    I disegni sono più tentativi che opere compiute, pregevoli sono invece le acqueforti con vedute veneziane. Inquietante curiosità il manoscritto Le Penne dell'anima (1900) unico racconto di Boccioni, che reca in un angolo consumato dal tempo il disegno, tanto incerto quanto premonitore, d'uomo che cade da cavallo.
    Di Primo Conti, che si trattasse d'una mostra di ciclisti, dei due (a malincuore) sarebbe il portatore d'acqua, sono esposti i disegni per Harriet Quien. Da incanto l'Ultimo ritratto dei miei vent'anni (15 ottobre 1920), spettacolare matita che ricorda Andrea Pazienza (o è il contrario?)
   
    Esterno sera. L'aria dolcissima, il cielo stellato.
Il buio (che come la neve copre le magagne) fa ancora una volta il miracolo: il Monte Brè è completamente disegnato dalle luci. Effetto strepitoso, da far dimenticare che sono quasi tutte finestre di cubi di cemento.

Post del Post.
   Dopo due italiani a Lugano, due svizzeri a Milano. Folla densa e attentissima al Teatro Arsenale per l'inaugurazione dell'ultima fatica di FISCHLI & WEISS, Frammenti di un film con un orso e un ratto.
   Le immagini dei due simpatici pelouches e dei loro teneri cloni che si aggirano per Palazzo Litta (proiettate su tre schermi) evocano atmosfere da storia circolare fra Kubrick e i fratelli Grimm, intrappolando lo spettatore nell'attesa d'un finale che non c'è. 
   Meglio la splendida mostra dello scorso anno negli stessi spazi, anche se una comparazione è impropria.
   Massimiliano Gioni, il direttore artistico della Fondazione Trussardi, in ogni caso non sbaglia un colpo: uscendo infatti mi sono beccato una sua (involontaria) gomitata nella schiena. E' stato bello. Prosit.


di Serz
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scritto 17/02/2009 10:16:00 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: boccioni futurismo primo conti dinamo futurista fischli&weiss lugano polo culturale


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