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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'MARCO MAURIZIO GOBBO'
 
Hong Kong Blues (2) Ripubblicato

Shanghai 90 anni del partito comunista cinese

Un altro fattore importante che contribuisce all' " Hong Kong Blues" (vedi post precedente, titolato "HongKong Blues (1)") è quello che chiamerei "perdita di identità". Questa perdita di identità ha, a suo fondamento, diverse componenti. Nel corso degli ultimi 100 anni Hong Kong, i suoi cittadini, avevano creato un misto di cultura inglese e di cultura tradizionale cinese. Una miscela fuori dal comune, che era anche una delle basi dell'attrazione e fascino internazionale di Hong Kong : il meglio della cultura cinese tradizionale senza andare in Cina, dove, peraltro, la tradizione era stata mutilata, distrutta, soffocata . La gente di Hong Kong, fino a pochi anni fa, si sentiva speciale anche per questo, per questa consapevolezza di essere portatori sani di una cultura ibrida, aperta, tollerante.

Ora, la maggior parte degli hongkonghini risentono del fatto di dover rinunciare ai loro legami internazionali per diventare al "100 % patrioti " di un sistema politico che non apprezzano per il suo autoritarismo e la ben nota  repressione della libertà di espressione. Essi sono influenzati dai vari tentativi che vengono attuati nel cercare di "rieducarli" per diventare "davvero cinesi", che nel continente si traduce in "vero comunista , ossequioso del Partito e desideroso di essere parte del sistema, idealmente come "un bullone in una macchina " ". Molte delle persone provenienti da Hong Kong si consideravano più "cinese di un cinese della Cina comunista ", con una cultura più sofisticata, legato alla vera tradizione storica e culturale. Come i taiwanesi, in questo senso : si sentono come coloro che hanno realmente fuso modernità e tradizione .

Una nota : forse non è del tutto un caso, allora, la recente spinta dal Partito comunista per una modifica della sua propaganda e ' educazione delle masse ', come ho già osservato in molti dei miei blog precedenti. Negli ultimi anni il partito ha iniziato a utilizzare uno stile di comunicazione, in particolare le immagini, legate alla tradizione pre rivoluzione comunista . Per me questo rappresenta un segnale molto forte che indica come il Partito comunista ( parola ormai svuotata di significato in questa parte dell'Asia ), il Partito Unico, si stia configurando sempre di più come, semplicemente, un Partito Nazionalista unico, creando il nuovo mantra : Comunista = Patriota = (vero) Cinese e dove, se sei fuori dal coro, stai diventando, quasi automaticamente, un traditore della patria, delle tue proprie radici e della tradizione : questa è una radicale dipartita dall'ideologia politica marxista e il mito della ' Rivoluzione ' che era venuta a cambiare il vecchio sistema : ora siamo in vera e propria restaurazione in stile impero (comunista) .

Per fare questo il partito unico agisce su più fronti : ora si presenta come il vero erede e custode della millenaria storia e cultura ( dimenticate la rivoluzione culturale cinese, tutto ciò è sotto uno spesso tappeto, il che è un fatto imbarazzante visto che proviene da un partito-governo che sempre ciancia di autocritica e della necessità di 'imparare dai propri sbagli', specie quando fa la predica agli altri ), e per questo, rappresentativo di tutti i "compatrioti ", ovunque si trovino : Taiwan , Hong Kong, Singapore, Milano, San Francisco, Barcellona, ​​Londra, Prato, New York e così via. "Comunista" sta diventando, o dovrebbe diventare, sinonimo di "Patriota Cinese Erede della millenaria Storia e Cultura" .

Qui, su questo punto, la gente di Hong Kong è parecchio scettica e , purtroppo per Pechino, essendo stata educata all'uso delle facoltà critiche , non sono in imbarazzo a chiedere una vera autocritica con cambiamento di prassi, da parte del governo comunista, specialmente per quello che riguarda episodi chiave  della storia cinese passata, recente e recentissima . Aggiungo: sono ancora moltissimi a Hong Kong coloro che sfuggivano la Cina comunista durante gli anni '60 e '70 del XX secolo, schivando i proiettili mentre attraversavano il fiume Shenzhen e molti sono i figli di quella generazione : non sono stati rieducati, mantengono un posizione critica e certo non amano essere chiamati "cani" da alcuni intellettuali di Pechino, legati al Partito, il cui merito maggiore, pare, sembra risiedere nel fatto che essi siano, appunto, intellettuali membri del partito.

Il fatto è che negli ultimi anni la gente di Hong Kong sta attraversando un cambiamento d'identità, una profonda crisi culturale. Pechino si prodiga in tutti i modi per portare sotto un più rigoroso controllo gli indisciplinati cittadini di Hong Kong : ha creato difficoltà e ostacoli nello studio della lingua inglese, rendendola anche più costosa, sta mettendo uomini più obbedienti e patriottici in posizioni chiave nel settore dei media, sta abbracciando in una stretta d'acciaio la comunità d'affari di Hong Kong, che peraltro pare che si faccia stringere ben volentieri, come si sa pecunia non olet, non importa chi sia a concedere favori economici . E anche qui ci sono parallelismi con Taiwan .
(segue )


di Marco M Gobbo
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Corea mania, 30 settembre 2012 domenica: il Sacrario di Jongmyo e Insadong-gil (parte seconda)

Seoul Jongmyo Park

Atterro all'aeroporto di Seoul Incheon puntualissimo e mi colpisce la sua perfetta organizzazione che e’ meticolosa ma non mi trasmette mai quella sensazione di rigidita’ militare che ancora aleggia in Cina. Gli addetti al controllo del passaporto sono piu’ rilassati, accennano ad un vago sorriso mentre mi restituiscono il documento. Le persone attorno a me chiacchierano e c’e’ un’atmosfera quasi allegra, ci sono anche parecchi cinesi, organizzati in gruppi, anche loro sono qui per le vacanze del 1 ottobre. Ho deciso di prendere il metrò per andare in città e mentre viaggio apprezzo la pulizia, la luminosita’ e la facilita’ d’uso del sistema metropolitano piu’ esteso del mondo. Guardo le mappe, da far girar la testa. E il sistema include anche la stazione di Incheon, che non e’ proprio a due passi dal centro urbano.

Quando considero i sistemi metropolitani di Hong Kong, e adesso Seoul, e li paragono a quelli di Milano e Roma mi viene da piangere: quanto quelli asiatici sono luminosi, facili da usare, ricchi di informazioni e tecnologicamente moderni, con aria condizionata e riscaldamento invernale, tanto quelli italiani sono bui, con scarne informazioni cartacee e nulle informazioni riguardanti i dintorni delle fermate del metro’, tecnologia? In Italia siamo agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso mentre qui adottano soluzioni di avanguardia. Mi immagino un ragazzo coreano che arrivi a Milano, con in testa tutto il fascino e lo sbarluccichio della citta’ della Moda, della citta’ piu’ moderna d’Italia, della capitale economica, e si ritrovi in arrivo alla Stazione della Bovisa e poi piombi nel buio budello della linea uno, magari guardato in tralice da qualcuno che non si abitua all’idea che il mondo appartiene a tutti… Decido di smettere subito questi paragoni, altrimenti mi si amareggia la vacanza e mi cresce un dentino avvelenato contro chi ha governato l’Italia negli ultimi decenni.

L’albergo che ho prenotato è molto vicino alla fermata di Samkagji, una posizione centrale anche se non è nel cuore della città. E’ un tre stelle, mi e’ stato consigliato da un amico di chat e non costa molto, intorno ai 60000 won (42 Euro). Alla ricezione c’e’ una fiera e arcigna signora, capelli corti, appena mascolina, attorno alla quarantina, che mi squadra per bene prima di consegnarmi la chiave della stanza. La camera e’ semplice e pulita, e nella minuscola anticamerina, che fa anche da antibagno, ci sono le ciabattine pronte, si sa che in molti paesi asiatici prima di entrare in casa ci si toglie le scarpe e si calzano le ciabatte, usanza che c’era anche in Italia, ma che da noi si e’ persa, e che personalmente mi piace molto. Comincio a sistemare le mie cose e, sopresa, non c’e’ un sistema di comunicazione senza fili in camera. C’e’ un computer, ma la connessione non va. Scendo, e parlo alla burbera. Niente da fare, dovro’ vedermela domani con chi verra’ per il turno del mattino. Risalgo e dopo una doccia,  nonostante sia un po' stanco, decido di non rimanere in albergo: ho voglia di andare, di vedere, girare per il centro. Scendo e chiedo alla signora qualche informazione a proposito di Gwangju, che pronuncio male, secondo lei, e mi corregge dicendo “Gwangju, non GuangZhou, non siamo in Cina” e mi guarda proprio male. Oh bella, un po’ di comprensione, si vede che non sono di queste parti no? Decido che lei deve essere affetta da una misandria all’ultimo stadio e la lascio, li, dietro il banco.

Mentre giro per strada e prendo il metro' noto che non c'è molta gente in giro, tipico dei periodi di feste nazionali,  perché anche qui è festa, anzi la festa più importante dell’anno: domani 30 settembre e’  Chuseok, e insieme al giorno prima e al giorno dopo, e’ festa nazionale. Mentre il metro viaggia verso la zona di Jongno leggo qualche informazione sulla festa. In Cina e’ la festa di Autunno, e anche qui cade nello stesso giorno, pero’ in Corea questa festivita’ e' ancora piu’ importante, include quello che i cinesi chiamano QingMing, che nell’Europa cattolica e’ il giorno dei Morti, celebrato il 2 novembre. Tradizione vuole che durante il Chuseok ci sia un esodo di massa dei Coreani, che ritornano alle citta’ di origine per omaggiare e rispettare, con dei riti solitamente svolti nel mattino, gli spiriti dei loro antenati, visitando le loro tombe, ripulendole e abbellendole. Si preparano dei cibi speciali, leggo tutta una serie di nomi di cibi che mi piacerebbe si trasformassero in pietanze vere, davanti a me, cosi da poterle assaggiare e ricordare meglio.  Arrivo nella zona di Jongro; cammino, con la mia mappa e  la macchina fotografica, comincio a scattare fotografie attorno. Per la prima volta vedo dei caratteri che non sono caratteri cinesi e i caratteri coreani mi incuriosiscono parecchio.

Cammino e cerco di memorizzare il posto che visiterò ancora l’indomani. Non ci sono molte persone in giro per strada, si vede che la città si è svuotata. La cosa mi piace, mi piace questo girare le strade un po' in solitudine, questo vedere una nuova città da solo; era da molto che non visitavo un posto nuovo da solo, senza programmare molto, soffermandomi quando mi pare e assaggiando cibi dai sapori nuovi, e tutto questo mi fa piacere. Sto quasi per tornare in albergo quando vedo un uomo, sarà sui 30-35 anni, riverso vicino alla vetrina di un negozio chiuso: è totalmente ubriaco, ubriaco duro, direi. E’ in un sonno profondo che spero ardentemente non sia coma etilico. Torno in albergo, prendendo un taxi. Mostro il biglietto da visita dell’albergo al cordiale tassista che computa sul gps l’indirizzo e in pochi minuti arrivo. Segno sulla mappa le strade che ho gia'camminato, segno i posti che voglio vedere domani, e mi tuffo tra le lenzuola.

Il giorno dopo rifaccio lo stesso tragitto della notte precedente; siamo sempre in pochi sul metro, anche perche’ sono le 8.30 del mattino della festa. Vicino alla fermata di Jongno 3-ga c’e’ un parco, e mi ritrovo, quasi senza accorgermene, a visitare Jongmyo, il piu’ antico sacrario confuciano rimasto, dedicato alla memoria dei re e delle regine della dinastia Joseon, sito protetto dall’Unesco. Ci sono degli anziani nel parco, che parlottano, qualcuno legge un giornale, un signore e’ inginocchiato davanti un albero, a mani giunte. Prega. Uno sciamano?

Cerco un caffe’, che trovo in un negozietto minuscolo, all’entrata del parco. Chi e’ li per vendere, un signore sulla sessantina, e’ molto sorpreso dalla mia presenza. Forse i turisti non girano cosi presto di mattina. E’ cordiale, scambiamo due parole, mi prepara un caffe’ utilizzando una bustina di liofilizzato, e mi augura buona giornata. Cammino con un caffe’ assolutamente bollente tra le mani. Mi barcameno con il caffe’ e la guida, e leggo che  questo sacrario e’ enorme, quando fu costruito, nel 14esimo secolo, era probabilmente uno degli edifici piu’ lunghi in Asia, se non il piu’ lungo. C’e’ un albero gigantesco, circondato da un piccolo laghetto. Il sole filtra tra i rami, e godo del silenzio che e’ contrappuntato da impertinenti cinguettii.  L’edificio fu ricostruito nel 1601, perche’ quello precedente fu bruciato durante la guerra dei Sette Anni contro i giapponesi. Dietro di me appaiono tre signore, anche loro stanno visitando il posto. Mi ritrovo davanti al palazzo principale, di fronte c'e' un cortile enorme che da ancora piu’ importanza al posto. Altre due persone stanno scattando fotografie, un signore usa un tripode, ha un’aria davvero professionale. Una signora sta cercando di capire quale possa essere il punto per avere la prospettiva migliore. Mi unisco a loro, scatto delle foto. La signora mi chiede se posso scattare delle foto per lei, che la includano. Certo.

Una foto, e poi un’altra, per buona misura. Restituisco la macchina e lei guarda il risultato, pare soddisfatta e sussurra grazie. Il trillo del mio cellulare mi scuote un attimo, mi coglie impreparato e mi pare di aver violato il segreto accordo di mantenere il silenzio. Guardo lo schermo, ma non riconosco il numero. Rspondo: ma e’ Bruno, l’amico coreano che putacaso e’ proprio in Corea in questo momento. Non e’ a Seoul, dove solitamente vive e lavora, ma a casa dai suoi genitori. Colpo di fortuna, vive vicinissimo a Gwangju, e si offre di aiutarmi a visitare la Biennale dell’Arte, anzi, praticamente mi organizza il viaggio in treno e la sistemazione in albergo, e dice che avra’ piacere nel visitare la Biennale con me. Fa tutto tramite il suo telefono, in linea. Dopo pochi minuti mi arriva un messaggio con la prenotazione del biglietto. Non dovro'che mostrarla al controllore sul treno. Niente biglietti cartacei, niente code, niente spostamenti per andare a comprare il biglietto da agenzie o agli sportelli… (Avete gia’ capito che cosa mi sta passando per la testa?) Caro amico, come ringraziarti?

La telefonata di Bruno e il suo aiuto mi hanno reso ancora piu’ piacevole la mattinata, e dopo aver lasciato Jongmyo mi dirigo alla vicina Insa-dong, o meglio, Insa-dong-gil, la strada che, insieme alle stradine laterali, e’ considerata uno dei piu’ grandi mercati di arte e antichita’ in Corea, e, inevitabilmente, e’ divenuta un magnete per turisti, arricchendosi di ristoranti, bancarelle, e bar oltre a gallerie d’arte e negozi di design. Pare che tutto inizio’ alla fine della guerra di Corea, quando il posto divenne il punto cruciale della vita artistica della Corea del Sud. Penso a Brera, a com’era agli inizi del Novecento e a cosa e’ oggi. Solitamente qui ci sono centinaia di migliaia di visitatori, durante il weekend, e godo della relativa solitudine, Non mi interessa molto il fatto che la stragrande maggioranza dei negozi siano ancora chiusi. E’ il "posto", che voglio abitare, seppur per poche ore. Le vetrine mostrano una grande abbondanza di materiali per calligrafia, dipinti tradizionali, ceramica e poi arte moderna, antichita’, e una sequela di dolciumi, di bar e ristoranti e altri negozi. Mangiucchio per strada qualcosa che compro dalle bancarelle. Mentre passano le ore del primo pomeriggio e ci avviciniamo alla sera le strade si animano, soprattutto di turisti, e gli amici cinesi sono parecchi. Sono sempre in gruppi o gruppetti, e ora che ci penso, e’ raro vedere visitatori o turisti cinesi che girano da soli o in coppia. Mi chiedo come mai, questa sara’ una domanda da girare ai miei amici, quando saro’ di ritorno in Cina.

All’inizio della strada c’e’ uno striscione che dice “2012 Chuseok, Korean Thanksgiving Day”, sotto di esso intere famiglie con bambini che giocano, attorno le bancarelle cominciano ad essere circondate da curiosi e turisti. Io sono curioso, e turista, quindi ritorno su per la strada, questa volta mi soffermo ad osservare le bancarelle. Compro dei bastoncini per mangiare, il venditore mi assicura che sono stati intagliati nel miglior palissandro, resistente nel tempo. Dopo un centinaio di metri una bancarella vende dei fichi grossi e sugosi. Sono anni che non ne mangio di freschi e non resisto,ne compro tre, e faccio bene, perche’ sono deliziosi.

Tutto questo mangiucchiare mi ha tolto l’appetito e cosi per la sera non cenero', comprero’ un tramezzino e una mela, e continuero’ a camminare per le strade attorno e, questa volta, decido di girare dei video. Tenendo la macchina fotografica fissa di fronte a me, altezza cuore, cammino lentamente e immortalo una sera a Insa-dong-gil.

(continua)

di Marco M Gobbo
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Corea mania: 1 ottobre 2012 lunedi' Seoul N Tower – Dongdaemun (terza parte)

Seoul Art Center foto mmg

La mattina e’ luminosa, fresca, con il sole che promette un pomeriggio caldo. Rimugino sulla mappa di Seoul, mentre sto indulgendo a letto. Penso che per visitare la citta’, e secondo me qualsiasi citta’, la cosa migliore da fare sia scarpinare. Il tragitto a piedi dall’albergo alla N Tower di Seoul mi pare perfetto, dovrebbe durare un paio d’ore, forse tre, e dopo la visita potrei pranzare e poi decidere che cosa fare per il pomeriggio e la sera.

L’arcigna misandrica alla ricezione e’ stata sostituita da un giovanotto sui 30 anni, cordiale, quando non e’ assorbito dallo schermo del computer. Gli chiedo aiuto nello stabilire un tragitto che mi porti al parco della N Tower. E’ meravigliato e mi suggerisce un taxi. Gli dico che preferisco andare a piedi. Mi dice che ci sono anche degli autobus. Ribadisco che voglio andare a piedi. Mi fissa per un paio di secondi, e poi dice ok, come dire “Se proprio insisti”. Stabiliamo il tragitto e lo saluto. Di fianco all’albergo compro qualcosa da mangiare e del liquido marroncino in lattina che mi sto abituando a chiamare caffe’. Il traffico e’ quasi inesistente. Seoul e’ un misto di edifici vecchi e nuovi, e qui dove sono io c’e’ parecchio verde pubblico. Seoul, d’istinto, e’ un posto che mi piace.

Sono arrivato ad una strada larga, e di fianco c’e’ una zona che comincia ad essere pre-collinare, con delle stradine che vanno su. Prendo una di queste stradine, e mi trovo in una zona chiaramente residenziale, con edifici alti tre o quattro piani. Tranquillissima. Mentre salgo la strada ogni tanto appaiono scorci della citta’, che mi soffermo ad ammirare. Ho deciso di andare alla N Tower anche perche’ marca il punto piu’ alto della citta’, e gode di un magnifico punto di osservazione a 360 gradi.

La vedo gia’, anche se mancano ancora almeno due chilometri, forse qualcosa di piu’. Arrivo a quella che sembra la parte piu’ esterna del parco, non ho molti punti di riferimento, ma vado a naso, e decido di inoltrarmi. Sudo leggermente. Approdo ad una strada asfaltata, e’ percorsa da autobus, con gruppi di turisti. Seguo la strada, e incontro diversi gruppetti di persone, ovviamente hanno deciso anche loro per la camminata. Arrivato quasi alla torre, sono sorpreso dal numero di visitatori. Siamo in parecchi. Arrivo alla piazzetta antistante la torre. Parecchie famiglie, giovani, coppie, gruppi. E’ lampante che questo e’ uno dei punti focali di visita per i turisti, stranieri, coreani e anche cittadini locali. Scatto alcune foto ai bimbi che giocano.

Sotto la torre ci sono dei ristoranti, tra cui uno italiano, bar, dei negozi di souvenir e sul lato alla mia destra ci deve essere qualcosa di speciale, perche’ c’e’ un fitto andirivieni di persone. Seguo il flusso, e mi ritrovo in una piazzettina, da dove si gode gia’ una bella vista della citta’, ma non e’ questo che attira la folla: sono i lucchetti dell’amore, attaccati agli steccati metallici di protezione. Parecchi si fanno immortalare davanti ai lucchetti, e alcuni si avventurano ad agganciare dei lucchetti. Per sempre. Un’affermazione impegnativa. Scatto foto e guardo la citta’ intorno, individuando edifici di forma particolare e zone famose, come Itaewon.

Compro il biglietto per salire al punto piu’ alto, ci si va con un ascensore veloce, devo attendere circa cinquanta minuti. Rifaccio il giro della piazza, della piazzetta e entro nel negozio di souvenir. Una signora vende anelli d’argento, e all’istante puo’ incidere sull’anello nomi, dediche e quant’altro. Mi prende la voglia di immortalare la visita in Corea con un anello che mi autodedico. Parliamo in inglese, gli dico che vorrei un nome in coreano. Ne passiamo in rassegna un po’. Poi mi decido e sull’anello appare il mio nome italiano affiancato a quello coreano, che e’ poi Ji-Hun (o Ji-Hoon).

All’interno della torre la fila e’ ordinata, noto che c’e’ una mostra permanente dedicata all’Orsacchiotto, il “Teddy Bear”, qualcosa che non mi sarei proprio aspettato. Dovrei raccomandarlo a qualche amico a Milano. Arrivato al punto piu’ alto la vista sulla citta’ e’ parecchio suggestiva, l’occhio abbraccia tutto il panorama. Sulle vetrate hanno indicato i nomi delle principali citta’ del mondo, con le loro direzioni e distanze in chilometri. Si potrebbero spedire delle cartoline, ma ormai ho dimenticato gli indirizzi reali delle persone, e non ho con me nessuna agenda. Tutto e’ digitale. Mi piacerebbe sorprendere qualche amico e parente con una cartolina, un gesto ormai straordinario, quasi un ricordo del tempo andato. Rimane un pio desiderio. Inizio la mia discesa dalla torre, sono tentato per un attimo di prendere uno degli autobus ma la folla e la fila in attesa mi scoraggiano all’istante, decido di proseguire a piedi, e a piedi camminero’ fino alla Stazione ferroviaria di Seoul. Da li rientro in albergo, per una doccia e un riposino, prima della mia scorrazzata notturna a Dongdaemun.

Quello comunemente conosciuto come Dongdaemun (La grande porta dell’Est) si chiama  in realta’ Heunginjimun, che significa "La porta della crescente benevolenza”. Questa e’ una delle otto porte di entrata del muro e fortezza che circondava Seoul durante la dinastia Joseon. Si trova nella zona di Jongno, non lontano da Insadong. Ci arrivo direttamente in metro, e appena esco mi ritrovo in una zona con edifici moderni e parecchi centri commerciali, con grandi marche e firme di design e un sacco di gente per strada. Ci sono bancarelle per strada, un palco li, vicino all’entrata di un centro commerciale, dove una dozzina di ragazze ballano su dei ritmi scelti da un dj, anche lui sul palco. Sotto c’e’ un discreto pubblico di passanti che si avvicendano ad osservare lo show. Mi sto abituando a mangiare comprando quello che mi attrae al momento, dalle bancarelle. Questa zona mi da l‘impressione di essere sempre aperta per business, giorno e notte, mentre cammino mi sembra che tutta la zona sia un gigantesco centro commerciale. Sto passando sopra un ponte, sotto di me scorre un canale, e sul lato alla mia destra c’e’ un gruppo musicale, con cantante. All’altro lato un pubblico composto da una cinquantina di persone, che applaudono ad ogni canzone. Canzoni che non hanno bisogno di traduzione per indovinarne la natura romantica e sentimentale. Mi chiedo se sia uno spettacolino improvvisato o se sia stato organizzato e autorizzato.

Arrivo davanti al Dongdaemun vero e proprio, e alla mia destra si apre un ampia strada a piu’ corsie, che mi accorgo porta di nuovo a Insadong. E dopo delle foto di rito, torno nella zona di Insadong, e questa volta mi infilo in un piccolo ristorante. Mentre sono li mi arrivano dei messaggi da Angelo, l’altro mio amico coreano che abita a Milano, Mi chiede che faccio e dove sono. Glielo dico e prontamente mi indica che li a poche centinaia di metri un suo caro amico di infanzia ha aperto un pub. Mi consiglia di andar a trovarlo, e dopo una leggera cena, cosi faccio. Le sue indicazioni sono molto chiare, e mi arrivano via whatsapp, e in pochi minuti arrivo al pub, dove il suo amico pareva aspettarmi. Chiedo un caffe’, mentre mi siedo al banco. L’atmosfera e’ calda, piacevole. Non ci sono molti clienti, ci sono due o tre tavoli con tre o quattro persone, e cosi il proprietario e barista ha tempo di chiacchierare un po’ con me. Non so una parola in coreano e lui zoppica parecchio in inglese, ma riusciamo a comunicare. Alle pareti ci sono manifesti di vecchie pellicole. Mi arriva un altro messaggio da Milano, da Angelo, Si, si gli confermo che ho trovato il posto e va tutto bene. Il mio oste insiste anche nell’offrirmi il caffe’, visto che sono amico di Angelo e che arrivo per la prima volta a Seoul. Ah, grazie molte! Se gli amici coreani vogliono corteggiarmi, ci stanno riuscendo benissimo.

Rientro in albergo, domani mi attende il treno per Gwangju e la visita alla Biennale dell’Arte, con Bruno.


(continua)
Marco Maurizio Gobbo



di Marco M Gobbo
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Coreamania: 2 e 3 ottobre 2012 Tuesday Gwangju, Art Biennale, Ctrl+N Non Linear Practice (Parte quarta)

Gwangju Art Biennale 2012 Mugak sa Temple Juyeon Kim

Il viaggio in treno da Seoul a GwangJu e’ tranquillo e piacevole, durante il viaggio leggo quello che posso sulla Corea e la sua storia, la sua economia e le sue tradizioni. Appena scendo dal treno, pochi passi fuori dalla stazione, Bruno e’ li che mi attende, ferma un taxi e mi porta, all’albergo che ha prenotato, e di cui ha gia’ pagato il pernottamento, insistendo, nonostante le mie proteste. Dopo una rapidissima sistemata ai miei pochi bagagli, siamo gia’ sul taxi che ci portera’ alla Biennale dell’Arte. Non sapevo che Bruno fosse originario, esattamente, di queste parti. In Italia mi aveva detto diverse volte che lui arrivava dal “Sud della Sud Corea”, quasi un gioco di parole, e mentre viaggiamo mi spiega come questa regione sia famosa per l’agricoltura e per molte specialita’ culinarie, ricche e diverse. Non solo. GwangJu e’ la citta’ culla del movimento democratico coreano, che ebbe un ruolo decisivo nel cambio di sistema di governo, da dittatura a democrazia, negli anni Ottanta del Ventesimo secolo. Nel maggio del 1980 piu’ di 200 persone morirono, uccise per strada, durante le manifestazioni anti-dittatura. La Biennale dell’Arte e’ anche testimonianza di questo ruolo della citta’, perche’ i suoi promotori la vollero proprio per ricordare quegli eventi.

Fino al 2005 Gwangju (che significa : Provincia della Luce) era anche capitale della provincia, che si chiama Jeolla del Sud.  I dintorni della citta’ sono famosi in Corea per la loro bellezza, e pare abbiano anche dato origine ad una forma di poesia. Bruno e’ sempre gentile, senza essere invadente, questa mi pare una prerogativa che incontro spesso in Asia, e che apprezzo molto.

Arriviamo all’area dedicata alla Biennale in pochi minuti, e cominciamo la visita. Ci sono lavori di 92 artisti, provenienti da 40 e piu’ Paesi, il che rende questa la più vasta esibizione d'arte contemporanea in Asia. Si tratta di un collettivo artistico spesso, multistrato, mi pare un tentativo di riflettere la tensione, l’incarnare l'impossibilità dell’unanimità, che è la situazione delle culture del mondo. Quindi la sfida è quella di considerare un nuovo tipo di unità o intero, che nasce dai collegamenti e le collisioni tra i co-direttori, le opere d'arte e gli artisti selezionati, e in piu’ vasta scala, dalle culture di tutto il mondo. Come per la Biennale di Gwangju, anche per il mondo il punto chiave è la creazione di condizioni in cui il dialogo sia rafforzato, e qui il dialogo si articola in sei sotto-temi: Ingresso e Uscita dalla Collettività (Logging In and Out of Collectivity); Rivistando la Storia (Re-visiting History); Incontri Transitori (Transient Encounters); Intimità , Autonomia e Anonimato (Intimacy, Autonomy and Anonymity), Ritorno all'esperienza individuale (Back to the Individual Experience);  Impatto della mobilità sullo Spazio e sul Tempo (Impact of Mobility on Space and Time).

La scelta degli artisti che partecipano a questa Biennale e’ arrivata grazie ad un inedito team di sei curatrici, tutte donne, che poi sono: Nancy Adajania (India), Wassan Al-Khudhairi (Medio Oriente), Mami Kataoka (Giappone ), Sunjung Kim (Corea del Sud), Carol Yinghua Lu (Cina), e Swastika Alia (Indonesia). Mentre viaggiamo tra le sale e i lavori, tra i significati e le esperienze, e’ evidente che questa mostra è una esplorazione delle affinità, delle preoccupazioni e le incongruenze tra diverse culture, storie e identità. Qui "L'arte non è “arte per l'arte”, ma include tutto: la vita quotidiana, la memoria, la pratica sociale", come il signor Yongwoo Lee, presidente della fondazione della Biennale, dice. In una intervista il signor Lee ammise che le sei curatrici non erano d'accordo su un approccio comune, il che spiega perché la mostra si chiama "Tavola Rotonda", con la sua connotazione di continuo dibattito e parità tra i partecipanti.

La notte, nel momento dell’assenza e del ritiro, Ai Weiwei "Word Projection" è in mostra alla Biennale, nella piazza di fronte ai padiglioni. E’ ancora confinato a Pechino, in Cina, dal suo Governo. La sua e’ una proiezione video di circa 7000 immagini dove le sue speculazioni sulle questioni sociali, sull’arte, sul design, sull’architettura fluiscono insieme ad immagini della vita di tutti i giorni, immagini tratte da un arco di tempo che va dal 2003 al 2011, proiettando, nel contempo la sua presenza/assenza.

Dietro i padiglioni della Biennale c’e’ una mostra speciale dedicata ad artisti cinesi che sottolinea l’attenzione data alla Cina, alla Cina ufficiale, quella che non riconosce o non puo’ riconoscere il fare artistico di Ai WeiWei e di altri artisti cinesi non allineati al pensiero del governo attuale. La mostra si chiama “Ctrl+N Non Linear Practice” ed e’ curata congiuntamente dal “Today Art Museum” di Pechino e dal “Gwangju Museum of Art”. 

Continuiamo la nostra esplorazione artistica e anche della citta’, seguendo le esibizioni tenute in vari punti cittadini, come il Mercato di Gwanju o il Tempio Mugak. Il mercato mi colpisce, con i suoi colori e la sua vivacita’, e scatto parecchie fotografie. Il Tempio Mugak ci offre un momento di pausa e di riflessione ulteriore e qui incontriamo il lavoro di Kim Ju-yeon, si chiama “Erasing memory” “Cancellare la memoria”, tre tonnellate di sale in mezzo alla sala e piccole sedie attorno. L’artista invita a purificare la propria mente dal passato dolore e dalla memoria, sedendosi e mettendo i piedi nudi a contatto del sale e meditando sulle proprie ferite e i propri dolori, lasciate che il sale assorba tutto, e vi guarisca. Mi ci metto anche io, con i piedi nel sale: cancella, grazie. Perche’ alle volte dovremmo cancellare le ferite,e non tenerle continuamente aperte, alle volte bisognerebbe perdonarsi e perdonare, e lasciare che il passato sia passato, una lezione non praticata in questo momento in parecchi Paesi in Asia, dove le ferite del passato vengono tenute bene aperte e sanguinanti, pronte ad essere usate come giustificazione del presente, e, chissa’, del futuro.

Mentre stiamo per uscire dal Tempio compro dell’incenso, ne regalo una confezione a Bruno, che mi dice che loro lo usano, solitamente, in caso di cerimonie funebri. Eccolo, lo sproposito transculturale, sempre pronto a far capolino. Ma accetta il piccolo dono, perche’ anche lui capisce, adesso che vive in Italia per lungo tempo, che l’impossibilita’ dell’unanimita’ e’ la condizione delle culture del mondo, se vogliamo accettarci per quello che siamo.

Qui il sito della Biennale di Gwangju: http://www.gwangjubiennale.org/eng/

marco maurizio gobbo




di Marco M Gobbo
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Christopher Pelley: La Storia e' Adesso (Parte Prima)

Christopher Pelley, Installation, HangZhou, China "Harmonious Society"

Dopo i nostri precedenti incontri a Roma, ho la fortuna di incontrare Christopher Pelley in Cina.  L'artista fotografo-pittore si trova a Hangzhou per un progetto collegato ad una residenza artistica. Io vivo a Shenzhen, ma per buona coincidenza ho un impegno di lavoro a Suzhou e Shanghai, che sono abbastanza vicine a Hangzhou, ed è facile organizzare un incontro.
Dobbiamo anche ringraziare il nostro amico Howard, di Suzhou, che agevola i nostri movimenti con la sua automobile e ha reso possibile l'incontro a Hangzhou. Christopher, Howard e io abbiamo anche visitato Shanghai, e durante la nostra ultima sera li, siamo andati a Xintiandi, per un caffè e abbiamo avuto abbastanza tempo per impegnarci in una conversazione - intervista informale che tocca argomenti come il retroterra dell'artista, le sue opinioni personali sull'arte e una miscellanea di argomenti. Con il permesso dell'artista ho trascritto il tutto, e qui lo pubblico.

Marco Gobbo: Allora Chris, perché dipingi? (Ridiamo) No, no … scusa, scherzavo, meglio iniziare con qualcosa di più facile... perché hai iniziato a dipingere? Quando hai iniziato? Hai sentito come una sorta di vocazione per la pittura? Quando eri un bambino?

Christopher Pelley: Non ho davvero "iniziato". L' ho sempre fatto, direi. Io facevo queste cose, disegnavo e non pensavo che fosse qualcosa come la "pittura". Altri bambini giocavano a palla, o qualcosa del genere, e io facevo questo, senza una specifica intenzione.

M.G.: Hai frequentato la scuola d'arte?

C. P.: No, sono andato all'Universita' . Perché sono interessato a un sacco di altre cose, come la storia, le lingue... la scuola d'arte si occupa principalmente, si sa, delle arti. Ero interessato a un sacco di altre cose.

M.G.: Chris, guardando i tuoi lavori alle volte mi pare che dietro di essi ci sia qualcuno affascinato dalla storia dell'uomo, dalle attivita' umane, i linguaggi, una specie di antropologo.

C.P.: Cosa vuoi dire con "antropologo"?

M.G.: Voglio dire qualcuno che studia l'uomo,  qualcuno affascinato dall'umanità e le sue attivita': la storia, i sentimenti, le culture, le lingue, la comunicazione, e cosi via dicendo.

C.P.: Non l'ho mai pensato in questo modo, ma sì, sicuramente e' anche cosi'.

M.G.: Per esempio, quando vedo il tuo progetto sul linguaggio dei segni, ecco per me dietro ci potrebbe essere una sorta di linguista, che traduce i suoi pensieri in forma artistica.

C.P.: Il lavoro che faccio è porre domande, come nel progetto Roman Laundry (Bucato  Romano).

M.G.: Da dove scaturisce il progetto Roman Laundry?

C.P.: Il concetto è arrivato dalla vita di tutti i giorni, vivo a Roma, e si sa, in molta della pittura italiana c'e' sempre un sacco di biancheria in giro, e nel luogo in cui vivo, Trastevere, la gente appende ancora la biancheria, in qualche strada le linee di biancheria passano da un edificio all'altro ... così ho iniziato a disegnare dei classici drappeggi romani, e li ho appesi su queste linee della biancheria. Così facendo ho cercato di
effettuare una connessione, da un atto della vita di tutti i giorni, tra  passato e presente. Posso dire che sono forse piu' interessato nella natura umana che nella pittura per se', ma ho un profondo interesse per la pittura fiamminga del Quindicesimo secolo. Dopo la laurea ho passato un sacco di tempo a visitare le Fiandre.

M.G.: Perché proprio l'arte fiamminga del Quindicesimo secolo?

C.P.: Non lo so precisamente, direi che mi risuona dentro, ne sono rimasto affascinato. Penso che ciò che è stato interessante me era un modo diverso di vedere, un modo più naturalistico di vedere il mondo, se lo paragoniamo per esempio alla pittura italiana del Quattrocento, in cui i pittori iniziano a giocare con la prospettiva, la matematica, il razionalismo, e le formule ... ma la pittura del Quattrocento nelle Fiandre riguarda di piu' lo sguardo, l'osservazione, il naturalismo gotico, l'interesse per il mondo naturale che li circonda, ecco direi che l'arte fiamminga del Quindicesimo secolo e' interessata di più nel mondo che li circonda. E questo e' in sintonia con me.

M.G.: Capisco ... sai che, scavando nella storia dell'arte italiana, siamo di solito sopraffatti dall'arte di Roma, Firenze e Venezia, e sono d'accordo con te, la pittura del Quattrocento in Italia, in quelle zone, è molto intellettuale, ma in Lombardia, la pittura era molto più vicina alla sensibilità delle Fiandre, più vicino al mondo naturalistico, ma tutto questo è come un torrente che scorre sotto la storia dell'arte italiana. In realtà anche le scuole pittoriche del territorio veneziano sono un po 'sottovalutate, di solito i pittori cosiddetti minori, molto vicini alla sensibilità del Nord Europa, non sono così apprezzati come dovrebbero, a mio parere.

C.P.: Direi che questo succede perche' gli storici dell'arte piu' famosi e influenti del XX secolo, come Bernard Berenson, hanno messo in evidenza l'arte italiana di Firenze e Roma. Ma non direi che Tiziano, pittore di Venezia, sia sottovalutato. (Ridiamo). Sai Marco, credo che sia molto interessante il fatto che la pittura ad olio sia stata portata in Italia dalle Fiandre da un uomo della Sicilia.

M.G.: Oh, sì, questo e' davvero qualcosa di molto intrigante, Antonello da Messina,  l'artista che dalla Sicilia viaggia per l'Europa e introduce la pittura ad olio in Italia, a Venezia, con i pittori veneziani che subito accolgono la novita', anche perche' l'olio non soffre l'umidita' di Venezia come gli affreschi, per esempio (Insieme MG e CP): Perché gli affreschi cadevano dal muro! (ilarita').


C.P.: Sai, stavo pensando a quello che hai detto poco fa, hai usato questa parola, "scavare". Penso che uno dei punti di svolta nella mia vita, quando ero giovane, e' stato durante una lezione di storia, la mia prima lezione di storia dove ho iniziato a sapere di queste aree del mondo in cui scavano e dove pare che non ci sia niente, e poi portano alla luce citta' sotto citta', che una volta erano abitate, vissute e adesso non c'e', apparentemente, piu' nulla... ecco questo mi ha affascinato moltissimo.M.G.: Mi sento come se siamo sulla parte piu' esterna di una cipolla, sulla buccia, e sotto ci siano strati e strati di questo passato, di questa storia.

C.P.: Perché sei italiano, vivi e sei cresciuto con le vestigia del passato intorno a te, ma io sono cresciuto in una zona del mondo dove quando qualcosa e' vecchio di cento anni e' gia' considerato antico, storico. 

M.G.: Quindi, quando hai cominciato a essere consapevoli del fatto che ti stavi dirigendo verso la pittura, che la pittura era il tuo modo, il modo di esprimere te stesso, potresti indicare un momento?C.P.: Penso di non aver avuto una specie di momento epifanico, onestamente non posso ricordare quel momento. La pittura e' qualcosa alla quale mi sono dedicato presto, quando avevo circa diciassette anni.

M.G.: Hai usato immediatamente l'olio? Hai provato altri mezzi, come acrilico, collage, acquerelli?

C.P.: No, no, solo l'olio, sempre olio.

M.G.: A proposito di olio, come è ora negli Stati Uniti? American Pop è il grande momento in cui l' acrilico e' al centro della scena, e adesso? C'è stato un momento in cui la maggior parte dei pittori usavano l'acrilico, l'acrilico era ovunque.

C.P.: Ora è piu' fratturato, direi, cinquanta-cinquanta e onestamente devo dire che in
generale la gente pensa ancora che l'olio sia la vera pittura, come se questa sia la tecnica della pittura seria. Penso anche che ci sia una complessità nell' olio, che l'acrilico non ha.

M.G.: Quindi possiamo dire che tu faccia questo per vocazione, non riesco a pensare a una parola migliore. Hai mai pensato che ne avresti potuto fare una professione, di questa vocazione? Lo chiedo perché ho incontrato altre persone che pur sentendosi pittori, hanno poi preferito dedicarsi all'illustrazione, o all'animazione, ritenendole carriere piu' sicure.

C.P.: Non mi sono mai posto questo tipo di domande ... ho mai pensato che questa era una scelta di carriera, che forse non avrei dovuto fare? No, no.

M.G.: Hai mai la sensazione che sarebbe stato più facile se tu avessi fatto qualcos'altro?

C.P.:  Sì, certo, certo. Ma sono molto contento della decisione che ho preso.

M.G.: Di cio' che fai, che cosa ti rende felice, come uomo che si esprime artisticamente?

C.P.: Sono entusiasta di un progetto, del momento del suo concepimento, e di quando lo porto a compimento, e ci sono anche altre parti di un progetto che mi rendono felice. L'arte è comunicazione così anche quando ho messo qualcosa là fuori, sono felice per la risposta da parte delle persone. Non mi aspetto che la gente veda il mio progetto dal mio punto di vista, ma mi godo le loro idee e valutazioni: a volte c'è qualcuno che dice "Oh sì, sì, mi sento allo stesso modo, proprio come questa sensazione che c'e', questo feeling, in questo lavoro ". E' un modo per connettersi con altre persone , si generano dei collegamenti, si innescano dei sentimenti. Tutto questo lo trovo gratificante.

M.G.: Sai che in precedenza stavo commentando con Howard i tuoi progetti, come quello che abbiamo visto sul tuo sito web, "Il piacere e' nostro" (Its our pleasure). Hai fatto un paziente lavoro di taglio, riportando le proporzioni, isolando i dettagli, mettendoli a fuoco, mostrandoli, un  po' come ingrandire i dettagli che ci sfuggono durante la vita quotidiana, e costringere le persone a fermarsi e a riflettere. Ho pensato: molti artisti al giorno d'oggi hanno idee, poi hanno altre persone che lavorano per loro, che sviluppano il lavoro, i concetti, e cosi facendo si distanziano dall' esecuzione del lavoro. Ti vedi nella stessa situazione?

C.P.: In realtà, a volte sarebbe bello avere un po 'di aiuto, ma alla fine la mia gratificazione arriva dal lavoro manuale vero e proprio, dalla creazione. Per me è il processo che conta, attraverso il processo imparo qualcosa, imparo su me stesso, grazie al mio fare, posso cambiare dal concetto iniziale al risultato finale, nuove idee arrivano mentre si lavora su un progetto. Come il progetto che ho realizzato di recente in Cina, utilizzando il linguaggio dei segni per sillabare la frase "società armoniosa", il lavoro  che hai visto. Originariamente avevo pensato di disegnare le mani che sillabano, usando il linguaggio dei sordomuti americani, la frase, ma dopo il mio stare e condividere il mio tempo con i lavoratori lì, ho voluto collegare la frase con i lavoratori, e c'e' stato un grande cambiamento: ho avuto l'idea di non ritrarre le mani, ma di scattare foto delle loro mani, utilizzando il linguaggio dei segni, e questo è un grande cambiamento. E penso che il progetto elaborato sia diverso dalla mia idea iniziale, che era un po' più cinica, ma ora il lavoro ha una prospettiva diversa, è più ambiguo, moralmente.

(continua)



di Marco M Gobbo
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