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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'MATERIALISMO'
 
Dentro e fuori.

Ciro D'Alessio, 2012



Cosa siamo dentro?
Dentro siamo solo sordide budella
vermicolanti istinti e fameliche mucose,
ossa e nervi sanguinanti, inerte
grasso e puzzolente sterco.

Solo questo siamo dentro,
solo questo c' è in "interiore homine".
Perchè tutto il resto...
tutto il resto è fuori.

Fuori è l' anima, che è la nostra porta
aperta per agli altri e per il mondo.
Fuori la parola, il suono , la musica, il colore.
Fuori è la luce, è l' alba luminosa.
Fuori è l' amore che ci aspetta,
fuori è la Vita, e fuori è il Sole.

Dentro lentamente rosica la morte,
ed ordisce le sue macchinazioni
per sbarrare un giorno i nostri occhi
ed imprigionarci per sempre
nella sua impotente, muta, sorda interiorità.

Ciro D'Alessio.

di ciro d' alessio
visita il blog Arte e filosofia

 
L' arte contemporanea ancella della filosofia?


L' arte contemporanea ancella della filosofia?

Monet o Renoir potevano permettersi il lusso di stare a testa alta di fronte ai grandi pensatori della loro epoca. ( che so Comte, Nietzsche, ecc.).

Vissero infatti un epoca fortunata e rara nella storia, in cui la pittura si era completamente resa autonoma ed emancipata dal rapporto di ancillare sottomissione alla filosofia ( o alla teologia, etc.).

La sensibilità ( e la pittura in quest’ epoca è intesa come espressione dell’ immediato sensibile, l’ impressione ) ha la stessa dignità dell’ intelletto.

Oggi invece la maggior parte dei pittori guarda con rispetto reverenziale ai filosofi. La pittura è tornata ad essere ancella della filosofia. Il critico d’ arte oggi è molto più importante di qualsiasi pittore ed è lui a farne la fortuna o meno, e non viceversa, come sarebbe più logico.

E questo perché siamo ritornati ad una specie di medioevo: la realtà sensibile non è più degna di per sé e quindi il pittore non si accontenta del fenomeno ma cerca di correre dietro al concetto.

Ma corre su di un terreno che non è il suo e sul quale è destinato a perdere contro chi è più attrezzato ed allenato di lui, il filosofo, il critico, il teologo, lo psicologo, ecc.

Eppure la situazione “anomala” non è questa odierna, ma quella rarissima, di Monet e Renoir.

Se diamo infatti uno sguardo alla storia dll’arte, vediamo che i periodi in cui ha prevalso il simbolismo ( per l’ uso del termine vedi arte classica ed arte simbolica) sono preponderanti.

Solo in due epoche, due piccole oasi in un deserto sterminato, l’ età che va dal rinascimento al ‘900, e l’ età classica dal v secolo, al diffondersi del cristianesimo, si ha qualcosa di diverso.

In queste due epoche l’arte si emancipa progressivamente dalla teologia e si fa autonoma.

Pensiamo alla letteratura greca. Si passa dalla rappresentazione degli dei e degli eroi nell’ Epos, alla rappresentazione dell’ immanente nella commedia. La Tragedia accompagna e scandisce i gradi di questo passaggio: dagli dei quasi umani di Eschilo, gli dei si fanno più trascendenti in Sofloche, quindi quasi astratti in Euripide, sempre più lontani dagli affari umani per sparire poi del tutto nella commedia.

Processo analogo si ha nell’ epoca moderna: si passa dalla Divina Commedia di Dante, alla Commedie Humane di Balzac.

Questi processi in letteratura sono accompagnati da analoghi processi nelle arti figurative.

Si passa dalla rappresentazione simbolica del divino alla rappresentazione naturalistica dell’ umano. Dalla statuetta votiva stilizzata all’ atleta greco che si asciuga il sudore, dal cristo di Cimabue, stilizzato, ai Canottieri di Renoir che scherzano all’ hosteria.

In entrambe queste epoche il processo di emancipazione dalla teologia, secolarizzazione, si accompagna con una forma di umanesimo e con una tendenza a rappresentare in maniera naturalistica l’uomo nell’ambiente che lo circonda.

Ed, ancora, in entrambe queste epoche, la secolarizzazione e l’ umanesimo si accompagnano alla nascita della democrazia. Solo quando l’ uomo è consapevole della propria dignità, pretenderà di determinare le proprie sorti e di autogovernarsi.

Quando invece si ritiene indegno si lascerà guidare da altri, da Dio o dai suoi vicari o da chi governa per sua volontà.

Solo in queste età rarissime la sovranità viene dal popolo e non da Dio,  ed il potere politico si legittima sull’ investitura popolare e non su quella divina.

L’ uomo si emancipa da Dio, il sensibile dal simbolico ed, infine, la ragione dalla fede.

 C’ è stato un’ illuminismo moderno, c’ è stato un’ illuminismo classico.

Questa ragione che interroga se stessa e pone i propri limiti è di primario interesse per il problema posto del rapporto teoria-pittura. La ragione, infatti, che non si pone dei limiti è una ragione ancora teologica che tenderà ad assoggettare tutto a sé ( il reale, la sensibilità, ecc.), che vedrà dunque nella pittura una ragione incompleta, un’ illustrazione per la ragione (Hegel).

………..

Ma ora perché nel  ‘900 si ritorna alla svalutazione del sensibile e del reale, al simbolismo?

Ci fu qualcosa di analogo nel mondo classico?

Nel mondo classico fu il cristianesimo a svalutare la realtà sensibile ed a rivogere gli uomini verso l’ aldilà. La vera natura era l’ aldilà, questo nostro mondo era solo una terra di passaggio, qualcosa di quasi irreale ed indegno di essere preso in considerazione. Il sensibile, l’effimero, valeva solo come simbolo dell’eterno e dell’aldilà ( gli studi di Auerbach sui sensi figurati nella Divina Commedia!).

Anche nel mondo contemporaneo c’ è qualcosa che ci allontana progressivamente dalla realtà sensibile e materiale. Non si tratta però di una religione, ma dei processi di produzione e distribuzione del capitalismo avanzato.

Già il capitalismo, nella sua essenza, per così dire, si basa su di una separazione, una scissione, tra lavoratori e capitale. Il che vuol dire che, per me lavoratore, i miei mezzi di susistenza sono separati da me, cioè la mia vita ( la produzione e la riproduzione della mia vita) non dipende da me.

E da chi dipende? Nel capitalismo eroico del ’700 e dell’ ‘800, si capiva bene da chi dipendeva: dal capitalista che era una persona in carne ed ossa. Oggi , invece, il capitalista è sempre meno una persona in carne ed ossa e sempre più una società, una cordata, qualcosa che non fa capo più a persone singole in carne ed ossa, ma ad entità sempre più astratte.

Ecco che la vita concreta torna a dipendere ed ad essere sottomessa all’ astratto, proprio come nel Medioevo cristiano. L’ uomo sensibile ed il mondo sensibile che lo circonda, smette di essere sostanza o soggetto ( sostanza è ciò che non ha bisogno d’ altro per continuare ad esistere) come lo erano stati in età rinascimentale e moderna ( Robinso Crousoè) e tornano ad essere accidente. Ed ecco che non sono più degni di essere rappresentati di per sé e se valgono, non valgono che come Simbolo.

Quella tra Cristianesimo e Capitalismo non è solo una vaga somiglianza.  Si tratta di un rapporto molto  più stretto e profondo. Rimando a tal proposito alle analisi di Lucio Colletti sul rapporto capitalismo- cristianesimo ne “Il marxismo ed Hegel”: il cristianesimo, ed in particolare il cristianesimo protestante, sarebbe l’ ideologia del capitalismo.

Del resto il legame profondissimo tra protestantesimo e nascita del capitalismo è l’ argomento del celeberrimo libro di Max  Weber, spesso usato come arma critica contro il marxismo volgare.

Che c’ è da stupirsi dunque se l’ artista disprezza il sensibile concreto per rivolgersi all’ astratto?

Nel mondo in cui viviamo l’astratto è realmente più “vero” del concreto.

Ora, secondo il marxismo, il capitale astratto, che dirige e sostiene la vita di tutti noi, in tanto può sussistere, in quanto si alimenta e si rinnova continuamente col lavoro vivo e concreto dei lavoratori sensibili.

Il capitalismo è un mondo alla rovescia dove gli uomini concreti si lasciano dominare da un’ astrazione figlia del loro ordinamento sociale, così come nel cristianesimo si lasciavano dominare da un’ astrazione parto della loro mente.

Il lavoro vivo ( vedi il recente lavoro di Dussel sul lavoro vivo e lavoro morto in Marx), il valore d’ uso, sono l’ unico vero “altro” dal capitale.

L’ unico vero punto su cui fare leva per cambiare le cose.

L’ artista che facendo l’ astratto crede di fare il nuovo, non fa che celebrare il suo dio, il capitale.

L’ artista che invece veramente voglia combattere, nel suo ambito, il capitalismo deve combattere questo astratto e richiamarsi alla materia, alla sensibilità, al valore d’uso che non si lascia ridurre a lavoro di scambio.

Deve fare un po’ quello che ha fatto Kounellis, ma fare attenzione a non confondere la rappresentazione con la realtà. C’ è sempre questo rischio nelle istallazioni.

Distinguere la rappresentazione dalla realtà è il primo atto di omaggio, la prima forma di rispetto che l’ arte, che voglia smetterla col narcisismo e l’ autoreferenzialità, deve avere nei confronti del Reale.uando invece si ritiene indegnoQQ



di ciro d' alessio
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Discorrendo di pittura e e filosofia


 

Discorrendo di pittura e filosofia: alcuni punti.

 

*La tela.

La tela è il piano della rappresentazione.

E’ fondamentale perché segna la distinzione tra realtà e rappresentazione.

Quando la rappresentazione vuole superare questo limite della tela, essa vuole, allora, assorbire in sé la realtà e farsi assoluta. Allo stesso modo nell’ idealismo assoluto l’ idea pretende di assorbire in sé la realtà.

Ma come l’idealismo assoluto, lungi dal riuscire a riassorbire in sé il reale ne diviene un’accettazione dogmatica ( vedi le critiche di Marx all’ idealismo hegeliano del 1843), così l’ arte che non pone limiti tra sé ed il reale non è assoluta; è semplicemente una parte oggettuale e cosale ( non più rappresentazione!) del reale. ( vedi il marxismo di Galvano Della Volpe e di Lucio Colletti).

La Tela va conservata, perché solo conservando la sua retta distinzione dal reale, la rappresentazione riesce a non esserne vittima, ma ad avere un ruolo critico.

Distinguere la rappresentazione dal reale non significa sminuire uno dei due termini,  ma riconoscerli entrambi, nella loro distinzione e reciproca azione.

Del resto rompere il piano della rappresentazione è inutile ed impossibile.

Dalla rappresentazione non si esce, altrimenti si esce dall’arte stessa e si fa tekne e non poiesis.

Anche la rottura della rappresentazione è, infatti, una rappresentazione. Una rappresentazione che però non ha più un proprio piano e che quindi vuole e tende a confondersi col reale.

……

 

*Il colore.

Il colore è la materia della pittura. Vale a dire quasi tutto. La materia è, infatti, l’ aspetto oggettivo del reale. Ed in quanto tale non è qualcosa di statico che si contrappone ai soggetti, ma è quell’ elemento che permette ai soggetti di comunicare tra di loro, di rompere così il loro angosciante, sordo, isolamento.

L’ io comunica con l’ altro oggettivandosi. E l’ altro entra nell’ì io, a sua volta, ancora, oggettivandosi. L’ io e l’ altro non sono in contatto immediato ma tra di loro c’ è la materia, il mondo, l’ oggetto, a garantirne la distinzione e al tempo stesso a metterli in comunicazione.

Questo entrare in relazione oggettivandosi è, credo, il solo modo di rompere la solitudine angosciante, senza distruggere però l’ individualità.

Non a caso il cristianesimo, volendo affermare al tempo stesso la vita ultraterrena e la persistenza dell’individualità, introduce il concetto di resurrezione dei corpi. Quasi ad ammettere che senza corpo, senza quel elemento materiale ed oggettivo, è preclusa ogni distinzione ( e quindi ogni comunicazione) tra le anime.

Io comunico con te oggettivandomi in gesti e fatti materiali; una carezza, una parola dolce, un disegno, una canzone, una e-mail, una chattata, sono tutti fatti materiali ed oggettivi.

Senza questo supporto della materia, io rimarrei completamente chiuso in me, assolutamente incapace di ogni scambio, nel più angosciante degli incubi.

E’ proprio la materia quelle “porte” e quelle “ finestre” che rompono l’ isolamento delle monadi e le fanno entrare in contatto.

La materia, la comunicazione, scioglie il gelo dentro te.

 

Ovviamente il colore, o la creta, è materia informe, cioè materia astratta, kore pronta a ricevere qualsiasi forma.

Ma noi viviamo in un mondo dove la materia è già formata ed è questa materia-formata che è l’ oggettività che ci mette in comunicazione.

 

 

 

*La Forma. Forma e materia sono sicuramente estraibili, con un’ operazione concettuale, l’ una dall’ altra. Ma nella realtà esse si presentano indissolubilmente legate. Non v’ è niente di reale ( che abbia cioè un esistenza fuori della mente) che non sia insieme materia e forma ( il synolon di Aristotele).

Ora nella misura in cui l’ arte tende a separare le due cose e a prediligere l’ una o l’ altra, compie un’ operazione di astrazione, un operazione, cioè, di allontanamento dalla concretezza del reale, e quindi riesce a comunicare con più difficoltà e con meno immediatezza. Diviene un po’ intellettualistica. Quest’ astrazione è infatti un’ operazione intellettuale.

Ora un’ arte più intellettualistica non significa un’ arte più evoluta o più matura, ma al contrario un’ arte più primitiva, più elementare. I bambini disegnano forme e colori separati e stilizzati.

I loro disegni, belli ed espressivi quanto si vuole, sono indice del loro ancora povero rapporto con il reale.

Crescere significa rompere gli schemi dell’ intelletto e rendersi disponibili a lasciarsi penetrare dalla ricchezza incontenibile di ciò che è fuori di te, dal tuo altro, dal reale.

Aprirsi all’ altro, riconoscere l’ altro, rompere gli schemi dell’ intelletto.

 

Essere aperti al molteplice, l’ arte come mimesi, non è un’ arte primitiva, ma l’ arte più evoluta. Solo l’ uomo più maturo e sicuro di sé, può accettare di mettere da parte i filtri e gli schemi protettivi e rassicuranti dell’ intelletto, per esporsi nudo e lasciarsi penetrare dal suo altro, per poi tentare di rappresentarlo.

Il pittore maturo è quello, a mio avviso, che dunque cerca di superare le distinzioni astratte dell’ intelletto e cerca di sintetizzare materia e forma in omaggio non al sé ma all’ altro.

E’ l’ artista che ,come Leonardo, Tiziano, Renoir, non distinguono tra materia e forma, colore e disegno, ma fanno nascere l’ uno dall’ altro.

 

Argan insiste molto sulla forma perché la forma farebbe dell’ arte un esperienza conoscitiva.

Ma l’ esperienza conoscitiva è un esperienza già astratta ( vedi Heidegger):

L’ arte, la pittura, in particolare, ha la grande capacità di rappresentare quel rapporto col reale che precede la conoscenza teoretica, quell’impatto del reale sul soggetto, l’ apertura originaria del dasein . Un esperienza dunque più profonda di quella della conoscenza, un’ esperienza al di là della forma.

E non a caso Argan preferisce Cezanne, che reintroduce le forme ed anticipa il Cubismo, a Renoir e Monet , che rompono con le forme.

Io , invece, ritengo che Cezanne sia un ripiego, anche se un ripiego storicamente molto significativo, perché un ripiego non solo dell’ artista o dell’ arte, ma dell’ intera società di cui era espressione. ( vedi il concetto di astratto-reale in Marx, Colletti, e Roberto Finelli).

Il fatto è che Argan non riconosce un rapporto col reale al di là del rapporto di conoscenza soggetto-mondo.

Resta chiuso, in qualche modo, nell’ idealismo. Non supera i limiti della conoscenza e simpatizza dunque per le forme che astraggono dalla materia, perché queste dimostrano la sua tesi che l’ arte è una  forma di conoscenza, cioè idealisticamente, una creazione di forme da parte del soggetto.

 

*La pennellata.

La pennellata è l’ azione del soggetto sul colore. La sua maniera dunque di oggettivarsi, di imprimersi nella materia.

Ora l’ oggettivazione del soggetto riesce a pieno quando è al contempo una soggettivazione dell’ oggetto, quando la forma del soggetto non si impone all’ oggetto in maniera violenta, ma quando tiene conto dell’ oggetto, quando è una sintesi tra sé e l’ oggetto.

Hegel, per esemplificare, a tal proposito fa l’ esempio delle piramidi egiziane da un lato, dove la forma astratta del soggetto si impone alla materia ed all’ ambiente come un che di esterno, e dei templi greci dall’ altro, dove la forma cerca di essere rispettosa dell’ oggetto rispettando le forme ed i movimenti della natura.

Così la pennellata può essere astratta, quando copre la materia, sia essa la tela bianca o l’ abbozzo sottostante, in questo caso il soggetto si impone all’ oggetto, lo soffoca  con le sue pennellate. oppure la pennellata può essere trasparente e sgranata, in tal maniera essa entra in relazione con la tela e l’ abbozzo senza violentarli, ma rispettandoli in qualche modo.

La pennellata sgranata e trasparente rende poi quella vibrazione e quel palpitare della materia che dà vita al quadro. I grandissimi artisti del novecento, pur avendo rinunciato all’ arte figurativa, non hanno però rinunciato alla morbidezza ed alla  naturalezza di tale pennellata.

Si pensi, per fare solo un esempio a Ricasso, alla morbidezza ed alla leggerezza del suo intervento sulla tela, a quelle vibrazioni e sgranature che riescono a dare vita concreta all’ astratto.

E’ forse l’ aspetto più importante della pittura, quello in cui più immediatamente si esprime il rapporto Soggetto-Mondo.

Anche qui vale , secondo me, quanto detto per il disegno e la stilizzazione. Così come là bisognava liberarsi degli schemi dell’ intelletto, qui bisogna rinunciare alla violenza distruttiva dell’ oggetto.

In entrambi i casi si tratta di aprirsi e relazionarsi all’ altro.



di ciro d' alessio
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