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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'NEW YORK'
 
Stereotipi culturali in Cina: non solo vi conosciamo meglio che voi noi, ma siete anche culturalmente ignoranti .

Noi ne sappiamo piu' di voi

Sono circa sette anni che vivo prevalentemente in Cina, e periodicamente leggo articoli, interventi, stralci di riviste dove gli autori, confrontando la situazione della reciproca conoscenza tra culture, e portando esempi riguardanti la Cina e il resto del mondo, arrivano quasi tutti ad una frase che, a questo punto, mi pare proprio uno stereotipo. La frase suona come: ” In generale noi asiatici conosciamo molto di piu’ la cultura occidentale, che l’occidente la nostra”. Alle volte, invece che “asiatici”, dicono direttamente cinesi. L’ultima volta che ho letto questa sentenza e’ stato a pagina 15 dell’edizione inglese del giornale cinese “Global Times”, l’autrice la signora Rong Xiaoqing, che viene presentata come “una giornalista che vive a New York”.

Che esempi adduce la signora, a supporto della sua tesi? Testualmente dice:” For example there may be many more Chinese who know the second-tier US cities of Austin and Buffalo, the sitcom Friends, the health reform law Obamacare, and what a filibuster is, than Americans who know their equivalents in China”( Ci sono molti piu’ cinesi che conoscono le citta’ di secondo livello nordamericane di Austin e Buffalo, la serie televisiva Friends, la riforma sanitaria chiamata Obamacare, che cosa e’ un filibustiere, che nordamericani che conoscano gli equivalenti cinesi). Poi continua: ”Many generations of Americans may have done just fine by thinking all Asian faces, names and languages look and sound the same. But to keep thinking like that in today’s world may be not only a matter of embarrassment, but also a danger to survival”( Molte generazioni di nordamericani finora se la sono cavata pensando che tutte le facce, i nomi e le lingue asiatiche paiano e suonino tutte uguali. Ma continuare a pensarla cosi’ nel mondo di oggi non solo potrebbe essere motivo di imbarazzo, ma anche rappresentare un pericolo per la sopravvivenza). Proprio cosi’.

L’articoletto della signora, che si chiude anche con una nota minacciosa, mi pare la summa di una serie di stereotipi culturali molto diffusi in Cina.

Prima di tutto vorrei far notare che, come spessissimo accade, i vari confronti tra Cina e Occidente sono ridotti a paragoni tra Cina e USA, dove quest’ultima assume il ruolo di rappresentante economico, politico e culturale di tutte le nazioni che vengono etichettate come Occidentali. Questo e’ un preconcetto culturale di una tale macroscopicita’ che mi lascia sempre senza parole. Il cinese medio pensa che uno svedese, un greco, uno spagnolo, un francese o un polacco siano assolutamente rappresentati, nei loro usi e costumi e culture, dalla cultura nordamericana. Sono tutti Occidentali, ergo Americani degli USA. Non solo pare che il cinese medio pensi questo, ma il giornalista medio cinese scrive questo. La conoscenza della cultura e degli usi e costumi occidentali si riducono alla conoscenza di quelli made in USA. Tra l’altro, a quanto pare, per “cultura” la signora intende: liste di nomi di citta’, commedie televisive, termini letterari o un tentativo di riforma politica. Vorrei dire alla signora che, probabilmente, cultura indica anche qualcosa di diverso. Mi viene da pensare, visto che la signora vive a New York e non a ChangSha: non e’ che il fatto di essere lei stessa in continuo contatto con la cultura americana le stia fornendo dei preconcetti pret a porter? Forse se ponesse a ragazzi delle citta’ di secondo livello in Cina qualche domanda di cultura generale occidentale non americana avrebbe la sgradita sorpresa di trovarsi davanti a scene mute, e risatine imbarazzate. Per quello che riguarda il fatto che per gli americani (gli occidentali) facce e nomi e lingue asiatiche sembrano le stesse, bene, potrei portare almeno un centinaio di persone e amici cinesi e asiatici che molto candidamente mi hanno detto la stessa cosa: non riescono a differenziare tra uno scandinavo e un latino, perche’ per loro tutte le facce occidentali sembrano uguali, ma non per questo gli ho detto che stavano rischiando l’estinzione.

La signora paragona la conoscenza di citta’ di secondo livello americano da parte di una piu’ larga fetta di cinesi che il contrario. Beh, la prima cosa che mi viene in mente e’ che, essendo il totale dei cinesi circa 5 volte superiore al totale dei cittadini americani, mi aspetto che solo per questo fatto ci sia una piu’ alta percentuale di cittadini cinesi che conoscano Austin che di americani che conoscano ChangSha.

Piu’ seriamente, considerato che: il 97% dei film stranieri che arrivano nei cinema cinesi sono targati Hollywood, che il 60-70% delle notizie riguardanti nazioni estere e riportate sui giornali riguardano gli USA e la loro politica estera ed economica, che il 70% delle notizie sulla cultura pop musicale, sportiva, cinematografica riguardano sempre gli USA e i loro prodotti , e che tutto questo va avanti dal momento della semi-apertura della Cina, dagli anni 80 del secolo scorso, e’ davvero cosi stupefacente che piu’ cinesi conoscano Austin, capitale del Texas, la sitcom “Friends” che e’ venduta su tutte le bancarelle di DVD copiati da almeno 10 anni, Iron Man , Bruce Springsteen, Lady Gaga e che gli americani (occidentali) non conoscano i contraltari cinesi? Le notizie dall’estero selezionate dal partito comunista riguardano sempre e in primis gli Stati Uniti d’America: la nazione che per molti e’ modello, per quasi tutti la superpotenza da superare, l’antagonista principale, la potenza oscura che da forza alle piccole nazioni del sudest asiatico che temono la crescente potenza economica e militare cinese… L’ossessione americana della Cina, la chiamerei. Un’ossessione che appiattisce la visuale, che mette il resto del mondo in subordine, anche culturale.

Le piccolezze della signora, riportate su uno dei giornali di partito e di stato cinese piu’ rinomati, non si fermano qui. Confessa che: “ Se avessi avuto un centesimo per ogni volta che qualcuno mi ha chiamato “soaking wrong”, sarei ricca ”. Ma cara, vorrei dirti: non ho mai sentito un cinese, in tutta la mia vita, pronunciare correttamente il mio nome e cognome, specie al primo tentativo, e penso che questo accada a tutti coloro che provengono da culture diverse e lingue diverse. Ne dobbiamo fare argomento per un articolo di giornale? Per il Global Times, si. Non mi pare certo una discussione alta.

Quello che la signora sicuramente non fa e’ paragonare persone con lo stesso livello culturale e con lo stesso livello di esperienza di vita e di viaggi all’estero e di contatti con culture diverse. Insomma paragona banane con le pere.

La lettura di questo articoletto stimola riflessioni ulteriori, di piu’ vasta portata. Se il cinese medio vede il mondo come una dicotomia USA-Cina, con tutti i corollari che stanno intorno a questo concetto, abbiamo quasi un quarto del pianeta che pensa che “basti” parlare inglese nella versione americana, vedere il campionato di pallacanestro USA, sapere chi e’ Obama, guardare film di Hollywood e ascoltare pop e rock in inglese per avere le chiavi d’interpretazione dell’Occidente. E credere di saperne “molto di piu’ della cultura Occidentale”. La cosa che mi provoca un certo sgomento e’ che queste tesi affiorino a ripetizione, e siano avvallate dal sistema propagandistico culturale di stato cinese.

Pero’ ho smesso di meravigliarmi quando, incontrando per la prima volta un nuovo amico o conoscenza cinese, la prima domanda che mi fanno e’: “ Sei americano?”.



di Marco M Gobbo
visita il blog ArtAsia

scritto 30/08/2013 1.50.24 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: stereotipi culturali global times cina e usa new york changsha friends
 
Interessante intervista su “La Stampa” (martedì 29 marzo 2011) di Bonami al gallerista torinese e profeta a New York, Gian Enzo Sperone.


Parla Gian Enzo Sperone: "Anche se sofisticati
e intelligenti hanno un’ansia
di diventare famosi che mi fa orrore."

Sidney Janis, Leo Castelli, Ileana Sonnabend, Konrad Fischer sono stati i punti cardinali di un mondo dell’arte che non esiste più.

Un mondo dell’arte che si divideva fra Europa e Stati Uniti, fra Parigi e New York. Oggi i suoi confini si sono così allargati che i signori e le signore appena menzionati si troverebbero a disagio.

A disagio si trova anche un signore di nome Gian Enzo Sperone, un punto di riferimento del mercato dell’arte che alla metà degli Anni 60 trasformò Torino in una piccola New York anticipando la Grande Mela con mostre di artisti che poi sarebbero esplosi in America.

Le sue mostre della Pop Art e dell’Arte Povera organizzate in spazi industriali e non più nelle gallerie fecero capire proprio a uno come Leo Castelli che l’arte stava cambiando e quindi anche i luoghi dell’arte dovevano cambiare. Le famose gallerie loft di Soho arrivano dopo e grazie a Gian Enzo Sperone. Un eterno pioniere ancora in cerca di qualche frontiera da scoprire.

Oggi si divide fra la Casa del Governatore in Engadina e il suo loft a tre piani nel Greenwich Village a New York dove lo incontriamo a pranzo. Questo signore, sotto sotto ancora sabaudo, nasconde i suoi 72 anni dentro una scocca che al massimo potrebbe dimostrarne 60.

Non pare esserci soluzione di continuità nei suoi interessi, basta guardare le opere appese: dai fondi oro del ’300 alle opere di Tom Sachs, giovane artista americano di belle speranze.

Una figura di Luca Giordano dall’alto sfida dei minacciosi coltelli di Andy Warhol su quel ring della storia dell’arte dove Sperone sembra essere un arbitro molto permissivo e perverso.

Ti senti parte di una razza in via d’estinzione?
«Direi che sono un sopravvissuto di una minoranza, che se ne frega della maggioranza. Io sono un esempio vivente di quell’Uomo senza qualità descritto da Robert Musil. Volevo fare lo scrittore. Sono finito a lavorare all’Olivetti a 50 mila lire al mese per potermi pagare gli studi. Lettere moderne, dove a insegnare c’era un giovane sconosciuto a quel tempo, di nome Umberto Eco».

Come hai cominciato a fare il gallerista?
«Facendo l’assistente nella galleria Galatea a Torino. Il proprietario era Mario Tazzoli, un banchiere con un carattere difficilissimo che prendeva letteralmente a calci le opere che non gli piacevano. Collaborava con il famoso critico d’arte di allora, Luigi Carluccio. Le prime mostre di Bacon in Italia furono fatte in quella galleria dove in magazzino c’erano quaranta Giacometti e Schiele bellissimi. Da Tazzoli si mettevano umilmente in fila per fare affari gente come Jan Krugier e Ernst Beyeler (collezionista svizzero, famosissima oggi la sua Fondazione a Basilea, nda)».

Quali sono stati gli altri tuoi esempi?
«Michael Sonnabend, il secondo marito di Ileana dopo Castelli. Lei era quella che sapeva fare gli affari ma lui, Michael, era il visionario, uno che parlava perfettamente italiano citando Dante e Ariosto. Una volta agli inizi degli Anni 60 per spiegare a un collezionista francese un quadro di Jasper Johns, allora quasi sconosciuto, usò parole così alate da confonderlo. Gli disse anche che quel quadro allora costava 2000 dollari ma in un paio di anni il suo valore sarebbe quadruplicato.

Fu così convincente che il collezionista gli staccò un assegno di 8 mila dollari e lui lo strappò dicendo che l’opera non era in vendita ma intendeva solo illustrarne la qualità e il valore artistico. Fu per me una grande lezione. Non bisogna mai farsi tentare dal solo valore economico dell’opera d’arte, si rischia di commettere errori madornali».

Fra gli artisti che hai conosciuto chi ti ha insegnato qualcosa?
«Giacometti. Aveva un’umiltà incredibile. Una volta prima dell’inaugurazione di una mostra alla Galleria Civica a Torino mi chiese di avvisarlo se arrivava qualcuno mentre lui modificava a matita il dettaglio di un suo quadro già appeso in una sala del museo: evidentemente non lo soddisfaceva».

Che differenza c’è con gli artisti di oggi?
«Li trovo in generale, anche se sofisticati e intelligenti, esageratamente vanitosi, con un’aspirazione al successo sproporzionata e un’ansia di diventare famosi che mi fa orrore. Sembra che l’arte sia solo uno strumento per il successo e la fama, non qualcosa con la quale si vuole comunicare poesia, pensieri, valori».

Hai qualche rimpianto?
«Avrei dovuto smettere a 35 anni quando avevo fatto e capito quasi tutto. Se qualcuno me lo avesse consigliato mi avrebbe fatto un favore».

Chi ti convinse ad andare a dare un’occhiata fuori dall’Italia?

«Pistoletto. Era quello che aveva capito più degli altri quanto stava succedendo in America. Con la sua macchina andammo a Parigi, nel 1963, dove Ileana Sonnabend organizzava la prima mostra di Lichtenstein. La signora mi fece fare anticamera parecchi giorni, ma tornai a Torino con la promessa di una mostra di Lichtenstein e di Warhol».

Quando si è esaurita la forza innovativa dell’Arte Povera?
«Quasi subito: pensavamo di avere il copyright della radicalità e di essere i soli rivoluzionari e anti-borghesi. Ma nella stessa strada dove avevo la galleria, corso San Maurizio, al numero 27 c’era la sede di Lotta Continua. Sofri e compagni ci sorpassarono a sinistra deviando l’attenzione e rovinandoci per un po’ la festa.

Davanti alla galleria c’erano sempre scritte contro l’arte, del tipo: “Attenti, il pennello non va a destra”, dimostrando anche che erano un po’ ignoranti perché nessuno degli artisti dell’Arte Povera dipingeva, e comunque il pennello va dove deve andare».

Perché secondo te l’arte italiana ha sempre avuto difficoltà ad affermarsi in America anche in termini di valore di mercato?
«Scarsa fiducia nella comunicazione. In più, nessuno degli artisti italiani degli Anni 60 e 70 parlava inglese».

Dovendo scegliere solo tre artisti di quegli anni?
«Andy Warhol, Bruce Nauman (di una genialità sorprendente) e Giulio Paolini».

Quando hai deciso di andare in America e aprire una galleria?
«Nel 1972 insieme a Konrad Fischer e Angela Westwater. Ma nel 1974 ero già economicamente in apnea profonda. Andai da Gianni Agnelli che conoscevo già dai tempi della galleria Galatea e gli dissi che avevo bisogno di soldi per l’avventura di New York. Lui era uno al quale piacevano avventure azzardate come la mia e mi aiutò.

Oggi invece c’è quest’immagine superficiale di lui fra il viveur e l’imprenditore capriccioso, ma pochi ammettono che l’Avvocato era molto coraggioso. Si era fatto la campagna di Russia e il Nord Africa senza tentare scorciatoie. Era capace di forti passioni, ricordo anche quando in pieno ’68 venne da solo senza scorta nella mia Galleria di piazza Carlo Alberto».

Quali errori hai fatto?
«Gli errori sono inevitabili. Ma non fraintendermi. Quando ho sbagliato sapevo che stavo sbagliando. Difatti ho investito troppe energie preziose in artisti che meritavano sì il successo, ma non l’hanno avuto (perché forse non facevano marketing). Sono convinto che il compito del gallerista è anche quello di aiutare l’artista che deve esprimere delle cose importanti ma non ha nel suo Dna la vittoria, la capacità di esprimerle come i campioni.

Noi, diceva Giovanni Romano, prendiamo per buona la storia dell’arte scritta dal Vasari, ma la storia dell’arte è fatta anche da tanti personaggi di cui il Vasari non ha raccontato la vita e che sono stati comunque importanti, sono stati la punteggiatura che ci ha aiutato a leggere e capire il grande racconto».

L’arte ti ha dato quello che ti aspettavi?
«L’arte come la poesia, e Goffredo Parise lo dice benissimo nel suo Sillabario, va e viene. Non promette niente ma quando arriva ti cambia la vita».

Che differenza c’è fra te e uno come Larry Gagosian?
«Lui è il Duveen del nostro tempo (il grande mercante inglese dei primi ’900, nda) io il Mr. Nessuno, che però verrà magari ricordato fuori del nostro tempo (speriamo) per le sue intuizioni non ortodosse».

A cosa ti è servita l’arte?
«A non deprimermi. L’arte è il miglior antidepressivo che esista (come dice il mio amico antiquario Fabrizio Moretti). Se i giovani lo capissero si aprirebbero a questo tipo di emozioni e starebbero meglio».

Di cosa sei grato?
«Di aver potuto fare un lavoro dove non si fatica per nulla e si è pure pagati bene. È quasi scandaloso».

Sei più collezionista o mercante?
«Purtroppo più collezionista. Sedermi in poltrona e guardare il mio Picasso mi dà più soddisfazione che contare soldi».

Oggi la tua attenzione spazia attraverso epoche diversissime, l’arte contemporanea t’interessa meno?
«Mi sono un po’ stufato di questa mania che un’epoca debba prevalere sulle altre. Ogni epoca ha bisogno e diritto di esprimersi. A me interessa questo. Non importa di quale epoca l’arte sia».


Francesco Bonami
La Stampa, New York


di "Nel poeta e nell'artista c'è l'infinito."
visita il blog VOCAZIONE VAGABONDO per L'ARTE

 
Mario Mirko Vucetich; poliedrico artista del '900

Mario Mirko Vucetich

Mirko Vucetich, nato da Giovanni e Francesca Cappelli il 9 gennaio del 1898 a Bologna, dove il padre era un funzionario delle Ferrovie, compì i suoi studi in quella città e successivamente a Napoli, in seguito al trasferimento del capofamiglia per motivi di lavoro nella città partenopea; qui nel 1917, conseguì presso l’Accademia di Belle Arti il titolo di Professore di Disegno architettonico.

Nel giugno del 1919 fu assunto come architetto presso il Comune di Gorizia e in quella città si accostò al Futurismo: nell’ottobre del 1919 infatti insieme a Pocarini costituisce il “Movimento futurista giuliano”, il cui manifesto programmatico fu pubblicato ne “L’Eco dell’Isonzo (11-10 19) e in “Roma futurista” (19-10-19).

Nel 1920 infatti fu trasferito con la stessa qualifica di architetto al Ministero Terre Liberate, con sede a Vittorio Veneto, ma nel 1921, in seguito allo scioglimento del Ministero, inizia la libera professione a Bologna e Venezia e poi a Roma, dove si trasferisce nel 1922.

Nella capitale, nel 1923, risulta vincitore tra i concorrenti dell’Emilia del Pensionato Art. Naz. nel ramo Decorazione, nel 1925 nel ramo Architettura. Costruzioni da lui progettate in questi anni vengono realizzate a Bologna , Venezia e a Riccione, dove gli innovativi caratteri compositivi adottati per villa Antolini fanno di questo edificio un esemplare di pregevole qualità architettonica, che spicca nel confronto con le costruzioni coeve della località.

Nel 1928, dopo aver vinto il concorso Curlandesi dell’Accademia di Belle Arti di Bologna sul tema “Padiglione per Mostra Coloniale”.

Nel maggio del 1929 si trasferisce in America del Nord e risiede a New York, dove svolse attività di scultore, arredatore, architetto, scenografo: nel 1930 come aiuto regista e direttore all’allestimento collabora con Henry Dreyfuss al Forhtysecond Street Theatre, nel 1931 svolge le stesse mansioni al Roxy Theatre; sue sculture sono al Museum di Brooklin e in collezioni private. Sempre nella cittadina divenne caro amico del noto illustratore Alberto Vargas con in quale affrescò una casa di bordelli.

Nel 1932 ritorna in Italia e si stabilisce a Roma, dove continua la sua multiforme attività: partecipa talora come attore, altre come scenografo, costumista o regista a un centinaio di spettacoli allestiti dalle migliori compagnie dell’epoca. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale lascia il suo studio romano di Valle Giulia e si reca a Siena, dove lavora per l’Accademia Chigiana: al conte Chigi Serafini, suo amico, aveva promesso un San Francesco e un San Bernardino più grande del vero; realizzò le due statue per la chiesa di San Francesco e la basilica dell’Osservanza. Avendo perso nel frattempo, per cavilli giuridici, lo studio di Roma, si reca a Vicenza, dove appoggiandosi ad alcuni amici, può attendere che le acque della pace si distendano, per poi diventare vicentino d’elezione, visto che a Vicenza fissa la sua dimora.

L’interesse di Vucetich per la storia e l’impegno a tenerne vivo l’insegnamento, da spirito libero, non iscritto a nessun partito, ma da uomo mite e generoso sono testimoniati anche dalla sua attività di scrittore; è del 1968 infatti la poesia “De profundis di Buchenwald”, che nel sottotitolo contiene la dedica “agli ex internati e a sei milioni di ebrei”.

Il vulcanico artista ha spaziato nei suoi interessi artistici proprio a 365°: è stato infatti anche pubblicista, iscritto all’ordine dei giornalisti dal 1950 e collaboratore di vari giornali, poeta e traduttore dal francese (antico e moderno) per la Rizzoli, dallo spagnolo e dall’inglese, critico oltre che autore teatrale.

Nel 1954 ha ideato, scrivendo anche il testo teatrale, La partita a scacchi per la piazza medievale di Marostica (Vicenza). Anche in quella occasione ha messo in campo tutta la sua creatività artistica e le sue poliedriche competenze: è stato figurinista, fabbro per le armi, musicante, oltre che regista e coreografo, riuscendo a dare una straordinaria fisionomia a uno spettacolo composito, che era insieme commedia e torneo. D’altra parte la geniale versatilità dell’artista è emersa anche in altre occasioni, come quando, per esempio, ha saputo coniugarsi con l’ ingegno multiforme, fantasioso e grottesco, della penna di C. E. Gadda, di cui, nel 1952, ha illustrato con 25 xilografie il volume Il primo libro delle favole.

Quando l’artista muore a Vicenza, il 6 marzo 1975, molti riconoscimenti nei diversi ambiti in cui si è messo alla prova hanno già scandito le tappe del suo percorso artistico.



Chi avesse notizie può inviare una mail a info@andreaspeziali.it



di Andrea Speziali
visita il blog IL NOTIZIARIO DI ANDREA SPEZIALI

 
Shatnetz, meglio del Codice da Vinci

La copertina del libro

Pubblico qui, previa autorizzazione dell'autrice Flavia Weisghizzi, l'articolo sul libro "Shatnetz" di Fabio Piuzzi, Zonza Editori, 16, 50 €

SHATNETZ
GLI STRUMENTI DEL MARTIRIO PERFETTO

di Flavia Weisghizzi
 

New York. Lodovico, medico legale italiano con la passione per l'archeologia, si trova a collaborare a una indagine federale che vede come vittime degli innocui cittadini americani di religione ebraica atrocemente torturati e seviziati in modi che rievocano i martirii cristiani.

Da qui nasce la caccia all'assassino, chiamato dagli inquirenti Shatnetz, l'impuro, attraverso miti, leggende, riti misterici e libri introvabili.

Fabio Piuzzi dà vita in questo modo a un giallo avvincente e convincente, in cui la narrazione si fonde con la storia e le leggende si mescolano alla tradizione orale.

Shatnetz  è un romanzo intenso, che si muove su un eccellente equilibrio tra arte, storia e narrazione.

Piuzzi, dimostra in questo libro di aver assimilato la tradizione americana e francese del noir e di averla rieborata in maniera personale; dimostra inoltre di avere un'ottima padronanza delle tematiche, non semplici e di fin troppo facile mistificazione, di cui si occupa: il manicheismo, le trasfigurazione, il problema del protocristianesimo.

Detto in parole semplici, un Codice da Vinci scritto meglio, sicuramente più originale nei temi e più curato  nelle fonti bibliografiche.

Il tema del Cireneo e del manicheismo è infatti poco conosciuto e di straordinario fascino, sia dal punto di vista storico che culturale.

La ricostruzione storica e le interpretazioni evangeliche oltre a suscitare la curiosità del lettore, si dimostrano salde e convincenti, il che costituisce una nota positiva sia per il valore intrinseco dell'opera che per il sui valore commerciale.

Il libro non possiede infatti una finalità divulgativa riguardo all'enigma del Cirenaico, che fa da sfondo a tutto il giallo, ma il tema così intrigante e così ben sviluppato all'interno della finzione narrativa non può che essere un punto a favore di Shatnetz.

Un giallo intrigante fin dal titolo, la cui fabula è costituita da alcuni flash back e da una struttura circolare sul modello di Stephen King.

La struttura del romanzo è scandita da una titolazione che ha molteplici funzioni, tra cui quella di semplificare al lettore lo spazio scenico e la scansione temporale degli avvenimenti.

La scelta di muoversi in diversi continenti, dall'America all'Europa, e su diversi piani temporali è sicuramente vincente.

L’analisi dei personaggi è molto buona e l'autore ha dimostrato di riuscire a costruire delle figure credibili, realistiche e ben caratterizzate.

Lo stile è fresco e intrigante, Piuzzi riesce a muoversi all'interno di numerosi registri stilistici mantenendo sempre una coerenza molto forte con l'ambiente o il personaggio e riuscendo ad utilizzare un linguaggio sempre adeguato alla situazione narrata.

I dialoghi sono veloci e secchi, gli spazi descrittivi riescono ad alternare momenti in cui semplicemente si suggerisce al lettore a brani in cui invece l'autore indugia in maniera intelligente su odori, colori, atmosfere cupe e cruente.

Forse la massima espressione stilistica di questo romanzo sta nelle scene in cui l'autore riesce da una parte a trasmettere l'orrore dei corpi straziati, dall'altra la freddezza dell'occhio disincantato di Lodovico.

Anche in questo l'autore ha svolto un lavoro accuratissimo, cambiando di volta in volta l'angolo di visuale ed evitando di utilizzare stilemi già usati.

La capacità di giocare con la suspense, di lasciare il lettore in attesa, e la sua bravura nel soddisfare lo spirito voyeuristico e vagamente morboso del lettore, sono tra i punti di forza di questo giallo.

Shatnetz è un libro che convince, ben scritto, interessante, intelligente, e con un finale che lascia sicuramente interdetti.




Fabio Piuzzi è nato a San Daniele del Friuli e si è laureato in architettura a Venezia. E' autore di un centinaio di libri, saggi e articoli inerenti ricerche archeologiche, studi su reperti, strutture architettoniche, didattica archeologica e museale.


di Valeria Silvestri
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Un Airbus piccolino in Canadà


Oggi mi ho comprato alla ragionevolissima cifra di euro 380 un biglietto aereo per New York City. Dopo un anno di assenza erano troppe le motivazioni per tornare nella Grande Mela (ma ora si chiama - l'ha deciso il primocittadino Bloomberg - la Seconda Casa del Mondo). Nidificherò dalle parti di Park Slope -profonda Brooklyn storica, snob e ormai molto molto benestante a due fermate di subway da Wall Street - e tra le altre cose visiterò la fiera Armory Show. Gli altri obbiettivi, manco a dirlo, saranno nell'ordine: i musei, i nuovi ristoranti aperti nel 2006 primo fa tutti il Buddakan, i vecchi ristoranti dove torno ogni volta, le gallerie di Chelsea, la boutique di Paul Smith sulla Quinta Avenue... Farò sapere, e speriamo che non nevichi: il volo fa scalo a Toronto!

di Massimiliano Tonelli
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