INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'NOVECENTO'
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N e l l a M a r c h e s i n i, un'artista tra sacro e profano
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 Nella Marchesini, "Autoritratto con i capelli raccolti" (NM244), 1930-35, olio su cartone | |
Chi non conosce la
personalità di Nella Marchesini,
artista torinese del primo Novecento, avrà occasione di cominciarne la scoperta
attraverso il percorso espositivo che la
Galleria del Ponte di Torino (http://www.galleriadelponte.it/index.php) sta per inaugurare il 5 ottobre prossimo. Altrettanto utile, sarà la lettura del catalogo
in cui stralci dei suoi scritti sono interpolati a considerazioni d’iconografia
ed estetica, mettendo in luce la vena filosofica di quest’artista per cui la
scrittura è certamente la metafora più diretta per unire l’io al mondo, il
dentro e il fuori e metterne a nudo le criticità.
Il tema della mostra è la
famiglia, tante volte rappresentato nei suoi dipinti, tante volte
raccontato nei fogli sparsi di appunti. Chi avrà voglia d’incontrare la figura
complessa e densa di Nella Marchesini s’accorgerà del ruolo capitale che questa
istituzione libera giocò come movente per la genesi dell'opera, e della
semplicità con cui Nella ne fece il cardine per ibridare la rappresentazione del sacro e del profano.
Di questo fecondo incrocio
tra fedeltà all’iconografia cristiana e libera interpretazione laica ne parla Pino Mantovani in un saggio che condensa
in pagine essenziali l’approccio articolato e poetico di Nella all’arte visiva e della scrittura. Il
ruolo della pittrice nella storia dell’arte è invece presa in esame da Giovanni Romano, che disegna la figura
di un personaggio appartato, ma capace di unire istanze apprese all’atelier di Casorati
a caratteristiche filo-francesi (in un sottile dialogo con i Sei di Torino) e
una continua fascinazione per il primitivismo del pre-rinascimento italiano. A lato
di questi percorsi nella pittura, il mio testo si dipana piuttosto tra
documenti annessi, note poetiche, corrispondenza e documenti vari, nel
tentativo di mostrare la costante tensione spirituale che nutrì la ricerca
etico-estetica di Nella e la ricchezza culturale dell’ambiente familiare d'origine.
Questa mostra riflette, d’altra
parte, il lungo lavoro di archiviazione portato avanti in collaborazione con la
figlia di Nella Marchesini e Ugo Malvano, Anna
Malvano, e dell’incremento di nuovi dati individuati nel corso dell’attuale
preparazione del Catalogo generale sull’artista, curato da Giorgina Bertolino. Nella Marchesini.
Una storia familiare è di fatto lo specchio di una costante attività
scientifica promossa dall’Archivio Malvano-Marchesini per la diffusione dell’opera
di Nella e Ugo. Un impegno di lunga data, sostenuto con determinazione dai familiari, che è traccia tangibile della bellezza dell’opera di Nella Marchesini.
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di emanuela genesio
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ROMAGNA LIBERTY
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 Romagna Liberty | |
L’Architettura
Liberty tra fine ‘800 e primi ‘900 in Emilia-Romagna
a cura di
Andrea Speziali
Un evento
dedicato al Liberty in Emilia-Romagna:
l’epoca dorata che ha visto nascere il turismo nella nostra riviera e ha
lasciato edifici di inconfondibile eleganza nelle città, trova finalmente la
sua celebrazione, con mostre, conferenze ed esibizioni a tema.
L’evento “Romagna Liberty” ideato e progettato da Andrea Speziali, si svolgerà il 27 luglio nel cuore di Riccione, in Piazzale
Ceccarini antistante il Palazzo del Turismo.
L’evento avrà inizio alle ore 21.00,
con alcuni interventi sul tema dell’Architettura Liberty in Emilia-Romagna.
Relatori: Maria Lucia De Nicolò, docente di Storia Moderna (Università di
Bologna), Vincenzo Vandelli, architetto e uno degli autori del saggio “Il
Liberty in Emilia”, Alessandro Catrani, avvocato che ha pubblicato due volumi
sulla Rimini fra le due guerre, fra cui il recentissimo ‘’Kursaal e dintorni’’e
Andrea Speziali, ideatore dell’evento e curatore della rubrica ‘’Romagna
Liberty’’ sul quotidiano ‘’La Voce’’.
Durante
la serata sarà allestita una mostra fotografica sugli edifici Liberty in
Romagna, sia ville ancora esistenti, sia villini demoliti. Le foto d’epoca
provengono dagli archivi di Riccione e di Rimini e alcune fanno parte di
collezioni private.
Per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, durante la serata di
presentazione verrà anche esposto l’inedito epistolario intercorso tra i Savoia
e Mirko Vucetich, dal 1961 al 1975.
La famiglia Vucetich ha conservato cartoline e biglietti d’auguri che
testimoniano il rapporto di amicizia, in particolare con Umberto II ed Enrico
d’Assia e committenza: Mirko Vucetich, infatti, aveva realizzato per la
famiglia Savoia un tempietto votivo in onore della principessa Mafalda a Padova
(Terranegra).
Dal
16 agosto al 15 settembre nella
fascinosa cornice dell'Hotel de La Ville di Riccione in puro stile Liberty
(viale Spalato 5), verrà organizzato un percorso espositivo di immagini fotografiche
dei finalisti del concorso “Romagna Liberty”: gli edifici ritratti sono
pregevoli esempi dello stile Liberty in Emilia Romagna, da Rimini a Bologna. I
fotografi svelano architetture che spesso passano inosservate, anche se sono
sotto i nostri occhi tutti i giorni, mettendo sotto i riflettori tutta la loro
eleganza.
Per l’occasione verrà edito il catalogo della mostra da Maggioli Editore.
‘‘Romagna Liberty’’ nasce da un’idea
di Andrea Speziali, autore di ‘‘Una Stagione del liberty a Riccione’’ Maggioli
Ed.
Il libro tratta, in particolare, di Villa Antolini, gioiellino Liberty di
Riccione, progettato dall'architetto Mirko Vucetich. A questa pubblicazione fa
seguito la rubrica sul tema dell’architettura Liberty che esce periodicamente
il lunedì sul quotidiano ‘‘La Voce’’: l’interesse per pregevoli opere
architettoniche presenti sulla costa romagnola è condiviso anche da altri
giovani che si alternano con i lori articoli sulle colonne dello stesso
quotidiano.
L'organizzazione è seguita da ABCOnlus, associazione ONLUS nata nel 2001 e che
opera per la
promozione e valorizzazione del Patrimonio
Culturale attraverso l’organizzazione di mostre ed eventi
culturali e la diffusione tramite il
portale italiano beniculturalionline.it e quello inglese
cultural-hub.com. Attualmente sono in corso anche diversi
progetti tra i quali la realizzazione di questo evento con il Comune di
Riccione.
Con il patrocinio di:
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni
Architettonici e Paesaggistici per le province di Ravenna, Ferrara,
Forlì-Cesena e Rimini.
Regione Emilia-Romagna.
Provincie di Bologna, Ferrara, Forlì-Cesena, Modena, Parma, Piacenza, Ravenna,
Reggio Emilia, Rimini, Lucca.
Comuni di Bologna, Imola, Ferrara, Ravenna, Riccione, Rimini e Forlì.
Comitato Nazionale per le celebrazioni del centenario del movimento
Liberty in Italia.
Maggiori
informazioni sul sito web dell’iniziativa: www.RomagnaLiberty.it
Da un’idea di Andrea Speziali - Cell. +39
320 04 45 798 - www.andreaspeziali.it - info@andreaspeziali.it
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di Andrea Speziali
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L'hotel Novecento a Riccione risorge sempre come la fenice
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 Cartolina del 1926 | |
L’Hotel Novecento è ubicato, a Riccione, in viale D’Annunzio
30.
L’edificio è del 1927 e fu costruito sopra le ceneri della vecchia pensione Igea Praga,
andata in rovina a causa del terremoto del 1916 che abbatté anche altri
edifici, come l’hotel Des Bains di cui rimane l’immagine impressa in qualche
cartolina.
La vecchia pensione Igea Praga, situata
vicino all'attuale Viale Dante, oggi è una villa privata.
Dopo il terremoto devastante che colpì Riccione, che ebbe
epicentro più o meno nell'attuale borgo di San Lorenzo e che causò pesantissime
conseguenze per gli abitanti in quanto abbastanza superficiale, i proprietari
decisero di ricostruire la pensione più vicino al mare, sull'attuale Viale
D'annunzio. Il nome dell'albergo rimase lo stesso Igea Praga ovvero, “Igea” in
greco significa “al mare”, “Praga al Mare”: una dimora turistica per gli
aristocratici di Praga che furono tra i primi turisti di Riccione.
Nel 1927 quando è stato realizzato l’hotel, allora registrato
tra i primi dodici di Riccione, si
seguirono dei sistemi antisismici molto innovativi per l’epoca, come gli
attuali proprietari hanno potuto appurare durante la ristrutturazione totale
dell’hotel, iniziata nel 1996. Nei pilastri in cemento armato fù utilizzato del
ferro non nervato di prima fusione di sezione 20mm, che ancora oggi dopo più di
80 anni si presenta brillante come l'argento.
Sono stati necessari due anni perché questo edificio storico
tornasse a nuova vita, perché i proprietari hanno cercato di preservarlo il più
possibile nella sua struttura. Per dare un’ordine di grandezza hanno mantenuto
invariati gli interpiani, alti oltre quattro metri, ma per questioni di
risparmio energetico sono stati abbassati i soffitti con il cartongesso.
Immutate sono rimaste le forme delle aperture delle finestre, e le inferriate,
forgiate a mano, sono quelle originarie del 1927, caso piuttosto raro se
si considera che, nell’ultima fase
della seconda guerra mondiale, con il passaggio del fronte i fori dei
proiettili dei cecchini che occupavano la zona e le esplosioni hanno fatto
molti danni. Altri particolari architettonici dell’hotel erano i
balconcini realizzati dai
cementisti come le due colonne all’ingresso del ristorante che, di forma
particolare, i bravi artigiani dell’epoca avevano realizzato in funzione di
calcoli architettonici particolari e che sono ancora quelle originali.
Secondo le testimonianze di Andrea Arrigoni, tutte le
costruzioni Liberty della zona negli anni ’20 e ’30 le avevano molto
probabilmente create una serie di bravissimi artigiani che ne permettevano la
realizzazione.
Anche oggi a Riccione c’è una concentrazione di cementisti
veramente bravi, come il noto Vendemini e l'espertissimo Frisoni , che sono in
grado di produrre e riproporre, anche se rivisitato, lo stile Liberty. Nella
ricostruzione dell’hotel Novecento sono state realizzate più di 1170 colonnine,
stampate una a una per rinverdire quello stile. Come spiega l’attuale
proprietario, le balaustre originali avevano una forma più arzigogolata,
dall’impronta ‘’barocca’’, a differenza delle attuali colonnine toscane dalla
linea più morbida. Purtroppo le balaustre originarie sono state sostituite
perché non era possibile garantire la loro tenuta nel tempo. Come spiega la
proprietà dell’hotel, la cosa bella seguita alla ristrutturazione è stata la
processione continua di persone che avevano cenni di memoria di quello che era
stato l’Igea Praga, l’hotel in cui avevano soggiornato negli anni ’50 – ’60.
Se confrontiamo i moderni confort di cui oggi la struttura è
dotata con il fatto che, quando fu costruito l'ex Igea Praga, aveva solo due
bagni per tutti quanti gli ospiti, possiamo dire che il Novecento, con le sue
tante vite, ricorda l’araba fenice, perché è stato costruito dopo un terremoto,
ha avuto il suo primo sviluppo nel ventennio precedente la seconda guerra
mondiale, poi nel corso di questa è stato utilizzato come prigione per i
graduati arrestati e durante il passaggio del fronte ha fornito riparo dalle
bombe a molti rifugiati. Una bomba è anche caduta sull’hotel, ha forato tre
solai e poi è esplosa non danneggiando in modo irreparabile l’albergo. Ai
proprietari è stato riferito che durante il passaggio del fronte qualcuno è
anche nato negli interrati dell’hotel
tra i proiettili dei cecchini. Nel tratto di mare proprio davanti all’edificio c’erano delle bombe, quando
una di questa è stata fatta brillare ha creato un tale spostamento d’aria che
ha divelto tutte le persiane dell’hotel. E questa è la sua terza vita.
L’etimologia del nome ‘’Igea Praga’’ se da un lato riconduce
alla dea della salute, capace di proteggere l’uomo da ogni sorta di
pericoli , dall’altra ricorda che
questa dimora è stata costruita inizialmente per portare i nobili cecoslovacchi
in vacanza sulla costa romagnola già prima della seconda guerra mondiale. La
sua prima proprietaria fu una zia di Sykir Zideneck, una signora cecoslovacca
di cui si racconta che durante la seconda guerra mondiale gestisse l’hotel
armata di pistola, perché i tempi richiedevano un’ attenzione particolare. Dopo
il suo decesso la proprietà passò ai due nipoti, uno dei quali si chiamava
appunto Sykir Zideneck, e di lui è rimasta traccia negli archivi del Comune di
Riccione. Si pensi che i due fratelli a turno venivano a gestire l’hotel
durante i tempi della guerra fredda (uno dei due era sempre tenuto in ostaggio,
per paura che non facessero più ritorno in patria).
Gli Arrigoni hanno acquistato l’hotel nel 1993, in un periodo
particolare: se da un lato le mucillaggini, proliferate nel 1989, avevano fatto
temere per il futuro del turismo sulla costa adriatica, dall’altro lo spirito
pioneristico dei romagnoli, sostenuto anche da incentivi della Regione , spinse
molti operatori del settore turistico a rinnovare le loro strutture. In tale
contesto partirono anche i lavori di ristrutturazione dell’hotel Novecento,
affidati dal all’architetto ed ingegnere riccionese Berni Fabio. La
progettazione degli interni invece è stata curata dall'Arch. Vedran Petrovic
Poljak, che ha sviluppato un particolare interesse nello studio dello stile
liberty italiano ed ha realizzato alberghi e residenze private sia in Italia
che in Montenegro. Nella hall dell’Hotel è conservato un bozzetto dell’interno
da lui firmato.
L’hotel Novecento è rinato dunque dalle ceneri dell’hotel Igea Praga, quando gli
Arrigoni acquistarono l’immobile in totale stato di abbandono e degrado,
vedendone però le potenzialità che sono state felicemente confermate nel tempo.
Vi invitiamo a visitare www.riccioneinvilla.it
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di Andrea Speziali
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Qualche tempo fa...
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Nel centenario della nascita di Camilla Cederna (21 gennaio 1911 - 5 novembre 1997) è in uscita per Rizzoli
"Il mio Novecento", una raccolta della grande giornalista e
scrittrice.
L’espresso pubblica l’articolo “Serve una
città? Chiama il Berlusconi” pubblicato dalla Cederna nell’Aprile del 1977.
La scrittrice vedeva lontano, dalla desolante ma fondata
consapevolezza che l’Italia è un mondo a parte, nel quale nulla funziona a meno
che non ti chiami Berlusconi. C'era già quasi tutto di quello che sarebbe diventato
anni dopo, un sultano, l’epitome dell’ubuizzazione del potere, fenomeno
politico e mediatico.
Serve una città? Chiama il Berlusconi
di Camilla Cederna
In un ambiente di lusso, saloni uno via l'altro, prati di moquette, sculture
che si muovono, pelle, mogano e palissandro, continua a parlare un uomo non
tanto alto, con un faccino tondo da bambino coi baffi, nemmeno una ruga, e un
nasetto da bambola. Completo da grande sarto, leggero profumo maschio al
limone. Mentre il suo aspetto curato, i suoi modini gentili, la sua continua
esplosione di idee piacerebbero a un organizzatore di festini e congressi, il
suo nome sarebbe piaciuto molto a Carlo Emilio Gadda. Si chiama infatti Silvio
Berlusconi.
Un milanese che vale miliardi, costruttore di smisurati centri residenziali,
ora proprietario della stupenda villa di Arcore dove vissero Gabrio Casati e
Teresa Confalonieri (con collezione di pittori lombardi del Cinquecento, e mai
nessun nudo per non offendere la moglie, religiosissima), quindi della villa ex
Borletti ai margini del parco di Milano.
Allergico alle fotografie («magari anche per via dei rapimenti» spiega con un
sorriso ironico solo a metà) è soddisfattissimo che nessuno lo riconosca né a
Milano né in quella sua gemma che considera Milano 2. Siccome è la sua prima
intervista, è contento di raccontarmi la sua vita felice. Media borghesia, il
papà direttore di banca che, a liceo finito, non gli dà più la mancia
settimanale; ma lui non si dispera, perché, mentre studia Legge, lavora in vari
modi: suonando Gershwin o cantando le canzoni francesi alle feste studentesche.
Non solo, ma fra un trenta e lode e l'altro, fa il venditore di
elettrodomestici, e la sua strada è in salita: da venditore a venditore capo a
direttore commerciale. Dopo la sua tesi di laurea sulla pubblicità (il massimo
dei voti) inizia la sua vera attività entrando successivamente in due
importanti imprese di costruzione.
A venticinque anni crea un complesso di case intorno a piazza Piemonte, ecco
quindi la fortunatissima operazione di Brugherio, una lottizzazione destinata
al ceto medio basso, mille appartamenti che van via subito; e preso dal piacere
di raccontare, ogni tanto va nel difficile, dice «congesto», macrourbanistica,
architettura corale, la connotazione del mio carattere è la positività, «natura
non facit saltus».
Il suo sogno sarebbe esser ricercato in tutto il mondo per
fare città, e «chiamiamo il Berlusconi» dovrebbe essere l'invocazione di terre
desiderose di espandersi. Di Milano 2, l'enorme quartiere residenziale nel comune
di Segrate, parla come di una donna che ama, completo com'è di ogni bellezza e
comfort, e centomila abitanti, che a dir che sono soddisfatti è dir poco.
Lui
legge tutte le novità di architettura e urbanistica, qualche best-seller ogni
tanto, rilegge spesso l'Utopia di Tommaso Moro, sul quale vorrebbe scrivere un
saggio. Si ritiene l'antitesi del palazzinaro, si ritiene un progressista, è
cattolico e praticante, ha votato Dc; e «se l'urbanistica è quella che si
contratta fra costruttori e potere politico, la mia allora non è urbanistica».
Grazie, e vediamo cosa dicono gli altri di lui.
Lo considerano uno dei maggiori speculatori edilizi del
nostro tempo che, valendosi di grosse protezioni vaticane e bancarie, vende le
case e prende i soldi prima ancora di costruirle, lucrando in proprio miliardi
di interessi. Si lega prima con la base Dc (Marcora e Bassetti), poi col
centro, così che il segretario provinciale Mazzotta è il suo uomo. Altro suo
punto di riferimento è il Psi, cioè Craxi, che vuol dire Tognoli, cioè il
sindaco. E qui viene contraddetta la sua avversione verso l'urbanistica come
compromesso tra politici e costruttori.
La società di Berlusconi è la
Edilnord, fondata nel '63 da lui e da Renzo Rezzonico,
direttore di una società finanziaria con base a Lugano, liquidata nel '71 per
segrete ragioni. Viene fondata allora la Edilnord centri residenziali con le stesse
condizioni della compagnia di prima: lo stesso capitale sociale (circa
diecimila dollari), la stessa banca svizzera che fa i prestiti (la International Bank
di Zurigo), ed ecco Berlusconi procuratore generale per l'Italia.
Nel '71 il consiglio dei Lavori pubblici dichiara ufficialmente residenziale la
terra di Berlusconi (comprata per 500 lire al metro quadrato nel '63 e venduta
all'Edilnord per 4250). Da Segrate (amministrazione di sinistra prima, poi
socialista e Dc) vengono concesse all'Edilnord licenze edilizie in cambio di
sostanziose somme di danaro.
Umberto Dragone, allora capo del gruppo socialista
nel consiglio comunale di Milano, pensa che l'Edilnord abbia pagato ai partiti
coinvolti il cinque-dieci per cento dei profitti (diciottodiciannove miliardi)
che si aspettava da Milano 2. (Qualche appartamento arredato pare sia stato
dato gratis ad assessori e tecnici Dc e socialisti. Certo è che questo regalo
lo ha avuto un tecnico socialista che vive lì con una fotomodella.)
«Il silenzio non ha prezzo, ecco il paradiso del silenzio» era scritto sulla
pubblicità di questa residenza per alta e media borghesia. Ma il silenzio non
c'è. L'aeroporto di Linate è lì a un passo, ogni novanta secondi decolla un
aereo, intollerabili le onde sonore, superiori a 100 decibel.
Così l'Edilnord
si muove a Roma, manovrando i ministeri, per ottenere il cambio delle rotte degli
aerei. (In quattro anni la
Civilavia aveva già ordinato sei cambiamenti delle rotte
degli apparecchi di Linate.)
Approfittando della vicinanza di un ospedale, il
San Raffaele, diretto da un prete trafficone e sospeso a divinis, don Luigi
Maria Verzé, manda ai vari ministeri una piantina in cui la sua Milano 2
risulta zona ospedaliera e la cartina falsa verrà distribuita ai piloti (con su
la croce, simbolo internazionale della zona di rispetto), così la Civilavia cambia rotte,
ancora una volta.
Quanto a don Verzé, ottiene in cinque giorni, con decreto firmato dal ministro
della Sanità Gui, la sostituzione del suo istituto privato e ancora in disarmo
in istituto di ricerca a carattere scientifico (un titolo onorifico che viene
dato solo in casi eccezionali), con annessa possibilità di avere finanziamenti.
Lo Stato manda subito seicento milioni, mentre un miliardo e mezzo sarebbe
stato versato dalla Regione.
Di qui una polemica con Rivolta finché, due
settimane fa, l'ex prete è stato condannato a un anno e quattro mesi per
tentativo di corruzione ai danni dell'assessore Rivolta; l'istituto è ora
frequentato da studenti e medici dell'università che lamentano la mancanza di
strutture e strumenti validi.
Altre notizie. Berlusconi sta mettendo in cantiere la sua nuova Milano 3 nel
comune di Basiglio a sud della città, con appartamenti di tipo «flessibile»,
cioè con pareti che si spostano secondo le esigenze familiari. In settembre
comincerà a trasmettere dal grattacielo Pirelli la sua Telemilano, una
televisione locale con dibattiti sui problemi della città, un'ora al giorno
offerta ai giornali (egli possiede il quindici per cento del «Giornale» di
Montanelli).
«Troppi sono oggi i fattori ansiogeni,» dice «la mia sarà una tv ottimista.»
Staff di otto redattori, più tecnici e cameramen, quaranta persone in tutto. E
pare che in questo suo progetto sia stato aiutato dall'amico Vittorino Colombo,
ministro delle Poste e telecomunicazioni. Berlusconi aveva anche pensato di
fondare un circolo di cultura diretto da Roberto Gervaso; la sua idea preferita
però era quella di creare un movimento interpartitico puntato sui giovani
emergenti, ma per adesso vi ha soprasseduto.
Gli sarebbe piaciuto anche
diventare presidente del Milan, ma la paura della pubblicità lo ha trattenuto.
Massima sua aspirazione sarebbe infine quella di candidarsi al Parlamento
europeo.
Ci tiene anche a coltivare al meglio la sua figura di padre, cercando di avere
frequenti contatti coi suoi figlioletti. Quel che deplora è che dalle
elementari di adesso sia stato esiliato il nozionismo: a lui le nozioni, in
qualsiasi campo, hanno giovato moltissimo.
aprile 1977
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di "Nel poeta e nell'artista c'è l'infinito."
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La villa gioiello del conte Felice Pullè
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Il frutto delle mie ricerche sulle dimore storiche di Riccione, è stato in
parte raccolto nel volume “Una stagione del Liberty a Riccione” edito da
Maggioli Editore (Santarcangelo 2010) e sul portale web www.RiccioneinVilla.it, (patrocinato dalla Provincia di Rimini e
dalla Associazione BbCC Onlus di Venezia).
Il progetto ha interessato il
Presidente della Provincia di Rimini, Stafano Vitali che in occasione della
presentazione del volume e del sito web avvenuta il 23 Luglio, presso il
piazzale Ceccarini, mi ha conferito un attestato di merito. Sono convinto che
la pubblicazione di questo volume porterà a riscoprire le nostre radici
culturali, a rivalutare un periodo storico di grande importanza per la città,
ancora poco conosciuto.
Dalla villa Antolini volgio passare a raccontarvi della villa dei conti Pullè. Anche
se il libro riserva uno spazio privilegiato a villa Antolini, ha dedicato un
certo spazio alla villa dei conti Pullè, perché rappresenta un bell’esempio di
una dimora storica che i proprietari hanno saputo mantenere e valorizzare.
Perciò l’attenzione a questa villa intende essere anche un omaggio a degli
eredi non solo fortunati ma anche consapevoli del bene prezioso che hanno
ricevuto. Essa si trova su un terreno a
monte della ferrovia, in una zona dove, in quell’epoca, le costruzioni erano
poche e rade: essendo l’abitato concentrato sulla via Flaminia.
La villa è stata edificata nel periodo che va dal 1895 al 1900:
infatti compare nella mappacatastale del 1901, ma non in quella precedente
(datata 1885); inoltre, secondole testimonianze degli attuali proprietari e
discendenti della famiglia, venne progettata dall’architetto
Francesco Azzurri, morto nel 1895. La villa, come molte dello stesso periodo,
presenta i caratteri ecclettici dello stile allora in voga
fondendoli con i tratti più accademici del Liberty. Si tramanda che Villa Pullè
si ispiri al Palazzo Comunale di San Marino, costruito dallo stesso
architetto e terminato nel 1894. Nelle città balneari si trovano spesso
villini di questo tipo, con un corpo centrale ed una
torretta; i committenti dell’epoca si sentivano liberi di scegliere lo stile
che preferivano e potevano commissionare all’architetto un edificio di
ispirazione gotica, orientale o romanica (o anche tutti e tre gli
stili mescolati liberamente). Villa Pullè, in particolare, sembra combinare il
neogotico con il neoclassico: se la torretta è di
ispirazione medievale, l’ingresso con la scalinata ed il loggiato hanno una
linearità classicheggiante.
Classici sono anche i capitelli del colonnato con volute che ricordano vagamente
lo stile corinzio.
Per movimentare il fronte e il retro della villa vi sono numerosi archi
ciechi, forse tamponati nel tempo, ornati da fregi così come le finestre. All’interno prevale il neogotico, anche nell’arredamento conservato
intatto ancora oggi dai discendenti; tuttavia il motivo delle colonne
classicheggianti viene ripreso anche nello scalone di marmo interno. Il
soffitto del salone è decorato con un fregio
romanticamente medievale, in cui il motivo principale raffigura lo stemma di
famiglia sotto un elmo. In un’altra sala troviamo
un fregio completamente diverso, neo-rinascimentale, con putti danzanti e
ghirlande di fiori in bassorilievo. Il giardino è stato progettato da Lodovico
Cicchetti che lo ha realizzato sotto forma di un grande
parco lussureggiante con numerose specie arboree, una fontana, due grandi voliere
con uccelli esotici, realizzando l’idea romantica di giardino, quasi un ritorno
alla natura, ma entro confini rassicuranti.
Nel parco vivevano liberi
fagiani, pavoni, tartarughe e alcune oche del Campidoglio, dono di donna
Rachele.Sul cancello, ora non più
esistente, spiccava il simbolo araldico della famiglia: un galletto. Possiamo però vederlo tuttora
sulla balaustra. Il giovane professore Felice Carlo Pullè, discendente del
nobile casato dei conti Pullè originario delle antiche Fiandre e smembrato in
vari rami dalle lotte religiose del ‘500, si trasferì da Modena a Riccione sia
per esercitarvi la sua professione di medico, sia per consentire alle moglie
Fanny Ricci di vivere in un posto più salubre. Molte persone infatti già
venivano a Riccione per curarsi con i bagni di mare, oltre ai già citati
bambini scrofolosi, e Pullè era esperto in malattie tropicali.
La villa divenne un punto di
riferimento per l’alta società di Riccione, soprattutto durante la stagione
estiva, quando giungevano per la villeggiatura nobili e borghesi da tutta
Italia. Da qui passarono, in periodi
diversi, personaggi illustri come il cancelliere austriaco Dollfuss, Giovanna
di Savoia (figlia di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena), il medico e
scrittore svedese Axel Munthe, il re dell’Afghanistan Aman Ullah, in esilio nel
dopoguerra.
Colleghi e amici del
‘’pioniere’’ Felice Pullè, favorevolmente impressionatida Riccione, furono
invogliati a soggiornarvi. Alcuni di loro acquistarono ville già esistenti,
altri ne edificarono di nuove nelle vicinanze di Villa Pullè. La zona in cui queste furono
costruite ha la particolarità di trovarsi sull’antica falesia, al confine tra
il terreno argilloso e quello sabbioso, dove fino al 1835 arrivava la linea di
costa. Questi edifici, pur essendo stati costruiti nello stesso periodo, da committenti
che provenivano dalla stessa zona e che addirittura si conoscevano tra loro, sono stilisticamente molto
diversi l’uno dall’altro: ciò si spiega, come già detto, con la moda eclettica
dell’epoca. Infatti, accanto alla villa Pullè, esternamente piuttosto sobria e
classicheggiante, troviamo le ville Monti, Santi e Fonoro che presentano
decorazioni più elaborate e colori pastello.
La prima inoltre, conosciuta
oggi come villa Lodi Fè richiama le origini nobiliari della famiglia, che
sembra volersi riallacciare ad un passato cavalleresco di cui ha perso le tracce:
ne sono testimonianza le decorazioni simil-medievali all’interno, la forma
stessa dell’edificio, che ricorda un castello in miniatura ed i richiami
araldici. Le altre due invece sono
ville di facoltosi borghesi in vacanza: le forme ed i colori sono meno austeri,
le decorazioni sono più evidenti e riguardano l’intero edificio. L’elemento che
accomuna le tre ville è il verde che le circonda: i parchi, tutti progettati da
Lodovico Cicchetti, erano confinanti, simili tra loro e li separavano solo
piccoli cancelli di cui i Pullè avevano le chiavi. Nei primi anni ‘80 il
Comune, con immotivata procedura d’urgenza, espropriò il villino Monti con il
suo giardino e i giardini di villa Pullè e del villino Santi, per creare un
parco pubblico a favore della cittadinanza. In realtà il parco chiamato
ufficialmente “Centrale”, ma conosciuto come “Delle Magnolie” dal nome del
viale sul quale si affaccia, versò per circa 20 anni in uno stato di abbandono
e degrado, che conservava tuttavia l’aspetto lussureggiante dei giardini
originari. Oggi i tre giardini costituiscono un unico parco pubblico,
intitolato a Papa Giovanni Paolo II, inaugurato nell’estate del 2007.
Gli ultimi lavori, fatti con
l’intento di rendere il parco più gradevole e accessibile, hanno diradato il
verde, non solo abbattendo necessariamente alberi malati ma anche arbusti di
alloro e ligustro, e finito per eliminare ogni traccia storica, ogni elemento
che ricordasse l’atmosfera di quei giardini, producendo un falso. E’ stato
infatti creato, anche con una certa cura nei dettagli, un tipico parco pubblico
ottocentesco, con tanto di vialetti, lampioni e statua celebrativa, in questo
caso di Papa Giovanni Paolo II, senza tenere conto del fatto che in quel luogo
non è mai esistito un tal genere di struttura.
Tratto da A. Speziali, ''Una Stagione del Liberty a Riccione'',
Maggioli Ed, Santarcangelo 2010
Per segnalazioni: info@andreaspeziali.it
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di Andrea Speziali
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