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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'OPERA'
 
Un mio nuovo lavoro "it is a happiness to dream"

it is a happiness to dream



Cari amici condivido con voi questa nuova serie di opere legate al mio progetto " it is a happiness to dream ", In questi giorni l'opera è stata proposta in alcuni spazi privati italiani a cui seguirà un'esposizione in Gran Bretagna il prossimo autunno.


Ecco una breve intervista che ho fatto con la curatrice Monica Morbeni, segreteria ph2oarte.


Dopo tanti anni un ritorno alla pittura?

Non proprio ho sempre praticato la pittura ma in modo molto intimo, come esercizio espressivo personale.

Qui ho usato più i pannelli che la pittura stessa, infatti è più una scultura che una pittura.

Per lo più questo lavoro non ha un preciso limite, ma è un lavoro in continua evoluzione, che ho presentato in due spazi privati italiani, e che ora visto un certo interesse e soprattutto a seguito di alcune preziose critiche ho deciso di rendere pubblico attraverso gli scatti realizzati nelle occasioni espositive.

Quindi hai già venduto questo lavoro?

Più venduto potrei dire "affittato" nel senso che per ora non voglio abbandonare questo lavoro perché stanno nascendo nuove trasformazioni, ma ho trovato il prezioso supporto dei collezionisti a "visionare" per un certo periodo queste opere.

 

Come mai questo titolo?

Charles Baudelaire ed Edgard Allan Poe e sono i mentori di questa frase, che mi è piaciuta molto per la libertà di pensieri che può generare, senza dare particolari motivazioni.



di d;o)
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scritto 12/06/2015 6.55.33 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: domenico olivero arte opera
 
La colonia Reggiana e i suoi giardini

Colonia Reggiana

Riccione, 1 agosto 1934, ore 9:00 AM: “Doppiopetto bianco, mascella volitiva, passo preromano, sguardo attento ed indagatore a cui nulla sfugge nel supremo interesse dei destini d’Italia” , Mussolini si presenta così, come gli è solito fare, per l’inaugurazione della Colonia Amos Maramotti dei Fasci di Combattimento di Reggio Emilia, una vera e propria opera del Regime, realizzata per il benessere dei piccoli italiani oltre che per l’orgoglio non solo della comunità  riccionese, ma anche del Duce stesso. La cerimonia di inaugurazione fu, in linea con le usanze di regime, estremamente curata e pomposa e nel caso della colonia reggiana fu addirittura ripresa da tutti i quotidiani, maggiori riviste e dai cinegiornali.

Fu tutta la comunità riccionese intera che si adoperò affinchè questo progetto venisse realizzato. Per i riccionesi una nuova colonia significava non solo nuova fama e prestigio della città, ma anche e soprattutto tanto lavoro, lavoro necessario alla costruzione, alla gestione e allo sviluppo di tante altre attività ad essa correlate ed un’occasione di sopravvivenza alla miseria che l’affliggeva.

La scelta dell’area per la realizzazione di tale complesso, fu individuata tra due possibili soluzioni concesse dal comune: una collocata all’estremo sud della città al confine con Misano Adriatico, e l’altra collocata all’estremo Nord. Il motivo per cui il Comune concesse solamente queste due opzioni va ricercato nel conflitto sociale che stava nascendo nel paese balneare sull’utilizzo del territorio. Da una parte la costruzione di ospizi marini, dall’altra la presenza sempre più cospicua della borghesia imprenditoriale che vedeva in Riccione “la Perla Verde dell’Adriatico” il luogo ideale dove costruire le proprie abitazioni estive.

L’area venne individuata, nel tratto di spiaggia tra Riccione e Rimini, in zona rio Marano.

Fu soltanto nell’aprile del 1933 che si concluse la trattativa tra la Federazione di Reggio Emilia ed il comune di Riccione con la quale si stabilì, in accordo con le direttive della Federazione provinciale dei Fasci di Combattimento, di costruire in brevissimo tempo una colonia marina che potesse ospitare turni di 500 bambini. Nel caso della Colonia Reggiana i tempi ed i  modi di realizzazione furono davvero “fascisti”: ci vollero soli tre mesi per iniziare e terminare l’opera.

Il progettista incaricato fu l’ing. arch. Costantino Costantini, scelto direttamente dalla direzione del P.N.F. a Roma, il quale dovette presentare due progetti, il primo dei quali, approvato nel marzo del 1933, fu cambiato in quanto non rispecchiava l’esigenza di accogliere più di 300 bambini per turno.

 La seconda progettazione stravolse completamente la precedente, non solo dal punto di vista della capienza, ma anche nell’intera composizione architettonica; si passò infatti da un impianto simmetrico, con refettorio centrale e due gruppi di camerate ai lati ( impianto perfettamente in linea con le linee guida dei canoni di progettazione fascista ) a tre corpi di fabbrica distinti, separati funzionalmente e collegati da brevi corridoi.

Il complesso dei tre corpi ( tre volumi perfettamente rettangolari)  disposti sfalsati l’ uno rispetto all’altro secondo una linea inclinata rispetto a quella di costa, conferiscono all’intero complesso una indubbia dinamicità ed un effetto di insolito dinamismo che si discosta totalmente dagli schemi di pianta rigidamente simmetrici tipici dell’architettura dell’epoca. Costantini in questo si distingue totalmente dai suoi colleghi, artefici di altre progettazioni pubbliche, ma mantiene comunque presenti altri caratteri tipici  dell’architettura fascista: sono infatti evidenti nel complesso accorgimenti architettonici come le stondature dei corpi scala in costante conflitto con la linearità e semplicità dei volumi dei corpi di fabbrica principali, le finestre continue, la copertura a terrazza e le teorie di oblò dell’inequivocabile sapore nautico; tutti elementi tipici dell’architettura del regime.

Un ulteriore elemento di distinzione tra la colonia Reggiana e le sue “coetanee” è la completa mancanza del piazzale, luogo dedicato agli schieramenti dei Balilla e delle Piccole Italiane per adunate e comizi, sostituito da piccoli giardini ornamentali, formati dallo sfalsamento dei tre volumi; quest’ultimo aspetto, ben curato in altre situazioni con la presenza nel piazzale dell’immancabile pennone, appare nella Reggiana come un grande difetto al quale si pone immediato rimedio grazie all’erezione, nel lato della spiaggia, di un rudimentale traliccio a sostegno di una gigantografia di Mussolini, milite vigilante sulla salute dei bambini.

Un nuovo ed interessante aspetto di questo progetto è la serialità dei tre corpi che allude alla possibilità di un ulteriore espansione verso Rimini. Avanzando verso la colonia Reggiana, ci si imbatte nei corpi di fabbrica che, disposti inclinati, sembrano quasi sfuggire alla percezione visiva; inoltre il corpo centrale di accoglienza, non è più imponente e pronto ad accogliere l’ospite a braccia aperte ma sfugge totalmente mimetizzandosi con il resto del complesso, tanto da non essere quasi riconoscibile. L’ accesso principale alla colonia avveniva dal primo dei tre padiglioni quello disposto più a sud. A differenza delle tipiche realizzazioni dell’ epoca, questo ingresso era talmente poco enfatizzato e poco imponente da portare il visitatore a domandarsi se era veramente l’ingresso principale. A tale domanda veniva poi data risposta dalla semplice scritta a caratteri cubitali, collocata sopra l’ingresso.  

Entrando dall’ingresso principale ci si trovava di fronte all’ampio refettorio ed agli uffici di direzione; scendendo al piano seminterrato si accedeva ai servizi ( stireria, lavanderia, deposito biancheria, ecc.), al secondo piano era collocata l’infermeria.

Gli altri due corpi invece erano esclusivamente dedicati, a dormitori con un possibilità di 160 posti letto a padiglione mentre gli alloggi del personale erano collocati ai piani seminterrati.

Un aspetto importante della progettazione fu la cura degli aspetti di bioclimatica che guidò l’ingegnere durante tutta la fase progettuale, sin dall’impostazione di pianta; infatti non a caso l’ asse di orientamento dalla composizione planimetrica è inclinato rispetto alla linea della costa di un angolo pari a 18°, che lo porta così a coincidere con l’asse eliotermico ( linea ortogonale a quella individuata dal sorgere e calare del sole). L’orientamento così impostato permette di avere la migliore esposizione possibile di tutti i locali del complesso, i quali sono così sottoposti uniformemente a luce e calore, ricevendo la stessa quantità di radiazioni luminose e termiche.

La colonia ha mantenuto la sua funzione originaria fino alla fine degli anni ottanta, funzionando come Casa di vacanze per bambini ed anziani del Comune di Reggio Emilia, fino a questo periodo è stata mantenuta in buono stato di conservazione. A partire dagli anni novanta, l’edificio non fu più proprietà del comune di Reggio Emilia e perse la sua funzione originaria, con l’inevitabile degrado dovuto al non più utilizzo della struttura ed alla mancanza degli interventi di manutenzione.



di Andrea Speziali
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L'Altro volto dell'Arte

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Vernissage

GALLERIA WIKIARTE ALEA IACTA EST


 

BOLOGNA – Finalmente nella città dotta una nuova realtà artistica, 300mq dedicati completamente all’arte contemporanea ed ai suoi protagonisti. Un  contesto  giovane e dinamico, dove si respira la voglia di comunicare attraverso materia e colore.

Così, il 5 marzo 2011 la Galleria Wikiarte  si presentava al grande pubblico, 80 opere in mostra per altrettanti artisti, 400 visitatori, tv, radio e giornali  a far dar portavoce a questo nuovo spazio espositivo.

Gli ideatori di questo grande progetto Deborah Petroni, Rubens Fogacci, Davide Foschi e Valentina Mazza, hanno voluto dedicare ai più grandi maestri del XX secolo le proprie sale, non sarà quindi così insolito ritrovarsi ad ammirare opere nella sala Dalì, passando  attraverso le fotografie della sala klimt,  senza dimenticarsi di volgere lo sguardo alle sculture ospitate nella sala Kandinsky ed infine, prima di uscire soffermarsi nei colori delle opere astratte presenti nella sala Picasso, la più grande delle quattro.

Sono stupito e allo stesso tempo curioso           

 

Deborah, quando e come nasce Wikiarte?

La Galleria Wikiarte nasce nel 2009, dalla passione  e l’amore per l’arte mia e di Rubens Fogacci (pittore e scultore) , che inizialmente si sviluppa attraverso la creazione di un sito internet (www.wikiarte.com),  uno spazio che si proponeva ieri come oggi , di  sponsorizzare gli artisti e le loro creazioni attraverso un canale diverso ed innovativo, quello del web. Questo è stato reso possibile grazie alla realizzazione e  all’ aiuto indispensabile di un  giovane e geniale  grafico, Vito Basile, che con le sue idee ha ben presto  fatto divenire il sito www.wikiarte.com un punto di riferimento per tutti gli artisti.

L’entusiasmo, la passione ed il duro lavoro  ci hanno portano ben presto  i risultati sperati, tanto da dover affrontare la possibilità di cercare uno spazio fisico che desse finalmente un volto alla Galleria.

In questi anni, le esigenze sono cresciute insieme al numero di artisti, che,  di volta in volta volevano far parte del Ns progetto, ma questo richiedeva nuove energie , menti fresche e coraggiose, pronte a dare linfa  nuova alla nostra Galleria.  Davide Foschi (poliedrico artista) e Valentina Mazza  (amante dell’arte)  avevano e hanno il giusto entusiasmo, la passione  e l’amore che  questo mondo richiede. Così,  siamo saliti su questo treno in corsa, tutti e quattro insieme abbiamo trovato quella che ci piace definire la nostra seconda casa,  in pieno centro a Bologna in Via San Felice 18, nei meravigliosi ambienti storici che sono ora la sede della Galleria Wikiarte.

 

Perché scegliere la vostra Galleria e non un altra?

Perché ascoltiamo gli artisti, li seguiamo nei loro percorsi e li rendiamo partecipi dei progetti e degli avvenimenti che mese dopo mese la Galleria propone. Oggi grazie a loro siamo una solida realtà, preparata e pronta ad accogliere nei nostri spazi  mostre personali, collettive  e concorsi, ospitando anche scrittori e poeti per la presentazione dei loro scritti,  organizzando corsi artistici  per tutti i livelli e  con l’unico scopo di  far avvicinare il pubblico all’arte. In che modo? Semplicemente vivendola.

 

Cosa avete in corso e quali sono i prossimi eventi?

Il 5 marzo 2011 è iniziata una mostra collettiva che durerà fino al 30 marzo, dedicata alla apertura della Galleria Wikiarte, 80 artisti tra i più promettenti del panorama italiano, come Demetrio Rizzo,  Loreno Ricci, Daniele Manfredini, Gabriele Bianchi, Marco Ruggia  tanto per citarne qualcuno, che  con i colori delle loro opere, i loro concetti  e le loro sperimentazioni danno vita alle nostre sale. Artisti fortemente voluti per il loro coraggio espressivo e per la loro voglia di accompagnarci in questo splendido viaggio.

Dal 16 al 29 Aprile i protagonisti saranno ben quattro, Walter Ravizza, Ait Addi Ahmed, Giusi Gramegna e Oddo, esponenti dell’arte contemporanea italiana e non.

Seguiranno concorsi di fotografia e pittura, fiere d’arte, insomma un 2011 pieno di novità assolute ne panorama artistico.

 

Intervista a Deborah Petroni della Galleria Wikiarte in Via San Felice 18 a Bologna a cura di Andrea Speziali

 

Galleria Wikiarte

Via San Felice 18, 40122 Bologna

Tel.051. 5882723

Mail: info@wikiarte.com

 


Mostra Inaugurale Dal  5 al 30 Marzo 2011


Artisti in mostra:

Francesco Visalli, Veturia Manni, Andrea Speziali, Gabriele Marchesi, Demetrio Rizzo, Adrian Schiopu, Lorenzo Monti, Gabriele Brenci, Massimiliano Casula, Gabriella Picci,  Gabriella Bertarelli, Nora Nikolova Yaneva, Patrizia De Gregoriis, Vito Giarrizzo, Marisa Bellini, Alexandra Maciac, Andrea Marinelli, Andrea Lucchetta, , Erri Rossi, David Fontani, Viola Lorenza Savarese, Teresa Ancora, Paul De Haan, Raffaele Marino, Pietra Labita, Antonietta Cavallero, Celestina Salemi, Marco Ruggia, Claudio Fiori Margherita Calzoni, Ida Monopoli, Giuseppe Gentili, Giulia Ferretti, Simona Marigliano, Susanne Seilkopf, Roberto Tomba, Pilar Segura Maria, Oscar Bagnoli, Terenzio Caterina, Chiara Stevanella, Elena Costanzo, Floriana Gerosa, Elisabetta Manghi, Daniele Di Giuseppe, Franco Crocco, Gaetano Marinelli, Daniele Manfredini, Loreno Ricci, Nietta D’Atena, Olivia Bassetti, Paolo Di Rosa, Gianna Spirito, Gianfranco Bianchi, Gregorio Prada Castillo, Graziano Patrizi, Giandomenico Paglia, Laura Bracchi,  Ahmed Ait Addi, Alessandra Vernocchi, Danilo Susi, Giuliano Giuliani, Mauro Mattarelli, Ignazio Galfano, Giuseppe Cantatore, Giorgia Cavanna,  Giovanna Radaelli, Lorenzo Liverani, Giovanni Marinelli, Marco Rubiero, Maurizio Lastraioli, Mirko Mittempergher , Mika Ciobanu, Marco Antonio Didu, Abramo Trestini, Giampaolo Burchiellaro, Decio Zoffoli, Vito Dichio, Dita Luse.



di Andrea Speziali
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Trastevere 259


Venerdì 13 novembre, ore 19, Roma, ha avuto luogo la Lezione di Viva Economia,all'interno del “ciclo di incontri, a cadenza irregolare, nello studio di un artista”, denominato Trastevere 259.


La serata mi incuriosiva, perchè, in linea con la ricerca dell'artista padrone di casa, C. Pietroiusti, i giovani curatori, Daria Carmi, Valerio Del Baglivo e Michele Graglia, avevano messo su un evento che si sarebbe basato sul baratto: opere di (ma anche oggetti di avventori non artisti)... in cambio di: tutto tranne che denaro.


Le entità artistiche partecipanti, presenti in carne ed ossa o virtualmente tramite un'azione da loro ideata e delegata, erano undici (Andrea Caretto & Raffaella Spagna, Paola Falasco, Alberto Garutti, Michele Graglia, Liquid Cat, Edoardo Malagigi, Mircea Nicolae, Cesare Pietroiusti,
Iacopo Seri, Jose Roberto Shwafaty Siquiera, Valentina Vetturi), con progetti ultraconcettuali ma interessanti, alcuni molto interessanti; un paio decisamente belli; uno che avrebbe varcato le soglie di questi aggettivi se fosse stato portato a termine.


L'atmosfera, alimentata perlopiù da ragazzi in età universitaria, si è orientata ben presto verso il genere “festa colta”. All'interno di quest'atmosfera, si snodava intanto l'evento. Gli organizzatori spiegavano le complesse fasi del baratto: prima fase, fare tappa alle varie postazioni d'artista per cercare il prodotto di proprio interesse e capire cosa l'autore volesse in cambio; seconda fase, il baratto con l'artista; terza fase, il baratto degli oggetti portati dagli avventori con qualcosa che avrebbero deciso loro o un'opera di loro interesse. Il tempo di realizzare e lo spazio si è trasformato in un bazaar, e i più abili contrattatori si sono portati a casa “ricchi” bottini.


Io, che per operazioni e investimenti sono negata, mi ero preparata come potevo da casa (Torino). Volevo un lattina d'artista dei Liquid Cat: gruppo di artisti toscani, giovanissimi, che fanno arte socio-politico-satirica. Per la latta volevano un vizio: bacco-tabacco-venere. A scelta.

Mentre ci pensavo, ho fatto un girò qua e là, arrivando ovunque inesorabilmente tardi. Tardi per sentire la descrizione di un progetto da conquistare battendo l'artista a tris, tardi per ottenere un'opera data in cambio di fiducia, tardi per ottenere una busta in cambio della paternità di una poesia, tardi per inserirmi in un'estrazione. Tardi.

Perciò sono tornata dai Liquid Cat, pensando di dargli le mie sigarette. Poi mi sono venuti in mente i discorsi sulla spettacolarizzazione dell'arte, sull'arte che diventa caciarona se non sa come essere sovversiva oggi, e il corpo delle donne, il documentario e la realtà. Perciò, forte della citazione da Virginie Despentes “il mio corpo è solo un parcheggio”, ho optato per scoprire una parte di me e vedere dove saremmo finiti. La scelta è caduta, da parte del gruppo che si è consultato (due maschietti e una femminuccia) sulle solite tette. Coerente con la mercificazione della donna identificata con le sue mammelle: quelle enormi del Drive-in, quelle enormi dei film porno. Un'organizzatrice mi comunica di averlo fatto anche lei, e io ho almeno dieci anni di più, coi miei tessuti si comincia ad essere coraggiose. Peccato, davvero peccato, che i Liquid Cat mi abbiano proposto di barattare il vizio chiusi nel bagno, col fotografo, ma nascosti agli sguardi di notaio, controllori, testimoni... insomma, quasi a non voler fare uno scontrino, a voler siglare un contratto in nero. Per tutelarmi. Rifiutata la tutela e assunta la responsabilità del baratto, sotto gli sguardi imbarazzati dei Liquid Cat, gli occhi del fotografo e qualche curioso, ho effettuato lo scambio.

Dove mi avrebbe portata?


Dove porta sempre. Anche lì. Anche tra gli artisti. Anche dove era evidente che fosse un baratto, effettuato senza nascondersi in maniera pruriginosa nella toilette.

Tempo mezz'ora, un ragazzino chiedeva le mie tette in cambio di vedergli girare vorticosamente il pene in virtù di un'erezione. Si squarcia il velo concettuale, crolla l'impalcatura economica e ci ritroviamo nell'Italietta, pronta a sporcare transazioni pulite, pronta a distruggere con l'accetta del pregiudizio una performance che vede un corpo di donna seminudo. Salto per scelta i numerosi esempi di situazioni analoghe in Paesi esteri, dove le reazioni non sono queste, con lo scopo di non uscire dal seminato e di evitare paragoni noti a tutti.

L'operazione era quindi completa, in quella seconda fase: kermesse-arte-tradizione/commercio-confusione-giudizio. In fondo, il Vaticano torreggiava su di noi.


Terza fase. Ho portato un campione del progetto di un gruppo di artisti piemontesi che avrei dovuto barattare. Mi ero anche fatta un'idea di cosa chiedere. Volevo residui organici, intimi, delle persone. La mia intenzione era di collezionare residui organici, ciò che il corpo produce, che va nascosto, perchè è sporco, puzza, è vergognoso, deviato.

Il tentativo è stato un flop, solo una ragazza coraggiosa mi ha donato traccia del suo sangue mestruale. E io le ho dato il campione. Sono una pessima contrattatrice. Avrei dovuto chiedere almeno un paio di residui differenti.

Eppure, inaspettatamente, sono anch'io tornata col mio bottino. La poesia con cui avevo barattato il nulla (perchè le buste d'artista di J. Seri erano finite) ha vinto la selezione: lui s'è tenuto la paternità dei versi e io in cambio ho avuto il suo raccolto della serata. Ero contenta. Si era conclusa bene.

Eppure...


Il barattolo d'artista in cambio di un vizio, la scatola contenente medicamenti naturali da ingerire via orale e rettale in cambio del sorteggio, fialette di sangue prelevate in cambio di un pensiero... va bene tutto, ma il corpo reale, non concettuale, suscita ancora, anche in questi ambienti, le solite vecchie reazioni.

Stupisce soprattutto perché circolava sangue, c'era la memoria di performance dai risvolti fecali, c'erano le supposte... e a tutt'oggi, l'importante sembra tenere tutto nascosto. Trovare un senso a tutti i costi alle cose, alle azioni, ai progetti, concettualizzare, concettualizzare, e così il corpo si allontana. La realtà si allontana. L'arte è lontana. L'artista non completa il lavoro delicatissimo e preziosissimo, ricco di emotività, per perdersi in una boccata di fumo all'aperto.

Negli ultimi tempi, per fortuna, si sta aprendo un varco nella staticità della produzione artistica contemporanea. Si sta cercando di superare faticosamente l'impasse che i prodotti finiti, patinati e rifiniti ci hanno portato. I lavori in evoluzione stanno prendendo piede, in stretta analogia con la crescita dell'artista, che li può continuare, riprendere, trasformare, rivestendo il prodotto d'arte di quell'aura evolutiva che gli mancava per essere vivo. Perciò, di per sé, un lavoro non finito è un lavoro vivo. Ma un lavoro che non arriva al parto, è un aborto. Che l'artista abbia voluto abortire il lavoro? Per questo non l'ha portato a termine? Non lo sapremo mai, e io sto concettualizzando.


È stato bello, è stato divertente, qualcuno ha fatto buoni affari. Io, porto ancora una volta a casa questo corpo consapevole di essere merce, ma, al di fuori della prostituzione tout court, sempre solo per un immaginario di mercificazione: ancora una volta qualcosa di intangibile, volatile, come l'arte. Un concetto. Anche per i socialmente impegnati Liquid Cat.



di Eliana D. Langiu
visita il blog dove andiamo con l'arte

 
Cominciamo...

Histoire d'Amour
Marco Cattelan
70 cm x 100 cm
Olio su tela, 2008

Salve a tutti! Mi presento, sono GB, mi sono avvicinato all'arte dopo aver visto per caso alcune mostre astratte tra il Mart, Parigi e Londra. Perciò, non sono un addetto ai lavori o ché, solo un appassionato! Nel tempo poi ho raccolto esperienze e nozioni che hanno creato una sorta di mini bagaglio personale di conoscenze sull'Arte! Un giorno la mia attenzione è stata catturata da una piccola personale di un artista italiano di origine ebraica come me, Cattelan appunto! Assieme ad un'amica, e dopo aver dato un occhio al suo blog sullo stesso pittore, ho deciso di iniziarne uno mio. Ma che avesse come focus solo l'aspetto più tecnico di analisi stilistica e di significato delle opere. Perciò, grazie dell'opportunità! spero il mio contributo possa servire a qualcuno o semplicemente vi dia qualche informazione in più su un pittore a cui auguro il mio in bocca al lupo!

Vorrei cominciare a parlare prima di tutto del suo stile. Diciamo che molte cose si possono leggere e/o trovare in internet sul suo conto, ma fatto cento il numero totale, probabilmente solo dieci corrisponde alla realtà.

Il suo è uno stile intimista prima di tutto. Astratto. E perchè no sensuale a tratti. In molti suoi quadri tratta tematiche legate alla sua infanzia (vi invito a tal proposito a leggerne la biografia sul blog di Lucrezia Fappani, più che esaustiva!). Crea visioni oniriche. Quasi surreali. Ma che ci trasmettono il calore piuttosto che la crudezza o l'oblio nel quale l'autore si immerge con le sue visioni.

 

Detto cio, e solo superficialmente per approfondire di volta in volta, a seconda dell'opera, vorrei trattare la prima opera: Histoire d'Amour. E' un olio su tela (come tutte le sue opere) che misura 70 cm x 100 cm. Dipinto nel 2008 appartiene ora alla collezione Privata Canova- Hrusovska,  a cui è stata donata dall'artista in nome dell'amicizia che lo lega a Giovanni Canova,  pittore e scultore, ed alla moglie, violoncellista slovacca. La tecnica utilizzata è appunto quella dell’olio su tela e per rendere l’effetto a terra d’Egitto del secondo piano (l'artista utilizza questa terminolgia, spesso però non fa uso di prospettive o profondità particolari, appunto per richiamare la visione onirica surreale che non può esser collocata in un periodo di tempo definito) è stata utilizzata un’acquerellatura del pigmento in soluzione di olio di semi di papavero che rende i colori più cangianti ed al contempo, antichizza il quadro con un tocco retrò. tutti gli Amori Eterni, volto alla ricerca del sentimento più vero e puro.

In quest’opera l’autore parla dell’Amore, cercando una sorta di schema comune, in cui inscrivere itutti gli Amori con l'A maiuscola. Il Cattelan ritrae in questo quadro ogni storia d’amore destinata a durare per l’eternità. Da Romeo e Giulietta, Tristano ed Isotta, Paolo e Francesca fino ad i giorni nostri con Ranieri e Grace Kelly, qualunque storia d’amore eterna può trovare corresponsione in questa tela dal gusto fine e delicato.

Dallo sfondo emerge una forma sferoidale, di un color rosso quasi violaceo che rappresenta l’essenza dell’Amor puro, forte, vigoroso e verace. Per arrivarvi è necessario un lungo percorso d’esperienze (da qui iter *ndr.) sia positive che negative, le quali finiscono inevitabilmente per arricchirci od impoverirci. Tutte però contribuiscono a formarci nel modo in cui siamo quando ci troviamo di fronte all’amore della nostra vita. Momento focale in cui paure, ed al contempo felicità, ci pervadono in un turbinio singolare di sensazioni.

E’ solo grazie alle esperienze precedenti che riusciamo a vivere questa con un Pathos unico e tale da farci capire che quello sarà per la vita. Cosa ci porta oltre, ci invoglia a proseguire il cammino della ricerca? La speranza, rappresentata dalla sfera più piccola verde smeraldo presente nell’angolo inferiore sinistro, quasi fosse il satellite dell'amore e, come la luna con la terra, ne cadenziasse le stagioni. Senza la speranza e la fiducia nel futuro le vicissitudini che ci spronano non ci sarebbero e la pellicola della nostra vita (seconda interpretazione della scaletta a pioli bianca presente sulla sfera violacea) si fermerebbe, cristallizzando il nostro percorso. Rendendolo inutile.

La descrizione dell'opera nel sito ufficiale si conclude con: - "Perché una vita senza amore non vale la pena d’esser vissuta. E la vostra storia, può inscriversi in questo disegno?". Sembra quasi l'artista voglia sfidare lo spettatore a domandarsi facendo introspezione, sulla sua vita. Sulla sua storia d'amore. E forse sta proprio in questo la grandezza, a mio parere, dell'opera. Nel riuscire a suscitare così tante domande nello spettatore. Domande che spesso hanno risposte che non vorremmo darci.

 

Alla prossima per un'altro viaggio nelle opere di Cattelan!



di Giovanni Battista Levi
visita il blog Cattelan: cio' che arde non crea fumo!



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