 Isa Genzken "Ohne Titel", Skulptur Projekte Muenster 2007 | |
"L'arte non è qualcosa che sta sopra o sotto di me, l'arte è legata alla mia essenza più profonda"
(Shinichi Suzuki)
Giovedì scorso, 1 Aprile, si è svolto l'incontro conclusivo della Rassegna 44° 58' 0' 'N 7° 40' 0' 'E Loggia D'Arte, vicino a Torino, a La Loggia per l'appunto, presso il centro polifunzionale .
Il titolo dell'incontro era “Arte come bene comune”.
Sì, di incontri sull'Arte, su che cosa sia, su come sia, se ci sia, da dove venga dove sia e dove andrà, ce ne sono molti al momento. Il tentativo di realizzazione di un'urgenza comunicativo-organizzativa sentita in tutto l'ambiente, che a volte si perde in parole ma altre, come in questo caso, si rivela davvero interessante.
Le invitate, in ordine di esposizione: Orietta Brombin, Sara Nosari, Gabriella Bosio. Più un'introduzione musicale all'ultima (ma not least) oratrice, che ha visto esibirsi Cecilia, di otto anni, all'arpa. Lo segnalo, perchè è importante,come si vedrà in seguito.
Orietta Brombin apre il discorso definendo le quattro aree che rientrano nella definizione di bene comune: acqua, immaginazione (o creatività), alterità, mondialità. Il riferimento è probabilmente alle quattro facoltà aperte dall'Università del Bene Comune, con sede a Bruxelles. In due parole, cito per amor di chiarezza direttamente dal sito, “il progetto è il risultato dell'elaborazione di un gruppo internazionale di docenti e di esperti impegnati nella promozione di alternative alla mercificazione della conoscenza e dell’educazione”1.
Concentrandosi sull'argomento immaginazione/creatività come bene comune, che nel caso dell'arte s'intreccia quanto mai con l'alterità e la mondialità, la Brombin punta con ragione alla necessità dell'artista di condividere il frutto della sua creatività con “l'altro”, dove l'altro non è fruitore passivo, ma elemento attivo nel completamento dell'opera. Credo di poter affermare che sia da intendersi materialmente, negli esempi di arte relazionale, ma anche in senso di esperienza ed elaborazione intellettuale del lavoro che viene proposto, o meglio offerto.
Brombin mette l'accento sul tempo, come diritto inalienabile e condizione indispensabile alla fruizione libera dei luoghi e delle opere, dove per fruizione libera si intende anche libero accesso.
Fa accenno in ultimo all'esempio significativo di Münster2con la manifestazione "skulptur projekte münster", che si pone come collezione di opere diffuse, oltre che come indagine sulla scultura contemporanea e sulla sua influenza nella percezione dello spazio pubblico, trovando il punto di crisi nel rapporto tra artista e pubblico nella soggettività esasperata dell'opera. Qui, gli artisti sono invitati ad eseguire interventi minimi in spazi minimi, dove l'intimità opera-fruitore può essere recuperata tornando ad essere bene comune, e non bene privato di chi lo esibisce.
L'importanza del lavoro, conclude la Brombin, impegnata nei progetti del PAV di Torino, sta nel non arrestarsi, nel non arrivare ad una conclusione, ma nel concatenarsi delle esperienze, come succede per i workshop del PAV, dove ogni sessione da vita ad un'altra stimolando ulteriore creatività nel toccare senza sosta l'alterità.
Sara Nosari, impegnata nel campo della formazione, continua il discorso, asserendo che manca una giustificazione culturale forte all'idea di arte. Questa non potrebbe che essere il riconoscere l'arte come esperienza di senso. Insiste sulla necessità di (ri)conoscere l'essere umano e la sua esperienza concreta, prima di cercare definizioni efficaci per l'arte. È l'esperienza dell'essere umano in quanto tale che rende l'arte un bene comune. L'Uomo sperimenta sia il senso del limite che dell'illimitato. Il limite spazio-temporale, in cui si pone domande e si riconosce come individuo, e l'illimitatezza delle sue emozioni. Nel porsi domande sul sé, l'uomo si riconosce come entità individuale, ovvero indivisibile, non scomponibile in una serie di parti riassemblabili, sente di vivere uno spazio e un tempo allargati, quelli del senso. Qui il tempo non è sviluppo, ovvero processo uguale per ogni uomo, ma il narrarsi di una storia, quella delle propria identità, che non è mai portata a termine, in virtù dell'esistenza stessa e del cambiamento costante all'interno della conoscenza di sé.
È questa capacità del raccontare la propria esistenza che investe l'uomo di statuto artistico. E ognuno di noi può raccontare la propria storia all'interno di altre storie, come nel concepimento, visto come atto creativo, anche nel donare alla società identità sempre diverse. Impossibile, in questo passaggio, non percepire l'eredità di Durkenheim, dal cui paradigma collettivista si evince che è la cultura a far sì che gli uomini si scambino doni affinchè la società possa continuare ad esistere.
L'assenza di un metodo nell'esperienza individuale, fa si che si possano definire le azioni come improvvisazione, per ognuno diversa, che attinge alla sfera del creativo. Una riforma dovrebbe vedere la scuola come punto di partenza all'educazione a spazi e tempi individuali del sé che garantiscano un interscambio esperienziale diversificato. È la scuola che dovrebbe porsi come istituzione che fornisce all'uomo l'esperienza di senso, perchè è questa che gli servirà per raccontarsi.
A questo punto Cecilia si siede all'arpa e inizia a suonare Grounde Variazionidi Purcell. Quando assisto ad un'esibizione (musica, teatro, danza, performance e chi più ne ha...) non è tanto il momento dell'esibizione in sé a coinvolgermi, che può essere di un certo valore e di una certa qualità, ma il momento degli applausi, il momento in cui l'artista esce dalla trance della prestazione e mostra tutta la sua vulnerabilità. L'età è ininfluente, mi sento di asserire freddamente, perché quello che ho visto in Cecilia, alla fine, è stato quello che ho visto tutte le altre volte alla fine di un'esecuzione di qualsiasi tipo: la caduta della tensione, la consapevolezza di essersi esposti completamente, la consapevolezza di essersi fatti strumento (nel suo caso), voce narrante (in tutti comunque) di un'esperienza. Cecilia, con le mani aggrappate alla sedia su cui è tornata non si guarda attorno, mentre io l'osservo e penso che ha appena esercitato la sua creatività offrendoci la sua realizzazione artistica e tecnica di brani scritti da terzi che ha interpretato in base allo stato d'animo e all'esperienza raccolta fino a quel momento. L'esecuzione è sempre unica, come l'individuo e la sua identità.
Gabriella Bosio accompagna con lo sguardo cecilia alla sedia. È una sua allieva. La Bosio è impegnata nelle attività del Suzuki Talent Center. È dando uno sguardo al sito della scuola3che ho trovato la citazione posta ad apertura di questo mio intervento. "L'arte non è qualcosa che sta sopra o sotto di me, l'arte è legata alla mia essenza più profonda". Mi è sembrato che calzasse a pennello all'intero incontro ed è il concetto su cui Gabriella Bosio appoggia il suo discorso. Lamenta giustamente che le ore dedicate alla musica all'interno delle scuole sono sempre meno, quando non assenti. Questo porta all'allontanamento dalla musica, non solo classica in senso stretto, ma soprattutto da quella classica contemporanea.
Mi sento a questo punto d'intervenire, facendo un parallelo tra la mancanza di ore dedicate all'educazione musicale e il taglio alle ore di educazione artistica e storia dell'arte, privando intere fette di società di una chiave di codifica per determinati linguaggi. Come se non fossero parte della storia dell'Uomo, come se non la riflettessero, tagliati fuori, come se non potesse esistere commistione tra queste “discipline creative” e le altre, viste come “utili” alla preparazione di un futuro adulto.
Gabriella Bosio fa notare come da bambini si possa affrontare la difficoltà dell'apprendimento musicale in maniera giocosa, senza l'ansia della resa, senza i blocchi che si ergono man mano che si cresce dentro di noi, perchè la musica è un linguaggio e si impara come a parlare.
La partitura viene presentata come un elaborato da rispettare, comprendere e interpretare, ed è qui che interviene la creatività del musicista, nell'interpretazione, che non sarà mai uguale a sé stessa.
Il metodo che seguono al Centro Suzuki è quello di scavare nel vissuto del bambino alla ricerca dello stato emotivo funzionale al brano che deve interpretare, iniziando così, aggiungo io, un racconto del sé già cosciente.
L'incontro è durato qualcosa come un'ora e mezza che è volata via. Ho fatto del mio meglio per riportare chiaramente gli argomenti che le tre relatrici hanno affrontato, anche se spesso la carica emozionale che mi hanno trasmesso mi ha resa prolissa. In realtà, mi sento di ringraziare queste persone, le organizzatrici e tutte le altre che, come loro, si impegnano con competenza e passione in campi che si vorrebbero, di questi tempi, ridotti ad asteroidi vaganti residui del regno di Fantàsia (ricordate la Storia Infinita...?).
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